Storia Dentro la Memoria


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“Samartin, Tomboeo e Galiera, tutta xente da gaera”

Chi nell’Alta Padovana e nella Castellana non ha mai sentito proferire dai propri nonni o genitori la popolare sentenza: “Samartin, Tomboeo e Galiera a xé tutta na manega da gaera”? A questa si aggiungono poi variabili come: “Samartin, Tomboeo e Galiera a xé tutta na manega da gaera, Sitadea xé so sorea e Casteo so fradeo” e altre ancora che coinvolgono anche altre località, rigorosamente in rima. Questi modi di dire hanno tutti un’identica origine che risale al medioevo e sono il riflesso di un’epoca ricca di divisioni territoriali.

Castelfranco

In seguito alla costruzione delle due potenti fortezze murate contrapposte di Castelfranco (fine XII secolo) e Cittadella (primo ventennio del XIII secolo), il destino del territorio compreso fra le due filiali di Treviso e Padova mutò destino. Nel mezzo vi era l’ampia zona della pieve di S. Martino di Lupari che comprendeva vari villaggi, i principali dei quali erano Galliera, Tombolo e Abbazia Pisani. Il pomo della discordia era sorto dal tentativo di entrambe le cittadine di impadronirsi del territorio della pieve, che cadeva proprio in territorio luparense, sul confine approssimativo segnato dall’andamento del corso d’acqua Vandura. Qui, dai tempi della centuriazione romana, vi erano i pascoli comuni e la zona boschiva di cui tutti si servivano secondo regole prestabilite. Il nuovo quadro politico marca le differenze con continui soprusi e violenze che nel 1295 sfociarono in un’annosa vertenza fra i sanmartinari.

Cittadella

Le turrite mura di Cittadella.

Fu così che nella primavera dell’anno successivo si passò dalle parole ai fatti, con furti di animali e omicidi che provocarono il bando dei cittadini trevigiani dal territorio cittadellese. I trevigiani sulle prime pensarono di vendicarsi ma poi tentarono la strada della diplomazia inviando ambasciatori a Padova, ottenendo così un momentaneo successo grazie all’accordo stipulato che prevedeva la nomina di giudici comuni delle due parti che avevano il compito di arbitrare amichevolmente la controversia. Fu stabilito di fissare definitivamente il confine certo fra le due podesterie ponendo delle grosse pietre in prossimità della Vandura, ottenendo come risultato una momentanea pacificazione degli animi, ma anche e soprattutto la permanente spaccatura del paese in due parti. All’interno della pieve luparense nascono formalmente i nuovi territori della Padovana, con Lovari, e la Trevisana con le rimanenti frazioni luparensi. Galliera e Tombolo continuano a rimanere nella circoscrizione padovana.

Trivisan

La pietra di confine fra Trevigiano e Padovano a S. Martino di Lupari.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi che cosa abbiano a che fare queste vicende con il detto dal quale siamo partiti. In realtà molto perché la pace fra i trevigiani e i padovani luparensi durò poco. Entrambi i podestà furono allora costretti a emanare una serie di bandi e leggi statutarie per proteggere i rispettivi sudditi. Il modo più semplice fu bandire dalle rispettive podesterie tutti i criminali e rei. Questi oltrepassavano il confine delle podesterie a S. Martino ed erano salvi. Ne conseguiva che la Trevisana ospitava molti dei perseguiti dalla legge padovana e la Padovana dava ricetto ai fuggitivi trevigiani. Si capisce allora perché nel 1314 il podestà di Castelfranco, scrivendo al Senato veneziano, definiva il territorio di S. Martino di Lupari una spelunca latrorum, cioè una spelonca di ladri e auspicava un intervento drastico per stanarli.

sentenza - Copia

Parte della sentenza del dicembre 1314.

 

Il 13 dicembre dello stesso anno la magistratura veneziana rispondeva al podestà di Castelfranco sentenziando all’unanimità che questi era autorizzato a cacciare da S. Martino di Lupari tutti i banditi, tanto dalla propria giurisdizione che da quella di Cittadella, sempre che il collega non ordini e decida che i banditi del distretto trevigiano siano dichiarati e si ritengano pure banditi dalla sua giurisdizione (di Cittadella). Da questo scritto possiamo ritenere che abbia origine in modo ufficiale il detto popolare da cui siamo partiti e che in breve riguardò anche i limitrofi villaggi di Galliera e Tombolo.

Chissà se questa promiscuità di teste calde è all’origine della storica vocazione commerciale della zona. Il fatto che l’adagio non sia cessato nel corso del tempo pone l’accento sulla tempra di cui sono fatti gli abitanti che vivono a metà strada fra Cittadella e Castelfranco, famosi per essere commercianti furboni, affaristi e, almeno nel passato, contrabbandieri.


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Inventario archivio Mons. Lino Cusinato donato al comune di Galliera Veneta (PD)

Si pubblica l’inventario dell’archivio storico di Mons. Lino Cusinato, compilato da Paolo Miotto nel 2012.

Le buste, contenenti in prevalenza documenti  del XIX secolo relativi alle province di Treviso e Belluno, sono state consegnate al sindaco di Galliera Veneta nel mese di gennaio del 2013 perché possano trovare accoglienza nella Biblioteca Comunale ospitata nell’antico Palazzo Cappello.

Assieme ai documenti che saranno messi a disposizione degli studiosi, Mons. Cusinato ha donato al comune anche parte della sua biblioteca storica con volumi che risalgono al XVI secolo. Il fondo librario è in fase di catalogazione.

Una delle stampe ottocentesche presenti nell'archivio.

Una delle stampe ottocentesche presenti nell’archivio.

pdf

 Inventario storico Mons. Lino Cusinato per comune di Galliera Veneta


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29 aprile 1085: i capostipiti degli Ezzelini e dei Camposampiero fanno donazione all’abbazia di S. Pietro e Sant’Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani, PD)

Peripezie di un documento

La storia del documento del 29 Aprile 1085 è stata tutt’altro che semplice e lineare, a causa della natura stessa del suo contenuto che lo rendeva particolarmente importante e vincolante per la storia dell’abbazia di S. Pietro e S. Eufemia di Villanova. Redatto il 29 aprile dell’anno 1085, nella Braida abbaziale (in prossimità del Restello), dal notaio Lanzo, il prezioso rogito fu conservato gelosamente nell’archivio dell’abbazia per circa quattro secoli. Sicuramente fu utilizzato più volte dagli abati pro tempore al fine di controllare l’ubicazione e la quantità dei beni con i quali era stata dotata l’abbazia, e forse anche per dirimere controversie. Appare probabile che del rogito fossero state eseguite più copie: una per l’archivio abbaziale, una per la curia pontificia che doveva tutelare l’esistenza stessa dell’ente monastico e una (o due) per le famiglie comitali che avevano deciso di procedere con la donazione.

Ad un certo punto, nel 1489, Vettore Soranzo, fratello del secondo abate commendatario di turno, che era l’arcivescovo di Nicosia Benedetto Soranzo, decideva di fare ricopiare e autenticare da tre notai (Giacomo Bono del fu Antonio, Francesco Malipiede del fu Stefano e Giovanni Battista del fu Stefano “de biretis”, tutti residenti a Venezia) due rogiti, in tutto e per tutto, identici all’originale. La scelta del patrizio veneziano era dettata dal fatto che l’originale era “vetustissimo autentico” e ormai consunto e logorato in più parti “ex sui vetustate in pluribus locis coroso”, per questo si correva il rischio che divenisse inservibile, con grave pregiudizio per i diritti che fino allora aveva assicurato all’abbazia. In quell’occasione furono trascritte due copie, la prima l’11 dicembre del 1489 e la seconda il 24 dicembre dello stesso anno.

Del primo atto si persero ben presto le tracce perché, con ogni probabilità, fu recapitato all’abate commendatario di stanza a Cipro, mentre la seconda copia fu conservata nell’archivio abbaziale di Villanova dove rimase almeno fino al 1740, anno in cui fu trascritta nuovamente e data alle stampe per la prima volta dal penultimo abate commendatario di Villanova: il Cardinale Alessandro Furietti. Da allora si persero definitivamente le tracce anche della copia del 24 dicembre e si continuò ad attingere dalla stampa del Furietti contro il comune di Tombolo. Negli anni successivi, il testo riportato dal Furietti, rimase lettera morta, finche non finì fra le mani del noto canonico e primicerio trevigiano Rambaldo degli Azzoni Avogaro (1719-1790) nel 1773, “dacchè si legge unicamente in una stampa di Lite sostenuta da Mons. Furietti Abate Commendatario”. Questi, prima di decidersi a pubblicare per la seconda volta il documento, pensò bene di dare la caccia alla copia tratta dall’originale della quale si era servito tre decenni prima il Furietti, ma inutilmente, come egli stesso ebbe modo di scrivere “Ecco il Documento, ch’è gran peccato non fosse riscontrarsi coll’originale, cui per quante io facessi ricerche non mi è sortito di rinvenire”. Il canonico aveva, infatti, il presentimento che la stampa del Furietti dovesse contenere degli errori di copiatura che alteravano in qualche modo il testo originario. E, in effetti, aveva ragione! Nel frattempo il testo copiato dal Furietti era inserito in altre liti relative al territorio della pieve luparense, ma con una tale quantità di errori di trascrizione da renderlo irriconoscibile e in gran parte adulterato. In ogni caso non spettò all’Azzoni la ventura di essere il vero divulgatore popolare del documento, perché le sue erano ricerche di carattere erudito e, per di più, stampate in poche copie. Fu il famoso storico bassanese Giambattista Verci a dare pubblica notorietà al documento inserendolo nell’appendice documentaria della sua “Storia degli Ecelini” del 1779, dopo averlo copiato per l’ennesima volta, non già dalla stampa del Furietti, bensì dalla stesura che ne aveva fatto il trevigiano Azzoni Avogaro.

Da allora, le vicende del testo verciano, sono storia nota. Tutti quelli che si sono interessati al documento del 1085, l’hanno sempre ripreso dal testo dello storico bassanese. Tutto è filato liscio fino al 1994 (C. Miotto, P. Miotto, Il territorio di Villa del Conte nella storia, l’abazia di S. Pietro e S. Eufemia, S. Massimo di Borghetto e la Contea del Restello, Noventa Padovana 1994), quando abbiamo pubblicato per la prima volta il testo diplomatico, con relativa traduzione italiana, del documento, così come l’abbiamo rintracciato all’archivio di Stato di Venezia. Il rogito che abbiamo scoperto si è rivelato essere la prima copia fatta stilare per conto dell’arcivescovo Soranzo, perché porta la data 11 dicembre 1489. Evidentemente il prezioso rogito doveva essere finito nell’archivio personale dell’arcivescovo dal quale, non sappiamo come e quando, è finito all’archivio di Stato di Venezia, passando nella terza busta degli atti diplomatici senza che alcuno l’abbia mai preso in considerazione. Fin qui nulla di strano! Quando però abbiamo confrontato il testo del 1489 con la versione fornita dal Verci, ci siamo subito accorti che fra i due testi emergono parecchie differenze, sia dal punto di vista della forma (punteggiatura, iniziali maiuscole e minuscole), che dal punto di vista del contenuto (alterazione di parole, verbi, nomi, toponimi). Ne consegue che molti dei termini trascritti nella versione del 1779, ma anche in quella dell’Avogaro del 1773, sono parzialmente o completamente trasformati e perciò con significato alterato rispetto alla forma originale fissata nel 1085 dal notaio “lanzo”, che pure lui, già nella trascrizione dell’Azzoni Avogaro, è trasformato in “Sanzo” e poi dai successivi copiatori in Sansone.

Nonostante la pubblicazione integrale del documento tratto dalla copia originale del Soranzo fin dal 1994, si continua a registrare in molte divulgazioni di carattere storico locale l’uso adulterato della versione del Verci. 3.3 Il testo del documento Il testo che segue rappresenta la trascrizione della pergamena datata 11 dicembre 1489, fedelmente copiata dal documento originale del 29 aprile 1085 e sottoscritta da tre notai veneziani. La trascrizione che abbiamo effettuato è di carattere diplomatico e pertanto fedele alla punteggiatura e alle iniziali minuscole o maiuscole come si trovano nella pergamena. Le abbreviazioni del testo sono state tutte sciolte. Gli spazi lasciati in bianco dai tre notai indicano termini abrasi o scomparsi dalla copia originale che sono stati rispettati nella trascrizione, senza tentare di integrare il testo mancante perché le parole cadute si riferiscono nella maggior parte dei casi o nomi propri di persona o di luogo.

 

Indicazione stradale ottocentesca in terracotta situata in Via Commerciale ad Abbazia Pisani.

Documento della donazione ed investitura

Hoc est exemplum cuiusdam antiquissimi instrumenti cuius tenor sequitur vc. In nomine domini Anno eiusdem dominice incarnationis Millesimooctuagesimoquinto tercio kalendarum madij indictione octava ecclesie Sancte eufomiae virginis et Sancti petri principis apostolorum in qua ad honorem predicte Virginis et Beati apostoli congregatio fratrum monachorum regulariter Risiedere decrevit que constructa esse videtur in comitatu Tarvisiano in loco et fundo qui nominatur villa nova: Nos in dei nomine Ermiza filia quondam Belengarij que professa sum ex natione mea lege romana: et Ezilo filius quondam Arponis qui professus sum ex natione mea lege Risiedere salicha: et Tiso et Gerardus germani et India filia uvangerij mater et filij qui professi sumus nos ipsi germani ex natione nostra lege Risiedere salicha et ego ipsa India que professa sum ex natione mea lege Risiedere longobarda mihi cum suprascripto Gerardo pupilo consenciente et dicto Tisone fratre et tutore meo et mihi cum suprascripte Indie consenciente eodem jam dicto Tisone filio et Mundoaldo meo oblatores et donatores ipsius ecclesie et monasterij presentibus diximus Quis quis in sanctis ac venerabilibus locis ex suis aliquid communicaverit rebus iuxta auctoris vocem in hoc seculo centuplum accipiet et in super quod melius est vitam possidebit eternam: Ideoque nos qui supra oblatores et donatores offerimus et donamus in ecclesia eadem et monasterio Sancte eufomie virginis et Sancti petri principis apostolorum pro animarum nostrarum seu parentum nostrorum et posterorum seu omnium fidelium defunctorum mercede idest Omnes decimaciones illas terrarum et omnes res illas mobiles et inmobiles vel se moventes qui supra parentes et antecessores nostri [ ] offerre et donare deo inspirante curavimus juris nostri quas habere et possidere visi sumus in comituatu tarvisiano et vicentino seu feltrensi In iam dicto comitatu feltrensi in villa que dicitur scura massaricias sex prima est recta per vulfari, Secunda per dominicum talentum, Tercia per martinum crassum, quarta, et Quinta, et Sexta, per bellinum fabrum: in villa que dicitur melame massariciam unam rectam per Johanem: In villa que dicitur arsei massariciam unam rectam per martinum: In iam dicto comitatu tarvisiano in loco et fundo casale massaricias tres Prima regitur per anoaldum, Secunda per Joannem. Tercia per somoncium: In villa que dicitur semoncium massariciam unam rectam per dominicum In villa que dicitur bursum massariciam unam recta per iainum In villa que dicitur crespanum massaricias duas Prima regitur perstalbertum Secunda per [ ] In villa que dicitur sancti Zenonis massaricias tres prima regitur per amizonem Secunda per Joannem: Tercia per vivianum: In villa que dicitur petra fusca massariciam Unam rectam per dominicum. In villa que dicitur casa sola castrum unum et capellam unam infra ipsum castrum constructam in honorem Sancti evangeliste marci: et massaricias octo: Prima regitur per martinum: Seconda per turturem: Tercia per dulcerellam Quarta per valerium Quinta per feltrinum Sexta per azilonem Septima per casasola Octava per [ ] In villa que dicitur ruxanum massaracias octo, Prima regitur per campesanum Secunda per vitalem Tercia per andream Quarta per stephanum Quinta per martinum mazam Sexta per dominicum Septima per marchisium Octava per [ ] In villa que dicitur idranum massariciam unam rectam per ursum et casam unam cum area sua cum curte et ortu insimul se tenentibus insuprascripta villa ruxano libellarias quinque cum casis: et areis suis et curte et ortu: In villa que dicitur cartellianum massarias quatuor, Prima regitur per martinum, Secunda per laurencium: Tercia per fadigam Quarta per dominicum presbiterum, In villa que dicitur bax[ ] massaricias sex: Prima regitur per rizonem Secunda per pellegrinum, Tercia per rozam Quarta per pellegrinum Quinta per martinum fabenum Sexta per Joannem In villa que dicitur maregnianum massaricias quinque et [ ] una cum area sua Prima regitur per Joannem Secunda per eundem Joannem Tercia per bernardum Quarta per adelbertum Quinta per rozonem. In villa que dicitur Romanum capellam unam in honorem sancte et beatissime virginis Marie constructam: et massaricias decem et octo: Prima regitur per ursum, Secunda per Joannem, Tercia per martinum, Quarta per lazarum: Quinta per dominicum, Sexta per Joannem, Septima per eundem Joannem, Octava per dominicum presbiterum, Nona per petrum, Decima per odovertum, Undecima per Joannem, Duodecima per lazarum, Tertiadecima per ingelbertum, Quartadecima per luciam, Quintadecima per belricum presbiterum Sextadecima per andream Septimadecima per predictum dominicum presbiterum, Octavadecima est dominicalium ipsius ecclesie et monasterij: et casam unam infra castrum de predicta villa romano: et pratum unum quod fuit dominicatum predicte donatricis ermize: et partem illam que predictam ermizam contingit de casteneto rotundo et sacone, Et partem illam que eandem ermizam contingit de montibus tribus Pudisio scilicet, et Axello, seu Turnado, et montem unum integrum qui vocatur fugia: et terciam partem canalis qui dicitur de brenta, et partem illam que eandem ermizam contingit de mercato Sancte felicitatis: Et capellas duas unam in territorio ville Sancti Zenonis contructam in honorem Sancti et confessoris martini, alteram vero in campanea de mussulento in honorem Sancti danielis constructam et quatuor campos in suprascripto loco romano in loco qui dicitur fracta, Primus Campus fuit de massaricia dominici, Secundus de massaricia senadri, Tercius de massaricia lantonis, Quartus de massaricia ad longobardi: In civitate tarvisij casam unam solam cum area in qua estat in loco qui dicitur ripa: In villa que dicitur martelagum massaricias tres, Prima regitur per strudam feminam, Secunda per rizonem, Tercia per domincum: In campo qui dicitur altus massariciam unam rectam per vitalem: in villa Barbano massariciam unam rectam per dominicum In villa que dicitur ovrzanum massariciam unam rectam per deodatum: In villa que dicitur fossole massariciam unam rectam per petrum in loco qui dicitur Sancti viti massariciam unam rectam per Joannem In villa que dicitur trivignanum massaricias quinque, Prima regitur per dominicum, Secunda per martinum, Tercia per Joannem, Quarta per vitalem, Quinta que fuit recta per eundem Joannem, Et molendinum unum super fluvium qui vocatur rovego, In villa cellarino massariciam unam rectam per petrum, Iuxta flumen quod dicitur dese massariciam unam rectam per Joannem, In villa que dicitur melise massaricias quatuor, Prima regitur per rupertum, Secunda per petrum, Tercia per Joannem, Quarta per petrum et silvam unam inter martelagum et trivignanum: In villa mascentiago massaricias quatuor: Prima regitur per Joannem, Secunda per paganum, Tercia per petrum, Quarta per eundem petrum, In casa curva massarias quinque, Prima regitur per toringum, Secunda per Joannem, Tercia per andream, Quarta per michallium, Quinta per ponzonem, In villa que dicitur saletum prope brentam massaricias duas rectas per gisbertum et per martinum, In villa de Comite massaricias duodecem Prima regitur per adam, Secunda per Joannem, Tercia per albertum, Quarta per ingizionem, Quinta per vuazonem, Sexta per rusticum, Septima per aredum, Octava per andream, Nona per eundem andream, Decima per benedictum, Undecima per bonifacium, Duodecima per antum, Et pisnemtariam unam, et quartam partem de silva que vocatur concoletum, et moletum, In aunaria massaricias septem: Prima regitur per presbiterum Geraldum, Secunda per dominicum, Tercia per adam, Quarta per florentinum, Quinta per eundem dominicum, Sexta per prebiterum bonulfum, Septima per michaelem, Et decima partem marcati, et molendinum unum in tergola, et molendinis tribus in orcone ad vicum pauli cum terra et pratis, In luvaro massaricias sexdecim Prima regitur per tarvisianum, Secunda per petrum, Tercia per Joannem, Quarta per ambrosium, Quinta per dominicum, Sexta per maurum, Septima per eundem Joannem, Octava per rusum, Nona per eundem petrum fabrum, Decima per eundem petrum dal pozo, Undecima per brunum, Duodecima per Joannem de antillia, Terciadecima per pizenum, Quartadecima per bonifacium, Quintadecima per osbertum, Sextadecima per adam, et partem de fracta de castellare, et castrum unum cum capella Beati leonardi et campum unum que regitur per malsperone, et molendinum unum inter luvaro et funtane, In loco qui dicitur guiza non multum longe a predicto [ ] que olim fuit recta per petrum, In fontane massaricias tres rectas per cressionem, et molendinum unum. In tombolo capellam unam in honorem habrae patriarche constructam cum omnibus dotibus suis, et massaricias quinque, Prima regitur per Joannem, Secunda per Vualnerium, Tercia, et Quarta per andream, Quinta per marcoardum, In gallera massaricias duas, Prima regitur per martinum, Secunda olim fuit recta per paganum, In scandolaria capellam unam in honorem Sancti maximi edificatam, et massaricias undecim, Prima regitur per Joannem dal ponte, Secunda per paulum, Tercia per odo, Quarta per alberga pica, Quinta per petrum, Sexta per eundem Joannem, Septima per romanum, Octava per albericum, Nona per oliverum, Decima per martinum, Undecima per arnandum, In bulzania massaricias unam rectam per lanbertum, In villa dele frate massariciam unam per albertum rectam, et partem de fracta. In ter (sic!) scandolarium et ipsum monasterium, In villa nova in qua predictum monasterium Sancte eufomie et Sancti petri ut supra hedificatum esse videtur massaricias decem, Prima regitur per vitum, Secundam per eundem vitum, Tercia per bertaldum, Quarta per Joannem, Quinta per presbiterum dominicum, Sexta per entium monachum, Septima per eundem Joannem, Octava per grimaldum, Nona per petrum, Decima per dictum petrum, et molendinum unum supra flumen quod vocatur palus cogitana, In isola que est inter villa nova et scandolera massaricias tres, Prima regitur per ariprandum, Secunda per olvuradum, Tercia per zilium, et molendinum unum in lavandura, et partem illam de silva que vocatur vicus pauli quam predicti consortes et benefactores predicto monasterio concesserunt et dessignaverunt, et fractam unam integram que est inter scandolarium et ipsum monasterium, et partem de viuzola que est inter predictum monasterium et luvarum et partem de silva que dicitur vicus pauli. In comitatu vicentino in civitate vincencia massariciam unam rectam per Joannem, et Inter Joannem, et inter servos, et ancillas numero quatuor quorum nomina sunt vitus, dominicus, Joannes, drusiana: Quas autem suprascriptas omnes massaricias cum omnibus ad se pertinentibus et servis suis predicto monasterio anobis oblatis vel amodo offerendis una cum predicto castro et capellis cum casis et omnibus suprascriptis in Integrum idest terris, vigris, vineis, campis, pratis, pascuis, silvis, ac stalareis, rivis, rupinis, ac paludibus, molendinis, piscationibus, venationibus, erratico, estatico, copulo, et pasco, cultis, divisis, et indivisis, tam in montibus, quam que in planitiis, una cum finibus terminis, accessionibus, et usibus, aquarum, aquarum que ductibus, cum omni Jure, ac Jacenciis, et pertinentibus earum rerum, per loca, et vocabula, ad predictum castrum, et capellas, et massaricias, et omnes res pertinentibus, in Integrum, Ea ratione predicte ecclesie, et monasterio Sancte eufomie et sancti petri offerimus ut pars ipsius ecclesie faciat ex nunc et presenti die ipsa et cui pars ipsius ecclesie dederit Jure proprietario nomine quicquid voluerit sine omni nostra qui supra donatorum, et donatricum, et heredum, ac proheredum nostrorum contradictione vel repeticione, Quod et spondemus atque promittimus seu obligamus nos qui supra suprascriptas res omnes qualiter superius in Integrum predicte ecclesie aut cui pars ipsius ecclesie dederit omni tempore ab omni homine defensare, Quod si defendere non potuerimus aut si ei exinde aliquid per quod jus ingens subtrahere quesierimus tunc in duplum ipsi ecclesie eandem oblationem restituamus sicut pro tempore fuerit meliorata aut valuerit sub extimacione in consimilibus locis et personis. Insuper nos qui supra Risiedentes lege salicha iuxta legem nostram, per cultellum, festucum, nodatum, vuatonem et vuasonem terre atque ramum arboris parti ipsius ecclesie legittimam facimus traditionem et Investituram, et nos exinde foras expulimus unarpivimus et absentes nos facimus et parti ipsius ecclesie ad suam proprietatem habendam reliquimus, Si vero quod futurum esse non credimus si nos qui supra Risiedentes lege salicha aut ullus de heredibus ac pro heredibus nostris seu quelibet nostra opposita persona contra hanc cartulam oblationis ire quandoque temptaverimus aut eam per quod Jus ingens infringere quesierimus tunc inferamus ad illam partem contra quam exinde litem intulerimus mulctam que est pena auri optimi untias, quinquaginta, et argenti pondera centum, et quod reperierimus vendicare non valemus: Sicut presens hec cartula oblationis diuturnis temporibus firma et stabilis permaneat atque persistat in convulsa cum stipulatione subnixa, et pergamenam cum atramentario de terra levavimus pagine lanzonis causidici et notarii tradidimus, et scribere rogavimus in qua supra confirmantes testibus obtulimus ad roborandum actum inbraida feliciter, Ad hoc insuper ut per omnia firmetur huius oblationis nostre munus huiusmodi decreti tenorem nullo tempore ab ullo penitus violandum super predicto monasterio et omnibus eius rebus constituimus, ut predictum monasterium cum omnibus rebus suis nulli subiciatur potestati, non patriarchi, non archiepiscopo, non regi, non duci, non comiti, non vicecomiti, Nisi soli deo cui cuncta subiecta sunt, et sancte, catholice, et apostolice Beati petri apostoli principis apostolorum romane ecclesie sub cuius defensione et regimine ispum monasterium cum omnibus rebus suis collocamus eo videlicet modo ut pars predicti monasterij censualiter singulis persolvere, et ponere debeat annis supra altare predictae romane ecclesie solidos sex monete veneticorum, et Venerabilis papa qui nunc est et qui pro tempore fuerit defendat et custodiat ipsum monasterium ab omni oppressione, et invasione malorum hominum, Nec habeat licenciam suprascriptus venerabilis pontifex ullo tempore aliene subicere potestati, sed semper ei cui nos ipsum monasterium secundum prefatum modum et constitutum censum collocavimus et subiacimus et subiacere et obedire ut sopra diximus debeat, Huius constitutionis nostre decretum predictus venerabilis papa si contra ire temptaverit, aut si predictum monasterium cum omnibus rebus suis predicte romane ecclesie defensioni et regimini a nobis commissum in alienam potestatem, aut patriarchi, aut archiepiscopi, vel episcopi, vel nullius mundane persone transmittere voluerit tunc predictum monasterium cum omnibus rebus suis redeat et deveniat in nos qui supra oblatores et oblatrices, et nostros heredes, et postea nos illud cum omnibus rebus suis illi subiciamus cui melius abbati et ceteris ipsius monasterij fratribus subiciendum visum fuerit, Eligendus autem Abbas a nullo penitus elligatur nisi afratribus, Quod si quod absit inter fratres circa elligendum abbatem dissensio fuerit, quem maior pars elegerit ille abbas sine inter vallo constituatur consecratio electi abbatis in electione sit ipsuus, et ceterorum fratum utrum vellint consecrari ab episcopo sue parochie, an vero avenerabili papa, De ellectione autem advocati qui res et causas ecclesie defendere et exigere legibus, precipitur Ita construere decrevimus ut inprovisione sit abbatis et ceterorum fratum quemcumque sibi et monasterio advocatum eligere et constituere vellint, Si quis vero instigante maligno hoste de his omnibus que supra leguntur aliquid frangere aut minuere temptaverit, sive archiepiscopus, aut episcopus, seu abbas, aut prepositus, nec non marchio, aut dux, aut comes, seu vicecomes, aut vicedominus seu quelibet magna parva que persona veniant super eum omnes maleditiones que sunt scripte in veteri et novo testamento sit que anatema, marenatha partem que habeat cum Juda traditore et simone mago, et pareat ita ut perierunt datham et abiron ceteri que adversarij christi, Signum manuum suprascriptorum ermize et ezilonis seu tisonis et girardj germanorum et indie matris et filiorum oblatorum et benefactorum qui hanc cartulam oblacionis fieri rogaverunt, et ipse tiso eidem gerardo pupillo et germano suo et eidem indie matri et mundoalde sue consensit ut supra, Signum manuum guberti et erzonis seu arduini lege Risiedentium salicha testium, Signum manuum stefani et martini seu bertaldi lege Risiedentium romana testium, Signum manuum vuarnerij et xizonis seu ambrosij lege Risiedentium longobarda testium, Signum manuum arponis et vualperti seu teuponis testium Item hoc placuit et convenit inter predictos benefactores et oblatores ut si aliquis eorum de hoc seculo migraverit non habeat lincenciam aliquis alio ipsum sepelire nisi in cimiterio ipsius monasterij, Ego lanzo causidicus atque notarius scriptor huius cartule oblationis post traditam complevi et dedi. Ego Jacobus bono. q. eximij legum doctoris domini antonij boni, civis patavus sed habitator venetiarum, publicus Imperiali auctoritate notarius, Suprascriptum Instrumentum, ex quodam vetustissimo autentico Instr. ex sui vetustate in pluribus locis coroso, aliena manu exemplari feci de verbo ad verbum prout jacet, nihil addens, vel minuens, nisi in locis corosis, ubi littera non apparebat et cum ipso autentico Instrumento fideliter auscultavi, et quia utrumque concordare inveni ideo in fidem propria manu me subscripsi et Signum meum consuetum apposui: Laus deo: Et hoc ad instanciam et requisitionem magnifici patricii Veneti domini Victoris superantio, dei et apostolice sedis gracia, fratris et uti procuratoris R.mi in christo patris et domini D. Benedicti superantio Archiepiscopi nicosiensis et ad presens commendatarij supranominate abbatie sancte euphomie de villa nova. Anno a nativitate domini nostri jesu christi Millesimo quadrigentesimo octuagesimonono. Indictione septima die Veneris Undecimo mensis decembris. Presentibus infrascriptis a francisco malipedis et a s Joanne baptista de biretis notarijs, qui una mecum auscultaverunt cum originali utsupra, et se subscripserunt Venetiis ad cancellum mei notarij supra platea sancti marci. Ego Franciscus malipedis. q. Stephani Civis brixie habitator Venetiis publicus Imperiali et Venetiarum auctoritate notarius suprascriptum exemplum seu transuptum una cum suprascripto et infrascripto notarijs cum uno vetustissimo et autenticho Instrumento diligenter ascultavi et cum eo concordare inveni et in fidem me subscripsi signumque meum apposui consuetum: Anno a nativitate domini MCCCCLXXXVIIII Indictione septima die XI decembris Venetijs. Ego Joannes baptista filius q. s Stephani de biretis de rotondischo habitator Venetijs publicus Imperiali auctoritate notarius suprascriptum exemplum seu transumptum una cum suprascriptis notarijs: cum uno vetustissimo et autenticho Instrumento diligenter ascultavj et cum eo concordare inveni et in fidem me subscripsi: signumque meum apposui consuetum Anno nativitatis domini MCCCCLXXXVIIII Indictione septima Die Veneris Undecimo mensis decembris Venetijs.

Il pozzo del monastero, forse derivato da un reimpiego di epoca romana, davanti al quale furono rogati molti atti relativi all’abbazia di Villanova (Abbazia Pisani).

Traduzione del documento

Nel nome del Signore nell’Anno della sua incarnazione. Il 29 aprile dell’anno1085, nell’ottava indizione, nella chiesa di S. Eufemia vergine e di S. Pietro principe degli apostoli, che si vede costruita nel contado trevigiano, nel luogo e nel fondo che è chiamato Villa Nova, nella quale, in onore della predetta vergine e del beato apostolo, la congregazione dei fratelli monaci aveva stabilito di risiedere secondo la regola [di S. Benedetto]. Noi, nel nome di Dio, Ermiza, figlia del fu Belengario, che dichiaro di risiedere secondo la legge romana ed Ezilo, figlio del fu Arpone, che ho fatto professione di risiedere secondo la legge salica della mia nazione, e Tiso e Gerardo, fratelli, e India, figlia di Uvangerio, madre e figli, che abbiamo fatto professione di risiedere secondo la legge salica della nostra nazione, e io stessa India, che ho fatto professione di risiedere secondo la legge longobarda dalla mia nazione, con il soprascritto Gerardo, orfano, consenziente con me e con il detto Tisone, mio fratello e tutore e con la soprascritta India consenziente essendo presenti il già menzionato Tisone, figlio mio, e Mundoaldo, offerenti e donatori della stessa chiesa e del monastero, abbiamo deciso: poiché chiunque avrà dato qualcosa di suo ai luoghi santi e venerabili, secondo le scritture in questo secolo, riceverà il centuplo e inoltre, cosa più importante, possiederà la vita eterna. Perciò noi sopraddetti, offerenti e donatori, offriamo e doniamo alla stessa chiesa e al monastero di S. Eufemia vergine e di S. Pietro principe degli apostoli, per riscatto delle anime nostre e dei nostri parenti e dei posteri e di tutti i fedeli, tutte le decime di quelle terre e tutte quelle cose mobili e immobili o che si muovono che possediamo e teniamo nei contadi di Treviso, Vicenza e Belluno, che abbiamo [ereditato o avuto] dai nostri parenti e antenati e che, per ispirazione divina, abbiamo pensato di offrire e donare. Nel già menzionato contado feltrino, nel paese che si chiama Scura, sei masserizie: la prima è lavorata da Vulfaro, la seconda da Domenico Talentum, la terza da Martino Crassum, la quarta, la quinta e la sesta da Bellino Fabrum; nel paese che si chiama Melame una masserizia lavorata da Giovanni; nel paese che si chiama Arsié una masserizia lavorata da Martino; nel già detto contado trevigiano nella località e nel fondo [chiamato] Casale tre masserizie: la prima è lavorata da Anoaldo, la seconda da Giovanni, la terza da Somonzo; nel paese che si chiama Semonzo una masserizia lavorata da Domenico; nel paese che si chiama Borso una masserizia lavorata da Iaino; nel paese che si chiama Crespano due masserizie; la prima lavorata da Stalberto, la seconda da [manca il nome]; nel paese che si chiama S. Zenone tre masserizie: la prima lavorata da Amizone, la seconda da Giovanni, la terza da Viviano; nel paese che si chiama Pietrafosca una masserizia lavorata da Domenico; nel paese che si chiama Cassola un castello e una cappella vicino allo stesso castello costruita in onore di S. Marco evangelista e otto masserizie; la prima retta da Martino, la seconda da Tortora, la terza da Dulcerella, la quarta da Valerio, la quinta da Feltrino, la sesta da Azilone, la settima da Cassola, l’ottava da [manca il nome]; nel paese nominato Rossano otto masserizie: la prima lavorata da Campesano, la seconda da Vitale, la terza da Andrea, la quarta da Stefano, la quinta da Martino Mazam, la sesta da Domenico, la settima da Marchisio, l’ottava da [manca il nome]; nel paese denominato Idrano, una masserizia lavorata da Orso, che tiene una casa con il suo terreno, assieme alla corte e all’orto; nel soprascritto paese di Rossano cinque livelli con case e i loro terreni, il cortile e l’orto; nel paese che si chiama Cartigliano, quattro masserizie: la prima è lavorata da Martino, la seconda da Lorenzo, la terza da Fatica, la quarta dal presbitero Domenico; nel paese che è detto Bassano, sei masserizie: la prima è lavorata da Risone, la seconda da Pellegrino, la terza da Rosa, la quarta da Pellegrino, la quinta da Martino Fabenum, la sesta da Giovanni; nel paese che è detto Marignano cinque masserizie e una [casa] con il suo terreno: la prima è lavorata da Giovanni, la seconda dallo stesso Giovanni, la terza da Bernardo, la quarta da Aldalberto, la quinta da Rozzone; nel paese che è detto Romano una cappella costruita in onore della Santa e Beatissima Vergine Maria, e diciotto masserizie: la prima è lavorata da Orso, la seconda da Giovanni, la terza da Martino, la quarta da Lazzaro, la quinta da Domenico, la sesta da Giovanni, la settima dallo stesso Giovanni, la ottava dal presbitero Domenico, la nona da Pietro, la decima da Odoverto, la undecima da Giovanni, la dodicesima da Lazzaro, la tredicesima da Inghelberto, la quattordicesima da Lucia, la quindicina dal presbitero Belrico, la sedicesima da Andrea, la diciassettesima dal già detto presbitero Domenico, la diciottesima è beneficio della stessa chiesa e del monastero e una casa vicino al castello del già detto paese di Romano; e un prato, che era di proprietà della già menzionata donatrice Ermiza, e quella parte toccata alla già detta Ermiza del Castagneto rotondo e del Sacone. E quella parte che è toccata alla stessa Ermiza nei tre monti Pudisio, Axello, e Turnado e l’intero monte chiamato Fugia [Foza]; e la terza parte del canale chiamato Brenta e quella parte toccata alla stessa Ermiza del mercato di S. Felicita. E due cappelle, una in territorio del paese di S. Zenone, costruita in onore del Santo confessore Martino, l’altra nella campagna di Mussolente costruita in onore di S. Daniele e quattro campi nella soprascritta località di Romano nel luogo detto Fratta. Il primo campo appartiene alla masserizia di Domenico, il secondo alla masserizia di Senadro, il terzo alla masserizia di Lantone, il quarto alla masserizia di Longobardo; nella città di Treviso una sola casa con terreno che si trova nel luogo detto Riva; nel paese detto Martellago tre masserizie: la prima lavorata da donna Struda, la seconda da Rizzone, la terza da Domenico; a Campalto una masserizia lavorata da Vitale; nel paese di Barbano una masserizia lavorata da Domenico; nel paese che è detto Orgnano una masserizia retta da Deodato; nel paese detto Fossole una masserizia lavorata da Pietro, nel luogo detto S. Vito una masserizia lavorata da Giovanni; nel paese di Trevignano cinque masserizie: la prima lavorata da Domenico, la seconda da Martino, la terza da Giovanni, la quarta da Vitale, la quinta che è stata lavorata dallo stesso Giovanni e un molino sopra il fiume detto Roviego, nel paese di Zelarino una masserizia retta da Pietro; in prossimità del fiume chiamato Dese una masserizia lavorata da Giovanni; nel paese detto Melise quattro masserizie: la prima è lavorata da Ruperto, la seconda da Pietro, la terza da Giovanni, la quarta da Pietro e un bosco tra Martellago e Trevignano, nel paese di Massanzago quattro masserizie: la prima lavorata da Giovanni, la seconda da Pagano, la terza da Pietro, la quarta dallo stesso Pietro. A Casacorba cinque masserizie: la prima lavorata da Toringo, la seconda da Giovanni, la terza da Andrea, la quarta da Michele, la quinta da Ponzone. Nel paese detto Saleto, vicino al Brenta, due masserizie lavorate da Gisberto e da Martino. A Villa del Conte dodici masserizie la prima lavorata da Adamo, la seconda da Giovanni, la terza da Alberto, la quarta da Ingizone, la quinta da Vuazone, la sesta da Rustico, la settima da Aredo, l’ottava da Andrea, la nona dallo stesso Andrea, la decima da Benedetto, l’undicesima da Bonifacio, la dodicesima da Anto. Una pisnenteria [piccola affittanza] e la quarta parte del bosco chiamato Concoletto e Moletto. Ad Onara sette masserizie: la prima lavorata dal presbitero Geraldo, la seconda da Domenico, la terza da Adamo, la quarta da Fiorentino, la quinta dallo stesso Domenico, la sesta dal presbitero Bonulfo, la settima da Michiele e la decima parte del mercato, e un molino sul Tergola e tre molini sull’Orcone verso la strada di Paolo con terra e tratti. A Lovari [San Martino di Lupari] sedici masserizie: la prima lavorata da Trevigiano, la seconda da Pietro, la terza da Giovanni, la quarta da Ambrogio, la quinta da Domenico, la sesta da Mauro, la settima dallo stesso Giovanni, l’ottava da Ruso, la nona dallo stesso Pietro Fabbro, la decima dallo stesso Pietro dal Pozzo, l’undicesima da Bruno, la dodicesima da Giovanni de Antilia, la tredicesima da Pizeno, la quattordicesima da Bonifacio, la quindicesima da Osberto, la sedicesima da Adamo e parte della fratta del castellaro e un castello con la cappella del beato Leonardo e un campo tenuto da Malsperone e un molino fra Lovari e Fontane. Nel luogo detto Guizza, non molto lontano dal predetto [manca una parola che dovrebbe essere molino] che un tempo era tenuto da Pietro. A Fontane tre masserizie lavorate da Crescione e un molino. A Tombolo una cappella costruita ad onore del patriarca Abramo con tutte le sue dotazioni e cinque masserizie. La prima lavorata da Giovanni, la seconda da Vualmerio, la terza e la quarta da Andrea, la quinta da Marcoardo. A Galliera due masserizie: la prima lavorata da Martino, la seconda era un tempo lavorata da Pagano. A Scandolara [Borghetto] una cappella edificata in onore di San Massimo e undici masserizie: la prima lavorata da Giovanni dal Ponte, la seconda da Paolo, la terza da Odo, la quarta da Alberga Pica, la quinta da Pietro, la sesta dallo stesso Giovanni, la settima da Romano, l’ottava da Alberico, la nona da Oliviero, la decima da Martino, l’undicesima da Arnando. A Bolzania una masserizia lavorata da Lamberto. Nel paese di Fratte una masserizia tenuta da Alberto e parte della fratta fra Scandolara e lo stesso monastero. A Villanova, dove si vede costruito il predetto monastero di S. Eufemia e di S. Pietro, dieci masserizie: la prima lavorata da Vito, la seconda dallo stesso Vito, la terza da Bertaldo, la quarta da Giovanni, la quinta dal presbitero Domenico, la sesta dal monaco Enzo, la settima dallo stesso Giovanni, l’ottava da Grimaldo, la nona da Pietro, la decima dal detto Pietro, e un molino sopra il fiume che è detto palude Cogitana. Ad Isola che si trova tra Villanova e Scandolara tre masserizie: la prima lavorata da Ariprando, la seconda da Olvurado, la terza da Zilio e un molino sul Lavandura e quella parte di bosco che è chiamato strada di Paolo che i menzionati consorti e benefattori concessero e destinarono al predetto monastero e una fratta integra che si trova fra Scandolara e lo stesso monastero e parte della stradina che si trova tra il predetto monastero e Lovari e parte del bosco che è chiamato strada di Paolo. Nel comitato vicentino nella città di Vicenza una masserizia lavorata da Giovanni e assieme a Giovanni i servi e le serve nel numero di quattro i cui nomi sono: Vito, Domenico, Giovanni e Drusiana. Ora, tutte le soprascritte masserizie, con ogni cosa che le riguarda e i servi da noi donati al predetto monastero e che da questo momento abbiamo offerto integralmente con il predetto castello e le cappelle, con case e ogni cosa soprascritta, terre, vegre [incolte], vigne, campi, prati, pascoli, boschi, e “stallarei”, corsi d’acqua, luoghi accidentati, e paludi, molini, peschiere, luoghi di caccia, “erbatico”, “escatico”, “capulo” e “pascolo”, coltivazioni, divisi e indivisi, tanto in montagna quanto in pianura, con relativi termini dei confini, degli accessi, degli usi, delle acque, con ogni diritto e ciò che vi si trova nei luoghi menzionati, nel predetto castello, cappelle, masserizie e ogni altra cosa che vi appartiene integralmente. Offriamo tutta questa quantità [di cose] alla predetta chiesa e monastero di S. Eufemia e S. Pietro affinché facciano fin d’ora, e da questo stesso giorno, parte della stessa chiesa. E se qualcuno vorrà arrogarsi il diritto di obiettare e rivendicare parte [dei beni] della stessa chiesa, noi donatori, donatrici, eredi e nostri pro eredi, disponiamo, promettiamo e ci obblighiamo a difendere da ogni uomo e in ogni tempo tutte le cose sopra descritte che abbiamo donato alla chiesa. E se non potessimo difendere o, se qualcuno sottraesse qualcosa, ordiniamo allora che sia restituito il doppio di quanto abbiamo donato in proporzione di come sarà migliorato, valutato e stimato nel tempo in simili situazioni. E noi che viviamo secondo la legge Salica procediamo alla consegna dei beni e alla legittima investitura della stessa chiesa con un coltello, con una festuca annodata, con una zolla di terra e un ramoscello d’albero. In verità, se in futuro, ma non lo crediamo, se noi che viviamo la legge Salica o qualcuno dei nostri eredi e pro eredi o qualche persona nemica andrà contro questo documento di donazione o tenterà di infrangerlo, vogliamo che sia posto fra quelli che nella vertenza pagheranno una multa di 50 denari d’oro e 100 lire d’argento e sia congedato senza rivendicare altra forma di vendetta. Infine, poiché di quanto é stato stabilito rimanga un documento abbiamo invitato a scrivere ogni cosa il notaio e causidico Lanzone consegnandogli dopo la firma dei testimoni sia la pergamena che il calamaio sollevandoli da terra. [L’atto è stato] redatto felicemente in Braida. Nessuna autorità dovrà mai ingerirsi nell’amministrazione del monastero con tutti i suoi beni o violare questa donazione. Non dovrà essere sottomesso a patriarca, vescovo, re, duca, conte, visconte, ma soggiacerà solamente a Dio e alla santa romana chiesa apostolica del beato Pietro, principe degli apostoli, sotto la cui difesa e custodia poniamo il monastero con tutti i suoi beni. Il predetto monastero verserà un censo annuo alla chiesa romana di sei soldi veneti. E il pontefice che c’è e che ci sarà pro – tempore, difenda e custodisca il monastero da ogni oppressione e invasione di uomini malvagi. Il pontefice non avrà licenza in alcun tempo di sottomettere il monastero ad altra autorità se non a lui stesso, secondo quanto abbiamo stabilito. E se il pontefice oserà contraddire quanto abbiamo deciso e porre il monastero sotto la difesa e protezione di altra autorità, o patriarca, o arcivescovo, o vescovo o cederla a laici, il medesimo con tutti i suoi beni ritorni a noi oblatori e oblatrici e ai nostri eredi e in seguito, noi, lo affideremo con tutti i suoi beni, l’abate assieme ai monaci, a chi crederemo meglio. L’abate non sarà eletto da alcuno se non dai confratelli. Se per caso ci dovesse essere dissenso fra i monaci per l’elezione abbaziale, sia eletto quello votato dalla maggioranza e consacrato dal vescovo della sua diocesi o dal papa. Circa l’elezione dell’avvocato che difende le cause ecclesiastiche, stabiliamo che sia l’abate assieme ai suoi confratelli a nominarlo. Se qualcuno per istigazione diabolica presumesse di alterare o infrangere in ogni caso qualcuna delle dette disposizioni, fosse pure arcivescovo, abate, preposto, marchese, duca, conte, visconte o visdomino, o qualunque altra persona, di grande o piccolo grado, cadano sopra di lui tutte le maledizioni che sono scritte nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e sia anatema, maranatha e abbia parte con Giuda traditore e Simon mago e perisca come perirono Datam e Abiron e tutti gli avversari di Cristo. Impronta delle mani dei soprascritti Ermiza ed Ezilone, Tisone e Gerardo fratelli e India, madre e figli, donatori e benefattori che furono presenti alla stesura dell’atto di donazione e dello stesso Mundoaldo, di Tiso e Gerardo, suo fratello minorenne e della madre India, con il suo consenso. Impronta delle mani di Guberto, Erzone ed Arduino testimoni professanti la legge Salica. Impronta delle mani di Stefano, Martino e Bertoldo testimoni professanti la legge Romana. Impronta delle mani di Vuarnerio, Xizone e Ambrogio testimoni professanti la legge longobarda. Piacque e si convenne stabilire fra i predetti donatori e benefattori che se qualcuno di loro fosse emigrato da questo mondo [defunto] non avesse il permesso di essere sepolto se non nel cimitero dello stesso monastero. Io, Lanzo, causidico e notaio compilatore di questo documento di donazione, dopo la consegna, completai e diedi. Seguono le attestazioni dei notai che hanno ricopiato il rogito dall’autentico e sono: Giacomo Bono, figlio del defunto esimio dottore in legge signor Antonio Bono, cittadino padovano, ma residente a Venezia, notaio pubblico per autorità imperiale. Francesco Malipede del fu Stefano, cittadino bresciano residente a Venezia, notaio pubblico imperiale. Giovanni Battista del fu Stefano de Biretis da Rotondisco, pure lui residente a Venezia e notaio imperiale.