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La pala d’altare di Jacopo Apollonio a S. Nazario (VI)

La pala dell'altare maggiore della chiesa parrocchiale di S. Nazario (VI) attribuita a Jacopo Apollonio.

La pala dell’altare maggiore della chiesa parrocchiale di S. Nazario (VI) attribuita a Jacopo Apollonio.

Fra le preziose opere attribuite a Jacopo Apollonio (1584 c.-1654), nipote e imitatore di Jacopo da Ponte, vi è la pala dell’altare maggiore della chiesa parrocchiale di S. Nazario nella Valle del Brenta. La tela raffigura nella parte superiore la Trinità e in quella inferiore un affollato gruppo di santi distinti in due settori. A sinistra si trovano i santi protettori della chiesa, Nazario e Celso (bambino), in vesti rosate e al centro il diacono padovano S. Daniele o forse S. Valentino. Sono tutti e tre martiri del tempo di Diocleziano e la condizione del martirio è evidenziata dalla presenza delle fronde di palma che trattengono nelle mani. In alto, a sinistra del terzetto, il pittore ha tratteggiato il profilo di una figura barbuta defilata da identificare con il committente o curatore dell’opera, quasi certamente uno degli ultimi curati di S. Nazario, che divenne parrocchia nel 1612 staccandosi da Solagna.

Particolare dei santi Rocco, Nicola e Innocenzo.

Particolare dei santi Rocco, Nicola e Innocenzo.

Di fronte a questo gruppo si trova la seconda triade di santi da identificare con S. Rocco, dal mantello rosaceo, e due figure di vegliardi seduti con le vesti e le insegne episcopali e papali. Il vescovo è S. Nicola, riconoscibile per la presenza delle tre sfere dorate sopra il volume chiuso che simboleggiano i tre sacchetti di monete con cui costituì la dote di altrettante fanciulle povere. Il papa con il triregno sul capo è forse da identificare con S. Innocenzo, pontefice dal 404 al 417, che si oppose all’eresia di Pelagio. Nel complesso l’opera sembra racchiudere un messaggio di sintesi e continuità teologica fra i santi protettori locali e l’ortodossia del cattolicesimo mutuata dagli insegnamenti del Concilio di Trento, con sviluppi simbolici notevoli legati al numero tre che ricorre altrettante volte (la Trinità e due gruppi di tre santi). Gli storici bassanesi del passato (G. B. Verci, O. Brentari) e qualche critico d’arte di epoca contemporanea (W. Arslan) ritengono che lo stile della pala derivi da due pennelli di epoche diverse. Il gruppo superiore della trinità sembrerebbe più recente perché meno curato e vivace nei colori delle figure presenti nella parte inferiore della pala; la critica più recente ritiene, invece, che questa sia un’ipotesi poco probabile. L’opera nel suo complesso contiene, infatti, tutti gli elementi cari all’Apollonio: colori intensi e squillanti, l’essenzialità del paesaggio, panneggi sofisticati, l’uso del colore rosa violaceo, vivaci tonalità cromatiche rosse e verdi.

Particolare del Cristo Crocifisso con la colomba dello Spirito Santo. E' un tema ricorrente nell'iconografia dell'Apollonio.

Particolare del Cristo Crocifisso con la colomba dello Spirito Santo. E’ un tema ricorrente nell’iconografia dell’Apollonio.

A questi aspetti si deve inoltre aggiungere il modulo ricorrente nell’Apollonio della rappresentazione trinitaria sovrastante le altre figure e molto vicina ad altre opere dell’autore come quelle presenti nel duomo di Cittadella e nel Bassanese nelle quali prevalgono figure comuni e dai grandi occhi tratte dal mondo contadino e assai realistiche, ben lontane e diverse da quelle impresse di lirismo e levità di Jacopo da Ponte (M. De Paoli Pivato). Colori vivaci e attenzione alla ritrattistica che Apollonio imparò alla bottega dello zio Leandro da Ponte negli anni giovanili della sua formazione artistica e che permettono di ipotizzare l’esecuzione pala proprio nella prima decade del Seicento (D. Samadelli). L’opera fu commissionata dagli abitanti di S. Nazario quando orami erano prossimi al grande passo dell’autonomia parrocchiale per sottolineare l’importanza dell’ambito traguardo. Scelsero l’Apollonio volendo soddisfare il desiderio di possedere un’opera della scuola dapontiana che agli esordi del XVII secolo era già molto rinomata e ricercata. Ringrazio Eugenio Campana per avermi fatto conoscere quest’opera del suo paese.
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