Storia Dentro la Memoria


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Alle origini degli Ezzelini: un immenso patrimonio di beni e di poteri

di Paolo Miotto

Uno dei primi atti dei capostipiti degli Ezzelini riguarda la donazione che questi compiono il 29 aprile 1085, assieme ai parenti da Camposampiero, all’abbazia dedicata ai Santi Pietro ed Eufemia nel padovano. Il lungo elenco di beni e di vassalli disseminati nel Veneto orientale impressiona soprattutto perché donano solamente una quota parte di quello che doveva essere un immenso accumulo di ricchezze e poteri bannali dislocati nei comitati di Feltre, Vicenza e Treviso.

Questo patrimonio era formato da beni allodiali, cioè in piena proprietà personale, ma soprattutto da beni, diritti e privilegi ottenuti a titolo di feudo (banno) da vescovi e da imperatori. E tuttavia, come ha rilevato la Collodo, non si può non chiedersi come i da Romano abbiano potuto disporre fin da principio di poteri che non erano stati conferiti loro da alcuno e che superavano ampiamente i confini delle loro proprietà private.

Probabile stemma Ezzelini

Probabile stemma degli Ezzelini

Tutto ciò può essere spiegato con i legami personali che fondavano un’unitaria organizzazione territoriale. Questi vincoli si esprimono in diverse tipologie. In genere iniziano con le alleanze matrimoniali che, nel nostro caso, vedono i da Romano legarsi fin dall’XI secolo con la più potente famiglia della Marca Trevigiana, i da Collalto, seguiti a ruota dai da Camposampiero e nel XII e XIII secolo dagli Estensi, Torelli, da Baone, da Abano, Delesmanini, da Castelnuovo, da Prata, Guidotti, etc.

Parallelamente si affermano relazioni di amicizia molto strette. Questo tipo di legame non parentale, ma di tipo politico, comportava un mutuo accordo di difesa e sostegno.

Il punto di forza di Ecelo e dei suoi discendenti, dipende non solo, o non tanto, dai legami con individui di pari grado, ma soprattutto da quelli rivolti verso il basso. Si stabiliscono così dei vincoli stretti fra il signore e i suoi sottoposti. Questo tipo di dipendenza si fonda sulla cessione di un bene a titolo di feudo a vassalli minori, che comporta l’instaurarsi di un rapporto di vassallaggio e di fedeltà perenne.

Ancor più diffuso è il sistema dei contratti con feudo condizionale, generalmente riservato agli individui di ceto modesto. In questo caso, in cambio della cessione di un bene di valore limitato, l’investito ricambiava il signore con servizio prestabilito che poteva consistere in turni di guardia, forniture di animali o alimenti.

Infine, si deve evidenziare la presenza di un legame particolare: quello del signore con gli uomini di masnada. In origine, erano di condizione servile, uomini fidatissimi e per questo “potevano anche svolgere incarichi di grande importanza”.

Erano obbligati a una fedeltà incondizionata al signore, erano le sue guardie del corpo e, in caso di guerra, costituivano le truppe scelte. Ebbero un peso decisivo nel controllo del comitato di Bassano e il loro rapporto clientelare costituiva un legame personale tanto forte da accomunarli con il destino del signore.

Rilevante, a questo proposito, é il caso di Alberico, fratello di Ezzelino III, quando questi, trovandosi assediato nel 1260 nel suo castello di S. Zenone dalle truppe crociate, decise di liberare dal vincolo di fedeltà gli uomini di masnada e solamente in quel momento li autorizza a consegnarlo con la sua famiglia all’esercito assediante.

presunto stemma Ezzelini in realtà di Luigi il Grande re d'Ungheria

Presunto stemma degli Ezzelini secondo lo storico Verci, in realtà arma con cimiero di Luigi il Grande, re d’Ungheria

Più rappresentativo ancora il caso di Ezzelino III, il quale moriva nel settembre 1259 senza liberare dal vincolo di fedeltà i suoi uomini di masnada e per questo dovette intervenire la sorella Cunizza, rifugiata a Firenze dove conobbe Dante, affrancandoli con un documento rogato in quella città il primo aprile 1265.

Giunti a questo punto sorge la domanda: perché un signore come Ezelo, e come lui tanti altri signorotti dell’epoca, decide di fondare o proteggere un monastero?

Rispondere a questo interrogativo diviene fondamentale per comprendere alcuni nessi fra l’aristocrazia e il territorio che questa controlla. Ci sono ragioni di tipo religioso, come abbiamo visto, ma accanto a queste ci sono motivazioni di ordine più materiale, come il prestigio sociale che ne viene al donatore e alla sua famiglia. Spesso, la fondazione o un’imponente donazione a un monastero, segnano il raggiungimento di un’ascesa sociale e patrimoniale che in questo modo è proclamato in maniera ufficiale.

Il cenobio diviene allora “un centro di attività economiche e politiche che consente il controllo della società rurale gravitante attorno ad esso”, un tassello importante per favorire i progetti di espansione di una famiglia. Così Gisla, moglie di Ezelo del fu Arpo, nel 1074 ratifica una donazione, seppur di proporzioni limitate, effettuata dal marito al monastero di S. Felice e Fortunato di Vicenza. Ancor prima, nel 1064, India, moglie di Tiso da Camposampiero, aveva compiuto una donazione al monastero di S. Michele nella campagna veronese. Infine, con la fondazione congiunta (Ezzelini e Camposampiero) del monastero di Villanova del 1085, s’inaugura una nuova stagione che proseguirà con l’istituzione, nel 1124, del cenobio di Campese.

 


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Gli Ezzelini: tra figli naturali e arimannie

di Paolo Miotto

La consultazione di alcune pergamene dell’archivio Labia, conservate presso l’archivio di stato di Venezia e che si riferiscono al primo trentennio del Duecento, ha svelato due curiose vicende ezzeliniane. Durante il mandato dell’abate Bernardo – in carica nel monastero di Santa Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani) dal 1223 al 1229 – si sottoscrivono alcuni rogiti che riguardano Onara, storica sede Ezzelini, e il pedemonte del Grappa. Fra questi, uno interessa un probabile figlio naturale di Ezzelino il Balbo e altri quattro la pratica dell’arimannia in riferimento al monastero.

Nel primo documento risalente al 1224, Ugolino del fu Widone da Villa Balda – località situata fra Sant’Anna Morosina e Abbazia Pisani – riconsegna all’abate un feudo composto da tre appezzamenti di terreno situati ad Onara. Nello stesso giorno l’amministratore del monastero di Villanova concede l’investitura livellaria del fondo tripartito a Oddo del fu “Johannis abquercu” (Giovanni dalla quercia).

Fra gli obblighi previsti per il nuovo assegnatario, vi è il dovere di difendere e dichiarare guerra contro eventuali usurpatori del fondo “ab omni homini warentare et defendere”, ma anche di tenere in ordine l’accesso al fondo, le strade e conservare sgombri i corsi d’acqua che delimitavano a nord e a sud i terreni ricevuti.

Fin qui nulla di strano, se non fosse che fra i confinanti del primo dei tre fondi assegnati, si trova un vasto manso “unius mansi” appartenuto un tempo al defunto signore “E.”, che in quell’anno (1224) era di proprietà del figlio Arnaldo.

1830

Lo spalto ezzeliniano di Onara demolito nel 1831. Al centro è ancora visibile l’area cimiteriale che si trovava a sud dell’oratorio di Santa Margherita.

In tutte le pergamene del fondo Labia riguardanti l’abbazia di Villanova questo è l’unico caso nel quale compare quest’abbreviazione puntata. Il fondato sospetto è che si riferisca al defunto Ezzelino il Balbo (+ 1189 circa).

E questo per almeno tre motivi. Primo: la lettera E è preceduta dal titolo distintivo di dominus, titolo distintivo che solo pochi potevano permettersi all’epoca. Secondo: la fattoria circondata da terreni posseduta un tempo dal signor E si trovava a Onara, storica roccaforte degli Ezzelini. Terzo: l’acronimo E riferito a Ezzelino III, il Tiranno, ricorre in un altro importante documento del 1289 che sancisce il compromesso fra il comune di Treviso e Tommaso Caponegro da Padova per la spartizione dei beni lasciati dal signore al nipote Ansedisio Guidotti. Questa singolare formula abbreviata sembra architettata dai suoi nemici nel tentativo di rimuoverne la memoria: un “innominato” ante litteram che, malgrado tutto, oggi è in grado di riemergere dall’oblio in cui lo avevano relegato attraverso la sola iniziale del suo nome.

Del figlio Arnaldo la storiografia non fa alcuna menzione, ma è certo che di figli spuri ne dovevano essere nati diversi nel casato degli Ezzelini e non solo in questo ovviamente. I loro padri spesso non ne erano nemmeno a conoscenza, come ricorda l’episodio di Pietro, figlio naturale di Ezzelino il Tiranno e di Gisla, che fu imprigionato nel 1246 ad Angarano dopo aver congiurato nello stesso anno contro il padre.

La seconda serie di atti rogati negli stessi anni del primo Duecento riguarda l’arimannia. Tecnicamente l’arimanno, in ambito tedesco e soprattutto longobardo, designava l’uomo armato libero. Nelle vicinanze dell’abbazia di Sant’Eufemia, in località Restello, gli Ezzelini avevano fatto erigere una roccaforte circondata da una pesante palizzata che nel ‘300 sarà qualificata come la Bastia.

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Resti della palizzata delle Bastia di Abbazia Pisani rinvenuti in seguito a scavi in località Restello.

Qui si trovava un corpo di guardia, forse una masnada, che sorvegliava il monastero e che distava circa un chilometro dalla più antica base ezzeliniana situata nella palude di Onara.

La presenza documentata di questi soldati è contenuta in una una pergamena che riporta tre atti consecutivi riguardanti gli anni 1227, 1228 e 1229. Si tratta di tre ricevute di pagamento che attestano la difesa armata dell’abbazia da parte di alcuni decani di Alberico, fratello di Ezzelino III.

Il pagamento è eseguito da Ambrosino, rappresentante dell’abate Bernardo, che consegna 12 monete veronesi e due staia di frumento a Bassano, nell’abitazione di Giovanni del fu Ascarano, sotto il portico del sarto Baldo e in casa del notaio Gillardo. I compensi sono elargiti a Giovanni del fu Ascarano, Steneto Boccanegra, Goffredo Bullo e Guglielmo Negrelli, tutti comandanti di masnada nel libro paga di Alberico da Romano.

Queste figure rimarranno in carica fino al 1260, quando l’ultimo degli Ezzelini è vittima della crociata pontificia scatenata contro Alberico da Romano. Sul colle sopracastello di S. Zenone (degli Ezzelini) si consuma la vendetta sanguinaria contro una dinastia destinata a rimanere per sempre nel ricordo della storia.


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Ezzelino I, il padre sagax et astutus delle politiche matrimoniali

di Paolo Miotto

Di Ezzelino primo si deve innanzitutto dire che era un uomo ricchissimo, saggio e discreto, generoso, modesto, pacifico e guerriero, severo ma anche mite e moderato; e queste ultime qualità, anche se appaiono in contrasto, possono però e devono trovar luogo nei potenti, cosicché siano indulgenti, miti e benigni con i supplici, e moderatamente severi e duri quei colpevoli e quei malvagi, come sta scritto: ‘Davvero egli usa, sebbene paiano cose in contrasto, indulgenza con i supplici, severità con i rei.’

ritratto

Ezzelino III, il Tiranno.

Queste righe vergate verso il 1237 rappresentano la testimonianza biografica più antica su Ezzelino I. L’autore, chiaramente di parte, riprende un canone agiografico più che biografico, assecondando una consuetudine ampiamente diffusa nel medioevo. Nell’elenco delle virtù che Maurisio attribuisce al signore, sfuggono volutamente quelle dell’uomo astuto e sagace che, invece, emergono in alcune circostanze descritte dallo stesso autore e soprattutto dal cronista Rolandino. Fra queste meritano attenzione l’interesse del Balbo per la continuità dinastica, legata all’accaparramento delle sostanze delle famiglie influenti dell’epoca e lo scontro con i parenti da Camposampiero.

Il primo curioso episodio riguarda il matrimonio procacciato dal Balbo al figlio Ezzelino II dopo il 1168. La storia è narrata dal solo Rolandino, che vuole raccontare i tentativi del Balbo di ritagliarsi un posto di riguardo nell’ambiente cittadino di Padova con la politica matrimoniale: “per talem nurum magnum habere dominium in partibus paduanis”. Una tecnica che, di fatto, non portò a risultati soddisfacenti né per Ezzelino II, né per il probabile figliastro Giovanni Schiavo (Johanne Sclavo Icilini de Onaria). La sagacia del Balbo rivela l’astuzia dell’uomo navigato quando è informato dal genero Gerardo Camposampiero che Cecilia, figlia di Manfredo d’Abano, gli era sta promessa in sposa dal tutore Spinabello da Sandrigo. Avuta la notizia, Ezzelino manovra perché Spinabello, corrotto col denaro, interrompa ogni rapporto con Tisolino e il figlio Gerardo, assegnando la pupilla a Ezzelino II il Monaco.

È la terza moglie del Monaco, che in precedenza era rimasto vedovo di una fanciulla di casa d’Este e aveva divorziato dalla padovana Speronella Delesmanini. Non potendo opporsi al matrimonio combinato, alla prima occasione Gerardo si vendica muovendo violenza a Cecilia mentre questa cavalca sotto scorta armata a Sant’Andrea (Oltre il Muson). La reazione dei da Onara e da Romano non si fa attendere, col ripudio della donna e l’inizio di una faida duratura con i Camposampiero. Ovviamente la vicenda funge da pretesto per una rottura che era già nell’aria e che aveva ragion d’essere nelle mire espansionistiche degli Ezzelini nel Padovano. Per la cronaca, Cecilia passò a nuove nozze con Delesmanino Deslemanini, al quale portò in dote tutti i beni del padre disseminati nella zona euganea. È proprio il caso di dire che fra i due litiganti il terzo gode!

storia eccelini

G. B. Verci, Storia degli Ecelini, Venezia 1779.

 

Manovra analoga il Balbo cercò di attuarla col figliastro Giovanni, che prima del 1183 sposa Beatrice da Baone e in quell’anno ottiene un’importante quota della sostanza del suocero defunto Albertino da Baone. Ancora una volta gli Ezzelini si trovano di fronte un Camposampiero, Tisolino, eletto arbitro sulla sostanza di Albertino che lascia al mondo un discreto numero di figlie e nessun maschio. È la morte prematura di Giovanni a impedire alla dinastia paterna di mantenere il possesso di quattro palazzi in Padova e una serie di possedimenti dislocati in alcuni villaggi della cintura urbana. Nel 1208, infatti, Beatrice appare come unica detentrice dei beni avuti dal padre, che quindi non erano passati nelle mani dei parenti acquisti.

Non meno importante fu il matrimonio con i Camposampiero procacciato dal Balbo grazie al matrimonio della figlia Cunizza col conte Tisolino. In questo caso non è in gioco una questione economica, ma il legame storico fra due lignaggi alleati e più spesso rivali, che vantavano una lunga linea di consanguineità già esplicitata in un documento del 29 aprile 1085 col quale i loro antenati eseguivano una munifica donazione alla neonata abbazia di S. Pietro e Sant’Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani). Una volta defunto Tiso, Cunizza non si risposa, nonostante il parere contrario di alcuni storici del Settecento che la ritengono moglie anche di Gueccelo da Prata. Ormai anziana, il 3 novembre 1191, detta testamento in Angarano, nella casa di Giovanni Bono, dichiarando la propria vedovanza “domina Cuniza uxor quondam domini Tisolini de Campo Sancti Petri”.