Storia Dentro la Memoria


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I giorni della liberazione a Campretto nella testimonianza dell’ardito Angelo Tonietto (29 Aprile 1945), 2^ parte

Senza nome-scandito-29 Monastiero

Strada per Campretto negli anni ’50.

 

La testimonianza di Tonietto sui giorni della liberazione a Campretto merita di essere conosciuta integralmente[1], pur essendo noti da tempo i contorni della vicenda[2]. Ecco il racconto:

Il 24 e il 25 aprile furono giorni di terrore e di speranza per tutti. Le truppe tedesche in ritirata venivano affrontate dai partigiani, per cui, con tutti i mezzi, cercavano di farsi strada per raggiungere il confine. Gli animi erano elettrizzati, pieni di odio, ansiosi di por fine ad un conflitto che è durato troppo a lungo. Io abitavo con la famiglia a Campretto di S. Martino di Lupari. Dai tedeschi venivo tenuto d’occhio come un partigiano; dai partigiani venivo considerato come un loro nemico. L’unico torto che veramente avevo, era quello d’aver sempre amato la mia Patria e l’unica bandiera: il tricolore. Purtroppo, quei giorni, furono i più terribili della mia vita. Avevo sei figli; la più vecchia di vent’anni, il più piccolo di tre. Le truppe in ritirata, un giorno, minacciarono di bruciare tutta la borgata. I partigiani elettrizzati dalla Vittoria, sbarravano le strade con tronchi d’albero e affrontavano i reparti tedeschi con armi inadeguate. Ho veduto il giovane Giuseppe Salvador, da solo, fermare una colonna di soldati della S.S. e poi, con l’aggiunta di qualche altro collega, disarmarne 120. Più tardi, in un secondo analogo tentativo d’arrestare un’altra colonna, è stato ucciso. In tale occasione sono uscito di casa per dare qualche consiglio a questi giovani inesperti di guerra, ma purtroppo, al posto di venire ascoltato, uno di essi, ubriaco, mi puntò il mitra sulla schiena gridandomi: A casa! Criminale di guerra! Più tardi, un’altra colonna di soldati tedeschi della S.S. hanno ucciso 24 giovani lungo la strada fra Campretto e il Maglio; l’ultimo a poche centinaia di metri da casa mia. Raggiunta la mia casa, mi presero assieme a mio figlio Carlo, ostaggio, fucile con baionetta alle reni, mani in alto mi gridavano: Avanti! Bandito – Caput! Così partimmo davanti ad una colonna armatissima di carri armati, pugni corazzati, baionette innestate sui fucili e grida di minacce di morte. Fortuna volle che sbucassero dalle nubi alcuni aerei inglesi o americani e per fare meno bersaglio e non farsi scoprire ci fecero rinchiudere nel fabbricato delle scuole elementari. Qui cominciarono a farci delle minute perquisizioni nel corpo e nelle tasche. Io, sapendo che fra noi vi erano dei partigiani armati di rivoltella, cercai con altri invalidi di guerra di sostenere [rallentare, ndr] le perquisizioni per permettere agli armati di gettare le armi nel buco dei gabinetti. Il numero dei rinchiusi alle scuole aveva raggiunto una settantina di persone. Intanto la colonna tedesca puntava su Monastiero e l’unica porta delle scuole era sorvegliata da quattro tedeschi armati anche di tubi di gelatina esplosiva pronti per farle saltare. Furono attimi di angoscia per tutti. Le nostre donne, le quali avevano avuto sentore dell’uccisione dei 24 civili e partigiani lungo la strada Campretto-Maglio, vennero in cerca di noi, credendoci oramai fucilati[3]. Affacciato ad una finestra delle scuole vidi nel rettilineo della strada Campretto-Monastiero piazzare due mitragliatrici pesanti verso di noi. Nello stesso tempo, il sig. Salvador Silvio, mi grida: Angelo, sua moglie e Anna vengono in testa a tante donne in cerca di noi. Viste le mitragliatrici pesanti piazzate sulla strada contro le donne, pensando che mia moglie e mia figlia Anna correvano il pericolo di essere uccise, sbalzai con un salto fuori dalle scuole sfiorando le baionette dei quattro tedeschi e con le mani in alto gridando: Buoni camerati, calmare le donne. Mi precipitai velocissimo davanti alla colonna delle donne, e sempre con le mani in alto gridavo: Indietro! Indietro! Non vedete le mitragliatrici? [E loro gridavano, ndr]: i nostri uomini vogliamo, dove sono?!. Siamo tutti salvi! Siamo tutti salvi! rispondevo. Intanto i quattro tedeschi alla porta delle scuole si sedettero per mangiare un po’ di pane osservando me, come riuscissi a far indietreggiare le donne. [Nel frattempo, ndr] i colleghi rinchiusi sfondarono la finestra del corridoio dalla parte opposta della porta d’entrata e riuscirono a scappare attraverso la campagna. I tedeschi, vista la strada sgombra di persone continuarono la loro ritirata ma purtroppo in località Campagnalta, nel confine Castello di Godego-Loria esaurirono la loro rabbia uccidendo ancora altri 72 ostaggi. Seppi più tardi, dalla proprietaria dell’osteria di Campretto, che due tedeschi avevano chiesto a lei se aveva dei congiunti nelle scuole perché stavano in procinto di farle saltare con la dinamite. La signora si prestò per far capire loro che noi non avevamo nulla a che fare con i partigiani. Concludendo, sarebbe bastata una fucilata sparata verso di loro a scatenare la vendetta delle S.S. e sarebbe stata anche la nostra fine[4].

[1] Della presenza del Tonietto nel gruppo degli ostaggi rinchiusi nelle scuole di Campretto e del suo intervento a favore degli stessi dà conto anche la testimonianza di Battista Bergamin, rilasciata all’inizio degli anni Ottanta del Novecento (Quintavalle, Volpi (1983), p. 171, intervista raccolta da Cristian Bergamin).

[2] Si veda la nota precedente.

[3] L’episodio ricordato riguarda la località Maglio di Borghetto dove, verso le 13.00 del pomeriggio, truppe d’assalto tedesche avevano messo a ferro e fuoco palazzo Colle nel quale si erano rifugiate diverse persone e si trovava parte dell’armamento del Battaglione Pegorin e alcune case della zona. Alla fine furono uccise 24 persone ricordate da una lapide: Odino Alfredo Antonello, Rino Baron, Pompilio Giuseppe Bosa, Emilia Bura da Cremona, Vittorio Busatto, Lidio Carlon, Quirino Di Vincenzi di Milano, Luigi Fasan, Sebastiano Fasan, Antonio Favarin, Riccardo Giovanni Figaro, Umberto Fior, Gilberto Frasson, Catterina Miotti, Giuseppe Pinton, Esterina Ruffato, Angelo Salvador, Ferdinando Simonetto, Angelo Giuseppe Stocco, Italia Angela Stocco, Sante Valentino Stocco, Virginio Stocco, Giovannino Zanella, un soldato di Firenze sconosciuto di ritorno dalla Germania.

[4] G. Corletto (1965), p. 218, ricorda l’episodio in questi termini: Altri soldati circondano a Campretto la casa di Virginio Stocco, adibita a magazzino dei patrioti, e trucidano il vecchio padrone di casa e i figli Giuseppe, Valentino e Italia; feriscono al braccio la moglie. Portata della paglia, danno fuoco alla casa. Bruciano sul rogo i corpi di Italia Stocco e di una ausiliaria tedesca, catturata qualche giorno prima dai patrioti. Le case sono setacciate e sono rastrellati numerosi civili, che vengono perquisiti. Freddano con un colpo di pistola il patriota Angelo Salvador, trovato con una bomba a mano in tasca. Gli altri ostaggi sono schierati nel cortile dell’edificio scolastico di Campretto. Tutti credono che sia giunta l’ora estrema. È cessata da poco la pioggia e nel cielo rischiarato appaiono caccia alleati. I tedeschi presi dal panico, desistono dal loro folle proposito e si dirigono verso S. Martino di Lupari.


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I giorni della liberazione a Campretto nella testimonianza dell’ardito Angelo Tonietto (29 Aprile 1945), 1^ parte

di Paolo Miotto

Il territorio di S. Martino di Lupari nei giorni dell’insurrezione contro il nazifascismo fu teatro di importanti scontri fra la resistenza e l’esercito tedesco in ritirata. In paese erano presenti due formazioni partigiane di diverso orientamento politico. La formazione Tullio Pegorin, nata per prima fin dall’inverno del 1944, aveva la sede principale nell’abitazione di Giuseppe Fasan e del medico primario Colle presso l’antico Maglio a Campretto. Per un certo periodo si definì gruppo misto indipendente. In realtà era controllata da elementi comunisti come Arduino Ceccato, Gino Bos detto Smith e soprattutto Hovrin Wassili, il “Capitato russo”. Solo negli ultimi mesi antecedenti la liberazione aderì alla Brigata Cesare Battisti di Castelfranco Veneto.

tonietto a 20 anni

Il bersagliere di S. Martino di Lupari Angelo Tonietto a vent’anni in divisa militare.

Di orientamento democristiano-popolare era invece il cosiddetto gruppo cattolico di Campagnalta o Giovane Italia, ribattezzato in seguito Fior Fioravante, e inquadrato nella Brigata Damiano Chiesa I, che poteva contare sull’appoggio del clero e ciclostilare in canonica sia i volantini, sia un giornalino clandestino[1].

Entrambe avevano lavorato per sabotare le infrastrutture utili al nemico e rendere la vita difficile ai fascisti fino alla primavera del 1945. Dal 3 aprile S. Martino fu militarizzato da truppe tedesche, ripiegate da Bologna, con l’intento di stanare la resistenza e preparare una nuova linea di blocco contro l’avanzata anglo-americana nel cittadellese. Il giorno 7 giunge in paese la famigerata Divisione Falck, che si renderà tristemente nota per l’efferata strage di civili del 29 aprile. Ripartirà l’11 e il 12 aprile verso le Valli di Comacchio, dopo aver depredato il paese di tutti i mezzi di trasporto.

Il 25 aprile, giorno nel quale si proclama l’insurrezione generale contro il nazifascismo, a S. Martino la guerra continua. Mentre nella serata i gendarmi fascisti “repubblichini” si danno alla fuga e sono intercettati a Cittadella, i presidi tedeschi presenti nelle scuole elementari e nel palazzo di Ida Conte vedova Franceschi in Via Roma resistono per l’arrivo di rinforzi delle S.S. Il tanto atteso assalto partigiano alle guarnigioni tedesche, previsto per il 25 con tanto di signorine convocate appositamente[2], non avviene mai. Il 27 i soldati tedeschi, caricando su sei o sette macchine molto materiale, se ne andarono dal paese verso le 13.30, lasciando sul posto un capitano e un soldato. Il giorno successivo – recitano le cronache locali – il paese è completamente in mano ai partigiani locali che lo presidiano. È l’unico paese del circondario in mano dei patriotti; a Cittadella i patriotti si sono asserragliati dentro il castello e a Castelfranco nulla hanno potuto fare. L’isolamento desta un po’ di preoccupazione[3]. Sparatorie, regolamenti di conti, ruberie si susseguono tutto il giorno e il 29 aprile giunge l’epilogo.

23. 2 maggio 1945 picchetto partigiano ai funerali dei trucidati il 29 aprile, per i nomi vedi altra foto

Picchetto d’onore 2 maggio 1945 di fronte duomo di S. Martino di Lupari.

 

La Divisione Falck, supportata dalle S.S., guida la ritirata dei nazisti. Si uniscono i fascisti troppo compromessi. Provenendo da Padova attraverso la Statale Valsugana, di primo mattino giungono all’altezza di S. Giorgio in Bosco e deviano per Sant’Anna Morosina per evitare Cittadella liberata. Prelevano ostaggi come scudi umani contro gli agguati dei partigiani, fanno loro rimuovere gli ostacoli frapposti dalla resistenza nei giorni successivi e seminano il terrore e la morte nei paesi che incontrano: Villa del Conte, Abbazia Pisani, Borghetto, Campretto, Lovari, S. Martino, Campagnalta e infine Castello di Godego, dove, in località Cacciatora, passano per le armi la settantina di ostaggi rimasti in vita fino a quel momento[4]. Alla fine si contarono almeno 133 vittime civili. Molti si salvarono in modo rocambolesco e fra questi anche Angelo e il figlio Carlo.

[1] Le cronache parrocchiali, con evidente spirito di partigianeria, affermano che i primi nuclei partigiani di matrice comunista e socialista sorsero non tanto per questioni patriottiche, quanto piuttosto per motivi personali di contrarietà con gli elementi aderenti al fascio luparense. I partigiani provenienti dalle file dell’Azione Cattolica invece sono definiti elementi buoni [… ] i quali cercarono di permeare di buon senso il primo gruppo (di sinistra) e abbracciarono la causa patriottica con retta intenzione e come un dovere da compiere disinteressatamente. Su questa lettura semplicistica e interessata vi sono molte riserve. In entrambi gli schieramenti vi furono persone in gamba e ladri, aderenti alla causa e approfittatori. Entrambe le formazioni, dopo la liberazione, si attribuirono azioni e meriti esagerati e strumentali, dichiarando un numero eccessivo di partigiani e patrioti per fini politici e pensionistici. A S. Martino il ritorno alle istituzioni democratiche e il controllo politico furono esercitati dal clero locale che proponendo come primo cittadino Gino Antonello, già ultimo sindaco prima del fascismo, bloccarono ogni iniziativa dei partiti di sinistra.

[2] Le signorine invitate ad assistere alla presa dei presidi tedeschi dai partigiani della Tullio Pegorin il 25 aprile erano una Petrin, Carmen Canale e Maria Brotto, detta Bulai.

[3] Cronistoria di guerra di don Mario Stocco.

[4] Per queste vicende in territorio luparense rinvio a C. Miotto, P. Miotto, Il territorio di Villa del Conte nella storia. L’abazia di S. Pietro e S. Eufemia, S. Massimo di Borghetto e la contea del Restello, Noventa Padovana 1994, pp. 353-366; C. Miotto, P. Miotto, San Giorgio in Bosco. Società e istituzioni civili in un paese dell’Alta Padovana dall’Unità d’Italia al XX secolo, Limena 1997, pp. 133-147; C. Miotto, P. Miotto, Campretto. Storia di un territorio e della sua antica comunità, S. Martino di Lupari 1997, pp. 189-211; C. Miotto, P. Miotto, Borghetto. Storia di un antico borgo e dell’oratorio di San Massimo, Arcugnano 1999, pp. 318-331; P. Miotto, Abbazia Pisani. Storia di un monastero millenario e della sua gente, Abbazia Pisani 2006, pp. 364-394; P. Miotto, Dai nobili Morosini ai nostri giorni. Sant’Anna Morosina, Cittadella 2009, pp. 192-198. Per una panoramica più in generale degli eventi che portarono alla liberazione dell’Alta Padovana si vedano: G. Corletto, Masaccio e la Resistenza tra il Brenta e il Piave, Cittadella 1965; G. E. Fantelli, La resistenza dei cattolici nel Padovano, Padova 1965; E. Rocco, 1943-1945, Missione “M.R.S”, Cittadella 1998; Quintavalle, Volpi, (cit, 1983); AA.VV., Storia e cultura, numero monografico per il 50° anniversario della resistenza, Abbazia Pisani 1994; B. Gramola, A. Maistrello, La divisione partigiana Vicenza e il suo Battaglione guastatori, Vicenza 1995; G. Conz, Resistenza e liberazione. Cittadella e dintorni 1945-1995, Padova 1995; E. Ceccato, Resistenza e normalizzazione nell’Alta Padovana, Litocenter 1999; Ibidem, Il sangue e la memoria, Cierre Edizioni 2005; E. Ramazzina, Il processo ad Ada Giannini per l’eccidio nazista di S. Giustina in Colle, Ed. Bertato 2003; G. Beghin, Il campanile brucia. I giorni della paura e della speranza, Loreggia 2005; G. Citton, Le tre Brigate partigiane Damiano Chiesa, Abbazia Pisani 2006; B. Gramola, Sandro e i patrioti della Castellana, Castelfranco Veneto 2008.