Storia Dentro la Memoria


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Usanze e alimentazione a Borghetto (PD) a cavallo fra ‘800 e ‘900

Le abitudini e le usanze del mondo rurale tendono ad essere ripetitive per molto tempo, a volte per secoli. E’ così che la società contadina arriva pressoché immutata nelle sue valenze sociali e culturali fino al secondo dopoguerra, quando l’introduzione dell’agricoltura meccanizzata e soprattutto il progressivo distacco dalla terra, vista non più come l’unica fonte di sostentamento, determinano importanti cambiamenti sociali e culturali.

Fra le attività economiche più antiche che si sono conservate fino ai primi anni Settanta del XX secolo vi è la produzione serica derivata dall’allevamento del baco da seta che darà sollievo a molte famiglie. Una risorsa come la bachicoltura, che riceverà grande impulso proprio nell’Ottocento, spesso costituiva il miglior modo con il quale il contadino poteva arrotondare le proprie magre risorse. Spesso a scapito dello spazio presente negli edifici rurali perché i “cavalieri”, così erano chiamati i bachi da seta, avevano le loro esigenze di luce e ambiente. Ogni casa colonica aveva dunque i propri graticci posticci o, nel migliore dei casi, dei telai che la ditta De Mozzi di S. Martino di Lupari acquistava a Vittorio Veneto con il seme. Originariamente si privilegiava il seme giallo giapponese, poi prevalse il tipo bianco. A Borghetto c’era però chi era riuscito a rubare una fetta di mercato del seme ai De Mozzi scoprendo la tecnica della riproduzione del baco.

Pietro Zanella, infatti, era riuscito a riprodurre un ambiente domestico sempre buio e riscaldato da una stufa a legna nei mesi invernali dove riusciva ad ottenere discreti quantitativi di seme di qualità che vendeva anche fuori paese. Le varie filande disseminate nel territorio limitrofo acquistavano poi i bozzoli che venivano lavorati da centinaia di donne e ragazze per vari decenni. L’allevamento del baco da seta a Borghetto fu duro a morire, potendo contare sulla tradizionale resistenza alle innovazioni che si protrasse fino alla fine degli anni Sessanta. Ma le prime avvisaglie della crisi del settore serico si manifestarono nel 1929, quando Mussolini introdusse la “quota Novanta” che sanciva la svalutazione della lira e il conseguente crac finanziario di molti personaggi esposti con le banche. Fra questi “falliti”, un posto di primo piano per l’economia borghettana e abatina fu ricoperto dal cavaliere Romano Trevisan, detto Policarpo, che possedeva la vasta tenuta di Abbazia Pisani e molte terre anche a Borghetto. Il crollo finanziario che il personaggio subì, portò all’alienazione della secolare tenuta abatina e, fra le varie conseguenze, comportò anche la crisi del settore serico locale che non ebbe più modo di recuperare le posizioni raggiunte fino allora.

La chiesa medioevale di S. Massimo di Borghetto, simbolo e riferimento storico della località.

La chiesa medioevale di S. Massimo di Borghetto, simbolo e riferimento storico della località.

Un altro settore tipicamente rurale e legato a gran parte della microstoria veneta é sicuramente rappresentato dalla coltivazione dei vigneti. Le varietà di uva più diffuse a Borghetto a partire dalla fine dell’Ottocento erano quelle importate dall’America perché più resistenti alle malattie delle colture locali. Ecco allora primeggiare le varietà scure e corpose del clinton e del “bacò”, ma non mancarono di superare le soglie del XX secolo le sempre più rare viti di uva corbina “corbinella” e pataresca che, durante l’Ottocento, erano state le qualità d’uva maggiormente diffuse nella campagna dell’Alta Padovana. Ma pochi potevano bere vino tutto l’anno e così a Borghetto si beveva la “graspia” così detta dalla materia prima utilizzata per confezionarla: i raspi “graspi”.

Per ottenere una buona graspia occorreva disporre nel fondo di un piccolo tino dei tralci di vite in modo tale che formassero uno strato soffice e aerato, quindi, sopra il cuscinetto di tralci, si disponevano le vinacce “sarpe” precedentemente torchiate assieme ai raspi rimasti dopo la pigiatura dei grappoli. Infine, si ricopriva il tutto con un coperchio di legno pressato da grosse pietre versando dell’acqua e attendendo che il tempo e al fermentazione facessero il loro lavoro.

Dopo qualche tempo avveniva la macerazione del composto prodotta da una leggerissima fermentazione dei vari ingredienti. A quel punto il prodotto dal colore rossastro e dal sapore acidulo e dolciastro che ne usciva era pronto per essere consumato durante tutto l’anno fino al mese di aprile. Il 90% delle famiglie di Borghetto beveva solo la graspia perché il vino doveva essere venduto per pagare l’affitto al padrone e pertanto non ne rimaneva mai per la famiglia oppure era utilizzato solo per le feste e le ricorrenze. Nessun colono poteva permettersi il lusso di acquistare vino perché, nonostante la sua vasta produzione, rimase fino al secondo dopoguerra un bene di lusso.

Un’alta prerogativa borghettana, mantenuta in vigore fino alla soppressione del salto d’acqua del mulino avvenuta nel 1937, era lo sfruttamento commerciale dei “groi”. Il salto d’acqua impediva lo sfruttamento agricolo intensivo della zona a valle del mulino. Pertanto le donne dovettero inventarsi un’alternativa di guadagno nonostante la presenza di vasti acquitrini. La permanenza costante dell’acqua favoriva infatti la crescita spontanea di vegetazione palustre e canneti, fra queste una varietà di piante particolari munite di apparati radicale estesi, filamentosi e molto robusti. Dopo avere battezzato queste piante con il termine “groi”, qualcuno pensò che fosse giunto il momento di ricavarne qualcosa di utile.

Tagliando l’apparato radicale dei “groi” con un apposito badile detto “sita” si cominciò a ricavare la materia prima per confezionare i bruschini “bruschetti” che andavano tanto di moda prima dell’introduzione universale della plastica. Con questa attività sopravvissero molte famiglie borghettane fino alla soppressione del salto d’acqua del mulino che sancì la scomparsa dell’acqua stagnante ma anche del mercato dei “groi”.

Per quanto concerne l’alimentazione occorre distinguere due categorie sociali: i ricchi e i poveri. La categoria intermedia, quando esisteva, era riconoscibile sedendosi a tavola perché l’oggetto del “desinare” rappresentava uno status simbol fra i più diffusi. Chi apparteneva a categorie sociali superiori poteva permettersi due pasti al giorno costituiti per lo più da vegetali (ortaggi e legumi), qualche volta da pollame, la carne si mangiava solo di domenica; la classe più diffusa dei braccianti, invece, poteva permettersi ogni giorno due pietanze tipiche della zona: il radicchio amaro condito “consà” con lo strutto di maiale e con l’aceto per passire e attenuare in qualche modo il suo gusto amaro e i fagioli. Quest’ultimi erano talmente diffusi che si mangiavano tutto l’anno e in tutte le salse, tanto che qualcuno asseriva di mangiare fagioli bruni tutti i giorni feriali e alla domenica, per cambiare, mangiava fagioli bianchi. Quando andava bene si poteva gustare qualche uovo, mentre la carne servita sulla mensa del contadino poteva essere solamente quella del maiale allevato in casa.

Più grasso era, e più il maiale veniva apprezzato in barba a tutte le diete moderne. Nulla andava scartato del maiale e anche le setole raschiate dalla cute del suino venivano vendute per confezionare spazzole e pennelli. Infine, non poteva mai mancare il piatto, o meglio il tagliere, tipico della civiltà rurale: la polenta che veniva tagliata con il filo. Generalmente al centro della polenta veniva posta una aringa salata o qualche condimento casareccio al quale tutti ambivano giungere, ma al quale pochi potevano avere il privilegio di accedere per intingere “tociare” le loro porzioni di polenta. Anche il latte veniva usato con parsimonia e allungato con l’acqua perché serviva soprattutto per alimentare e ingrassare i vitelli dalla cui vendita dipendeva poi un’importante voce delle entrate economiche familiari.

A Borghetto ebbe particolare importanza anche lo sfruttamento delle risorse ittiche d’acqua dolce presenti nei numerosi corsi d’acqua.

La zona di S. Massimo di Borghetto nella seconda metà del '700, quando il conte veneziano Giuaseppe Meratti possedeva la tenuta di Abbazia Pisani che comprendeva anche la chiesetta campestre e il mulino borghettano.

La zona di S. Massimo di Borghetto nella seconda metà del ‘700, quando il conte veneziano Giuseppe Meratti possedeva la tenuta di Abbazia Pisani che comprendeva anche la chiesetta campestre e il mulino borghettano.

Accanto allo sfruttamento intensivo della pesca dell’anguilla e del capitone, che erano particolarmente presenti nel Vandura e nel Vandurella, dove si muovevano facilmente al sopraggiungere dei temporali estivi, era molto praticata anche la pesca di tutti quei pesci d’acqua dolce e fangosa che da secoli integravano l’alimentazione delle popolazioni presenti nella zona delle risorgive: in prevalenza tinche, scardole, arborelle, pesci gatti, carpe, cavedani e il pregiato gambero bianco. Un rito settimanale obbligatorio per tutti i ragazzi del paese avveniva ogni domenica presso il mulino di via D. F. Favaro. Allorché venivano bloccate le tre ruote del mulino deviando l’acqua nella quarta canaletta scolatizia, tutti i bambini e i ragazzi si lanciavano all’inseguimento di quintali di pesciolini che venivano intrappolati dalle paratie di canna palustre disposte appositamente in declivio a terrazze e sorte analoga toccava anche ai famosi gamberi ricordati anche nell’Ottocento e oggi quasi completamente estinti. Accanto alle risorse ittiche d’acqua dolce, la località di Borghetto nel passato ha sempre costituito una particolare attrattiva venatoria per la presenza stagionale degli uccelli da passo con particolare riferimento alle anatre, alle beccacce, ai beccaccini, alle gallinelle d’acqua e agli aironi che talvolta si possono ancora osservare.

Non sono mai mancati infine lepri e fagiani per tutti i fucili. Oggi l’attività venatoria si é rarefatta e la selvaggina non si riproduce più spontaneamente, ma viene introdotta in occasione dell’apertura dell’annuale stagione venatoria.
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Un’antica chiesa scomparsa: Santa Margherita di Persegara sul Brenta (5^ parte)

Fine di una storia millenaria

A conclusione di questa ricostruzione documentaria, rimangono alcuni interrogativi decisivi ai quali provare a rispondere: quando è terminata la secolare parabola storica della chiesa di Santa Margherita? Esiste ancora questo luogo? E se si, dove si trova al presente?

A queste due domande hanno cercato di rispondere alcuni, storici e non, partendo dalle locali e confuse tradizioni orali. Il primo a tentare delle risposte è stato lo storico padovano Andrea Gloria che, nel 1862, scriveva testualmente: “Ma nello scorcio del secolo passato (fine Settecento ndr.) un’allagazione del Brenta ridusse Persegara a nuda ghiaja, recando via la chiesa di S. Margherita, tutti gli edifizj, ed il palazzo dei Grifalconi. Ognora quel fiume ne va rodendo e dannificando il terreno”. La notizia fu ripresa tale e quale, fra gli altri, da Gisla Franceschetto e dal maestro Rizzotto, senza però che in alcun archivio vi fosse conferma di questa ipotesi.

Eppure la scomparsa repentina di Santa Margherita, nonostante la sua dislocazione geografica marginale, non doveva essere sfuggita ai testimoni oculari dell’epoca; di qui l’attesa legittima di trovare qualche traccia o memoria scritta sull’avvenimento. Le ricerche d’archivio compiute nel periodo indicato dal Gloria non hanno sortito alcun esito, mentre è stata proficua l’indagine nel periodo successivo. A giocare un ruolo decisivo sull’amnesia documentaria della scomparsa della chiesa è stato la particolare congiuntura di quel periodo. Agli esordi del XIX secolo il testimone maggiormente interessato alla vicenda avrebbe dovuto essere l’anziano e battagliero don Domenico Cacciavillani, parroco di Lobia e Persegara dal 1772 al 1805. Questi però, negli ultimi anni della sua permanenza a Lobia, era gravato da problemi di salute che, di lì a poco, lo avrebbero condotto a una pesante forma di demenza senile. Il secondo interessato è il cappellano don Antonio Corrà, che subentra al Cacciavillani solo nel 1808, pur essendo stato in precedenza cooperatore parrocchiale a Lobia. Prima del 1808 non aveva titolo per lasciare scritti nell’archivio parrocchiale e dopo non se interessa più. Così nessuno dei due si occupò direttamente della vicenda. Per fortuna il Cacciavillani, in una nota presentata al vescovo di Vicenza il 13 agosto 1803, quasi di sfuggita si lascia scappare le uniche annotazioni utili a svelare l’arcano: “Oratorj pubblici in questa Parrocchia non ve n’è alcuno affatto, e nemeno privati quindi niun obbligo di messe, né riscossione alcuna. Nelli passati tempi vi era la chiesa comparrocchiale di S. Margarita nel comun di Persegara, ma da un anno a questa parte c(irc)a fù portata via dalla Brenta.”

Il Brenta pertanto annientò la chiesa nell’autunno del 1802, dopo che era resistita per secoli alle periodiche esondazioni e in particolare all’alluvione del 1797. Quest’ultimo fu un anno memorabile non solo per caduta della Serenissima, provocata senza colpo ferire dai francesi, ma anche per la gente del Brenta che lo ricordò per la grande devastazione idrogeologica provocata dal fiume. La grande alluvione del 1797, i cui effetti sono ben documentati dal Cacciavillani sul patrimonio fondiario della sua prebenda, è quindi il fondamento delle supposizioni del Gloria. In quella circostanza, però, l’oratorio di S. Margherita seppe resistere e rimase in piedi, come si desume dalla cartografia militare austriaca redatta fra il 1798 e il 1804 (Topographisch-geometrische Kriegs karte von dem Herzogthums Venedig). Queste mappe pongono con estrema precisione la chiesa di Santa Margherita nell’immediata riva sinistra del Brenta, poco prima della sua definitiva scomparsa del 1802.

Il 2 settembre 1807, giorno della presa di possesso della parrocchia di Lobia e Persegara da parte del Corrà, la chiesa di Santa Margherita non esisteva più e il vescovo di Vicenza Marco Zaguri affidava per la prima volta al nuovo parroco il titolo di rettore delle due parrocchie “unite in perpetuo”. Due territori e villaggi di origine medioevale, da quel momento furono unificati formalmente in una sola parrocchia, salvaguardando così le antiche dedicazioni.

Rimane da indagare il luogo nel quale si ergeva la chiesa scomparsa. Alcuni abitanti di Lobia e Persegara ritengono che il sito dell’antica chiesa si trovi in un luogo ben preciso: a occidente del mulino e del capitello di S. Antonio, fra i due rami della roggia Brentella ancora ben visibili, e portano a riprova delle loro asserzioni la presenza nelle vicinanze di un mucchio di macerie edilizie infestate dai rovi e dalla vegetazione. Ancora una volta la fantasia supera la storia! E’ evidente che la tradizione locale non ha voluto o potuto accettare la scomparsa definitiva della chiesetta, preferendo immaginarla ancora all’interno di confini dell’attuale territorio di Persegara. Confrontando i dati cartografici del passato con quelli attuali, si scopre con facilità che il fiume ha cambiato direzione spostandosi più a oriente, col risultato che il luogo dove s’innalzava la chiesa di Persegara si trova nella riva destra del Brenta. Dopo essere stato a mollo per qualche decennio nel fiume, che verosimilmente ha disintegrato anche le poche fondazioni che rimanevano dopo il crollo dell’edificio, il sito della chiesa oggi si trova nel territorio di Carturo.

Con la chiesetta, nel 1802 scompariva l’ultimo segno tangibile del territorio di Persegara, trasferito dalle bizze del Brenta quasi integralmente nel comune di Piazzola, obbligando gli abitanti orfani del luogo di culto a retrocedere sempre più verso Lobia. L’abbandono fisico del territorio mangiato dal fiume ha provocato una sorta di rimozione collettiva dei persicesi, inducendoli a ribattezzare con l’antico toponimo Persegara quella porzione di Lobia che colonizzarono dopo il 1802.

L’antica vera Persegara, almeno dalla seconda metà dell’Ottocento, è passata invece sulla riva opposta del Brenta. Il progressivo avanzamento del fronte del fiume in territorio di Persegara, è, infatti, continuato anche negli anni successivi al 1802, causando la distruzione di vari possedimenti. Fra questi ricordiamo, nel 1812, la scomparsa della cosiddetta “Abbazia Gagliardi”, ovvero il palazzo e il limitrofo appezzamento di terreno posseduto da quella famiglia e sul quale i parroci di S. Giorgio avevano riscosso un livello annuale di 4 lire fino a quell’anno. Di questo introito era ancora viva la memoria nel 1852, quando il parroco di S. Giorgio in Bosco d. Anselmo Panizzon, in calce al livello Gagliardi-Silvestri, ricordava: “Quando io D(o)n Anselmo Panizzon fù Giuseppe, venni Parroco di S. Giorgio in Bosco l’anno 1839, tra gli enti delle temporalità di questo benefizio di cui fui investito non fù nominato minimamente il pezzetto di terra qui sopra notato: e quindi io giudico che non esistendo più in Persegara nè l’Abbazia Gagliardi-Silvestri, nè la Chiesa, casa canonica, cimitero, ed altri molti palazzi e luoghi, che esistevano, sotto la denominazione di S.a Margherita di Persegara, il soprannotato pezzetto di terreno coll’Abbazia, chiesa ec. siano stati rovinati dal fiume Brenta, unitamente a molti campi del Benefizio Parrocchiale di Lobia; essendo certo che da quell’epoca fino ad oggi il fiume Brenta, in quelle parti, ha mutato il suo alveo ad una grande distanza da quella d’allora; cosicché dove era prima la prefata curazia ed abbazia, allora di quà del Brenta, adesso è tutto bosco nuovo al di là del Brenta stesso, che mutò alveo ritirandosi a sinistra, cioè verso levante.”

Termina così il racconto di questo particolare aspetto del territorio sangiorgese che ha voluto restituire alla storia le vicende della chiesa di Santa Margherita di Persegara, senza alcuna pretesa di riuscire a rimuovere le tradizioni locali che intravvedono nella propaggine occidentale di Lobia il cumulo di macerie della presunta chiesa.
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Un’antica chiesa scomparsa: Santa Margherita di Persegara sul Brenta (4^ parte)

La storia della chiesa di Santa Margherita e del suo territorio s’intreccia in modo indissolubile con la storia del Brenta e dei corsi d’acqua a questo riconducibili. Il fiume aveva generato il territorio alluvionale in epoca antica e ora, con i suoi imprevedibili spostamenti, si riprendeva quanto aveva donato. Padre e padrone allo stesso tempo insomma. A farne le spese è anche la piccola chiesa sorta in un luogo strategico, forse in prossimità di un antico guado in seguito sostituito un’imbarcazione, ricordata ancora verso la metà dell’Ottocento.

La progressiva erosione della riva sinistra della zona di Persegara e Lobia era causata dall’ansa ghiaiosa del fiume che in tempo di piena usciva dall’alveo tracimando. La cartografia veneziana evidenzia bene questo stato di cose e mostra il tracciato del fossato che circuiva la chiesa e il cimitero fungendo da recinzione naturale del piccolo edificio sacro. Il naturale e graduale spostamento del paese, prima sotto il profilo della giurisdizione ecclesiastica e poi anche civile, verso Lobia trova quindi la sua necessaria spiegazione con le modificazioni ambientali prodotte annualmente dal fiume. Si comprende, in tal modo, l’esigua presenza di suppellettili documentata nella chiesa rispetto a quelle menzionate nella parrocchiale di S. Bartolomeo e nella residenza del parroco a Lobia.

Il processo d’assorbimento delle antiche prerogative della chiesa di Persegara da parte di Lobia, già attestato nella prima metà del ‘400, è un fatto totalmente compiuto nel ‘500, tanto che non si distinguono più i benefici delle due chiese, ormai unificati in nome della parrocchiale di Lobia. Come del resto avviene per il computo della popolazione che, nel 1582, ammonta complessivamente a “anime da comunione c(irc)a 200; in tutto da 400 e fuochi c(irc)a 40”. In quel periodo il parroco verso la chiesa di S. Margherita ha solo l’obbligo di celebrare nella terza domenica del mese. Nel primo ventennio del ‘600 la quasi totalità dell’antico patrimonio immobiliare di Lobia (18 campi nel 1444) è già stata alienata e permutato con una trentina di campi semisterili situati a Persegara, producendo una situazione singolare che vede la chiesa di S. Margherita circondata da circa 45 campi del beneficio che appartiene a Lobia. Le permute, che avevano aumentato il numero di campi posseduti dal parroco di Lobia e Persegara, senza che questo avesse migliorato la resa agraria, si riveleranno nel tempo una scelta sbagliata anche sul piano logistico.

Basterà un solo anno, come vedremo nell’ultima parte, perché il Brenta riesca a divorare tutto la prebenda. La capienza di questa piccola chiesa, che era “selegiata et tavellata”, ossia pavimentata e provvista del tetto, è nota grazie alle attestazioni del conte Giovanni Cittadella che all’inizio del ‘600 ne documenta le seguenti dimensioni: 28 piedi di lunghezza e 18 di larghezza, corrispondenti a un’area di 60 metri quadrati. La gente era però abituata a convivere con tale situazione, al punto che alcuni rami del nobile ceppo familiare dei Grifalconi continueranno a farsi seppellire all’interno della chiesa di S. Margherita. Risale al settembre del 1777, infatti, l’ultima loro sepoltura a Persegara. Dopo questa data, i Grifalconi preferiscono farsi costruire una tomba di famiglia nella chiesa di Lobia, accanto a quella della concorrente famiglia padovana dei Gagliardi. Il cimitero di Persegara, invece, non era stato più utilizzato dal 1699, quando vi fu sepolto per ultimo Giovanni di Tommaso Cestaro. Eppure, ancora nel 1657, il parroco di Lobia d. Giovanni Battista De Gregori riteneva che la chiesa “campestre chiamata S(an)ta Margarita di persegara [fosse] anticamente la Parochiale” e vi si celebrava messa la seconda domenica d’ogni mese.

Un secolo dopo, nel 1742, giunge in visita pastorale il vescovo Priuli e, secondo le consuetudini del tempo, invia il convisitatore d. Giuseppe Troncato a visitare la chiesa. Quest’ultimo prima di entrarvi benedì le salme deposte nel cimitero circostante, poi iniziò ad ispezionare l’edificio partendo dall’unico altare presente, che era adornato da fiori, vasi, “et alia futilia, et obsoleta ornamenta”. Il canonico della cattedrale di Vicenza fece rimuovere le suppellettili inutili, ordinando di tamponare le brecce aperte nelle pareti laterali – non è detto se provocate dalle esondazioni del Brenta – e di restaurare l’immagine della santa. Di seguito il visitatore entrò nella piccola sacrestia ingiungendo al parroco di fare indorare una patena, di aggiornare il messale con i santi più recenti e di buttare tre purificatoi laceri. Prima di partire, Mons. Troncato raccomandò per la seconda volta di tamponare i fori presenti nelle pareti ai due lati dell’altare, di imbiancare tutti i muri per fare scomparire ogni traccia delle pitture “antiquae” presenti – che oggi varrebbero una fortuna – perché “male dispositae” e di erigere una croce di ferro sopra la colonna marmorea presente nel cimitero, mentre trovava in ordine il campanile munito di una sola campana.

La successiva visita pastorale del 1781 c’informa che l’altare aveva la mensa di pietra, sulla quale faceva bella mostra un reliquiario d’argento contenente un frammento osseo attribuito a S. Margherita, mentre la sacrestia era stata svuotata e i paramenti liturgici riposti in un armadio posto in chiesa. Sul campanile le campane erano raddoppiate, ma nessuna notizia trapela sulla situazione del cimitero, abbandonato da molto tempo e sulla posizione del Brenta rispetto alla chiesa.

Il Brenta a Persegara nella seconda metà del Settecento, poco prima dell'ultima piena che spazzerà via dalla storia la chiesa campestre di Santa Margherita.

Il Brenta a Persegara nella seconda metà del Settecento, poco prima dell’ultima piena che spazzerà via dalla storia la chiesa campestre di Santa Margherita.


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