Storia Dentro la Memoria


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Palazzo Bembo-Fabian di San Giorgio in Bosco (PD)

Storia e passaggi di proprietà del palazzo

Fino a qualche anno fa, quanti si trovano a passare lungo la Strada Valsugana, all’altezza del centro di S. Giorgio in Bosco e in prossimità della chiesa parrocchiale potevano osservare i resti cadenti di Palazzo Bembo-Fabian. Un edificio isolato e quasi spettrale, sorto al centro di un vasto parco ad uso nobiliare un tempo recintato da una cortina di mura. Nel 1986 il comune acquista tenuta, palazzo e ele tre barchesse da privati e inizia l’opera di restauro per adibire gli stabili a nuova sede municipale e destinare il corpo centrale a Museo dell’Emigrazione. La destinazione museale non ha avuto seguito per scelte politiche dell’ultima amministrazione comunale e quindi tutto il complesso architettonico restaurato è destinato ad usi municipali.

Grazie agli studi del Baldan, si sapeva che il palazzo era appartenuto a Francesco Bembo dal 1661 e alla sua discendenza fino al 1797, per il resto regnava il buio più assoluto sulle vicende del palazzo e della famiglia Bembo a S. Giorgio in Bosco. Il Baldan e la Franceschetto, ritenevano che si trattasse di una costruzione risalente alla seconda metà del Seicento, ma si sbagliavano. Partendo da una lettura di tipo stilistico e architettonico, l’unico ad avere intuito l’epoca di costruzione del palazzo fu il Mazzotti, negli anni ’50, ipotizzando che si trattasse di un edificio “Della seconda metà del ‘500”.

L’elemento architettonico che aveva permesso al Mazzotti di attribuire l’opera al XVI secolo, era rappresentato dalle colonne di pietra bugnata presenti al centro e ai lati della facciata a piano terra, ma lo studioso non sapeva che il portico architravato e sostenuto dalle colonne di pietra viva altro non era che un’invenzione stilistica tarda e ottocentesca, applicata all’edificio inseguendo la moda del momento e realizzata quasi sicuramente dai proprietari Fabian. Eppure l’intuizione del Mazzotti, sebbene fondata su un elemento stilistico cronologicamente errato, era esatta, come possiamo dimostrare finalmente con i documenti.

Sulla stessa linea, e per gli stessi motivi del Mazzotti, si è posto recentemente lo studio regionale delle ville venete, mentre il Baldan e la Franceschetto hanno mantenuto l’ipotesi di un’attribuzione seicentesca. In tutti i casi si è trattato di opinioni e ipotesi non suffragate da documenti.

Il palazzo in questione, intorno nella prima metà del ‘500, era appartenuto a Ciro Anselmi senior del fu Zuanne, ma non sappiamo se provenisse dalla locale famiglia Mengo, com’è più probabile, e in particolare da Nardo, che era già defunto nel 1569, oppure se fosse sempre stato degli Anselmi. Alla morte di Ciro senior, pure lui già scomparso nel 1569, tutti i beni passano per via ereditaria ai due figli Giovanni Pietro e Ciro jr. Lo stesso destino spetta alla casa dominicale, che il Cittadella, nel 1605, definisce il “Casamento più bello” dei palazzi posseduti a S. Giorgio in Bosco dagli Anselmi. In quell’anno vi abitava il fratello maggiore Giovanni Pietro, ma nell’autunno del 1621 i due fratelli decidevano di dividersi la sostanza del padre, valutata 3.340 ducati. Non è chiaro se la decisione fosse derivata dalla particolare situazione nella quale si trovava Giovanni Pietro, definito “Bannito di Terra, et loco, come quello, che dall’E(ccelentissi)ma Quarantia L’è stato assignato”, e quindi per non pregiudicare la quota ereditaria indivisa fra i due, o per altri motivi. In ogni caso, il 2 settembre 1621, di fronte al notaio Dall’Acqua, avviene la divisione con l’assegnazione del palazzo dominicale a Ciro e alla consorte Orsetta, con un valore attribuito all’edificio di ben 1.220 ducati, più il brolo di quattro campi recintati “da ciese”, valutato 280 ducati. Al fratello Giovanni Pietro vanno ventisei campi, posti nella contrada del Capitello, stimati 1.560 ducati. A Ciro, era toccata la parte di maggior valore, di 1.770 ducati, per questo s’impegnava a saldare la differenza al fratello di fronte al notaio, chiudendo definitivamente la partita. Nell’atto divisionale mancano all’appello diversi terreni disseminati in numerose contrade sangiorgesi e censiti nel 1575, il che fa ipotizzare che fra i due Anselmi fossero già intercorsi da qualche tempo delle divisioni concernenti i fondi minori. Con questo atto, il palazzo dominicale passa in proprietà a Ciro jr. e vi rimane per alcuni anni. In seguito, non è stato ancora possibile identificare l’atto, il palazzo passa alle famiglie consortili Matteuzzi-Galleotti che si erano insediate a S. Giorgio in Bosco almeno dagli anni quaranta del ‘600, con il veneziano Cesare Galleotti, padre di Lorenza e defunto nel 1653 a 80 anni, quando fu sepolto nella parrocchiale. Di sicuro nel 1651 il palazzo era già entrato nella dotazione di Lorenza Galleotti, come risulta da un atto di compravendita avvenuto in quell’anno fra Zuane Mengo, detto Zoao, e il parroco di S. Giorgio in Bosco d. Sforza Fada, che ha per oggetto un casone di paglia e tre quarti di campo che confinavano con i fondi di Menego Bacchin, l’attuale Via Sega, il beneficio della chiesa e la proprietà della Galleotti.

Suggestivo scorcio di Palazzo Bembo-Fabian e delle barchesse.

Il Baldan, nell’opera ricordata, esordisce su Palazzo Bembo ricordando che nel 1661 era di proprietà di Francesco Bembo, ma questo non può essere vero perché in quell’anno ne era ancora proprietaria Lorenza Galleotti, altre volte detta Lucrezia, vedova di Anzolo Colombano Matteuzzi. La nobildonna, infatti, il 15 febbraio 1667 non solo era ancora proprietaria del palazzo in questione, ma chiedeva e otteneva il permesso dal magistrato dei Beni Inculti di Venezia di attivare tutta una serie di lavori idraulici per condurre acqua corrente ad “uso domestico alla sua Casa Domenicale”.

La presenza di Lorenza Galleotti a S. Giorgio in Bosco risale alla prima metà del ‘600, sulla scia della presenza di altri patrizi veneziani in paese. Sappiamo che era legata da vincoli d’amicizia e forse di parentela con gli Anselmi, in particolare con il ramo di Antonio e Chiara, assistendo al battesimo di almeno tre figli della coppia: Nicolò Iseppo nel 1646, Isabetta nel 1650, Lodovica Francesca nel 1652. Ma la nobildonna è presente anche al battesimo di Marina Ludovica, figlia di Alvise Grifalconi e Ottavia Tavellino. E’ evidente pertanto che Lorenza a S. Giorgio godeva di una posizione distinta, potendo stare alla pari con molti rampolli maschili della nobiltà padovana e veneziana, accomunati da interessi economici a S. Giorgio in Bosco. I legami della Galleotti con Francesco Bembo, che le succederà solamente dopo la metà di ottobre del 1669, sono documentati almeno dall’aprile del 1668, quando la vedova Metteuzzi nominava procuratore il patrizio Bembo, figlio del defunto Pietro e residente a Venezia, nella “Riva del Carbon”. Non è chiaro se la procura sia derivata dall’attrito che era sorto fin dal 1667 fra la Galleotti e il comune di S. Giorgio, a causa delle opere idrauliche che la nobile intendeva fare eseguire per condurre acqua corrente nel suo palazzo adiacente alla chiesa.

In una vicinia non datata, ma riferibile ai primi mesi del 1668, infatti, i 55 capifamiglia sangiorgesi si erano radunati per decidere come comportarsi nei confronti della Galleotti. Alla fine approvano a maggioranza (45 contro 10) di sottoporre alla vedova cinque articoli vincolanti, dimostrando di essere ancora in grado di imporre una certa autorità anche nei confronti della nobiltà veneta. Le decisioni sottoposte e accettate dalla Galleotti prevedevano le seguenti “parti”: l’esplicita richiesta al doge di Venezia dello sfruttamento delle acque che scorrevano nelle fosse laterali della Strada Valsugana, “ghe debba far una rosta o terraggio o Bona”, come prestabilito il 10 luglio 1667, che lo scavo della roggia fosse eseguito “senza scavare le pietre perché l’acqua scorra senza impedimenti”, che gli eventuali danni derivati dallo scavo della nuova roggia “che si farà sopra la stradda Reggia di Padova”, con particolare riferimento ai tratti compresi fra “Bedin fino al Ponte nuovo rotto” e sul ponte costruito in pietra, fossero a carico della Galleotti. Infine, si chiedeva e otteneva un formale impegno dalla nobildonna obbligandola ad ipotecare “tutti i suoi beni con atto pubblico” per salvaguardare i diritti del villaggio contro eventuali danni.

Il 13 maggio 1668 la Galleotti si presenta dal notaio Giuseppe Fava e sottoscrive l’atto col quale impegna tutti i suoi possedimenti, come richiesto dalla vicinia dei capifamiglia. Il mese successivo la nobildonna convoca nel palazzo sangiorgese Francesco Bembo, per affidargli un’altra procura, relativa alla riscossione di alcuni crediti che la vedova vantava a Venezia, nella contrada di S. Pantaleone. Si tratta degli ultimi atti che documentano la presenza della contessa a S. Giorgio in Bosco e che permettono di fare luce sui rapporti con il Bembo. Il 12 ottobre 1669, infatti, la Galleotti muore nel suo palazzo dominicale e il giorno successivo è sepolta all’interno della chiesa parrocchiale, dopo avere istituito una mansioneria perpetua di messe nella stessa parrocchiale, che vari decenni dopo sarà spostata nell’oratorio fatto erigere da Raimondo Bembo in prossimità del palazzo dominicale.

Francesco Bembo diviene proprietario del palazzo solamente dopo la morte della Galleotti, nel 1669 e non prima, anche se gli interessi economici del patrizio a S. Giorgio erano attivi prima del decesso della nobile. Nel volgere di pochi anni, il nobile fa eseguire alcune modifiche interne al palazzo. Evidente è la (ri)costruzione della scalinata in pietra, che si apre tuttora sul versante meridionale del salone d’ingresso, facendo scolpire sullo stipite in pietra della stessa l’arma Bembo, e preludendo ad altri interventi realizzati dal fratello Raimondo (oratorio pubblico) e dalla discendenza (innalzamento di un piano di tutto l’edificio).

Del forte legame del Bembo con le famiglie Galleotti e soprattutto con i parenti del defunto marito Matteuzzi si ha prova anche negli anni successivi al 1669. L’arciprete Vettore Matteuzzi, infatti, in un primo atto del 1672 risulta essere mediatore del Bembo in una compravendita che Antonio del fu Andrea Gagliardi compie a Lobia cedendo al Bembo, tramite la procura del parroco, tre campi e un casone di paglia per 100 ducati.

Nello stesso anno il patrizio acquista altra terra “Prativa sive valliva” a Lobia, nella contrada delle Valli, da Girolamo Gagliardi, fratello del precedente Antonio, per 50 ducati. L’anno successivo, il 1673, sono di turno gli Anselmi, nella persona del nobile padovano Marc’Antonio, che vende al Bembo “Senator Veneto” la riscossione livellaria di 40 lire e un soldo che gravava su un campo e mezzo di terra posto a S. Giorgio, nella contrada della Valle, ed era contribuito dai fratelli Michele e Angelo Martinelli.

A distanza di un anno ritorna di scena il parroco Matteuzzi, il quale “come possessore delle Chiese Parrocchiali perpetuamente unite di San Giorgio in Bosco e San Giacomo de Paviola” cede a livello perpetuo al Bembo un campo e un quarto di terra circa, posto “nella contrà della Chiesa” per 36 lire annue. Il documento è particolarmente importante perché permette di ricostruire alcuni passaggi della formazione del brolo retrostante le barchesse del palazzo. Il patrizio, infatti, dichiara espressamente che la terra gli serviva per “fare ridotta in brolo, horto, confinio et altro tanto aperto q(uan)to circondato di ciese spinada (siepi spinose), fono, ramo o si qual si voglia altra ciesa e forma tanto la sud(ett)a terra.” Nella sostanza ci troviamo di fronte all’impianto originario della porzione orientale della recinzione del palazzo, che col tempo sarebbe stata trasformata in muratura, ma che all’epoca del contratto livellario non poteva che essere di altra natura, rimanendo il parroco ancora l’effettivo proprietario della quota di terreno assegnato, sul quale in seguito sarebbe scattato l’affranco e il passaggio definitivo di proprietà al Bembo. Nel frattempo il patrizio continuava la sua opera di acquisti in paese, nel 1675 a Cogno e a S. Giorgio, ma i rapporti con l’arciprete peggiorano progressivamente. Nel 1676, infatti, il Matteuzzi esigeva dal Bembo il quartese su tutto il terreno annesso al palazzo dominicale, ma il patrizio rispondeva che era esonerato dal pagamento del quartese “in ogni tempo”, con particolare riferimento “sopra il terreno circondato dalla spinada situato dietro la barchessa, e muri cioè Giardini, cortile, et altro contiguo sedime, che è stato goduto sempre senza tale obbligatione dalla q(uondam) Sig(nora) Lucretia Mattiucci”.

I privilegi concessi arbitrariamente alla consanguinea Galleotti ricadevano ora come macigni sulle casse del parroco che, a causa delle concessioni precedenti, si vedeva costretto a rinunciare al quartese sull’intera tenuta dominicale posta a settentrione della chiesa parrocchiale. Altri acquisti del Bembo avvengono negli anni successivi, ma ciò che colpisce è la presenza del Bembo in territorio sangiorgese anche con la qualifica di giudice e paciere di rilievo. Nel 1674, infatti, incontriamo il patrizio, unito al rettore di Paviola Piacenti, nell’atto di emanare una sentenza nella vertenza in corso fra due possidenti paviolensi Battista Bartolometto e Salvador Ceccato.

Alla morte di Francesco il palazzo passò in proprietà esclusiva del fratello più giovane Raimondo e quindi alla discendenza di quest’ultimo fino al 1843, quando fu acquistato da Felice Fabian con tutta la tenuta fondiaria. Il passaggio avviene in seguito al decesso di un altro Francesco Bembo che lascia il palazzo e le vaste tenute alla vedova Lucrezia Albrizzi e alla figlia Elena Bembo, coniugata a Verona in Rizzoni. Nel 1842, in seguito al decesso della madre, Lucrezia Bembo-Rizzoni ereditava i beni paterni anche a S. Giorgio in Bosco, subentrando integralmente nel pagamento del canone livellario al parroco di S. Giorgio fino alla fine dell’anno, perché l’anno seguente Felice Fabian di Busiago acquistò la tenuta e il Palazzo Bembo di S. Giorgio, con il definitivo abbandono della famiglia veneziana dal paese.

Per quanto concerne i terreni posseduti dai Bembo a S. Giorgio in Bosco e dintorni, si oscilla fra i 122 campi e mezzo, censiti nel 1661, ma di fatto rientranti ancora nei possedimenti della Galleotti in quell’anno, i 239 documentati nel 1740 e i circa 312 del 1797.

Palazzo Bembo nel particolare di una mappa del 1713.

L’oratorio dell’Immacolata Concezione

Un capitolo a parte riguarda l’erezione dell’oratorio annesso al palazzo dominicale, per il quale è stato possibile rintracciare alcuni documenti a Vicenza. Tutto ha inizio il primo febbraio 1737, con la concessione della ducale d’Alvise Pisani che autorizza l’erezione dell’oratorio per richiesta dei fratelli Raimondo e Francesco Bembo del fu Marco, attivando le consuete procedure canoniche. Nell’estate del 1738, infatti, Raimondo scrive al vicario generale della curia vicentina: “Desiderando io Raimondo Bembo fù del N. H. q. Marco erigere e fabricare sopra fondo mio proprio nelle pertinenze di S. Giorgio in Bosco nella Contrà della Chiesa per mia particolar divo(tione) e per commodo ancor de miei Domestici, et Abitanti una Chiesa, overo Pub(li)co Orat(ori)o sotto l’invoca(tione) dell’Immacolata Concezione della B. V. M. lontano dalla mia abitaz(ion)e e da tutti gl’usi domestici nel modo e forma che viene descritto dalle Sacre, e Sinodali Costituzioni, e come lincerca la decenza della casa di Dio. Supplico p(er)ciò V. S. R(everendissi)ma di benigna perm(ission)e p(er) poter erigere la Fabrica stessa, assicurando che sarà da me proveduta di Dotte sufficiente p(er) la di Lei necessaria manutenz(ion)e, riparaz(ion)e, e provisione delle Sacre Supelettili il tutto sempre senza ver’un pregiud(itio) delle Ragioni Par(rocchial)i”. La richiesta ovviamente è accolta favorevolmente e il 27 giugno il vicario s’affretta ad avviare le procedure canoniche necessarie, scrivendo al canonico del capitolo della cattedrale Filippo Sale: “Per parte e nome del Nob: Ho: Raimondo Bembo fu di q. Marco ci è stato esibito memoriale per ottenere la facoltà d’erigere, e fabricare un Oratorio pubblico sotto l’invocat(ion)e dell’Immacolata Concezione della Beata Maria Vergine sopra li proprij fondi in sito che riguarda la pubblica stradda dentro li limiti della Chiesa Par(rocchial)e di San Giorgio in Bosco. Dovendosi prima di concedere detta facoltà, avere le dovute notizie di quanto è necessario sapersi, e ricercata portarsi sopra il luogo, e sito ove l’Oratore desidera erigere d(ett)o Oratorio, et osservare se il sito stesso sia lontano dagl’usi domestici, decente, e proprio per la Casa di Dio, q(uant)o distante dalla predetta Chiesa Par(rocchial)e, e saper tal fabrica s’inferisca alle ragioni della medema alcun danno, e pregiudicio”. Nel frattempo compariva di fronte al Sale d. Alessandro Vighesso, rappresentante del Bembo, presentando tutti gli incartamenti del caso e ripetendo la richiesta dell’erezione dell’oratorio, inducendo il canonico a trasmettere relazione alla curia sulle modalità esecutive dell’oratorio, prevedendo: “la fabrica essere fatta in forma decorosa con una sola Porta respiciente sopra la publica Stradda lungi dagl’usi domestici (…) delegando noi al Sig(no)r Rettore di detto Loco la facoltà di benedire, e poner la prima pietra in detta Fabrica, incaricandolo della maggior vigilanza acciò la Fabrica segua nel modo sop(accenna)to; col farci a tempo proprio tenere gl’accidi dell’operato”.

Trascorre un anno e il 28 giugno 1739 l’oratorio è terminato, come dichiara il parroco di S. Giorgio in Bosco d. Girolamo Serpe, che scrive al vicario: “Sua Eccel(lenz)a Sig(no)r Raimondo Bembo, ch’a momenti capiterà qui a villeggiare cogl’Amici (…) umilia all’Illu(strissim)o, e R(everendissi)mo Vescovo Patrone le sue istanti, e riverenti supliche, aciò degni impartire à questo mio S(igno)r Vic(ari)o For(ane)o d’onorar la facoltà di tal Benediz(io)ne”.

Il 15 luglio il notaio vescovile Giovanni Francesco Zanadio scrive al Serpe che tutto è pronto per la benedizione dell’oratorio, ma non essendo pervenuta in curia la ducale Pisani, consigliava “prima di venir all’atto della Benedizione si facci mostrare la Ducale medesima per istar sicuri in affare di tanta importanza” dall’agente Gagliardi, trasmettendo in breve tempo copia conforme alla curia vescovile. Essendo tutto in regola, il 22 luglio 1739 il vicario foraneo di Onara Giovanni Battista Salvioni procedeva alla solenne benedizione dell’oratorio, alla presenza del Serpe, delegato in qualità di notaio particolare, di Antonio Beth di Moriago (della Battaglia) ma residente a Persegara e del nobile Stefano Navarini. Da quel momento le messe della mansioneria Galleotti furono celebrate quotidianamente nell’oratorio e non più nella parrocchiale.


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Palazzo Morosini a Sant’Anna Morosina

Il palazzo fu certamente costruito in un lungo periodo, come testimoniano le presenze di artisti famosi come il Dorigny, il Liberi e i suoi collaboratori, fra i quali Giacomo Alboresi che muore a Bologna nel 1677 o meno famosi come Melchioro Melchiori. Nello stesso periodo, stando a una lapide del 1678, risale l’ultimazione delle opere pittoriche presenti nella chiesa parrocchiale. La famosa incisione del Desbois, tratta da un disegno del Cochin che reca la data 1683, ne è una conferma. Una data, quest’ultima, che consacra l’affermazione politica ed economica del patrizio veneziano e che anticipa di un paio d’anni la definitiva consacrazione del Morosini, grazie alla riuscita missione diplomatica in Polonia contro i turchi.
Angelo Morosini non risparmiò la vecchia dimora degli antenati, la ricostruì dalle fondamenta con forme e dimensioni nobilitate. Sulle rive del Tergola edificò il suo piccolo regno e profuse ben 50.000 ducati in Fabbriche nel Palazzo di S. Anna, Granari, Caneve, fenili, Edifizj da seta, da pillar risi, Risare Fabbriche di Case, e Botteghe nella Piazza, 6 altre Rurali per Colloni: un elenco di edifici che si materializza nei numerosi rilievi cartografici rimasti e soprattutto nella celebre stampa del 1683.
Palazzo Morosini di Sant’Anna Morosina con lo splendido giardinoda una incisione di M. Desbois del 1683.
Posto nel cuore stesso della contea, il palazzo è concepito come punto di incrocio fra le tre strade esistenti e il fiume Tergola, quasi a ricreare uno scorcio di Venezia.
Lo scenario è magistralmente studiato. Il visitatore giunge da nord e percorre il lungo viale alberato dello stradone Morosini, corrispondente all’attuale Via Montegrappa. Entra all’improvviso nella grande piazza: dall’ombra degli alberi all’intenso riverbero della luce, da un percorso angusto ad una scenografia regale. Al centro campeggia la fontana sormontata dalla statua di S. Michele arcangelo, eretta nel 1680; sui due lati si prolungano simmetricamente edifici e portici, dove ferve la laboriosa vita quotidiana di artigiani, mercanti e liberi professionisti. Oltre la fontana s’innalza, imponente, il palazzo sormontato dal timpano triangolare e dal pinnacolo, con ai lati due ampi edifici delimitati da torreselle. Sul lato meridionale, l’unico visibile nell’incisione del Desbois, una loggia, strutturata a porticato di sei colonne, sorregge il timpano. La grandiosa scalinata conduce alla seconda fontana, posta nel tratto iniziale di un maestoso viale con giardini rettangolari, sagomati con basse siepi e piante di bosso su ambo i lati. Oltre le siepi un brolo a perdita d’occhio: alberi di varie specie, distribuiti secondo precisi disegni geometrici, folti pergolati e duplici filari d’alberi. Sul viale centrale, a distanze regolari, leggiadri piedistalli sorreggono vasi e statue; al centro si stacca la statua del Tempo, con orologio solare, a ritmare i momenti della giornata. A meridione, in recinti e voliere, vivono in libertà uccelli esotici, struzzi e cammelli. Al limitare del parco, quasi sulla riva del Tergola, una grande peschiera, divisa in due settori, devia il corso d’acqua per ricavare un isolotto artificiale dotato di padiglione a cupola per i banchetti e la musica all’aperto.
Il palazzo è il baricentro attorno al quale è organizzata tutta la vita del villaggio di Sant’Anna: la chiesa parrocchiale, le botteghe artigianali e commerciali, le attività molitorie e risicole. Si può dire che Palazzo Morosini rappresenta simbolicamente e concretamente il centro del potere che la famiglia esercita non solo sul contado, ma su tutto il territorio controllato.
La perizia ipotecaria, predisposta dalla provincia di Treviso nel 1820, consente di avere un quadro abbastanza preciso delle dimensioni e del numero dei vani dell’immobile. Il palazzo era lungo 71,40 ml, largo 18,56 e alto 19,63. Era disposto su tre piani con due facciate ordinate e orientate nord-sud. Il piano terra, o piano nobile, era caratterizzato da grandi saloni di ricevimento e intrattenimento. Il primo piano aveva due logge aperte nella sezione centrale. Le sedici camere e i tinelli erano tutti ad uso padronale. Il secondo piano, privo di solai, era riservato agli ospiti e alla servitù con sette camere e vari camerini. Varie aperture delle canne fumarie di sei caminetti assicuravano il riscaldamento dei tre piani. Tutt’intorno al palazzo, con esclusione del versante settentrionale, si estendevano il vasto giardino, l’agrumeto con 126 piante, il frutteto, gli orti, la piantagione di gelsomino da profumo con 2.000 piante, il tutto racchiuso da mura di cinta.
Nel settore orientale del palazzo si trovavano le scuderie, le residenze del gastaldo, del cappellano, la canonica, la chiesa, il cimitero; nella piazza a imbuto negozi e botteghe al piano terra e abitazioni al livello superiore.
Il palazzo era stato affrescato negli anni ’70 del Seicento da Pietro Liberi e Louis Dorigny, i quali, oltre a decorare la chiesa, avevano affrescato vasti lacerti della facciata del palazzo, due cappelle e una sala della torre dell’edificio.
Il giardino all’italiana sopravvisse fino alla prima metà dell’Ottocento. Il palazzo fu demolito nel periodo compreso fra il 1868 e la fine dell’800, come si desume dalla cartografia rimasta.