Storia Dentro la Memoria


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Quando i romeni eravamo noi

Parafrasando un noto titolo editoriale del giornalista Gian Antonio Stella, ho titolato questo articolo “Quando i romeni eravamo noi” perché ripropone un tema dell’espatrio di fine Ottocento poco noto: quello dei veneti verso la Romania. L’emigrazione verso i Balcani era iniziata nella prima metà dell’Ottocento, quando il Triveneto era soggetto all’impero austriaco, ma era proseguita anche dopo il 1866, quando il Veneto era stato annesso al Regno d’Italia. Si stima che sul finire del XIX secolo i veneti emigrati in Romania non fossero meno del 13% dell’intero flusso migratorio e i dati del MAIC informano che nel 1871 gli italiani passati in Romania era 830, una cifra destinata a superare le 8.000 unità a inizio Novecento e 60.000 negli anni Trenta. Che ci facevano i veneti in Romania e più in generale nei Balcani? Lavoravano nelle miniere, nell’edilizia, nelle ferrovie e nel disboscamento. Molti erano pendolari e legati da lavoro stagionale, altri, invece, non tornarono più preferendo prendervi dimora. Oggi la minoranza etnica italo-romena consta di circa 9.000 persone e dal 1989 le è stato riconosciuto lo status di minoranza linguistica con diritto di rappresentanza parlamentare.

L’articolo che segue è tratto dal settimanale diocesano di Treviso “La Vita del Popolo”. Offre  informazioni sull’argomento – certo non di natura politica o economica in questo pezzo – ma sufficienti ad aprire una pista di ricerca e di riflessione sul fenomeno dei flussi migratori dall’italia meno studiati e in particolare sul contributo dei trevigiani. Questo è il primo intervento sull’argomento, al quale faranno seguito altri, evidenziando la lettura fornita dalle fonti di stampa del periodo a cavallo fra ‘800 e ‘900.

Emigranti in Romania

 (La Vita del Popolo, 1893, n. 47, 18 novembre 1893, pp. 3-4.)

                È notissimo come in questi ultimi anni una corrente spiccata della nostra emigrazione temporanea siasi diretta nella penisola dei Balcani e specialmente in Romania.

                Il presidente del Comitato di patronato pegli Emigranti scrisse all’Ordinariato cattolico di Bukarest per raccomandare la causa e chiedere consigli ed aiuti, ed ebbe in risposta la lettera che qui pubblichiamo, la quale offre un quadro completo della situazione delle cose.

            Preg. Signore,

            Rispondo un po’ tardi, è vero, alla sua gratissima del p.p. (19) ma Le confesso che ciò non è stato se non per urgenti affari della diocesi che mi hanno tenuto occupato.

            In primo luogo mi consola lo zelo di V. S. e del Comitato a cui presiede per la conservazione della nostra santissima fede negl’Italiani, che in buon numero si trovano dispersi in questa Romania, e ciò tanto più che sono italiano anch’io; ma affinché possa proteggere con qualche efficacia i loro interessi religiosi e morali, veggo necessario di darle qualche schiarimento sul loro stato e di ciò che fa o può fare qui la Chiesa in loro vantaggio.

            Per farlo in qualche ordine li dividerò in tre classi, cioè di domiciliati, di coloro che vengono qui a lavorare l’estate per ritornare nell’inverno in patria, menzionati da V. S., e finalmente di vaghi e vagabondi.

            Quanto alla prima classe, ci sono di quelli che si stabiliscono con la loro famiglia in quei paesi ove sono stati favoriti dalla fortuna, e ve ne sono altri di condizione contadini, che invitati dai così detti boieri o proprietari di tali fondi, sono venuti a formare dei villaggi per coltivarli. Il pericolo pei primi è grande: se hanno la sventura di stabilirsi in paesi ove non vi è né chiesa né sacerdote cattolico, a lungo andare perdono la fede e sono assorbiti nello scisma. I nostri italiani hanno una grande attinenza col popolo rumeno, facilmente ne prendono la lingua e i costumi. Son costretti a mandare i loro figliuoli nelle scuole dello Stato, contraggono sovente matrimoni misti innanzi al pope prete scismatico e fanno anche da lui battezzare i loro bambini. Da questo V.S. può immaginare come vadano a finire. Affinché si possa fare un’idea dell’estensione del danno, noti che nella diocesi di Bukarest, ampia quanto mezza Romania, le chiese e i sacerdoti cattolici si contano sulle dita, passando tra le une e le altre enormi distanze. Vero è che per buona ventura i sacerdoti nostri, anche di origine tedesca e ungherese, parlano sufficientemente la lingua italiana e possono essere utili a quelli dei nostri compatrioti che si stabiliscano poco lontani da loro; ma tuttavia sebbene possano da essi ricevere i Sacramenti, non è mai, salvo qualche rara eccezione, che possano udire la Parola di Dio nella loro lingua, obbligati come sono i sacerdoti a predicare in tedesco e in ungherese, lingue usate dalla massima parte dei cattolici in questi luoghi.

            Un po’ migliore è la condizione di quei contadini che vengono a formare delle colonie agricole. Di queste colonie posso citarne una nella Dobroscia ben numerosa, la quale di quando in quando è visitata dal sacerdote. Essi hanno fatto una povera chiesa, desidererebbero di aver tra loro un sacerdote, ma si oppone al loro desiderio la mancanza di operai evangelici e la loro grande povertà. Due colonie nell’Ottenia sono formate di gente assai pia, la quale affronta il viaggio da cinque a sei ore per recarsi a ricevere i Sacramenti, e anche talvolta ad ascoltare la Messa nella chiesa cattolica di Craiova. Per essi altro non può fare il Vescovo che farli rare volte visitare dal Parroco di Craiova, e ciò per mancanza di mezzi e di operai evangelici.

            Dirò ora della terza classe, dei vagabondi, la causa dei quali è quasi disperata. Questi l’estate van lavorando or qua or là dove trovano da guadagnare, spendono il loro denaro nelle osterie ove passano le feste fra la crapula e l’ubbriachezza, e d’ordinario nell’inverno languiscono nella miseria.

            I più avventurati sono quelli che menziona V.S. da me posti nella seconda classe, cioè quelli che vengono a lavorare qui l’estate e poi ritornano alle loro famiglie nell’inverno. Ne ho conosciuti non pochi di questi assai buoni cristiani, che si tengono lontani dai disordini, aiutati dall’amore della loro famiglia, ma pur troppo molti s’illanguidiscono nello spirito di fede e si corrompono nei costumi. Costretti a vivere pel loro lavoro in luoghi lontani dalla Chiesa e dal Sacerdote, si trovano privi di quegli aiuti necessari ad un cristiano per conservare la fede e i buoni costumi.

            Da questi, secondo il mio modo di vedere, dovrebbe cominciare ad occuparsi V.S., e la sua carità potrà meglio di me seguire quei mezzi, atti a conseguire in qualche modo l’intento. Quanto a me, per ora non vedrei altro che eccitare lo zelo dei molto Reverendi Parroci ai quali appartengono gli emigranti, affinché li istruiscano dei pericoli che incontrano in queste parti, la loro fede e onestà, insinuino loro di lavorare possibilmente dove vi sia Chiesa e Sacerdote cattolico, e giacché quasi tutti sanno leggere, distribuiscano loro opuscoli edificanti, atti ad istruirli delle massime cristiane. Io, a questo proposito, ho fatto stampare un piccolo catechismo in lingua italiana, contenente le orazioni della mattina e della sera ed il modo di recitare il Santo Rosario.

            Quanto a quello che si potrebbe fare qui, moltiplicando Dio gli operai evangelici e aumentando i nostri mezzi, non posso far altro che rimettermene al futuro Arcivescovo, poiché sono ormai due anni che questa sede è vacante.

            Gradisca l’omaggio del mio più profondo rispetto, con cui passo all’onore di rassegnarmi

Di Vostra Signoria Ill.ma

U.mo in X.po Servo obbl.mo

Basilio Laureri Pro Vic. G.le

                Il Comitato di patronato non mancherà di seguire gli ottimi consigli esposti nella lettera surriferita. Intanto sappiamo che si lavora già a comporre un opportuno manuale per l’emigrante in adempimento del voto dell’assemblea dei soci, tenuta a Treviso nel Settembre scorso, e il manuale uscirà in luce, speriamo, al principio del prossimo anno. – Da altre informazioni risulterebbe che le Parrocchie di Mel, di Castellavazzo, di Ospitale e di Vas nella provincia di Belluno, quelle di Frisano, di Castelnuovo, di Forni di Sotto e di Forgaria nella provincia di Udine offrono fino ad ora il maggior contingente di emigranti temporanei che si rivolgono alle regioni della Romania.

                Che quei reverendi Parroci prendano a cuore questa santa causa: il Comitato di Treviso sarà felicissimo di poter loro porgere qualche speciale aiuto.

Copia di Senza nome-scandito-01
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IL NUOVO MUSEO INTERATTIVO DELL’EMIGRAZIONE DI BELLUNO (MIM)

Poteva essere una grande occasione per San Giorgio in Bosco e… invece! Complimenti all’Associazione Bellunesi nel Mondo per quanto hanno saputo fare in breve tempo!

Un luogo aperto al mondo, un luogo che parla di migrazioni, un luogo per conservare la memoria. Oltre duecento persone hanno voluto essere presenti sabato 18 maggio all’inaugurazione del MiM Belluno, il Museo interattivo delle Migrazioni. “Siamo davvero orgogliosi per questo nuovo tassello che completa la meravigliosa sede dell’Associazione Bellunesi nel Mondo” le parole del presidente ABM Oscar De Bona “E’ stato un lavoro intenso realizzato in breve tempo utilizzando nuove tecnologie multimediali che permetteranno di aggiornare il museo in tempo reale. Questo è l’inizio di un centro mirato per la raccolta e la diffusione di documenti sui flussi migratori e grande spazio sarà dedicato alle scolaresche italiane”.

E sempre De Bona: “Se siamo arrivati a questo risultato in così breve tempo bisogna ringraziare la collaborazione di tutti. Dal comune di Belluno, per la sistemazione dell’area esterna, all’Archivio Fotostorico feltrino con il Museo etnografico di Seravella, le Associazioni Trentini nel Mondo e Friulani nel Mondo per la documentazione apportata. Dal supporto delle Famiglie ex emigranti agli immigrati dell’associazione PopolInsieme. Un grazie sincero a tutti i bellunesi nel mondo e ai presidenti che mi hanno preceduto oltre alla fiducia dell’esecutivo e del Consiglio direttivo. Senza di loro questo sogno non si sarebbe realizzato”.

Il taglio del nastro del nuovo museo dell'emigrazione con le autorità.

Il taglio del nastro del nuovo museo dell’emigrazione con le autorità.

Il MiM Belluno si trova in una posizione strategica, in centro città e vicino alla stazione ferroviaria. Presenta tre sale multimediali dedicate all’emigrazione storica, all’immigrazione e all’attuale mobilità giovanile fino a un approfondimento dedicato al mondo del gelato e alle miniere. Sono presenti anche angoli toccanti, come quelli dedicati al ruolo della donna e dei bambini in emigrazione e alla lettera di Giovanni Paolo I inviata agli emigranti bellunesi appena eletto papa.

“Se l’ABM ha raggiunto importanti obiettivi è grazie al sentimento dell’amore. L’amore vinca sempre” questo in sintesi l’intervento carico di emozione del presidente onorario Vincenzo Barcelloni Corte. “Orgoglio e onore per tutti i bellunesi nel mondo. Per la realizzazione della sede ABM abbiamo avuto un grande coraggio ed è proprio quello che non deve mancare mai” l’intervento di Maurizio Paniz, già presidente onorario dell’Associazione. Nel 2005 fu proprio lui ad ottenere il contributo statale per la realizzazione del museo delle migrazioni. Parole di plauso sono state portate anche dagli altri presidenti Silvano Bertoldin e Gioachino Bratti.

“Nel MiM si tolgono le barriere dello spazio e del tempo e si ritrovano i sentimenti degli emigranti di ieri e di oggi come la nostalgia, il legame con la terra d’origine e la solidarietà. L’emigrante, in quanto emigrante, è già un talento; sia quello che è partito con la valigia di cartone in mano sia i nostri giovani che partono con il tablet in tasca” il pensiero deI direttore artistico Romeo Pignat di Primalinea.

“Il MiM è importante anche per i nostri giovani. Per trasmettere loro la memoria del passato e presentare loro la finestra del futuro” le parole del sindaco di Belluno Jacopo Massaro. Gli ha fatto eco il prefetto Maria Laura Simonetti: “Il MiM mi fa venire in mente l’emigrazione della mia terra d’origine, la Toscana. Questo museo avrà un ruolo importante per la storia di questa provincia che tanto ha dato per il benessere dell’Italia grazie ai suoi emigranti”.

Molte le autorità presenti. I senatori Giovanni Piccoli e Raffaella Bellot, i consiglieri regionali Dario Bond e Sergio Reolon, il presidente del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi Benedetto Fiori, il comandante dei carabinieri di Belluno Ettore Boccassini, il questore Attilio Ingrassia e diversi amministratori locali oltre ai presidenti di numerose associazioni di volontariato bellunesi e dell’associazionismo in emigrazione triveneto.

Tutte le Famiglie ex emigranti e alcune Famiglie d’Italia e dall’estero erano rappresentate con onore dal proprio gonfalone.

L’inaugurazione è stata brillantemente presentata dalla vice presidente ABM Patrizia Burigo e allietata dalla bravura del coro “Voci delle Dolomiti” con le poesie di Loredana Pra Baldi.

L'ex sindaco di San Giorgio in Bosco, Rag. Leopoldo Marcolongo consegna all'Arch. Oscar De Bona, presidente dell'ABM, il volume sulla storia dell'emigrazione sangiorgese di Paolo Miotto per la biblioteca del museo.

L’ex sindaco di San Giorgio in Bosco, Rag. Leopoldo Marcolongo, consegna all’Arch. Oscar De Bona, presidente dell’ABM, il volume sulla storia dell’emigrazione sangiorgese di Paolo Miotto per la biblioteca del museo.

Dopo la benedizione da parte di monsignor Umberto Antoniol e il taglio del nastro un lungo applauso ha espresso l’augurio di un sincero “Benvenuto MiM Belluno”.

http://www.bellunesinelmondo.it/2013/05/68-mim-belluno-un-sogno-diventato-realta/
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Emigrazione da S. Giorgio in Bosco nel primo ‘900

L’emigrazione del primo Novecento

Dopo il varo della legge sull’emigrazione, la discussione a livello parlamentare riprese in modo acceso fra i sostenitori della sua bontà e i detrattori della stessa, che invocavano l’aggiunta di nuove modifiche al testo legislativo. Nel frattempo, la gente continuava a partire. Col XX secolo ha inizio l’emigrazione di massa del meridione verso gli Stati Uniti, arrivando a toccare picchi migratori annui anche di mezzo milione di individui. Un flusso migratorio tanto consistente, sommato a quello che avveniva anche negli altri Stati europei, provoca alcuni importanti mutamenti destinati ad avere un impatto diretto su quanti partivano. Nel 1902 il ministro Prinetti introduceva il blocco dell’emigrazione assistita verso l’estero, che fino allora aveva permesso a molti di partire col viaggio pagato dai paesi di destinazione, specie verso il Brasile. ’intervento, che a dispetto del suo iniziale carattere di provvisorietà diverrà definitivo, nasceva dalla necessità di arginare fenomeni migratori di massa che esponevano gli emigranti ad uno sfruttamento indiscriminato. li italiani che emigravano erano divenuti i nuovi schiavi dell’America Latina, come avevano appurato alcune inchieste parlamentari, dopo che era stata abolita da qualche tempo la schiavitù dei neri in Brasile. a nuovi scenari si stavano profilando sul fenomeno migratorio internazionale, mettendo in difficoltà quanti intendevano espatriare. el 1914 il Brasile chiudeva provvisoriamente i propri confini nei confronti degli emigranti, gli Stati Uniti[1] e il Canada introducevano restrizioni nel 1917 e 1919, limitando l’entrata nei loro paesi con quote fisse dal 1921. Non rimaneva altro da fare che alimentare maggiormente gli antichi flussi migratori europei, soprattutto verso la Francia e il Belgio. Compulsando analiticamente le carte dell’archivio comunale si scopre la dura realtà del quadro internazionale fin qui delineato. Man mano che ci si inoltra nel primo ventennio del Novecento appare evidente che l’attrazione esercitata fino allora dal Brasile lascia progressivamente il passo alle partenze per l’Argentina, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania – prima del primo conflitto mondiale – e la Svizzera poi. A differenza del secolo precedente, nel quale prevale l’emigrazione permanente su quella temporanea, col nuovo secolo si assiste sempre più a fenomeni migratori che durano da qualche mese a qualche anno. Giusto il tempo di tentare di racimolare il denaro che serve per pagare i debiti contratti alla partenza e tornare col gruzzolo che serve per rifarsi una vita nel paese natio o poco lontano. L’ambizione massima dell’emigrante è di ritornare col denaro necessario per comprarsi un pezzetto di terra e magari costruirsi la casa. In questo modo l’emigrazione temporanea, pur presentando evidenti problemi di ordine sociale ed umano, sotto il profilo economico rappresenta spesso un vero e proprio contributo all’aumento della ricchezza dei paesi di partenza oltre che per lo stesso individuo. A S. Giorgio sono frequenti i rimpatri che testimoniano la difficoltà di realizzare il sogno di fare fortuna all’estero, sempre che non si tratti di veri e propri fallimenti. Il rientro in questi casi rappresenta solo una tappa verso nuove mete. Non sono rari i casi di chi ritorna deluso, ma trovando una situazione peggiore di quella che l’aveva visto partire, decide nuovamente di affrontare il viaggio oceanico. A questa tipologia di delusi appartengono famiglie come quella di Catterino Rebellato che, nell’inverno del 1902, rientra a S. Giorgio in Bosco dal Brasile per ripartire per la stessa meta pochi mesi dopo. Nel 1903 ritornano dal Brasile le famiglie di Sebastiano Agostini e Antonio Boldrin, per un totale di 9 persone ma qualche tempo dopo, quattro di queste sono già in viaggio per la Germania e per il Brasile. L’anno successivo ritornano dal Brasile le famiglie di Francesco Badin, Regina Beccaro, Giuseppe Bragagnolo di Francesco, Giovanni Mella, Caterina Scudiero e Fiorino Zanco, per un totale di 22 individui, ma di questi 17 emigrano nuovamente in breve tempo. Nel 1905 a fronte di 13 espatriati ne rientrano 6 e l’anno dopo la situazione è in leggera flessione, con 7 ritorni e 4 partenze.[2] Sulle caratteristiche dei rimpatriati appare interessante la tipologia delle risposte che il sindaco sangiorgese invia ad un questionario del 1908, diramato dal Ministero degli Affari Esteri. Secondo il sindaco Busetto la permanenza degli espatriati nelle Americhe durava mediamente dai 15 ai 20 anni. Una volta ritornati, alcuni ripartivano per l’estero in aperta contraddizione con quanto suggeriscono i documenti. All’opportuna domanda sulle cause dei rimpatri il sindaco purtroppo non risponde, mentre è più preciso nel segnalare che i rimpatriati portano piccoli capitali che investono nei fondi con case. Ciò non ha sensibilmente influito a frazionare la proprietà. Ha però servito ad aumentare il valore dei fondi. In altre parole i rientri non modificano l’assetto fondiario esistente ma provocano problemi per gli investimenti immobiliari dei residenti che intendono fare acquisti. L’attaccamento alla tradizionale attività agricola rimane anche dopo il rientro in paese. Tornano tutti all’antiche occupazioni. I contadini lavorano la terra acquistata o si fanno affittuali, raramente salariati. In genere manifestano una maggiore sensibilità per l’istruzione dei figli e non si sono fatti contaminare da malattie particolari o da vizi come l’alcolismo e il gioco d’azzardo.[3] Certi parroci e altri sindaci, al contrario, affermavano che gli emigranti partivano poveri e sani ma ritornavano più ricchi, soprattutto di malattie e consuetudini morali rovinate. A porsi su questa linea sono anche i parroci del comune sangiorgese quando rispondono alle richieste dei vescovi, poi inviate alla Congregazione Concistoriale di Roma e cercano di porre in evidenza, seppur laconicamente, i contorni del problema. Don Albino Todesco di Sant’Anna Morosina, ad esempio, fin dal suo ingresso in parrocchia avvenuto nel 1911 cercò di contrastare l’emigrazione quando non è necessaria, contro la quale si è combattuta e si combatte.[4] Il solerte parroco ha però ben presente che l’emigrazione è soprattutto una necessità per alcune famiglie. Nel 1935 scrive al vescovo: Vi sono emigranti temporanei che partono nella buona stagione e ritornano poi prima dell’inverno. Girano quì e lì secondo il lavoro e la paga. Questi sono N.° 15 circa. Vi sono poi emigranti che da qualche anno, o da vari anni, sono in Francia, in America con la famiglia intera o in parte. E questi sono N.° 12. Alcuni torneranno, altri non torneranno più. In generale si mantengono abbastanza buoni. Il parroco ha l’indirizzo di quasi tutti e spesso scrive loro.[5] L’idea prevalente nel clero derivava dalla convinzione che l’emigrazione spesso non fosse necessaria e derivasse dalla volontà dei giovani di liberarsi dal peso dell’autorità paterna. Per questo motivo, prima di partire, gli emigranti temporanei e soprattutto quelli permanenti erano invitati a portare con loro la tessera dell’emigrante e a mantenere contatti epistolari col parroco, dopo avere ricevuto i Sacramenti ed essere stati premuniti contro i pericoli che troveranno all’estero per la loro fede e i loro costumi.[6] La spinta maggiore era verso la Germania e questo nonostante il fatto che il sindaco nell’aprile del 1912 avesse ricevuto una Diffida di emigrazione in Svizzera ed in Germania da parte dell’Ufficio di tutela degli operai emigranti di Padova, nella quale si affermava che le piazze di lavoro [di Svizzera e Germania] sono ingombre di disoccupati e questa condizione è peggiorata dalle manovre di speculatori indegni che fanno grandi promesse nelle quarte pagine dei giornali […] avvertiamo inoltre che a S. Gallo in Svizzera e in Prussia le condizioni del lavoro edile sono gravi. Centinaia di muratori e manovali sono disoccupati.[7] Il sindaco Busetto il 23 marzo del 1913, rispondendo ad una interrogazione della Agenzia delle Imposte Dirette e del Catasto di Cittadella tramite l’impiegato Venturin, asseriva che l’emigrazione all’estero in quest’anno segna un notevole aumento in confronto degli anni precedenti. La maggior parte di cuesti (sic!) emigranti si reca in Germania non trovando in paese di occuparsi.[8]

L’Emigrazione in tempo di guerra (1915-1918)

Un evento come quello dell’inizio del primo conflitto mondiale non poteva non avere ripercussioni sugli emigranti. Già nel 1914 sono richiamati in Veneto circa 100.000 lavoratori presenti all’estero in vista di un possibile intervento dell’Italia in guerra. Fra questi rimpatri troviamo dagli Stati Uniti le famiglie di Luigi Alessandri, Giuseppe Pettenuzzo e Giuseppe Ceccon e nell’estate del 1915 quella di Giovanni Scurato. Ai giovani in età di leva è impedito di abbandonare l’Italia e nella primavera del 1915 i prefetti scrivevano ai sindaci per esortarli a non rilasciare passaporti, neppure per i paesi europei, equiparando chi espatriava al rango di disertore. L’unica emigrazione permessa era quella richiesta dal governo nelle zone di guerra, come testimoniano diversi documenti a partire dalla primavera del 1916. I telegrammi inviati dal prefetto di Padova al sindaco Busetto hanno un tenore perentorio in merito all’argomento. Un telegramma del 25 marzo 1916 chiede: Occorrendo fra venti giorni gran numero operai per lavori zona guerra medio e basso Isonzo indipendentemente richiesti già fatti prego segnalarmi entro 25 corrente quanti operai, sterratori, muratori, minatori, falegnami, fabbri possano reclutarsi codesto comune […], un altro del 29 settembre dello stesso anno esige di soddisfare notevoli richieste di […] reclutamento tutti buoni operai disponibili categorie braccianti, muratori, minatori, falegnami e fabbri condizione contratto base con durata ingaggio giorni novanta […]. Il sindaco Busetto, però, non incontrava i favori dei suoi concittadini su questo argomento e così, rispondendo all’ennesimo telegramma prefettizio, scriveva: A Telegramma 22 corre[ente] causa limitatissimo numero operai impossibile reclutare per zona di Guerra. Comune eminentemente agricolo richiede molta mano d’opera.[9] Temendo che il sindaco coprisse i propri concittadini evitando loro di sottoporsi ai contratti militari di lavoro, il vice pretore di Cittadella Alessio inviava al Busetto un questionario per saperne di più sull’argomento. La risposta del sindaco, datata 9 dicembre 1916, appare illuminante per conoscere il pensiero sull’emigrazione del primo cittadino: La zona di S. Giorgio in Bosco – esclusivamente agricola – in questi tempi non da più alcun contingente all’emigrazione – tranne quella diretta a lavori di trincee, in zona di guerra. Questa emigrazione è dannosa all’agricoltura locale, ma essendo più utile alla patria, nessuno chiede che venga impedito […] L’emigrazione temporanea delle migliori braccia dovrebbe essere proibita. L’emigrazione permanente di intere famiglie dovrebbe essere favorita. Favorire l’emigrazione di famiglie verso le Americhe – in aziende agrarie – e contemporaneamente cercare che in Italia si faccia una vera e onesta politica agraria.[10] Il blocco degli espatri per motivi di guerra continua anche nel biennio successivo, contro il parere del Busetto che, in assenza di una politica nazionale agraria vera e onesta, tenterà di portare avanti la personale battaglia agraria e di bonifica a S. Giorgio e nel comprensorio di Cittadella.


[1] Una circolare del Commissariato dell’emigrazione datata 10 dicembre 1906 notificava al sindaco di S. Giorgio in Bosco che l’emigrazione verso gli Stati Uniti era sconsigliata a tutte quelle persone che, avendo un certo grado d’istruzione e non essendo adatti ai lavori materiali, si recano negli Stati Uniti, senza conoscere bene la lingua inglese, privi di mezzi per fare fronte alle prime inevitabili difficoltà, con la cieca fiducia di trovare subito un impiego rispondente alle loro attitudini e ben retribuito […] per non languire di miseria, sono costretti ad accettare occupazioni umili, in concorrenza con operai e braccianti. A quest’ultimi, invece, sebbene in minor misura che per gli anni precedenti, era assicurato lavoro durante la bella stagione.

[2] ACSGB, Anagrafe, b. 1899-1906, fascicoli agli anni.
[3] Ibidem, b. 1907-1916, fasc. 1908, Espatri di Immigrazione, questionario della prefettura del 25 ottobre 1908 e risposta del 12 novembre 1908.
[4] APSAM, 18 agosto 1924, prima visita pastorale di Mons. Elia Dalla Costa, risposta al quesito 29.
[5] Ibidem, 14 marzo 1935, risposta al quesito 26.
[6]Ibidem, 1924, quesito 31.
[7] ACSGB, Anagrafe 1916-1920, b. 1912, fasc. 1912 Espatri, circolare 6 aprile 1912.
[8] Ibidem, b. 1913, fasc. 1913 Espatri. Lettera del 22 marzo 1913 e risposta del giorno seguente.
[9] Ibidem, b. 1916, fasc. 1916 Anagrafe ed Espatri. Telegrammi alle date e risposta del Busetto al prefetto. Si conserva anche il regolamento del servizio relativo al reclutamento della mano d’opera per i lavori militari in zona di guerra inviato dal Comando Supremo del Regio Esercito Italiano del 1 marzo 1916.
[10]Ibidem, lettera del vice pretore Alessio del 6 dicembre 1916 e risposta del Busetto del 9 dicembre 1916.