Storia Dentro la Memoria


2 commenti

La morte e il morire a San Martino di Lupari (PD) (2^ parte)

Le tombe edificate nella chiesa del storica dopo il 1717

In seguito all’ampliamento della chiesa avvenuto nel 1717 e alla sua totale demolizione e ricostruzione durata fino al 1777, a S. Martino di Lupari le famiglie più in vista continuarono a mantenere le vecchie arche sepolcrali, prevedendo l’aggiunta di nuove sepolture. A causa di questo sviluppo, molte delle vecchie sepolture furono cancellate per mancanza di eredi, ma soprattutto per esigenze di spazio; le famiglie rampanti del Settecento, infatti, adempiendo le richieste vescovili della visita pastorale del 1725[1], ottengono il permesso di farsi scavare nuove sepolture a scapito delle precedenti. A tutto ciò, va aggiunta la probabile copertura con la nuova pavimentazione settecentesca di tutte le tombe antiche, sulle quali nessuno aveva rivendicato diritti per estinzione delle originarie famiglie committenti.

Le nuove sepolture costruite dopo l’anno 1717 sono le seguenti:

1) Tomba del cappellano Melchioro Miatelli, sepolto il 4 dicembre 1729 “d’anni 55 […] e fattegli le esequie da me Giovanni Marangoni Arcipr. fu depositato il di lui cadavere in un angolo di q.sta Chiesa verso la porta maggiore”[2].

2) Il 7 gennaio 1737[3] il vescovo Augusto Zacco concedeva licenza all’arciprete Marangoni di infrangere il pavimento dell’arcipretale “ad eff(ectu)m construendi Sepolturam pro humando cadavere Matthei Brunati, de San Martino p(raedic)to, ejusdemq(ue) Heredum, ac successorum”.

In precedenza i Brunati avevano un’arca posta nell’oratorio Furlanii poco lontano dalla chiesa matrice come si desume da un atto del 1681 quando Domenica vedova del fu Santo Brunato “fu sepelita nell’Arca dell’Oratorio di q(uest)a Chiesa Arcipretale”[4].

3) Nell’ottobre del 1736 moriva d. Marco Marcosanti, facendosi seppellire davanti ad un altare non meglio precisato della chiesa, dopo avere istituito una mansioneria perpetua a suo favore con lascito testamentario.

4) Il 29 agosto 1738[5] era sepolto in chiesa “Il Sig. Dom(eni)co Scalabrin qm.sig. Giuseppe veneto”, parente dell’arciprete Syz.

5) Nel 1739 “Il M(ol)to Rev. Sig. D. Antonio Stocco rese l’anima a Dio d’anni 74 […] nella Parrocchia di Cittadella […] fu condotto il di lui cadavere dal Rev.mo Sig. Arciprete di detta Terra alli confini di questa Parrocchia, ove da me Giovanni Marangoni Arcipr. ricevuto e fattegli le esequie è stato sepelito in questa Chiesa avanti l’altare di S. Giambattista”[6].

6) C’era poi l’arca sepolcrale degli Syz, giunti in paese ai primi del Settecento con il loro congiunto arciprete Giangiacomo, il quale ottenne l’investitura in Lupari nel 1703 per rinuncia dell’arciprete Laidelli, suo zio[7]. Rinunciò a sua volta alla sede arcipretale nel 1729[8], pur continuando a risiedere in paese, rimettendo il beneficio nelle mani di Giovanni Marangoni. In quest’arca furono sepolti “La Sig(no)ra Brigida Syz […]” nel 1740[9], la “Sig(no)ra Lisabetta Syz […]” vedova del fu Iseppo Scalabrin veneziano, nel 1742[10], la signora Anna Syz nel 1743[11] e la signora Vittoria Syz nel 1751[12].

7) Quando la struttura muraria della nuova chiesa stava per essere conclusa, veniva scavata anche la tomba di Bernardo Tornieri che volle essere “[…] sepelito in questa chiesa avanti l’altare di S. Giambattista alla parte della Pistola […]” nel 1740[13].

8) Nello stesso anno[14] veniva sepolto il pievano Giangiacomo Syz “[…] ex Arciprete di q(uest)a Chiesa d’anni 86 c(irca) […] è stato sepelito nel Coro di q(ues)ta Chiesa dietro l’Altare Maggiore cosi avendo egli ordinato”. La scelta di non essere sepolto nell’arca di famiglia, bensì dietro l’altare maggiore, verrà ripetuta nel 1771 anche dall’arciprete Marangoni, forse nella speranza che quel luogo potesse subire minori manomissioni rispetto alla navata.

9) Nel 1754 si ventilava l’improbabile ipotesi di ricostruire l’arca sepolcrale per gli ecclesiastici; infatti, alla morte di d. Giovanni Stocco si scriveva: “[…] Passato a miglior vita d’anni 71 c(irca) dopo lunga malattia […] è stato il di lui cadavere messo in deposito in questa Chiesa sino che sarà fabbricato l’avello per gli ecclesiastici”[15].

10) Nel 1759 i documenti attestano l’esistenza della sepoltura Fior[16]. Cattarina Zoella vedova di Giammaria Fior, infatti, “[…] è stata sepellita in questa Chiesa nell’arca di sua Famiglia”.

11) Nello stesso anno, il 1759, il vescovo di Treviso concedeva licenza “[…] frangendi Pavimentum Eccl(esi)ae ad effectum humandi cadaver Caesaris Santi, eiusque succesorum […]”[17]. Edificata l’arca sepolcrale, questa veniva utilizzata per la sepoltura del Cesare solamente il 15 luglio 1764, con la forma onomastica “[…] de Santi qm. Agostino […]”[18].

12) A partire dal 1767[19] si riscontra l’esistenza della sepoltura Agostini perché vi veniva riposta la salma di “[…] Maria Berton ved(ova) rel(icta) da q(uonda)m Giacomo Gustin […] sepelito nell’arca di sua famiglia in q(es)ta Chiesa”.

13) Nonostante l’esistenza da molti anni della tomba della famiglia Marangoni, l’arciprete Giovanni Marangoni preferì essere sepolto in un luogo distinto; così il prelato “[…] nativo di questo luoco il quale fabricò col suo proprio questa Canonica passò da q(ues)ta all’altra miglior vita d’anni 81 mesi uno e un giorno, essendo stato al possesso di questo beneficio anni 42 munito con li SS. Sacramenti e fu sepelito in questa Chiesa dietro l’altar maggiore, fattegli l’esequie dalli Reverendissimi Parrochi di questa Congregazione con l’assistenza di tutti li Sacerdoti di questo luoco”[20]. Correva l’anno 1771.

14) Nel 1773[21] Francesco Bachin veniva sepolto nella nuova arca sepolcrale, posta nella sacrestia nord[22], fatta costruire per i poveri del paese dalla famiglia Antonello detti Crida[23]. Successivamente vi saranno deposte pure le salme di Giovanni Zanon detto Cabolin da S. Anna Morosina nel 1785[24]; di Tommaso Zorzi “vicentino” annegato “nella Brentella Priuli alla Strà in Contrà del Terminetto (Campagnalta) […] era povero artista […]” nel 1789[25]; di “Un miserabile giocatore di carte, bissi ed altro […]” che corrispondeva al nome di Antonio Polesello […]”, vicentino pure lui, nel 1790[26]; di Francesco Lazaretto nel 1792 [27] e di altri ancora[28].

15) Nel 1777[29] é documentata l’esistenza della tomba Alessio, e il primo a esservi sepolto fu Andrea nel 1791[30]. In precedenza gli Alessio non avevano una tomba propria e per questo motivo, nel 1752, un altro “[…] Andrea Alessio del q(uonda)m Angelo […]” si erano fatto seppellire nell’arca della famiglia Grotto[31].

16) Nel 1802 i coniugi Lorenzo Antonello e Dominica Rizzardi vengono sepolti entrambi nell’arca della famiglia Rizzardi[32].Questa tomba sembra essere stata l’ultima a trovare ospitalità all’interno della chiesa. Nel 1831 veniva benedetto il nuovo cimitero, mentre già da parecchi anni una serie di ordinanze napoleoniche aveva vietato di seppellire salme all’interno delle chiese o attorno alle stesse.

Uno sguardo d’insieme riguardante le sepolture presenti nella chiesa del Massari si può ricavare dai verbali della visita pastorale del 1777. In quell’anno alcune delle vecchie tombe erano già scomparse, mentre si attesta l’esistenza di sole sedici tombe che erano:

“La prima p(er) li Religiosi.

Altra della Famiglia Alessio.

della Famiglia Marangoni.

della Famiglia Agostini.

della Famiglia Antonelli Grida.

della Famiglia Antonelli Brogio.

della Famiglia Miatelli.

della Famiglia Ruffati.

della Famiglia Franchini.

della Famiglia Brunati.

della Famiglia Santi.

delli Poveri della Villa fatta a spese Antonelli Grida.

Due della Famiglia Fior Caraffa.

Due della Famiglia Antonelli Chioro.”

Rispetto ai dati forniti dall’elenco della visita pastorale del 1777, mancano all’appello le seguenti tombe documentate diversamente:

1) Stoppa: anche se i registri canonici dei morti sembrano contraddire l’elenco della visita pastorale, perché documentano nell’anno 1778 la sepoltura in quest’arca della signora Maria Salvioni vedova di Melchioro Stoppa[33]. Dal 1803 i discendenti di questa famiglia preferiranno abbandonare il vecchio luogo di sepoltura preferendo quella dei parenti Fior[34].

2) Zagnon: l’ultima registrazione inerente a questa tomba è del 1747 con la sepoltura di Caterina vedova di Giovanni Zagnon[35].

3) Melchiori (Marchiori): nell’ultimo trentennio del Seicento questa famiglia scompare completamente dal paese[36]; infatti nel 1650[37] Gio: Maria di Marchiori da San Martino di Lupari si era trasferito a Castelfranco con tutta la famiglia.

4) Grotto: l’ultimo ad essere seppellito in quest’arca fu Andrea Alessio nel 1752.

5) Lini (o De Linis-Illini): questa famiglia notabile che aveva interessi economici tanto a San Martino di Lupari quanto a Cittadella, fin dalla metà del Seicento preferì ritornare a farsi seppellire nel paese di origine. L’ultimo ad essere sepolto nella tomba luparense sembra essere stato Antonio Illini detto il Caresan nel 1644.

6) Zambusi: l’ultimo a essere sepolto nell’arca di famiglia posta davanti all’altare della Madonna del Rosario, fu Antonio Zambusi nel 1708[38], anche se la sua famiglia già da tempo aveva preso dimora stabile a Castelfranco Veneto.

7) Favero (detti Valentini): l’ultimo rappresentante di questa famiglia ad essere sepolto in chiesa fu Antonio nel 1728[39].

8) Syz: l’ultima discendente di questa famiglia, giunta in paese con l’omonimo arciprete, ad essere sepolta in chiesa fu la novantenne Maddalena Syz, morta nel 1759[40].


[1] ACVTV, Visite pastorali antiche, b. 25, Reg. 1724-1725, cc.435-445, 7 giugno 1725, vescovo Augusto Zacco.

[2] APSML, Reg. Can. Def., aa. 1703-1759, 4 dicembre 1729.

[3] ACVTV, Actorum, b. 57, Lib. Collationum, 7 gennaio 1737.

[4] APSML, Reg. Can. Def., (1663-1681), 17 maggio 1681.

[5] Ibidem, (703-1759), 29 agosto 1738.

[6] Ibidem, 13 ottobre 1739.

[7] ACVTV, Actorum (1697-1730), c. 13, 19 gennaio 1703.

[8] Ibidem, 22 giugno 1729.

[9] APSML, Reg. Can. Def. (1703-1759), 5 marzo 1740.

[10] Ibidem, 18 dicembre 1742.

[11] Ibidem, 12 maggio 1743.

[12] Ibidem, 15 febbraio 1751.

[13] Ibidem, 18 aprile 1740.

[14] Ibidem, 2 settembre 1740.

[15] Ibidem, 21 ottobre 1754.

[16] Ibidem, 20 settembre 1759

[17] ACVTV, Actorum, Liber Collationum, II, 1757-1760.

[18] APSML, Reg. Can. morti, (1759-1803), 15 luglio 1764.

[19] Ibidem, 13 marzo 1767.

[20] Ibidem, 24 ottobre 1771.

[21] Ibidem, 27 marzo 1773.

[22] Si tratta della sacrestia un tempo situata nel lato nord della chiesa storica che fu demolita nel 1949.

[23] ACVTV, Visite pastorali antiche, B. 45, San Martino di Lupari 19 giugno 1777, c. 9 v.

[24] APSML, Reg. Can. Def., (1759-1803), 1785.

[25] Ibidem, 25 agosto 1789.

[26] Ibidem, 23 novembre 1790.

[27] Ibidem, 7 gennaio 1792.

[28] Ibidem, 26 dicembre 1799, “Francesco Pierobon qm. Andrea […] è stato sepolto nell’arca dei Poveri in q.sta Chiesa.”

[29] ACVTV, Visite pastorali, cit., c. 9 v.

[30] APSML, Reg. Can. Def., 6 giugno 1791.

[31] Ibidem, (1703-1759), 18 novembre 1752.

[32] Ibidem, (1759-1803), 25 aprile 1802.

[33]  Ibidem, 28 Febbraio 1778.

[34] Ibidem, 6 settembre 1803.

[35] Ibidem, (1703-1759), 10 novembre 1747.

[36] Ibidem, (1681-1703), 2 dicembre 1674; Gio Marchioro di anni 65 è l’ultimo appartenente della famiglia a essere registrato.

[37] P. Melchiori, 1985, cit., p.441.

[38] Ibidem, (1703-1759), 29 settembre 1708.

[39] Ibidem, 24 novembre 1728.

[40] Ibidem, (1759-1803), 1 dicembre 1759.
Contatore siti

Annunci


7 commenti

La morte e il morire a San Martino di Lupari (PD) (1^ parte)

Sepolture e degrado fino alla seconda metà del ‘500

I concetti della sacralità della morte e la certezza della risurrezione che fanno dell’annuncio cristiano il messaggio più sconvolgente che la storia possa ricordare, si concretarono fin dall’inizio con l’esigenza di dare degna sepoltura al corpo “tempio di Cristo”. Scomparso gradualmente il divieto di seppellire all’interno delle città, attorno alle chiese cristiane sorsero ben presto i campi santi. Questo non solo per motivi di praticità, ma soprattutto perché l’edificio di culto si trasforma nel luogo sacro (che da salvezza) per eccellenza.

Di maggior prestigio, per chi poteva permettersele, erano le sepolture all’interno delle chiese. I primi ad arrogarsi tale privilegio sono gli ecclesiastici e quasi contemporaneamente dignitari, confraternite, famiglie, oblatori e privati benestanti. Nel volgere di alcuni secoli tale prassi divenne talmente diffusa da trasformarsi in abuso; vendite di arche sepolcrali, sostituzione di fosse appartenute a famiglie estinte o declassate, restauri radicali o ricostruzioni delle chiese favoriscono il proliferare di sepolcreti che nascondono negli intenti dei loro esecutori il duplice scopo di sentirsi un po’ più vicini alla salvezza dell’anima e nel contempo di dimostrare a tutti il censo economico raggiunto.

Le chiese che fin dal medioevo sottostavano integralmente o in parte alla giurisdizione degli arcipreti luparensi, non fecero eccezione a tale regola, come ci testimoniano documenti antichi e reperti archeologici,[1] ma é da presumere che in loco tale pratica abbia subito un repentino incremento e una regolazione dopo il Concilio di Trento.

Prima della visita pastorale del 1567 non si hanno dati rilevanti sulle sepolture interne alla chiesa parrocchiale, ma che vi fosse da tempo una situazione confusa e abusata lo si deduce dalle stesse parole del presule Giorgio Cornaro che decretava di rimuovere dalla chiesa “li depositi de morti […] in termine di 15 giorni […] e che non si lasci più seppellire persone in chiesa senza nostra licentia […] per non romper il pavimento della chiesa”.[2]

Del cimitero attorno alla chiesa, invece, rimangono memorie più antiche, perché è ricordato già nel 1494,[3] quando il vescovo trevigiano intimava ai massari della fabbrica Domenico Travagnino e Domenico Sgambaro, nonché al sostituto prete Giovanni Luigi, di non “admittere animalia super Cemeterio dictae ecclesiae ad pastulandum, quod satis in congruum est, et ut ita dicamus impium cum prassertim quaedam isporum animalium ossa defunctorum eruant”. E poiché anche in seguito l’ordine fu disatteso e gli animali continuavano a sconfinare nel cimitero, si decise di costruire una recinzione stabile in muratura ben visibile in un disegno del 1705, dove compare la vecchia chiesa preesistente a quella ideata dall’architetto Giorgio Massari.[4]

Nel 1567, dunque, è attestata l’atavica usanza di seppellire morti in chiesa, senza peraltro che questa discendesse da qualche approvazione della curia trevigiana. Tale prassi tuttavia doveva andare a scapito non solo dell’integrità del pavimento ma anche della pubblica decenza, poiché il documento non lascia alcun dubbio quando ricorda la presenza di resti mortali lasciati in superficie. Da Treviso si cerca di disciplinare un abuso che con tutta probabilità durava da decenni, forse da secoli, concedendo la facoltà di seppellire in chiesa solamente previo consenso della curia vescovile e seguendo elementari norme igieniche.

Le tombe interne all’edificio dovevano essere della stessa tipologia e tutte “à volto co’ la sua pietra”, cioè ben scavate e incassate sotto il pavimento col soffitto a botte e con la loro brava lapide marmorea sopra. Di questa gamma costruttiva si è avuta riprova in occasione del restauro della chiesa storica di S. Martino avvenuta negli anni Novanta del XX secolo, con l’apertura e successiva sigillatura di un paio di queste tombe.

Bisogna pertanto presumere che solamente dalla metà del XVI secolo sia prevalsa la regola di seppellire decentemente i defunti ricoprendo le tombe con delle lapidi incise, mentre prima si seppelliva un po’ alla rinfusa, conferendo alla chiesa quell’aspetto orrendo che induceva il presule trevigiano a definirla “vergognosa”. Il macabro quadretto era infine completato dalla totale incuria degli altari e in particolare delle “mense […] così vilmente tenute”, al punto che si rendeva necessaria la costruzione in sacrestia di “un lavello co’ il suo secchiello per lavarsi le mani dalle brutture (toccate) avanti”. Se tale era la situazione di degrado dopo alcuni anni di restauro dell’edificio. Fortunatamente il presule trevigiano trova questa situazione di incuria e di abbandono qualche anno dopo l’inizio dei lavori di ristrutturazione della chiesa. Figurarsi quale doveva trovarsi l’edificio prima del 1552, anno in cui, stando a un’iscrizione ricordata dal Salomonio, terminarono dei lavori di restauro dell’edificio.[5]

Appena sette anni più tardi, nel 1559,[6] la chiesa e la canonica sembrano minacciare rovina e pertanto prima l’arciprete Bontempo e poi i successori Mazzoni[7] e Da Ponte, si adoperarono per nuovi restauri. E’ nell’intervallo che si colloca a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento che con ogni probabilità venne rifatta anche la pavimentazione della chiesa, con la conseguente copertura o rimozione delle tombe del XVI secolo.

Nel 1605 il conte Andrea Cittadella nella sua “Descrittione di Padoa”, parlando della matrice luparense afferma, fra l’altro, di aver visto in chiesa solamente una sepoltura, ma non si curò di guardare a che famiglia appartenesse. Con tutta probabilità si trattava della sepoltura di Zuanne Stoppa perché la vedova “Zenevre Forlanj”, figlia di Bortolomio Forlani da Cittadella, testando il 15 agosto 1609, nonostante il successivo matrimonio con Giacomo Spinelli, ordinava che alla sua morte il cadavere fosse “sepolto qui nella Chiesa di San Martino appresso l’ossa del quondam Signor Zuanne Stoppa mio primo marito”.[8]

E’ proprio con il XVII secolo che inizia la gara delle famiglie più in vista del paese per avere almeno una tomba in chiesa. Grazie alla disposizione pontificia che dal 1614 rendeva obbligatoria la registrazione anche dei defunti, diviene più semplice procedere anche alla catalogazione e al censimento delle sepolture effettuate nella chiesa pievana. Il primo arciprete ad assolvere l’obbligo delle registrazioni dei defunti comunque non fu il restauratore tridentino Lorenzo Da Ponte, bensì il suo successore, l’arciprete Giovanni Filippo Filippi, che nel 1635 iniziò ad annotare su fogli volanti le registrazioni canoniche dei defunti luparensi.[9]

Censimento delle tombe presenti nella parrocchiale dal 1605 al 1717

Prima dell’erezione della nuova chiesa settecentesca progettata dal veneziano Giorgio Massari, le arche sepolcrali presenti in chiesa erano le seguenti:

1) Tomba eretta dal cittadino padovano Zuanne Stoppa del fu Paolo prima del 1605.[10] Ricordata in quell’anno dal conte Andrea Cittadella, la sepoltura sembra possa essere identificata con quella ricordata nel 1609 dalla vedova Stoppa, tale Ginevra Forlani da Cittadella che era figlia del dottore Bartolomeo Forlanis. I due si erano sposati nel 1575 e la sposa aveva portato al marito la cospicua dote di 1.000 ducati d’oro.[11] Pur dimorando fra Padova e Cittadella, lo Stoppa rimase saldamente legato al paese di origine, tanto da decidere di esservi seppellito. La famiglia Stoppa é una delle più antiche del paese e discende da quel Baldissera Stupa che nel 1418 era possidente e feudatario del vescovo di Treviso.[12]

2) Sepolcro recante l’iscrizione “D.O.M. Ioanne Zagonio, haeredibusq: suis. 1620”.[13]

La famiglia Zagonio é del tutto sconosciuta a San Martino di Lupari, anche nelle epoche passate, si può pertanto presumere che tale forma onomastica contenga un errore di trascrizione del Salomonio. Al posto dell’inesistente Zagonio a nostro parere si dovrebbe trovare il cognome Zagnon. L’artefice della tomba in questo caso coinciderebbe con quel Zuane figlio di Domenego Zagnon da “sa(n) marti(n) da Lovari” battezzato il 18 luglio 1569.[14] La famiglia degli Zagnon risiedeva in località “alla favola” dove aveva un po’ di terra che confinava con quella del nobile Alvise Barbarella da Castelfranco e con la proprietà di Bartolomeo Bachin.[15] 

 L’arca sepolcrale degli Zagnon era posta davanti all’altare di S. Antonio da Padova, ma non conosciamo la posizione di questo all’interno della chiesa preesistente a quella del Massari.

3) Arca con l’iscrizione “Marchioro e suoi heredi MDCXXV”.[16] Questa famiglia, alla quale apparteneva anche il pittore storico Nadale Melchiori, secondo le asserzioni dello stesso[17] sarebbe antichissima in Lupari  e “per tradizione di alcuni habitatori di San Martino de Lovari […]” presente “[…] anco avanti li tempi del perfido Ezzellino da Romano”.

Questo ceppo luparense avrebbe poi dato origine al ramo Melchiori di Castelfranco verso il 1422 con Melchioro de fu Benedetto e avrebbe avuto origine dalla schiatta Melchiori di Venezia legata da parentela con quelle stabilitesi a Oderzo, Crespano, Sarmego di Camisano e Vicenza.[18]

Recentemente uno studio sui Melchiori[19] ha messo in luce molti dati interessanti sulle relazioni di parentela fra il ceppo originario da Oderzo e i rami residenti a San Martino di Lupari e Castelfranco. Ci pare però che le ricostruzioni genealogiche in questione siano piuttosto lacunose e ricostruite artificiosamente, senza validi supporti documentari.[20]

4) “Sepult. D:D Sebast: Gr: et heredem MDCXXXIX”.[21] Questa è la tomba fatta costruire da Sebastiano Grotto, morto il 26 dicembre 1654,[22] nella quale aveva fatto seppellire anche la moglie Santa nel 1649.[23]

La prima volta che incontriamo questo cognome a San Martino di Lupari é nel 1572, quando Giovanni Grotto fa battezzare il figlio Bartolomeo.[24] Di certo si tratta di una famiglia non indigena, giacché non la si incontra mai in documenti precedenti. Con tutta probabilità la presenza di Giovanni in Lupari é da ricercare nella qualifica con cui viene indicato, quella di “armentarius”, equivalente alla figura del pastore e dell’allevatore di bovini, quindi probabile origine montana o pedemontana.

5) La prima registrazione di una tomba in chiesa, che provenga direttamente dal registro canonico dei defunti, si ha invece solamente nel 1639, quando si menziona la sepoltura dei Lini o de Linis da Cittadella.[25]

In questa tomba l’ultimo ad essere sepolto nel 1644[26] fu “Il sig. Antonio Illini, detto il Caresan, con tutti gli ord: di S. Ch.a morse e fù sepelito nel suo liello inanti l’altare della B.a Vergine in questa Pieve” lasciando “un legato per anni Cinquanta di lire Cinquanta all’anno per una messa del mercore impotegando (ipotecando) a ciò doi Campi.”

6) Il solito Salomonio ricorda poi una sepoltura recante l’iscrizione “Bastian Gioto, e suoi heredi. MDCXL”.[27] Nella forma cognominale Gioto, questa famiglia è del tutto sconosciuta in Lupari, esisteva, invece nella formulazione Giopo-ppo. Nel 1649[28] era sepolta in questo avello Maria moglie di Sebastian Gioppo. Della morte del Sebastian, invece, non c’è alcuna traccia nei registri canonici parrocchiali, e neppure si incontra più il cognome Gioppo o Gioto, a meno che il nostro non sia quel Sebastian figlio di “Grotto Francesco”, morto il 28 ottobre 1658 e sepolto “nella sua ara”.[29]

In questo caso in chiesa sarebbero esistite due tombe della famiglia Grotto e il Salomonio avrebbe ricopiato dalla lapide Gioto per Grotto.

7) Notizie certe si hanno riguardo all’epigrafe che recitava come segue: “Reverendus Franciscus Antonellus hunc tum.sibi, Fratri suo, suoq: patruo, cum eorum success. Fratrib. quoque et sorarib. Oratorii fieri curavit. Anno 1649”.[30]

Questo prelato, nato nel 1621[31] da Giacomo Antonello e Giacomina, apparteneva al ramo degli Antonello detti Crida e ad una delle famiglie più in vista del paese. Nel 1647 l’arciprete Giovanni Filippi riferiva in un processo patrimoniale in corso a Treviso che i membri di questa famiglia “hanno tanti beni del Proprio, che haverebbero almeno ducati cento e venti d’entrata all’anno libera”.[32]

Francesco moriva nel 1698,[33] a settantasette anni, contrariamente agli ottanta che gli vengono affibbiati nel necrologico, e al suo funerale parteciparono ben dodici sacerdoti della parrocchia “e fu posto il suo cadavere sive Corpo sull’Arca della sua degna casa in q.sta Chiesa”.

8) “Marco Stopa q. Paulo, et suoi heredi. Raccordati de’ morti, che qui giace, Se doppo morte tu brami la pace. MDCIL”.[34]

Questa tomba é la stessa fatta costruire prima del 1605 da Zuanne Stoppa. Nei decenni successivi sarebbe stata modificata la lapide con il relativo testo per ricordare i  nuovi ospiti defunti. Come si é già visto, questa famiglia rappresenta una delle famiglie luparensi più antiche[35] e capace di parentele “forti” con i Furlanii, i Melchiori, i Toniato e altre famiglie ancora.

Un ramo di questa famiglia, quello di Giovanni Stoppa del fu Paolo, era riuscita anche ad inurbarsi a Padova, dove risiedeva in contrada Savonarola. Nel 1588 gli Stoppa padovani incrementarono il loro patrimonio immobiliare acquistando altri beni a San Martino di Lupari.[36]

9) Il Salomonio ricorda di seguito l’epitaffio di un’altra antica famiglia luparense, quella degli Zambuso, con queste parole: “Hic in posterum quiescent ossa D. Nicolai Zambusii eiusdemq.: Uxoris, et omnium natorum. Respice mortalis, quam parva urna Hominis fastum capit. Anno D.MDCL. die 13 Sept”.

Famiglia di origini notabili, quella degli Zambuso luparensi, originariamente presentava forme onomastiche diverse e corrotte.

Secondo il Melchiori, erano noti come “de Sambuchi”,[37] in altri documenti si incontrano le varianti “lambusi”, “Sambusi”, “Xambusi”, etc. Di sicuro si divise in più rami e si diffuse ovunque nel Veneto dando alla fine del Seicento numerosi prelati e uomini di legge. Con ogni probabilità all’origine di questa progenie si trova l’antico cognome luparense Buso o Buxo al quale venne aggiunto il nome personale troncato Zuanne.

Il Melchiori prendendo spunto dalla datazione riportata sulla tomba, afferma[38] che Nicolò Zambusi morì nel 1650, in realtà però i registri parrocchiali ci danno un’interpretazione diversa dei fatti; infatti nel 1650 non viene sepolto alcun Zambuso/i in Lupari. Nel 1673 i due coniugi Nicolò e Maddalena risultano ancora viventi e presenti alla sepoltura nell’avello di famiglia del figlio Santo morto nella “Città di Padova, essendo in età d’an(n)i circa ventitre et mesi quattro […]”.[39]  Alcuni anni dopo, nel 1686, si trova invece la vera data del decesso dello Zambusi “Nicolò Zambuso Veneto (veneziano) oriundo […] d’anni 70 […] sotto la cura di S. Liberale di Castelfranco […] fu sepelito il suo cadavere nell’Arca app(ress)o l’Altare del S(antis)s(im)o Rosario di ragione di sua casa”[40]. La data scolpita sulla lapide sepolcrale pertanto fa riferimento al committente e all’epoca della costruzione della tomba e non alla data del decesso di Nicolò.

10) Il raccoglitore di iscrizioni padovane ricorda poi di avere visto un’iscrizione sepolcrale recante queste scarne parole: “D. Geronimo Marangoni, e suoi heredi. MDCLXII.” Secondo il Melchiori questa famiglia[41] era originaria di Padova e venne in Lupari prima del 1400. Ma si sa, il Melchiori quando riporta notizie del genere é sempre piuttosto impreciso e inattendibile, non fornisce infatti alcun nome o appiglio documentario per suffragare la propria asserzione. In un nostro precedente lavoro[42] abbiamo potuto evidenziare che questa forma cognominale compare per la prima volta in Lupari solamente alla fine del Quattrocento, quando uno dei suoi rampolli é presente nella lista dei capifamiglia che firmarono una petizione nel 1490 contro il sostituto del pievano, un tale “p(re) lodovicum”, affinché il vescovo Franco lo sostituisse immediatamente per la sua condotta scandalosa.[43].

Fra i vari firmatari si trova, infatti, anche “Nicolò d(e) mar(an)gonj d(e) S(an) martin”,[44] uno dei capostipiti di questo casato che prende il cognome dal mestiere dei falegnami. Da questo ceppo uscirà anche l’unico parroco luparense nato in paese, quel Giovanni Marangoni nato il 22 settembre 1690 da Girolamo e Maria[45] e sepolto il 24 ottobre 1771 dietro l’altare maggiore della matrice che fu il principale artefice della costruzione della chiesa del Massari e della canonica.[46]

Particolare della chiesa, del campanile e della canonica di San Martino di Lupari nel 1628. In questa chiesa pre massariana si trovavano le tombe elencate nell'articolo.

Particolare della chiesa, del campanile e della canonica di San Martino di Lupari nel 1628. In questa chiesa pre massariana si trovavano le tombe elencate nell’articolo.

11) Dopo la tomba dei Marangoni, in successione cronologica si incontra quella del combattivo arciprete Alvise Rocca, che recava l’iscrizione: “Ossa R. Aloys Roche Ven. Archip. huius Eccl.ab. 1668”.[47] Alvise Rocca divenne pievano luparense nel 1657,[48] dopo esserlo stato a S. Angelo sul Sile di Treviso[49] e a Ormelle,[50] rimanendo in Lupari fino alla morte avvenuta il 20 marzo 1669.[51] Il suo decesso avvenne proprio nell’anno in cui il doge di Venezia gli aveva dato ragione contro il Cesana, già parroco di Galliera Veneta, in una lunga vertenza scaturita dal mancato adempimento di quest’ultimo ai suoi obblighi consistenti nel versamento annuale del canone aureo stabilito nel 1425 e per aver riscosso abusivamente il quartese su alcuni campi di Campagnalta detta allora Campagna di S. Martin.[52]

L’economo Brunati dopo averlo seppellito scrisse nel necrologio “[…] soggetto di rare virtù, e qualità, havendo ricevuto con grandissima devotione tutti li SS. Sacramenti […] fu fatto il suo funerale dalla Congregazione con altri R.di Sacerdoti […] fu sepolto con grandissimi lamenti di detta perdita”. L’anno della morte del Rocca, riportato dal Salomonio e ricopiato dal Melchiori, venne da questi fatta risalire al 1668, ma si tratta di un errore perché l’arciprete moriva il 20 marzo del 1669, come si evice chiaramente dal necrologio.

12) Di seguito viene ricordata l’epigrafe di “Marco Rufato, e suoi heredi. MDCLXVIII”.[53] Dal necrologio sappiamo che Marco Ruffato “[…] rese l’anima sua a Dio d’anni 83 in circa […] e […] Fu sepelito nell’Arca della sua Casa di qsta mia Chiesa” il 3 marzo 1701.[54] Questa famiglia, secondo il Melchiori, era presente in Lupari prima del 1260,[55] anche se sappiamo con quanta faciloneria il castellano riporti notizie di questo genere.

Di sicuro i Ruffato in Lupari non compaiono negli estimi del 1418 e del 1493 e per incontrarli bisogna attendere almeno il XVI secolo con residenza a Monastiero[56] e a Campretto,[57] ma stranamente non compaiono neppure negli estimi della metà del Cinquecento. Il committente della tomba di famiglia doveva comunque avere raggiunto un certo grado di benessere, tanto da essere in grado di fare costruire un capitello a Monastiero sul quale fece scrivere “M: Marco Ruffato et suoi figli f: f: per sua devotione l’anno MDCLXXXI”.[58]

13) Il Salomonio durante la sua visita alla chiesa incontrava di seguito la tomba di “Anzolo Antonello, e suoi heredi. MDCLXVIIII”[59]. Anzolo, nato il 5 marzo 1611,[60] da Andrea e Maria ebbe come capostipite quell’Andrea “de Antoneli” nato nei primi anni del Cinquecento che fu all’origine dei numerosi rami famigliari che ebbero per soprannome “Broio”. Stranamente nel suo necrologio del 10 dicembre 1678[61], non si fa menzione della tomba, eppure, come recita l’epigrafe stessa, esisteva già da almeno una decina d’anni, bisogna pertanto attendere il 4 luglio 1682 per scoprire che Lucia (1604-1682), vedova “del q(onda)m Angelo Antonello […] fu seppellita nella sua Arca […]”.[62]

Nella stessa tomba saranno in seguito sepolti anche i figli di Anzolo e Lucia, con le rispettive mogli, e i loro nipoti.[63]

14) L’arca sepolcrale della famiglia Miatello dev’essere stata costruita probabilmente fra il 1696 e il 1699, considerando che non compare nella serie stampata nel 1696 dal Salomonio. E’ documentata per la prima volta il 12 aprile del 1699, quando “[…] fu sepolta nell’Arca di sua casa in q.sta Chiesa Domenica moglie di Pietro Miatello”.[64] La tomba, dunque, era stata fatta costruire da Pietro Miatello, che era nato il 17 dicembre del 1625 da Marco Eustachio e da Mattia,[65] e che sarà sepolto in chiesa il 9 agosto del 1703.[66]

15) Nella vecchia chiesa esisteva poi la tomba degli arcipreti senza alcuna iscrizione. Nota infatti il solito Salomonio: “Extra sacellum Tumulus Archipresb. sine Titulo”.[67] E’ questa la tomba posta fuori dal presbiterio, dove venivano sepolti gli arcipreti luparensi, ma non solo loro; infatti, vi erano spesso deposte anche le salme del clero nativo od operativa in paese, come avvenne nel 1661 per il “M(olto) R(evernd)o D. Giovanni Machiavelli di anni 50 munito di tutti gli Santissimi Sacramenti amministrategli dal M. R° Curato di S. Hilario morse et fu sepolto nella Arca avanti l’altare Maggiore”.[68] Generalmente però gli arcipreti preferivano farsi seppellire in altri punti della chiesa, in tombe personali, forse per non finire nell’anonimato della fossa comune. Non pare un caso che questa consuetudine continuasse anche dopo la costruzione della chiesa del Massari, quando, volutamente, per alcuni anni non fu prevista alcuna tomba comune per il clero.

16) Fra le ultime tombe presenti nella chiesa antica, troviamo quella di un illustre arciprete, nella cui lapide erano incise queste parole: “Hic jacet Rmus: Ioannes Ferdinandus Laidelli Canonicus Aquileiensis Abb: Archipresbjterq: huyus ecclesiae. Vixit annos LXXIV, obiit anno MDCCVIII”.[69] E’ questa l’iscrizione posta sulla tomba del “Rev.mo Sig. Gio: Ferdinando Laidelli, Canonico d’Aquileia, Abbate Mitrato dell’Abbacia di S. Hilario, et Arciprete di questa mia Chiesa; doppo il corso d’anni 38 di Cura, et un anno intiero di malattia, rese l’anima sua a Dio […] et io Arciprete […] l’ho ordinato il funeral decente al suo merito con l’assistenza di 40 […] Sacerdoti […] et di poi fu sepolto in questa mia Chiesa verso l’Altar Maggior, con lapide inscritta […]”.[70]

17) Nel 1712[71] moriva Cattarina, vedova del fu Marco Favero detto Valentin, e il suo cadavere fu posto “[…] in salvo nell’Oratorio (Furlani) per fargli fare un’Arca in Chiesa […]”. Se ne deduce pertanto che l’arca dei Favero dovesse essere costruita entro l’anno 1712; infatti il Melchiori ricorda una iscrizione lapidaria del seguente tenore: “Ioannes et nep: Faveri vulgo Valentini hanc urnam posuere anno MDCCII inictu oculi clauduntur omnia”.[72]

18) Nel 1714[73] moriva Vettor Corno detto Franchini e gli toccava la stessa sorte della vedova Cattarina Favero; infatti, “[…] fu posto in deposito nell’Oratorio per fargli far un’Arca in Chiesa […]”.

Su quest’arca erano scolpite le seguenti parole: “D.O.M. Opus Antonii Dni: MDCCXIV. Respice finem”.[74] Singolare è il fatto che sulla lapide manchi il cognome a vantaggio del soprannome e lo stesso accade per gli altri Corno qui sepolti; infatti, li si trova regolarmente registrati solo con il soprannome Franchini.[75]

In seguito alla decisione di procedere prima all’ampliamento della stessa nel 1717 e in seguito alla sua totale demolizione e ricostruzione, si continuò a seppellire nelle precedenti arche di famiglia prevedendo l’aggiunta di nuove sepolture. In questo processo molte delle vecchie sepolture furono cancellate per mancanza di eredi, ma soprattutto per esigenze di spazio; le famiglie rampanti del Settecento, previo permesso scritto del vescovo come era stato ordinato nella visita pastorale del 1725,[76] esigono di farsi costruire nuove sepolture a scapito delle precedenti. A tutto ciò, va aggiunta la probabile copertura con la nuova pavimentazione settecentesca di tutte le tombe antiche sulle quali nessuno aveva rivendicato diritti per estinzione delle originarie famiglie committenti.

Questa è però una storia che continuerà con un prossimo articolo.


[1] Si veda il caso della chiesa dell’abbazia di S. Pietro e S. Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani) dove fin dall’anno 1085 gli oblatori laici chiedevano di essere sepolti. Nella stessa chiesa, nel transetto sud, sotto il pavimento esiste ancora l’antica tomba degli abati, mentre sul lato diametralmente opposto se ne trova un’altra che ha sconnesso un tratto del pavimento per cedimenti strutturali. Nella chiesa arcipretale di S. Martino di Lupari é da sempre documentata l’esistenza di tombe, mentre per le chiese scomparse di Lovari e Campretto non ci sono notizie a riguardo. A Monastiero sono emerse a più riprese resti di sepolture prossime all’entrata, già zona absidale della primitiva chiesa e a Borghetto sono state studiate tombe all’interno e all’esterno dell’oratorio campestre di S. Massimo.

[2] ACVTV, Visite pastorali antiche, b. 5, 24 aprile 1567, c. 517.

[3] Ibidem, Actorum, b. 2., a. 1494, 15 gennaio 1494, cc. non numerate.

[4] ASVE, Beni comunali, b. Padova, disegno 1, 28 aprile 1705.

[5] G. Salomonio, Agri Patavini Inscriptiones Sacrae et Prophanae, Padova 1696, p. 231.

[6] ACVTV, Actorum, b. 17 (1558-1560), cc. 164v- 165.

[7] ACVPD, Visite pastorali, 11 luglio 1584, c. 596 v.

[8] APCVi, Registro A, contenente vari testamenti della famiglia Forlani da Cittadella, testamento del 15 agosto 1609 rogato dal notaio Paolo Pastore di Cittadella.

[9] APSML, Reg. Can. Defunti (1635-1663), mancante di alcune pagine iniziali.

[10] A. Cittadella, Descrittione di Padoa e suo territorio con l’inventario Ecclesiastico. Brevemente fatta l’anno salutifero MDCV et in nove trattati compartita con tavola copiosa, trattato VI, p. 159; Testamento 1609.

[11] P. Melchiori, I Melchiori di Crespano, Castelfranco V. 1985, p. 444.

[12] ASPD, Estimo 1418, Reg. 329, c. 3 r.

[13] G. Salomonio, cit., n 3. La stessa iscrizione fu ricopiata e quindi ripresa dal pittore di Castelfranco Nadal Melchiori che la riportò nel suo Catalogo Historico Cronologico […] 1724-1735, Ms. 158, c. 464, n 3.

[14] APSML, Reg. Can. Batt. Matr. (1564- 1583), “1569 adi 18 lugio Zuanne fiollo de s(er) domenego Zagno(n) da sa(n) marti(n) da lovari fu baptizatto p(er) me p(re) Zuambapt(ist)a capela(n) soprascrito p(er) compare s(er) bartolomio q. s(er) agnolo Tuniatto p(er) comar(e) dona Zuana mogier(e) q; Iachomo stocho de ditto locco”.

[15] BCCV, Estimo generale dei cittadini 1546-1555, B. 50 San Martino di Lupari, c. 136, 13 marzo 1548.

[16] G. Salomonio, cit., p. 231, n. 8; N. Melchiori, cit., c. 464, n. 8.

[17] N. Melchiori, Catalogo …, op. cit., c. 64 v.

[18] Ibidem, c. 482

[19] P. Melchiori, cit., pp. 441-452.

[20] Ibidem, p. 443. Lo stesso autore ammette i limiti della propria ricostruzione genealogica dei rami di Castelfranco e San Martino di Lupari dove ha inserito ingiustificatamente degli anelli di congiunzione “di convenienza […] affinché la ricostruzione […] fosse più omogenea”.

[21] G. Salomonio, cit. p.231, n 9; N. Melchiori, cit., c. 464, n 9.

[22] APSML, Reg. Can, Def., (1635-1663), 26 dicembre 1654.

[23] Ibidem, 14 ottobre 1649.

[24] Ibidem, Batt., 12 ottobre 1572.

[25] Ibidem, Def., 21 ottobre 1639. Atto di morte e sepoltura della signora Anzola “Lin”.

[26] Ibidem, 22 gennaio 1644.

[27] G. Salomonio, cit. pag. 231, n. 7; N. Melchiori, cit., c. 464, n 7.

[28] APSML, cit., 24 novembre 1649.

[29] Ibidem, 28 ottobre 1658.

[30] G. Salomonio cit., p. 231, n. 10; N. Melchiori, cit., c. 464, n 10.

[31] APSML, Reg. Can. Batt., (1586-1646), 13 luglio 1621.

[32] ACVTV, Liber Patrimoniorum, b. 2., fasc. 1647-1652, 14 agosto 1647.

[33] APSML, Reg. Can. Def., (1663-1681), 18 aprile 1689.

[34] G. Salomonio, cit., p. 231, n 11; N. Melchiori, cit., c. 464, n 11.

[35] ASPD, Estimo 1418, Reg. 329, c. 3 r.

[36] ASVI, Notarile di Cittadella, F. Peregrini, b. 41.

[37] N. Melchiori, cit.,cc. 109-109 v.

[38] Ibidem.

[39] APSML, Reg. Can. Def., (1663-1681), 30 agosto 1673.

[40] Ibidem, (1681-1703), 11 giugno 1686.

[41] N. Melchiori, cit., c. 63.

[42] P. Miotto, Seicento, cit.

[43] ACVTV, Parrocchie, San Martino di Lupari, b. 210 A, fasc. Parroci, c. 17 r, 18 marzo 1490.

[44] Ibidem, cc. 15 r-15 v.

[45] APSM., Reg. Can. Batt., (1685-1697), 22 settembre 1690;

[46] Ibidem, Reg. Can. Def., (1759-1803), 24 ottobre 1771.

[47] G. Salomonio cit., n 2; N. Melchiori, cit., c. 464, n 2.

[48] ACVTV, Visite pastorali, vol. 25/2, 4 ottobre 1668, cc. 364 v-360 r.

[49] Ivi, Elenco dei parroci di S. Angelo sul Sile e di Ormelle dal 1600 ad oggi.

[50] Ivi, Visite pastorali, 25 settembre 1675 e 12 maggio 1680 del vescovo Gradenigo a Ormelle.

[51] APSML, Reg. Can. Def., (1663-1681), 22 marzo 1669.

[52] APGV, Carteggi relativi alla vertenza Rocca- Cesana, 1669, cc. 1r.- 85r.

[53] G. Salomonio, cit., n 6; N. Melchiori, cit., n 6.

[54] APSML, Reg. Can. Def., (1681-1703), 3 marzo 1701.

[55] N. Melchiori, cit., c. 213 v.

[56] APSML, b. 11, fasc. L, Stampa Per il Commun di Monastiero, p. 19, 2 luglio 1576.

[57] Ibidem, Reg. Can. Batt., 22 […] 1572, battesimo di Filippo, figlio di Domenico Ruffato da Monastiero; 17 febbraio 1577, battesimo di Valentina, figlia di Dionisio Ruffato da Campretto.

[58] N. Melchiori, cit., c. 75, n 6.

[59] G. Salomonio, cit., n 5; N. Melchiori, cit., c. 464, n 5.

[60] A.P.SML., Reg. Can. Batt., (1586-1622), 5 marzo 1611.

[61] Ibidem, Reg. Can. Def., (1663-1681), 10 dicembre 1678.

[62] Ibidem, (1681-1703), 4 luglio 1682.

[63] Per confrontare i dati genealogici della famiglia di Anzolo e Lucia e le rispettive diramazione si veda P. Miotto, Seicento, cit.

[64] APML, Reg. Can. Def., (1681-1703), 12 aprile 1699.

[65] Ibidem, Batt., alla data.

[66] Ibidem, 9 agosto 1703.

[67] G. Salomonio cit., p. 231.

[68] APSML, Reg. Can. Def., (1635-1663), 21 gennaio 1661.

[69] N. Melchiori, cit., c. 465, n 13.

[70] APSML, Reg. Can. Def., (1703-1759), 12 aprile 1708.

[71] Ibidem, 15 agosto 1712.

[72] N. Melchiori, cit., n 15.

[73] APSML, Reg. Can. Def., 28 aprile 1714.

[74] N. Melchiori cit., n 14.

[75] APSML, Reg. Can. Def., (1703-1759); 14 maggio 1724, Zuanne del fu Zuanne Franchini sepolto nell’arca; 26 luglio 1726, sepoltura nell’arca di d. Sebastiano Franchini; 8 settembre 1726, lo stesso per Zuanne di Antonio Franchini; 13 giugno 1728, ibidem per Antonio Franchini.

[76] ACVTV, Visite pastorali antiche, b. 25, Reg. 1724-1725, cc.435-445, 7 giugno 1725, vescovo Augusto Zacco.
Contatore siti


5 commenti

La morte e il morire a Tombolo (PD) fra ‘600 e ‘700

La consultazione analitica dei primi registri dei defunti della parrocchia di Tombolo, in provincia di Padova ma diocesi di Treviso, ha permesso di verificare un particolare aspetto sociale del paese che riguarda i decessi avvenuti per cause non naturali nel periodo compreso fra il 1640 e il 1792.

Parlare di ordinaria criminalità locale nel passato è come scoperchiare una pentola ricolma di situazioni che permettono di verificare una costante storica umana: lo scontro continuo fra legalità e illegalità.

Dal punto di vista storico e sociale l’esame della documentazione rimasta sull’argomento è molto interessante perché, oltre alla curiosità che può suscitare, svela un mondo fatto di persone concrete, di donne e uomini che tentano di sopravvivere e a volte di migliorare la propria condizione sopraffacendo gli altri, rischiando di essere sopraffatti a loro volta.

 L’uso ordinario di armi bianche e spesso anche delle armi da fuoco determina scontri che hanno sempre il sapore dei regolamenti di conti, delle imboscate e talvolta delle rapine e i casi tombolani che si elencano non fanno eccezione.

Il primo caso ricordato nel 1642 è Simone Cavicchiolo, liquidato dal curato con poche parole: Morse Simon Cavic[chio]lo da una Archebusata d’ani 61 in c[irc]a hebbe i Santiss[im]i Sacra[me]nti fù sepelito in questo Cimiterio. Non è dato di conoscere qualcosa di più, se non che la somministrazione dei sacramenti fu possibile solo perché il colpo di archibugio non provocò il decesso immediato del Cavicchiolo.[1] Le frettolose registrazione di morte del curato Cabrini sembrano dare addito ad una familiarità e quotidianità con la morte assolutamente inimmaginabili ai nostri tempi.

Il secondo caso di omicidio riguarda una delle due famiglie più in vista di Tombolo, quella dei Gatti, originari di Cittadella. Il fatto era salito all’onore delle cronache a tal punto che ancora nella seconda metà dell’Ottocento era riportato dallo storico Andrea Gloria in questi termini: Vi abitava il 1648 Giambattista Gatto di Cittadella che venuto a rissa col figlio dott. Giovanni giacente a letto, acceso da bestiale furore lo trafisse con pugnale nel cuore, onde poche ore appresso morì. Essendo poscia scomparso, fu bandito con minaccia del capo se frangea i confini, e con la taglia di lire 600 a chi l’avesse preso. Eppure non corse un anno, che padre sì snaturato ottenne di andar franco della pena.[2]

In realtà l’omicidio avvenne a Tombolo il 21 agosto 1647 e il cappellano curato d. Paolo Carnieri-Martini appena saputa la notizia si era affrettato a riportare nel registro dei defunti con una sorta di timore reverenziale verso i Gatti, evitando di scrivere i nomi dei protagonisti e registrando l’episodio nella prima pagina del registro perché l’assassinato fu sepolto a Cittadella, nella chiesa di S. Maria della Disciplina, attualmente del Carmine, in borgo Padova. Ma lasciamo alle parole del sacerdote il sintetico racconto dell’episodio che si discosta in qualche tratto dalla narrazione del Gloria: Adi 21 Agosto 1647 fù uciso il Dottor gatti da suo Padre con una Pugnalata nel fianco sinistro, et il Mercoredi fù il giorno di S. Agostino gli fù datto sepultura nella chiesa della disciplina di Cittadella.[3]

Trascorrono alcuni anni e nel 1652 è documentata l’uccisione di Francesco Pegorin omettendo tutti i particolari del caso: li 5 Agosto 1652 Francesco Pegorin d’an[n]i cinquanta in circa fù ucciso, et fù sepolto in questo cemiterio.[4]

Nell’estate del 1657 sono documentati nella stessa settimana due omicidi notturni che fanno pensare ad un regolamento di conti. Il 2 luglio è assassinato alle due del mattino Battista Busatto[5] e il 7 luglio muore in un’imboscata a mezzanotte Paolino Pesson. Come per i casi precedenti non è dato di sapere alcunché.[6]

Nel settembre del 1663 decedeva un altro illustre membro della famiglia Gatti. Si tratta di Claudietto, nipote di Claudio senior, che a 21 anni moriva colpito da un colpo d’archibugio alle due di notte. Il personaggio era trattato come un figlio dallo zio, il quale nel 1664 istituirà un legato di 25 messe da celebrare nella chiesa di Tombolo dov’era stato sepolto nella tomba di famiglia. Il necrologio fu compilato dall’amico di famiglia d. Bernardino Cecchin, che stilò il seguente necrologio: Adi 22 7bre 1663 Claudio figlio del q[uondam] Mutio Gatti interfetto à hore doi di notte in circha d’un archibugiata, et ipso fatto passò di questa vita senza niun sacramento d’anni 21 in circa e fù sepolto in questa Chiesa di Tombolo p[er] mi Pre[te] Bernardin Cecchin Rettor.[7]

Anche i nobili Filippi furono protagonisti di una brutta avventura che capita in casa loro nell’inverno del 1666, con la morte del piccolo Zuanne, di appena 7 anni, che rimase interfetto sotto una roda da caroza e fu seppellito nella tomba di famiglia presente in chiesa.[8]

Trascorrono pochi anni e a morire dopo quattro giorni d’agonia per un colpo d’archibugio sparato di notte è il venticinquenne Mattio Venturin, come ricorda il curato Cecchin: Adi 11 Novembre 1672 Mattio Venturin q[uondam] Zuan[n]e passò di questa vita d’anni 25 in circa d’una archibugiata in una Lembrana [sic!], et visse giorni quatro in tempo di notte, et fù sepelito in questo cimiterio p[er] mi Pre[te] Bernardin Cecchin Rettor.[9]

Una brutta morte capita anche a Piero Filippi, che in un giorno di carnevale del 1675 riceve due ferite da arma bianca al ventre riuscendo a sopravvivere per quattro giorni prima di essere sepolto nel cimitero parrocchiale. In questo caso desta curiosità la meticolosità con la quale il curato Cecchin descrive le posizioni delle due ferite, dando maggiore importanza al dettaglio necroscopico rispetto alla dinamica dell’assassinio.

La chiesa di Tombolo nell'anno 1900 con la canonica e il palazzo Rizzardi sulla destra.

La chiesa di Tombolo nell’anno 1900 con la canonica e il palazzo Rizzardi sulla destra.

Piero Filippi q[uondam] Nicolò d’an[n]i 43 in circa, il quale fù ferito il giorno di Carnevale fù li 26 del caduto co[n] dui ferite nel ventre l’una quatro ditti lontana dal Ombilico alla parte destra, et l’altra poco più alta alla sinistra et visse giorni quatro, et li fù aministrato tutti li Santis[si]mi Sacr[amen]ti; et passò di questa vita beniss[i]mo disposto et fù sepelito in questo cim[iteri]o di Tombolo p[er] mi Pre[te] Bernardin Cecchin Rettor.[10]

Meno cruento, ma alquanto singolare, è il decesso di Filippo Crivellaro. Questi aveva 9 anni e il 24 giugno 1678 era entrato probabilmente di nascosto nel cimitero parrocchiale per giocare, come aveva fatto in chissà quante altre occasioni, ma quella volta gli fu fatale, come racconta il Cecchin: Filippo figl[io]lo di Fran[ces]co Crivelaro passò da questa vita d’anni nove in circa, et la sua infirmita fù che li cascò un copo dalla chiesa e li sbusò la testa, e fù sepelito in questo Cim[iteri]o p[er] mi ut supra.[11]

Un’altra morte accidentale colpisce nel 1686 il piccolo Sebastiano Filippi, di appena 14 mesi, quale si anegò nel fossetto avanti le porte della strada.[12]

Vittima di una lite all’osteria “da Facco” di Cittadella è invece Martin Zambuso che rimediò un’archibugiata letale, come ricorda il curato: Addi 21 Zugno 1688 Martin fig[lio]lo di m[esse]r Andrea Zambuso passò a questa notte d’anni 28 in cir[c]a sotto Cittadella fù ucisso da una Archibugiata subito all’osteria da facho et fù sepelito in questo Cimitero fatte l’esequie da mi Pre[te] Bernardin Cecchin P[ievan]o.[13]

Nell’estate del 1730 si affoga in casa sua nel suo pozzo di mal caduco Zuanne Andretta,[14] e appena tre mesi dopo cade sotto i colpi dei poliziotti Iseppo Andretta, detto Zero, essendo interfetto da sbiri appresso il Capitello dell’Osteria dei Mediatori.[15]

Trascorrono tre anni e si ha un altro affogamento, quello di Bastian Grigollo che morì affoggatto in un fosso d’acqua alla non tenera età di 67 anni.[16]

Nel 1735 ad Abbazia Pisani è ucciso in un agguato Domenico Leonardi, detto Fozza, un pastore dell’Altopiano di Asiago ricevendo sepoltura a Tombolo.[17]

L’anno successivo era sepolta nel cimitero la piccola Domenica, figlia di Muzio Andretta, che dopo una rovinosa caduta da una scala ebbe un’agonia di due giorni.[18]

Peggior sorte toccava nell’estate del 1738 a Bortolamio, figlio di Domenico De Polli che decedeva a 12 anni mentre contrastando con due altri suoi eguali di età si ruppe l’osso del collo avanti la gradella della Chiesa il giorno della Sagra di S. Toscana molti presenti.[19]

Analogo era il destino del ventenne Pietro, figlio del fu Biagio Pilotto che nel 1739 moriva essendo caduto giù dalli Fenestroni del Campanile l’ultimo giorno di Carnevale o pure il penultimo facendo Campanò per la solennità di S. Valentino […] il suo cadavere fù sepolto […] l’ultimo giorno di Carnevale.[20] Nello stesso anno decedeva in duello anche Domenico di Angelo Andretta, detto Mattiollo, ricevendo sul capo una sciabolata da un coetaneo.[21] Un tragico destino attendeva anche il piccolo Davide di Santo Pavin, di appena tre anni e mezzo che moriva affogato, e somerso nel pozzo di casa essendo privo di ambi gli occhi dalle Varole.[22]

Nel 1742 la morte raggiungeva il cinquantenne Angelo Franceschetto di Cittadella venuto qui in Tombolo per batter il suo formento nella casa de Busati pure di Cittadella preoccupato da improviso male sia opresion di cuore, o Apoplesia li fù data la Assoluzion sacramentale per conosciuto uomo da bene.[23]

Nel 1743 si affogò nella Brentella avanti il Cortivo corendo in cariollo Domenica, figlia di Domenico Bellotto.[24]

Del tutto singolare è l’omicidio perpetrato ai danni di Mattia, moglie di Antonio Pilotto, nel 1748. Sentendo rumori nell’orto di casa la donna si precipita giù dalle scale seguendo il marito e rimane uccisa alle ore sei della notte precedente nel Orto di Anzolo Andreetta vicino al suo, da un Ladro, overo due, che volevano e tentavano rubbare li Garofani nel proprio Orto, mentre difendeva, o’ separava il marito dalli Ladri.[25]

Ma non mancano nemmeno i suicidi come quello di Zuanne Tombolan, figlio del defunto Iseppo che si diede la morte da se stesso, e si affoggò col Capestro alla Golla nella passata notte nel suo solaro essendo due anni prima privato di cervello, e di sera fu sepolto in un cantone del cim[iter]o quasi privatamente senza suono delle campane e senza canto funebre con mandato della Giustizia di Cittadella.[26]

Un altro omicidio legalizzato è quello che capita a Lorenzo Pellanda di Giambattista da Rosà, che essendo ricercato dalla giustizia nel maggio del 1782 è stato ucciso jeri all’ore 22 dalli Ministri della Giustizia di Cittadella di anni 24 in c[irc]a all’ore 6 della scorsa notte è morto, e da me Gianfranco Pulitta Parroco è stato assolto sub conditione, ed amministrato l’Oglio Santo, assistito sino fine, et accompagnato alla sep[oltur]a in questo Cim[iter]o.[27]

Sei anni dopo si assiste al primo omicidio documentato in una non meglio precisata osteria di Tombolo, che dovrebbe coincidere con l’attuale bar ai Mediatori perché nel necrologio il parroco cancella con un tratto d’inchiostro le due parole questa strada, riferite all’attuale Via della Chiesa dove si trovava un tempo la canonica. A cadere sotto i colpi dei suoi assassini è Antonio Pavin di Domenico ucciso nell’Osteria di questa Villa di anni 26 avendo ricevuta la ferita mortale il di 22 corrente, e jeri all’ore 16 è morto munito dei S[antissimi] S[acra]menti.[28]

Nel 1790 era ucciso dai poliziotti di Cittadella – Ministri della Giustistia – il ventiquattrenne Lorenzo Pelanda, dopo essere stato inseguito da Rosà fino a Tombolo.[29]

Nel 1792 incappa in un incidente mortale Giovanni Beghetto del fu Giuseppe. In preda ai fumi dell’alcol, mentre ritornava a casa all’una di notte, precipita dentro un pozzo annegandosi. L’episodio è così ricordato dal cappellano d. Diego Vigo: Adì 18 Gennaro 1792 Giovanni Beghetto q[uondam] Giuseppe morì geri sera all’ore una di notte e la sua morte fu cagionata da ciò, perché fù stato trovato in un Pozzo d’Acqua, è stato sepolto in q[ue]sto Cimitero da me.[30]

Lapide tombale del parroco Domenico Zambusi. Primo tombolano a ricoprire tale incarico, morì il 13 novembre 1766 facendosi seppellire "nel mezzo della chiesa vicino alla porta maggiore".

Lapide tombale del parroco Domenico Zambusi. Primo tombolano a ricoprire tale incarico, morì il 13 novembre 1766 facendosi seppellire “nel mezzo della chiesa vicino alla porta maggiore”.

Nel mese di marzo del 1795 Nadale Andreetta d[ett]o Marchioretto rillevò una ferita mortale la notte delli 10 in località Casona di S. Martino di Lupari e dopo aver ricevuto i sacramenti dal cappellano di quella chiesa d. Pietro Marangoni venne poi a spirare in sua Patria, e Casa assistito dal cappellano di Tombolo d. Giacomo Bussolin all’età di 16 anni.[31]

L’omicidio di Lorenzo, figlio del fu Valentin Corizzato, detto Budin, avvenne invece davanti il Capitello della Piazza in età di anni 20 e fu sepolto dal parroco d. Jacopo Dorella previa licenza della sanità di Cittadella.[32]

Diverso è il caso di Eugenio figlio del q[uonda]m Domenico Crivellaro d’anni 61 jeri sera all’ore 24 fu dal Cavallo precipitato di Carretto, e riportò nell’Occipite una forte contusione, per cui perdette i sensi, e mantenendosi tutta la notte letargico, e soporoso, fu poi alle ore 12 di questa mattina, che in un punto perdette e polsi, e vita senza esser stato capace nè di Sacramenti, nè di alcuna assistenza spirituale.[33]

L’ultima vittima della brutta stagione del periodo esaminato è Domenico, figlio del fu Giovanni Cazzarotto, detto Gucchiarollo, essendo a’ 7 cor[ren]te caduto in un Fosso, e sortitone tutto malconcio, postosi a letto colla speranza di ricuperarsi, nella notte in vece (sic!) venendo li 9 all’ore 8 improvvisamente morì, e subito manifestò in tutto il corpo un livido, e nero colore. Era in età d’anni 59.[34]


[1] Ivi, Registro battezzati (1640-1678), 5 maggio 1742.

[2] A. Gloria, Il territorio Padovano illustrato, vol. I, Padova 1862, p. 281.

[3] APT, Registro defunti, 1640-1678, 21 agosto 1647, prima pagina del registro.

[4] Ibidem, 5 agosto 1652.

[5] Ibidem, 2 luglio 1657, Battista Busatto passò da questa a miglior vita d’an[n]i 27 in circa ucciso à due hore di notte, et hebbe l’oglio Santo et fù sepolto in questo cimiterio.

[6] Ibidem, 7 luglio 1657, Paulin Pesson passò d questa à miglior vita d’an[n]i 22 in circa ucciso à hore vinti quatro in circa si confessò et hebbe il sacramento del oglio Santo, et fù sepolto in questo cimiterio.

[7] Ibidem, 22 settembre 1663.

[8] Ibidem, 7 novembre 1666.

[9] Ibidem, 11 novembre 1671.

[10] Ibidem, 3 marzo 1675.

[11] Ibidem, 24 giugno 1678.

[12] Ibidem, 21 febbraio 1686.

[13] Ibidem, 21 giugno 1688.

[14] Ivi, Registro defunti, 1740-1792, 28 luglio 1730.

[15] Ibidem, 15 ottobre 1731.

[16] Ibidem, 31 marzo 1733.

[17] Ibidem, 10 maggio 1735.

[18] Ibidem, 20 giugno 1736.

[19] Ibidem, 6 luglio 1738.

[20] Ibidem, 10 febbraio 1739.

[21] Ibidem, 13 luglio 1739.

[22] Ibidem, 26 settembre 1739.

[23] Ivi, Registro defunti, 1740-1792, 8 luglio 1742.

[24] Ibidem, 12 giugno 1743.

[25] Ibidem, 6 settembre 1748.

[26] Ibidem, 19 marzo 1752.

[27] Ibidem, 2 maggio 1782.

[28] Ibidem, 26 luglio 1788.

[29] Ibidem, 2 maggio 1790.

[30] Ibidem, 18 gennaio 1792.

[31] Ivi, Registro defunti, 1792-1816, 12 marzo 1795.

[32] Ibidem, 26 settembre 1796.

[33] Ibidem, 22 settembre 1802.

[34] Ibidem, 11 dicembre 1804.
Contatore siti