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1797: il patrimonio di Alessandro Marcello nel Cittadellese

di Paolo Miotto

28Settembre 1734, Palazzo Marcello a Paviola

Villa Marcello a Paviola nel 1734.

Il 28 luglio 1797, il cittadino veneziano Alessandro Marcello (1750-1833), ultimo rampollo del ramo della Maddalena con residenza a Paviola, presenta ai funzionari napoleonici l’elenco dei beni posseduti nel territorio di Cittadella tramite l’agente Francesco Toffanin.[1] Si tratta di una cospicua fetta del patrimonio familiare, seppur ridotto rispetto alla consistenza originaria, come dichiarava il nonno nel 1743 che lo giudicava completamente dilapidato da anni di vertenze familiari. L’analisi del documento è importante perché offre un quadro analitico della situazione patrimoniale del Marcello, non solo a Paviola dove si trova ancora la splendida dimora, ma in tutto il distretto di Cittadella.

La stesura della dichiarazione di quanto Possede il Cittadino Alessandro Marcello Ex Nobile Veneto,[2] sembra risentire in modo evidente di due elementi fondamentali: la presenza dell’agente sangiorgese Toffanin e la centralità del palazzo di Paviola. Per questi motivi la descrizione procede dalla località di Paviola, si espande su tutto il territorio di S. Giorgio in Bosco e, infine, si allarga sulle altre località della soppressa podesteria di Cittadella.

Complessivamente si passano in rassegna 91 affittanze di varia estensione,[3] procedendo da un minimo di ¼ di campo ad un massimo di 87 campi, per un totale di 850 campi e ¼. La dichiarazione riguarda anche l’esazione di diritti particolari, come lo jus pestrino, cioè il privilegio di riscuotere il dazio sulla produzione del pane (diritto sulle panetterie = jus pistrina) da percepire nelle ville di Lobia, Persegara, Presinetta, S. Colomba (nella riva sinistra del Brenta, presso Persegara), Baschiera (sulla riva destra del Brenta), Busiago, Ramusa, Giara Bassa, S. Giorgio di Bosco, Cogno, Carturo di Sopra Carturo di Sotto, e Paviola, con una rendita annua di 620 lire venete. L’altro diritto vantato è quello di far Osterie Magazzini, e Bettole, e Beccarie, che i Marcello avevano acquistato negli anni 1656 e 1689, vantando diritti nei villaggi di Paviola, Carturo di Sopra, e Carturo di Sotto, Perseghera, e Lobia, S. Lorenzo, Busiago, S. Zorzi di Bosco, S. Colomba, Giara Bassa, Villa Ramusa, Marsango, Cogno, e Bolzonella, con una rendita fissa annua d’altre 620 lire venete. Entrambi i privilegi, nel 1797, sono locati a Mattio Tombolato di Paviola, unitamente all’osteria, cinque piccole case e un campo e mezzo di terra, per un canone annuo di 1.699 lire. Infine, Marcello vanta il diritto di riscossione della decima integrale nel territorio di Paviola, affittato a Stefano Ceccato, detto Simon, per 266 lire, e della terza parte della decima su Lobia e Persegara.

Villa Marcello a Paviola

Paviola e Palazzo Marcello in primo piano.

Ma procediamo con ordine, seguendo la classificazione topografica proposta dal documento.

In Villa di Paviola

  1. 15 campi Compreso pocca Terra al Cappitello tutti Prativi con Casa Domenicale, e addiacenze, Lavoratti in Casa, con una resa annua, calcolata su base quinquennale, di 38 carri e ¾ di fieno, 1/3 di carro di strame, 200 fascine e 1/6 di mastello di mosto.[4]
  2. Una Bottega di Fabro con poca terra adiacente affittata ad Antonio Pinton per 69 lire.
  3. Una porzione di casa, con poca terra locata a Marco Brunoro, detto Battistella, per 42 lire.
  4. Una porzione di casa con poca terra locata ad Anzola Gallena per 31 lire.
  5. Una porzione di casa con poca terra locata ad Anzola, vedova Borsato, per 31 lire.
  6. Una porzione di casa con poca terra locata a Giacomo Marangon per 31 lire.
  7. 5 campi e mezzo, con casa, locati ai fratelli Giuseppe e Antonio Marangon per un canone misto di 193 lire, 11 staia di frumento, metà dell’uva prodotta.[5]
  8. I privilegi del pestrino e dell’edilizia commerciale, più l’osteria, cinque piccole case e un campo e mezzo di terra, tutto concesso a Mattio Tombolato.
  9. 1 campo e mezzo con porzione di casa, affittati ad Anzolo Marangon per 132 lire.
  10. 4 campi, con casone di paglia, locati ad Anzolo Biscotto, con canone misto di 3 staia di frumento, 120 lire e onoranze.[6]
  11. Il diritto della riscossione della decima sul territorio di Paviola, affittato a Stefano Ceccato, detto Simon, per 266 lire venete annue.

In Villa di Lobia (e) Comun di Persegara

  1. 41 campi distribuiti in vari appezzamenti e affittati al solito Ceccato, in cambio del canone misto di 144 staia di frumento, metà dell’uva prodotta (media annua di 36 mastelli abbondanti), onoranze e 290 lire.[7]
  2. 5 campi e mezzo, con casone di paglia, locati ad Antonio Prettato, in cambio del canone misto di 5 staia di frumento, onoranze e 144 lire.[8]
  3. 10 campi, distribuiti in più appezzamenti, con casone di paglia, assegnati all’agente Marcello, Francesco Toffanin, per l’onere misto di 4 staia di frumento, onoranze e 336 lire e 7 soldi.[9]
  4. 1 campo e mezzo affittato a Pietro Zorzi, detto “Gamba Curta”, in cambio di 1 staio di frumento, onoranze e 93 lire.[10]
  5. 5 campi con casa in muratura, affittati ad Antonio Rizzotto, detto Ton, per 6 staia di frumento, 167 lire e 16 soldi.[11]
  6. 10 campi lavorati in proprio, “in Casa”, che producono 17 carri e mezzo di fieno e Arzeviva e 100 fascine di legna.[12]
  7. 12 campi assegnati a Giacomo Pigozzo per 496 lire.
Alessandro_Marcello nonno di Alessandro Junior

Alessandro Marcello senior, nonno dell’omonimo Alessandro, ultimo discendente di Ca’ Marcello, ramo della Maddalena.

In Villa di Lobia

  1. 2 campi e tre quarti, con casone di paglia, affittati a Francesco Zorzi, detto Mezzalana, in cambio di 2 staia di frumento, onoranze e 93 lire.[13]
  2. 9 campi, in due Corpi con Cason Sopra, locati ad Andrea Biscotto in cambio di 6 staia, 300 lire e onoranze.[14]
  3. 2 campi e tre quarti, con casone di paglia, locati a Domenico Rizzotto, detto Carbugio, in cambio di 3 staia di frumento, onoranze e 80 lire.[15]
  4. 6 campi, in due corpi, con casone di paglia, affidati ad Anzolo Rizzotto, detto Carbugio, previo canone di 3 staia di frumento, onoranze e 193 lire.[16]
  5. 3 campi, in due appezzamenti, affittati a Giuseppe Pinton, detto Ereno, per 124 lire e onoranze.[17]
  6. 1 campo e tre quarti affittato ad Andrea Zanon per 70 lire.
  7. 8 campi e mezzo, con casone di paglia, ceduti ad Antonio Priore per 10 staia di frumento, 200 lire e onoranze.[18]
  8. 6 campi, con casone, affittati a Girolamo Pauletto, detto Cavaletto, in cambio di 8 staia di frumento, onoranze e 179 lire.[19]
  9. 4 campi, in due corpi, e un casone di paglia locati a Francesco Sartori, detto Marcocchia, per 4 staia e 170 lire.[20]
  10. 1 campo e mezzo, posto nella contrada delle Basse e assegnato ad Antonio Olivieri, detto Ton, in cambio di 37 lire e 4 soldi.
  11. La riscossione della terza parte della decima sui territori di Lobia e Persegara. del valore di 400 lire e 2 soldi.[21]

In Villa di S. Giorgio di Bosco

  1. 1 campo diviso in due pezzi, uno dei quali soggetto al villagio di S. Giorgio in Brenta, con una piccola casa, affittato il tutto a Maddalena Mietto per 72 lire e onoranze.[22]

In Villa di S. Giorgio in Brenta

  1. 5 campi affittati a Battista Calelana per 155 lire.
  2. 25 campi la Maggior parte Giare, e Terreno di pocco Frutto con Caseta, locati a Domenico Zambon, detto Pagiaroto, in cambio di 6 staia di frumento e 160 lire.[23]
  3. 12 campi ceduti ad Antonio Venzi del fu Anzolo, per 24 staia di frumento e 200 lire.[24]
  4. 2 campi locati al Venzi per 41 lire e 10 soldi.
  5. 1 campo e tre quarti concessi con contratto livellario a Valentin Ziero per 41 lire e 10 soldi.

In detta Villa (di S. Giorgio in Brenta) e Comun di Cogno

  1. 4 campi e mezzo di prati da sfalcio lavorati in proprio e dalla resa annua di 8 carri e 1/10 di fieno e Arzeriva, 1 passo di legna dolce e 300 fascine.[25]Nel Vignal di Cittadella
  2. tre quarti di campo affittato a Battista Berto, detto Poggia, per 32 lire.

Nel Vignal di Cittadella

  1. tre quarti di campo affittato a Battista Berto, detto Poggia, per 32 lire.

In Cittadella dentro delle Mura

  1. Una casa con piccolo Cortelle (cortile), affittata a Giuseppe Sabbadin, detto Crestin, per 154 lire e 4 soldi.

In Villa di Galliera

  1. 1 campo e un quarto, con una piccola casa e un casone di paglia, il tutto locato ad Anzola Canara per 66 lire.

In Villa di C(ampo) S(an) Martin

  1. 39 campi, con una casa, affittati a Domenico Pavan, detto Grigolo, in cambio di un canone misto del valore di 690 lire.[26]
  2. 14 campi circa, con una casa, affittati a Marco Salvato per 290 lire e onoranze.[27]
  3. 4 campi e mezzo che rendono pochissimo frutto per essere stati da 5 anni piantati per uso di vignale per conto Domenicale, lavorati in proprio producono: 16 staia e 1 quartiero di avena, 2 staia e 1 quartiero di segala, mezzo carro di paglia, 1/3 di mastello di mosto e 50 fascine.
  4. 16 campi, con un casone di paglia, locati a Domenico Battan in cambio di 18 staia di frumento, 110 lire e onoranze.[28]

In Villa di Marsango

  1. 22 campi, con un casone, affittati a Francesco Braghetto, per 30 staia di frumento, metà dell’uva prodotta, 155 lire e onoranze.[29]
  2. 1 campo e un quarto di prato situato a Pieve di Curtarolo e ceduto allo stesso Braghetto per 44 lire.
  3. 2 campi, con una piccola casa, locati a Battista Veronese per 1 staio e mezzo di frumento, onoranze e 73 lire.[30]
  4. 5 campi, con una piccola casa, affittati a Giacomo Tamburin in cambio di 7 staia di frumento e 124 lire.
  5. 2 campi affittati a Domenico Crestan per 1 staio e mezzo di frumento e 67 lire.
  6. 2 campi locati a Giustina, vedova di Pordocimo (Prosdocimo) Facco per 74 lire e 8 soldi.
  7. 1 quarto di campo concesso alla vedova Facco con contratto livellario per 4 lire.
  8. 1 campo e 1 quarto affittato a Nicolò Taverna in cambio di 2 staia e mezzo di frumento e 42 lire.[31]
  9. 1 campo e mezzo locato a Bortolo Bonin per 44 lire.

In Villa di Pieve di Curtarolo

  1. 1 campo affittato a Domenico Salvatto del fu Antonio per 37 lire e 4 soldi.
  2. mezzo campo ceduto ad Antonio Scarante per 20 lire.
  3. 27 campi, con una casa, locati a Paola Guerriero, vedova Tonin, in cambio di 52 staia e mezza di frumento, metà dell’uva prodotta e 122 lire.[32]
  4. 4 campi di prato da sfalcio lavorati in proprio con una produzione annua di fieno pari a circa 2 carri di fieno, del valore di 63 lire e15 soldi.
  5. 1 campo e un quarto ceduto a Girolamo Girotto per 74 lire e 8 soldi.
  6. 29 campi, con una casa, concessi in livello a Bortolo Facco per 434 lire.
  7. 7 campi, con una casa, affittati ad Andrea Carnio in cambio di 4 staia di frumento, 199 lire e onoranze.[33]
  8. 3 campi e mezzo locati a Cattarina Sensi in cambio di 2 staia di frumento e 93 lire, del valore complessivo di 105 lire.
  9. 2 campi e mezzo affittati a Giuliana, vedova di Gasparo Meneghele, per 74 lire e 8 soldi.
  10. 2 campi e tre quarti, con Casin e addiacenze affittato al seminario diocesano di Padova per 279 lire e 16 soldi.
  11. 6 campi e un casone di paglia, ceduti ad Anzolo Ambrosin per il canone di 6 staia di frumento e 200 lire.[34]
  12. 2 campi e mezzo, co una piccola casa, ceduti ad Antonio Rosin per 2 staia di frumento e 74 lire e 8 soldi.[35]
  13. 3 campi e un quarto affidati a Giacomo Negrin, detto Marchetto, in cambio di 3 staia di frumento e 157 lire e 12 soldi, più le onoranze.[36]
  14. 3 campi e un quarto locati ad Anzolo Pagieta per 130 lire.

In Villa di Tremignon

  1. 3 campi e mezzo locati a Santo Berto in cambio di 4 staia di frumento e 105 lire, per un controvalore complessivo di 129 lire.
  2. mezzo campo, con una piccola casa, affittati a Pasqua de Paoli per 74 lire e 8 soldi.

In Villa di Vaccarin

  1. 25 campi, con casa, ceduti in enfiteusi a Marc’Antonio Agugiaro per 608 lire.[37]
  2. 14 campi locati a ai fratelli Antonio e Stefano Cabrele in cambio di un canone misto del valore di 370 lire.[38]
  3. 9 campi e mezzo, con casone di paglia, affittati a Zuanne Paccagnella e fratelli per un canone di 10 staia di frumento, 110 lire e 18 lire di onoranze.[39]
  4. 14 campi, con casone di paglia, assegnati a Stefano Gasparetto in cambio di 12 staia di frumento, 200 lire e onoranze.[40]
  5. 46 campi, con casa, locati a Giuseppe e fratelli Biotto previa contribuzione di 750 lire e 16 soldi in generi e denaro.[41]
  6. 3 campi e mezzo, con casone di paglia, locati a Santo Segato in cambio di 3 staia di frumento, 132 lire, 1 passo di legname dolce, 20 lire di onoranze.[42]
  7. 12 campi e un casone di paglia affittato a Zuanne Magrin per un corrispettivo in generi e denaro di 338 lire e 7 soldi.[43]
  8. 10 campi di prati da sfalcio lavorati in proprio e dalla resa annua di 20 abbondanti di fieno e 200 fascine.[44] Su questi campi d. Gaetano Magarotto pagava un livello annuo al Marcello di 2 lire e 8 soldi.
  9. 87 campi e una casa locati ad Antonio Norbiatto previo contributo annuo misto di 1.932 lire, ripartito in162 staia di frumento, 60 mastelli di mosto e 600 lire in contanti.

In Villa di Bevador

  1. 4 campi affidati a Domenico Viotto per un canone annuo di 109 lire composto da 2 staia di frumento, 97 lire e 12 soldi.

In Villa di Piazzola

  1. 1 campo, ceduto ad Anzolo Mozzo per 66 lire.
  2. 1 quarto di campo, affittato al possidente Zuanne Rebustello per 16 lire.
  3. 2 campi, in due pezzi, assegnati al benestante Zuanne Pagan per 123 lire e 2 soldi.
  4. 68 campi “in due Corpi con Fabbriche” locati a Gregorio Bottazzo, detto Belin, in cambio di 1.905 lire di canone misto.[45]
  5. 5 campi e una casa affittati a Francesco Fracasso, detto Grotto, per 5 staia di frumento e 186 lire.[46]
  6. 2 campi e mezzo ceduti a Giacomo Gatto per 112 lire.
  7. 27 campi, in più pezzi, affidati ad Antonio Macchion per 547 lire e 12 soldi.[47]

In Isola di Presina

  1. 4 campi e tre quarti, con casa, affittati a Osqualelo Cerratto per 174 lire.[48]

In Villa di Presina

  1. 2 campi e tre quarti ceduti a Domenico Franceschini per 3 staia di frumento e 55 lire.[49]
  2. 9 campi locati con contratto livellario al Carlo Angaran Ex Nobile Veneto per 55 lire e 16 soldi.
  3. 72 campi Prativi, e parte Videgatti, con porcione di Casa, Ciovè Tezza, Stalla, e Caneva, lavorati in proprio con una resa media annuale di 94 e mezzo di fieno, poco più di 30 mastelli di Vino Mosto Bianco e Nero, 8 passi di legname dolce e 4.380 fascine, per un controvalore di 3.310 lire.
  4. 2 campi e tre quarti, con porzione di casa, affittati a Giacomo Scarsatto per 3 staia di frumento e 144 lire.[50]
  5. 10 campi di Terra Giarosa, Boschiva d’albori e pochissima parte arativa, Danegiatta continuamente dall’acqua del Fiume Brenta, lavorati in proprio con una resa di 8 staia e tre quarti di frumentone, 2 passi e mezzo di legna dolce e 804 fascine, per un valore complessivo di 87 lire e 4 soldi.

La rendita complessiva dei possedimenti del Marcello nel Cittadellese ammontava a 27.885 lire e 16 soldi, cifra dalla quale si dovevano decurtare 2.574 lire e 17 soldi di livelli dovuti a vari creditori (689 lire e 7 soldi),[51] e le spese annue ordinarie per la conduzione agraria dei fondi (1.885 lire e 10 soldi).[52]

[1] ACC, Sez. Schede Rosse, b. 3, Censo – Dichiarazione rendite, dichiarazione di Alessandro Marcello.

[2] Il riferimento all’ex nobile veneto, allude alla sopressione napoleonica di tutti i titoli civili ed ecclesiastici vigenti fino allora.

[3] Novantuno sono le fittanze fondiarie dichiarate dal Marcello e non “al solito in 94 fittanze”, come è stato scritto da alcuni.

[4] Valore della rendita annuale 1.178 lire e 10 soldi.

[5] Canone annuo complessivo stabilito in 287 lire e 10 soldi.

[6] Valore complessivo del canone 149 lire.

[7] Il canone annuo del Ceccato era di 1.382 lire e 4 soldi.

[8] Canone complessivo di 189 lire.

[9] Onere annuale di 378 lire e 7 soldi.

[10] Fitto annuale di 106 lire.

[11] Canone annuo di 203 lire e 16 soldi.

[12] Valore dei prodotti pari a 530 lire.

[13] Controvalore annuo di 116 lire.

[14] Stima complessiva di 356 lire.

[15] Controvalore di 107 lire.

[16] Canone annuo stimato in 221 lire.

[17] Valore complessivo di 128 lire.

[18] Stima annuale di 269 lire.

[19] Canone annuale di 234 lire.

[20] Controvalore di 194 lire.

[21] Gli altri 2/3 della decima erano riscossi dalla famiglia Gagliardi, ma anticamente e prima di passare alla famiglia padovana, spettavano anche alla chiesa di Lobia. La terza parte della decima riscossa a Lobia e Persegara da Alessandro Marcello, corrispondeva alle seguenti entrate in generi naturali: 24 stai e tre quarti di frumento, 7 di segala “o sia Jngranela”, 42 e tre quarti di frumentone, 12 di sorgo rosso, 5 quartieri di miglio, 1 staio di fagiolini, 2 quartieri di fava lupina “Lovegna”, 10 mastelli di mosto e 1 carro e mezzo di paglia.

[22] Valore complessivo di 76 lire.

[23] Contropartita del valore di 196 lire.

[24] Stima complessiva di 285 lire e 10 soldi.

[25] Valore approssimativo di 266 lire.

[26] Dettaglio del canone dovuto dal Pavan: 36 staia di frumento, 16 di frumentone, 6 mastelli di vino, 372 lire e 18 lire di onoranze.

[27] Controvalore di 299 lire.

[28] Valore del canone di 249 lire.

[29] Controvalore di 444 lire e 10 soldi.

[30] Stima complessiva di 84 lire.

[31] Controvalore annuo di 54 lire e 2 soldi.

[32] Valore complessivo del canone 510 lire e 10 soldi.

[33] Stima del canone valutata in 233 lire.

[34] Controvalore di 236 lire.

[35] Corrispondenza in denaro pari a 86 lire e 8 soldi.

[36] Canone pari a 179 lire e 12 soldi.

[37] Il canone era così formato: 44 staia di frumento, 30 di frumentone, 15 mastelli di mosto, 124 lire in contanti e 40 lire di onoranze.

[38] Canone formato da 14 staia di frumento, 264 lire e onoranze per 22 lire.

[39] Controvalore pari a 188 lire.

[40] La stima dell’affitto corrisponde a 290 lire.

[41] Il canone era così ripartito: 72 staia di frumento, 12 di frumentone, 4 di miglio, 3 e mezzo di fagioli e legumi, 25 mastelli di mosto, 3 passi di legname duro (acacia e rovere), 31 lire e 34 lire e 16 soldi di onoranze.

[42] Valore complessivo del canone 178 lire.

[43] Il canone era così strutturato: 6 e mezzo di frumento, 17 e mezzo di frumentone “Bonorivo, e Tardivo”, 5 e tre quarti di sorgo rosso, un quarto di leguminose, 17 mastelli e tre quarti di mosto, poco più di tre carri di fieno, mezzo passo di legname duro, 100 fascine, 18 lire di onoranze e 15 libbre di “Canape grezzo”.

[44] Controvalore di 616 lire.

[45] Il censo era così suddiviso: 100 staia di frumento, 12 di frumentone, 1240 lire in contanti, 2 passi d legname duro e 5 lire di onoranze.

[46] Totale pari a 216 lire.

[47] Il canone è ripartito fra 44 staia di frumento, metà dell’uva prodotta e 210 lire e 8 soldi in contanti.

[48] Censo di 6 staia di frumento, 124 lire e 14 lire di onoranze.

[49] Totale di 73 lire di valore.

[50] Controvalore di 162 lire

[51] I livelli erano dovuti ai seguenti enti: al convento di S. Sebastiano di Venezia per i terreni di Vaccarino (186 lire); al parroco di Piazzola per i terreni della stessa località (21 lire); al parroco di Paviola per i fondi dello stesso villaggio (102 lire); agli eredi di Bernardo Campesan per i campi a Paviola (34 lire e 2 soldi); al possidente Giacomo Settemini di Pierij per gli immobili di Lobia (259); al seminario di Padova per i terreni di Marsango (87 lire e 5 soldi).

[52] Le spese sono suddivise per fondi agricoli: nel fondo dei 15 campi adiacenti al Palazzo di Paviola gli oneri riguardano la raccolta del fieno nei tre sfalci annuali, la somministrazione del vino per gli addetti, il trasporto nel fienile, la manutenzione del sistema d’irrigazione “Per far Levar rotte che di continuo fa l’acqua che serve per inrigare”, il salario dovuto “All’Acquarolo per la inrigazione”, per un totale di 313 lire e 10 soldi; per la raccolta del fieno dei due tagli che si praticavano a Persegara, il vino e il trasporto, si spendeva 118 lire; analoga situazione per i fondi prativi di S. Giorgio in Brenta, più “la fattura di Fassine”, con un’uscita di 82 lire; per la “Lavorenza del Vignale” di Campo San Martino servivano 30 lire; per la raccolta del fieno a Curtarolo 18 lire; lo stesso a Vaccarino, più l’affastellamento delle fascine, per 143 lire; il caso di Presina si discosta dai precedenti perché la lavorazione dei foraggi e dei vigneti è resa “difficile (…), essendovi molti arzini e piantade”. La potatura, ossia la “fattura di far Bruscare le viti et albori nella Pradaria di Presina” costa la bellezza di 770 lire, la raccolta del fieno “come d’accordo fatto fino dagli anni scorsi con gli opperari”, costa 70 lire, ossia due volte e mezza in più che nelle altre località (15 lire a carro contro le ordinarie 6), la vendemmia e la somministrazione del vino piccolo, che non è assolutamente da confondere con la graspia, comportava la spesa di 24 lire. Per il solo vino necessario per tutti i lavori effettuati nei villaggi citati servivano 120 lire, mentre la spesa per l’esazione della terza parte della decima a Lobia e Persegara ammontava a 18 lire.

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Il ricordo del terremoto del 1695 in una lapide di Cittadella (PD)

Venerdì 25 febbraio 1695, giorno dedicato a Santa Costanza, il Veneto fu scosso da uno dei terremoti più forti che si ricordino. L’epicentro del sisma era a sud dal Massiccio del Monte Grappa e coinvolse direttamente l’Asolano, come pure l’Alta Padovana e la Castellana fra le province di Treviso, Padova e Vicenza. L’onda sismica fu avvertita chiaramente fino all’Emilia Romagna. I sismologi ritengono che la potenza sviluppata dal terremoto fosse di magnitudo 6,5. I danni maggiori, in termini di vittime e crolli, si ebbero nella zona dell’epicentro, cioè nell’Asolano, ma anche nel resto del Veneto, con particolare riferimento alle città di Vicenza e Bassano del Grappa; danni minori furono riscontrati anche nel Ferrarese e nelle provincie di Parma e Reggio Emilia. Il Giornale Storico Colognese della provincia di Verona, edito nel 1795 in occasione dell’anniversario centenario del cataclisma, ricorda l’episodio in questi termini: 25 febbraio mercoledì prima tempora di Primavera, Santa Costanza V(ergine) e M(artire), messa solenne in Duomo per voto della Mag(nifica) Città fatto a questa santa pel fiero terremoto che avvenne l’anno 1695. Per il terremoto nell’Asolano rovinarono più di 1400 case con parecchie vittime, più di 1200 case furono rese inagibili.

In molte città e paesi risparmiati dall’evento catastrofico le autorità civili e religiose attribuirono all’intervento divino lo scampato pericolo e si prodigarono a esaudire voti rivolti alla Madonna e ai santi intercessori.

Il duomo di Cittadella in un'artistica rivisitazione.

Il duomo di Cittadella in un’artistica rivisitazione.

Cittadella (PD) non fu da meno. Ne fa fede una lapide che si trovava nella vecchia chiesa demolita e che fu murata nell’andito orientale dell’attuale duomo che conduce ai confessionali e alla sacrestia. Il testo scolpito su una lastra di marmo di Verona recita nel seguente modo:

ANNO XCV POST XVI REDEMPT(IONIS) SAECUL(U)M

QUINTO KAL(ENDAS) MARTIAS ORIENTE SOLE

CUM IN HOMINEM REBELLANS NATURA

INGENTI TERRAE MOTU

MINARETUR VEL SUB TECTO SEPULCR(ORUM)

SERVATA CITTADELLAE COMMUNITAS

VOTI REA

DIVO APOST(ULO) PAULO

SEMEL QUOTANIS EADEM DIE

SACRUM SOLEMNITER CELEBRARI

IN GRATIARUM ACTIONE(M) POLLICITA

PERPETUUM HOC POSUIT MONUMENTU(M)

 Traduzione: L’alba del 25 febbraio dell’anno della Redenzione 1695, a causa della natura ribelle nell’uomo, da uno spaventoso terremoto è minacciato persino il coperchio delle tombe, fu salvata la comunità di Cittadella, obbligata a sciogliere un voto al santo apostolo Paolo e a celebrare solennemente un sacro rito, ogni anno nel medesimo giorno, in rendimento di grazie. Questo monumento pose a perenne memoria.

La lapide che ricorda il terremoto del 1695 e la decisione di istituire un voto pubblico per lo scampato pericolo.

La lapide che ricorda il terremoto del 1695 e la decisione di istituire un voto pubblico per lo scampato pericolo.

 La lapide è il punto d’arrivo di un percorso di fede e religiosità che unisce negli intenti le autorità e la popolazione della cittadina. Lo storico Sangiovanni riporta il testo della deliberazione dei deputati ad utilia di Cittadella che il 29 gennaio 1696 rende pubblica la decisione di istituire un voto solenne con una cerimonia ufficiale da perpetuare ogni anno. Recita la delibera dei 61 amministratori: per la preservazione conseguita da tutti noi e nostra Patria dal terrore del terremoto occorso il dì 25 febbraro 1695 prossimo passato, obbligano noi medesimi alle rimostranze maggiori verso l’Altissimo; per<ci>ò l’anderà parte di far celebrar una messa votiva cantata in questa chiesa parrocchiale con solenne processione con le preci e vespero ogn’anno in perpetuo, e pubblicar festa e solennità in tal giorno di 25 febbraro suddetto in ringraziamento di grazie alla divina bontà che ci ha mantenuti illesi da quelle rovine, che minacciava il terremoto stesso, et implorare il Divino ajuto per la continuazione delle sue grazie. Potendo noi deputati e successori per tal effetto contribuire a questo reverendissimo signor arciprete e reverendo clero e successori ducati cinque della cassa di chiesa, giusto i pubblici ordini, come anco supplicar l’eminentissimo signor cardinal di Vicenza per la festività del giorno predetto et in perpetuo come avanti per la sua inviolabile esecuzione ed osservanza. Restando la facoltà a detti deputati pro tempore di modificar et alterar detta parte conforme comporterà il bisogno circa la predetta contribuzione dell’elemosina al reverendo clero per tal funzione.

Il 14 febbraio il vescovo di Vicenza Giambattista Rubini approva la decisione della Magnifica Comunità affinché sia celebrata una messa votiva accompagnata da una solenne processione […] e sia proclamata festa il 25 febbraio di ogni anno, da parte del signor arciprete e del clero di detta parrocchiale.

Il 25 febbraio, nel duomo di Cittadella, nella cappella dedicata agli apostoli SS. Pietro e Paolo durante la messa solenne fu emesso il voto pubblico con l’offerta di un cero e di 5 ducati. Dopo l’eucarestia si formò una lunga processione che dalla cappella dedicata ai principi degli apostoli si diresse fino a Borgo Padova, ritornando alla fine al punto di partenza per la conclusione della celebrazione. La festività e il voto solenne durarono alcuni anni e non è dato di sapere quando cessarono, ma la lapide conservata ricorda un momento speciale per la vita civile e religiosa della comunità parrocchiale di Cittadella.
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Napoleone e l’Austria fra Bassano e Cittadella nel biennio 1796-1797

L’abdicazione dell’ultimo doge veneziano Lodovico Manin, a seguito dell’avanzata napoleonica verso Venezia, comporta per la podesteria di Cittadella l’istituzione della municipalità provvisoria già l’8 maggio 1797, quattro giorni prima che il maggior consiglio della città lagunare decidesse di rimettere ogni mandato governativo alla popolazione. In questo modo si prendeva atto formalmente che i francesi avevano vinto, in pratica senza colpo ferire, con la speranza, fortemente alimentata dai filogiacobini locali, che le nuove idee democratiche avrebbero sancito una nuova era di autodeterminazione dei popoli.

Pure nella piazza di Cittadella fu innalzato l’albero della libertà, dipinto da Antonio Simioni, ma non è dato di sapere se lo fu anche in terra sangiorgese. Il sospetto che la novità figurata, destinata a sostituire l’insegna del leone veneziano, avesse potuto trovare accoglienza anche presso i villaggi rurali della nostra zona potrebbe avere qualche fondamento, se non altro perché alcuni signorotti, con forti interessi economici locali, facevano parte della municipalità provvisoria di Padova. Fra questi, infatti, incontriamo i soliti noti: Andrea Cittadella, con beni sparsi in tutto il Sangiorgese, Andrea Vigodarzere, molto legato al destino dei Morosini a Sant’Anna, Giuseppe Cassinis, maggiorente di Paviola, Alberto e Giacomo Grifalconi residenti a Lobia, che avrebbero fatto parte della municipalità provvisoria di Padova.

Di là delle formalità rappresentate dall’albero della libertà, è evidente che la prima breve occupazione francese avviene col consenso di personalità di spicco della nobiltà padovana e veneziana, nonché della borghesia terriera. Lo aveva già compreso un acerrimo antigiacobino della zona, l’arciprete di Cittadella Pier’Antonio Berti, che a proposito del ruolo dell’intellighenzia veneziana scriveva: “In Venezia tutto era confusione e spavento, si tenean continui Pregai per decider se si dovesse resistere alli Francesi, ma qual poteva essere il risultato delle consulte più serie se la maggior parte de’ Nobili veneti erano avvelenati de que’ principi francesie mentre con le parole mostravan di diffendere la Repubblica, co’ fatti sempre stesero ai Francesi la mano e li chiamarono sin dentro Venezia?”.

Fu dunque la classe politica tradizionale a favorire la penetrazione delle idee francesi, non tanto per convinzione personale, quanto piuttosto per opportunità; lo stesso, infatti, accadrà all’inizio del 1798 col ritorno degli austriaci.

C’è da chiedersi come la gente comune ha vissuto il cambiamento del maggio 1797.

Occorre premettere che la popolazione del luogo non era nuova ai francesi e tanto meno agli austriaci, infatti, aveva già sperimentato il clima di terrore e di guerra che aveva infranto un lungo periodo di pace, ben documentato dal medico bassanese Andrea Tattara e dall’abate padovano Giuseppe Gennari che riferiscono le notizie che seguono. Fin dal 3 luglio 1796 gli austriaci avevano iniziato ad installarsi nel bassanese per opporre un fronte militare all’esercito francese, già appostato a Verona e Legnago. Il 5 luglio, dal quartiere generale di Bassano, il generale austriaco Saverio Hoenzollern decideva di inviare staffette in ricognizione “in Vicentina da Dindo, e a Campo S. Martin, a Cittadella e alle Tezze, lungo la Brenta”. Probabilmente questi furono i primi soldati stranieri che la popolazione del Sangiorgese poté osservare dai tempi della guerra di Cambray (1509), dopo che i veneziani nel 1516 avevano ripreso il controllo della Terraferma.

Il giorno dopo è lo stesso generale a recarsi in visita nel territorio accennato, giudicato libero da nemici dalle staffette, giungendo “sino a Pozzo (località Pozzetto) ed oltre Cittadella”, ma i francesi non stavano a guardare e il 7 luglio “giunse alli posti avanzati di Cittadella un officiale francese, scortato da 4 uomini a cavallo ed un Trombetta. Questo, fermato alli detti posti avanzati, disse di voler parlamentare col generale austriaco. Allora si spedì un’ordinanza a Bassano, a Ca’ Cornaro e lo stesso general austriaco si portò a parlamentare a Cittadella coll’officiale francese”. Si trattava di una manovra diversiva, utile a distrarre l’attenzione su un gruppo di “cinque spie francesi, travestite, (che si erano recate) a cavallo, nel campo austriaco, e dopo ch’erano partite fu commissionata invano l’armata di seguirle per fermarle”. Nei giorni successivi l’armata francese è in marcia verso Vicenza con “due squadroni d’ulani con due compagnie di fanteria e due canoni con menchia (miccia) accesa” (8 luglio), si decise allora di rafforzare la presenza militare nel Cittadellese: il giorno 9 “Si formò quasi un campo di qua e di là di Cittadella con due squadroni: l’uno d’ussari, l’altro d’ulani”, per un totale di circa 500 austriaci, mentre a Bassano continuavano ad affluire truppe di cavalleria e fanteria, con notevoli presenze di soldati alleati provenienti dal Regno di Napoli “Tutta cavalleria e bella gente”, per un totale di circa 3.000 uomini, in parte destinati (800) alle “piazze venete: Brescia, Crema o Bergamo”, senza trascurare di inviare “pattuglie austriache anco a Castel Franco, e sull’Asolano a Crespano, e si rinforzarono quelle di Cittadella, Tezze e Tiene” (12 luglio).

Il 14 luglio, dopo che era stato perdonato un disertore napoletano, mentre un collega ulano era stato condannato a “passare per le bacchete di 150 uomini 5 volte”, il Cittadellese fu nuovamente rinforzato con “un altro squadrone di ulani col tenente collonello” mentre montavano forti divergenze fra le truppe austriache e quelle napoletane, queste ultime accusate di possibili connivenze con i francesi, specie “nelle piazze di Crema, Brescia, Bergamo, ocupate da Francesi che avessero poi potuto servirsi de cavalli napoletani”. Il 16 luglio, il principe d’Assia “Filipstad” era intento a risolvere la questione dei napoletani, che a Bassano erano stati tutti disarmati e privati dei cavalli, quando giungeva un dispaccio con la notizia che i mantovani avevano sbaragliato le truppe francesi. Nei giorni successivi grande era l’afflusso di nuove truppe austriache ammassate nel Bassanese e nel Cittadellese, obbligando i soldati a marce forzate verso Vicenza, col risultato che il generale “faceva spender tutto il fiato alla povera fanteria che cadeva languente a terra per le strade” (27 luglio). Inizialmente le battaglie sembravano arridere agli austriaci che “avevano fatto la bell’impresa in 3 giorni di liberar l’assedio di Mantova, di impadronirsi di Brescia e di Verona ove era andata la collonna passata per Bassano e per Legnago, di bloccar Peschiera, ove erano rinchiusi tremilla Francesi (…) Esultavasi in Venezia benché con decreto del Senato e relativo proclama, per viste politiche, si avesse proibito ai sudditi ogni cooperazione in militari imprese. Godeva la suddita Terraferma d’esser presto libera da Francesi”.

Ma era tutta un’illusione! Alcuni errori strategici del generale D. S. Wurmser e dell’ufficiale Quosdanovich, sommati all’audacia di Napoleone che aveva “fatto alle sue stesse truppe tagliare li ponti dietro le spalle onde vedessero impossibile la fuga, e dichiarando alla spartana “aut vincendum aut moriendum” e rinvigorita la sua truppa con acquaviti in cui v’erano mescolate delle cantaridi, le abbia fatte combatter da disperate”, favorirono l’accerchiamento delle truppe austriache “con somma istragge fatta ascendere a 10.000 Tedeschi, 5000 Francesi” (3 agosto), provocarono il cambiamento di rotta.

Nei giorni successivi il Cittadellese e il Bassanese sono invasi da truppe austriache in fuga che prendono la via per Trento, molti soldati sono moribondi e feriti, non si scorgono ufficiali e si verificano diserzioni contrapposte alle fughe carambolesche di “vari signori che erano partiti per vedere li trionfi de’ Tedeschi in Mantova”. Fortunatamente le truppe francesi, che in un primo momento si erano mosse all’inseguimento degli austriaci, si ritirarono a Verona permettendo la riorganizzazione del fronte austriaco lungo il Brenta, ma “cominciarono gran danni in campagna. Il sorgo ch’era per maturarsi, benché in poche quantità per la siccità, si mangiava arrostito o cotto, così l’agressa. Si tagliavano albori per foco, per far barache di verde (…) Infieriva l’epidemia bovina (…) Li poveri contadini furono obligati a carreggi, s’ottenne d’obligar pure quei territori vicini” (11 agosto). Gli scontri fra le truppe però non avvengono dalle nostre parti fino al 23 agosto, quando in prossimità di S. Pietro in Gù due pattuglie austriache e francesi si scambiano “varie archibugiate reciproche che ferirono un cavallo di un ussero austriaco condotto a Bassano, ed un uomo francese condotto in ospedale a Vicenza”.

Il 27 agosto “Le pattuglie (austriache) ognor più avanzavano a Castello (Castelfranco), Campo S. Pietro, San Martin (di Lupari), Cittadella” e quindi anche nel Sangiorgese con gravi “danni nel sorgo e nella vua (uva), e molto per li tagli degli albori nelle campagne”. Il 4 settembre iniziano i preparativi delle truppe austriache in direzione di Vicenza, il 7 corre voce che gli ufficiali Clenau e Oth fossero giunti a Verona, dove le truppe napoleoniche s’erano rinforzate nei giorni precedenti, e la liberazione di Mantova sembrava imminente. I francesi, però, “avendo penetrato il piano de Tedeschi”, il 6 e 7 settembre 1796 iniziarono una manovra d’accerchiamento delle truppe austriache, risalendo la Valsugana fino a Levico, dove spazzarono via i tre battaglioni comandati dal tenente colonnello Cavazzini, discendendo precipitosamente verso Enego e dirigendosi verso Bassano, dopo avere guadato il Brenta: “che se non era la notte e la stanchezza dei Francesi di 8 giorni di marcie e battaglie, già venivano la stessa notte a Bassano. Ma fecero altro e si riposarono al Cismon, ed il Buonaparte dormì nella casa di Donazzolo.” Il giorno 7 settembre poche centinaia di soldati guidate da Napoleone e dai generali Massena e Augerau scendono per la valle del Brenta per occupare Bassano, senza incontrare in pratica resistenza, con le truppe austriache in fuga verso il Trevigiano e il Vicentino: “era un triste spettacolo veder fuggire sin 6000 uomini di bella truppa con cannoni colla bocca a terra, senza quasi sparare a fronte di qualche centinaio, e per le contrade, a qualche decina di Francesi che li fugavano come pecore sparando archibugiate che battevano nelle finestre e porte da tutti chiuse. Anzi, all’inseguir de Francesi, non volendo più li uffiziali (austriaci) che resistessero (i soldati), rompevano li fucili e si davano a torme prigionieri (…) Anche sul ponte ove erano li granatieri si poteva far resistenza, e si volleva pur da un cannoniere far fuoco, ma li fu da un suo uffiziale tagliata la mano”. Dove non potevano le armi e il coraggio, l’obiettivo era raggiunto grazie alla corruzione dell’oro francese. In poche ore Bassano e il Bassanese erano caduti in mano al Bonaparte che, prima ancora di entrare nella cittadina, era già informato che il generale Wurmser e lo stato maggiore austriaco erano alloggiati a Palazzo Roberti prima della precipitosa fuga.

Lo stesso 7 settembre 1796 le truppe francesi guidate dal Massena si diressero verso il Cittadellese per la via di Rosà e Rossano, preparando la consolidata strategia delle requisizioni di carriaggi e bovini. Il Tattara ricorda nel solo 9 settembre che “70 e più boarie furono perdute dalli intimoriti villici, fuggiti ne susseguenti attacchi”, con il successivo faticoso recupero di appena 23 buoi contagiati da altri animali da tiro incontrati nel Vicentino e nel Veronese, al punto che “morirono tutti a vista d’uno, non solo, ma attaccarono anche la malattia nelle stalle ove furono condotti”. L’episodio è all’origine dei vari contagi bovini documentati in tutto il Cittadellese, incluso il territorio sangiorgese, nei successivi mesi del 1797. Non mancarono ovviamente le violenze gratuite! Le truppe che continuavano a giungere a Bassano dalla valle del Canal del Brenta saccheggiarono “dalla prima casa di Premolan fin all’ultima del basso territorio in quel funesto giorno e nella notte universale fu il saccheggio delle case del contado, non avendola perdonata alle chiese, in cui, come a Solagna, derubati li sacri vasi, gettate le particole, profanati li altari, si fecero mille iniquità, anche alle donne che trovarono non la perdonò la licenza de soldati, essendone morte molte violentate, e quelle di Canale eransi quasi tutte nascoste nelli boschi più alti delli monti”.

8 Settembre 1796, nei dintorni di Bassano Napoleone Bonaparte sconfigge le truppe austriache comandate dal Conte Wurmser che lasciano sul campo armi e vettovaglie.

Nei primi giorni del mese di Ottobre il quadro militare della zona vede il Bassanese nelle mani dei francesi, mentre la linea di confine e di frizione con gli austriaci si trovava presso Castelfranco e a sud di Cittadella, con scorribande continue di staffette dell’una e dell’altra parte anche nel Sangiorgese. Il settore che c’interessa da vicino può in ogni modo contare su una certa tranquillità perché verso la metà del mese d’ottobre le truppe austriache iniziano a fare pressione sul Piave, inducendo la maggior parte delle truppe francesi guidate dal Massena, dal Kellerman e dal Menard, a dirigersi su Treviso per creare un fronte d’opposizione sul Piave. Il 29 ottobre le truppe francesi sono costrette a fare marcia indietro, riposizionandosi nel Bassanese, nell’Asolano e nella Castellana. Il 4 novembre avviene, senza colpo ferire, il ricambio di potere con le truppe francesi che in quella giornata si dirigono verso Vicenza lasciando libero il campo agli austriaci che provenivano dalla linea del Piave e prendevano possesso del Bassanese appena due ore dopo la dipartita dei francesi. Ritornarono nel Bassanese e nella Castellana i generali e gli ufficiali austriaci Quosdanovich, Alvinzi e Pilloni, mentre nella stessa serata del 4 novembre una forte colonna militare partì per il Cittadellese. Gli austriaci appaiono paghi del recupero del Bassanese e di Cittadella, ma non si preoccupano di guadare il Brenta a Fontaniva, attuando così l’accerchiamento delle truppe e del quartiere generale del Massena che, nella mattinata dello stesso 4 novembre, si trovavano ancora a Cittadella, avendo tutto il tempo nella serata di dirigersi su Lisiera e tagliare il ponte il giorno successivo, impedendo alle truppe austriache di raggiungere la colonna francese in ritirata.

Il 5 novembre le truppe austriache di stanza nel Cittadellese erano così distribuite: 5.000 soldati si trovavano a Cittadella, sotto il comando degli ufficiali Provera e Subist, 4.000 si trovavano a Fontaniva, con a capo il Liptai e 1.000 si trovavano a Carmignano. Si venne a sapere che lo stesso Bonaparte, preoccupato per la sorte degli uomini comandati dal generale Massena nel Cittadellese, era partito da Verona dirigendosi verso il Brenta. Si temeva un attacco in massa dei francesi, perciò gli austriaci raccolsero tutte le truppe del Bassanese, dell’Asolano, della Castellana e del Cittadellese per creare un cordone militare che coprì la riva orientale del Brenta, all’incirca dalla zona di S. Giorgio in Bosco fino alla valle di Canale del Brenta. A Fontaniva c’era un ponte di barche che permetteva il passaggio di tre file di soldati “in tre rami”, dando modo agli austriaci di transitare sulla riva opposta fino a Carmignano dove, la stessa sera del 5 novembre 1796, avvenne il primo attacco del Massena. Le truppe avanzate austriache che si trovavano a Carmignano furono costrette a ritornare sui loro passi e “a ripassar il ponte che fu subito tagliato dagli Austriaci e restarono li Francesi la notte nelli boschi di là dalla Brenta, favoriti anche dalla posizione che dominava quell’ampiezza di ghiarre sulle quali erano acampati li Austriaci”.

L’obiettivo dei francesi era evidente: guadare il fiume e cercare di guadagnare terreno per completare l’accerchiamento che il Bonaparte sperava di poter attuare, attraversando il Brenta all’altezza di Bassano provenendo da Nove e Marostica. Il guado del Brenta, che i francesi avevano in animo di attuare nella notte fra il 5 e il 6 settembre nei pressi di Fontaniva e con lo zatterone a Persegara, fu impedito perché gli austriaci “istrutti a Bassano da paesani, fecero rimetter in Brenta le roste cosicché s’ingrossò e fu più difficile il guado.”

Tutti gli zatteroni e le imbarcazioni erano stati rimossi dal Brenta e nascosti sulla riva orientale e così il mattino seguente iniziò la battaglia. L’artiglieria pesante austriaca iniziò a bersagliare la riva opposta abbattendo tutti gli alberi che potevano offrire rifugio al nemico “e fece gran danno ne Francesi” che, però, non si persero d’animo tentando a più riprese “di guazzare il fiume, e a Fontaniva e un po’ più sotto”, ovvero in territorio sangiorgese, “ma la corrente ed il fuoco degli Austriaci, che si estendevano per un miglio e più di sotto, ne fece annegare alcuni e ritornar gli altri.” La battaglia era combattuta esclusivamente con l’artiglieria, senza venire alle mani, tanto che i colpi di cannone si sentivano fino a Bassano, inducendo l’Alvinzi ad inviare col tenente colonnello Cavazzini un corpo di 2.000 soldati che avevano il compito di attaccare la truppa francese a Carmignano, nella speranza di fare retrocedere la prima linea sul Brenta. Giunto in località Nove di Bassano, il Cavazzini seppe dell’arrivo della divisione francese comandata dall’Augerau, che tentò di bloccare per qualche tempo inviandole contro un distaccamento di 300 soldati e un cannone, ma “di 300 uomini ne ritornarono 30 e li Francesi avanzarono per la villa delle Nove dove erasi unito Augerau con Buonaparte”.

Il fronte principale dell’avanzata francese si spostava quindi a Bassano, mentre a Fontaniva e dintorni si continuò a sparare per tutto il giorno sulla riva occidentale impedendo il guado del fiume. Alle ore 22.00 del 6 novembre si temette il peggio per Bassano e si stava già per tagliare il ponte, quando le truppe francesi arrestarono il loro impeto, dopo l’ennesimo invio di 3.000 soldati austriaci. Il cannone e gli archibugi smisero di sparare alle ore 3.00 del mattino e alle 7.00 le truppe francesi si ritirarono verso Vicenza, inseguite dal solo generale Hoenzollern. Sull’esito della battaglia e soprattutto sul numero delle perdite umane si è scritto di tutto, lo stesso Tattara precisa che “al fragor dell’artiglieria si avrebbe detto che a Fontaniva ed alle Nove e Marchesane 10.000 per parte fossero li morti, e non furono che 300 Francesi e 200 c(irc)a Austriaci a Fontaniva morti, e 300 c(irc)a Austriaci e 200 Francesi tra le Nove, Marostica e le Marchesane, duemilla saranno stati li feriti austriaci e 600 c(irc)a prigionieri, e li prigionieri Francesi 2800.” I soldati austriaci, che tenevano il campo, seppellirono i loro morti, diversamente dai francesi feriti che furono trasferiti “sopra scale”, mentre i morti furono “spogliati e gettati ne fossi”, per non parlare di quelli che erano annegati o uccisi dall’artiglieria nel tentativo di guadare il fiume, che la corrente aveva trasportato attraverso il territorio sangiorgese.

Nei giorni successivi era tutto un brulicare di soldati francesi e austriaci anche in territorio sangiorgese, tanto da indurre il parroco di Lobia, d. Domenico Cacciavillani a scrivere che “a causa delle armate non si poté attraversare la Brenta”, era il 9 novembre e il passo o guado di Lobia con la zattera era impraticabile per motivi di sicurezza.

Nella battaglia era rimasto ferito anche il comandante Liptai, finito sotto il suo cavallo colpito in pieno dai moschetti francesi, e per questo motivo, mentre il grosso della truppa austriaca partiva all’inseguimento del nemico, l’ufficiale rimase per qualche tempo a Cittadella rafforzando il controllo austriaco di tutta la zona. Nel frattempo il fronte austriaco, dopo le iniziali vittorie campali lungo l’Adige, dovette cedere alla superiorità strategica del Bonaparte e ritornare sui propri passi.

Il 24 novembre il generale Pittoni era già ritornato nella sponda orientale del Brenta col grosso della truppa inviando a Bassano, Asolo e nel Cittadellese “forte battaglione e batteria di requisizione per 800 carri fieno, 30 sacchi avena, 50.000 pane etc.” e nei due giorni successivi la ritirata continuò verso Treviso e Padova. Il territorio sangiorgese era presidiato dagli austriaci e anche qui, come in tutte le zone silvestri, fu eseguito un intenso disboscamento per procurare legna da ardere utile a fare fronte alla neve caduta il 7 dicembre “che durò per molti giorni con gran freddo e cresceva però il bisogno della legna a cui non poteva supplire, per l’impossibilità delli lontani trasporti”.

Nei giorni seguenti la truppa austriaca aumentò per il sopraggiungere di corpi volontari da Vienna “il cui proprietario è l’infante figlio dell’Imperatore, e li offiziali principi (…) Questi aveano montura verde, mostre scure, capello bordato alla spagnola con pennacchio bianco, ed andarono ad acantonarsi a Cittadella” il 19 dicembre 1796.

Il 1 gennaio 1797 si apre con i francesi all’attacco delle postazioni del Mantovano e del Bergamasco, ma un consistente distaccamento era già arrivato a Cavarzere e Montagnana il 30 dicembre 1796, richiamando uomini e armi nel Padovano, dove si trovano i generali Provera e Hoenzollern.

Seguono giorni movimentati e il 7 gennaio la truppa austriaca, che era acquartierata lungo il Brenta nel Cittadellese, è inviata a Trento perciò si “abandonarono li trinceramenti”: la situazione stava per capovolgersi, sulla spinta dell’accerchiamento avvenuto il 14 gennaio nel Mantovano delle truppe austriache che erano partite da Padova. Il 18 le truppe austriache in ritirata cominciano ad attraversare il Cittadellese con carri colmi di feriti. Il 23 gennaio il generale Massena è a Vicenza e l’Augerau a Padova da due giorni, mentre gli austriaci tentano di frenare la spinta francese nel Bassanese e nel Vicentino con le truppe dei generali Klabe e Mitrovscki. Il giorno successivo avviene lo scontro alle porte di Bassano e il 26 tutti gli austriaci si ritirano per il Canale del Brenta lasciando terreno libero ai francesi che occupano il Cittadellese e il Bassanese, con l’ennesima requisizione di generi e carriaggi su vasta scala.

Da quel momento il controllo della nostra zona passa sostanzialmente sotto i francesi, anche se formalmente rientrava ancora sotto il dominio di Terraferma della città lagunare. L’avanzata francese a danno degli austriaci sembra inarrestabile e nella primavera del 1797 i francesi passano il Piave (14 febbraio) e si spingono quasi fino a Vienna, nella convinzione di piegare l’Austria, ma sono definitivamente sottomessi a Leoben, con la richiesta di pace del Bonaparte che prevedeva la segreta cessione del Veneto all’Austria.

Contestualmente le ribellioni contro la Serenissima delle città di Bergamo e Brescia con la cacciata dei podestà, nel marzo dello stesso anno, accesero la miccia per la caduta di Venezia. Il 25 marzo si scoprì una congiura nel cuore della repubblica: “Dalle indagini fatte si rilevò che in casa del ministro di Francia v’era un deposito di armi e di coccarde tricolorate” e furono arrestati i congiurati Niccolò Corner, un Foscarini e Andrea Lezze, mentre non passava giorno che giungessero a Venezia delegazioni cittadine e di mestieranti ad assicurare la propria fedeltà al maggiore consiglio. Il Padovano e il Cittadellese nel frattempo erano continuamente attraversati da truppe francesi in un clima surreale nel quale la Terraferma veneta continuava a proclamarsi neutrale, con gli invitabili paradossi del caso, perciò “mentre in Padova i Francesi si ricevono come amici e si somministra loro tutto il bisognevole, in Verona si fa loro la guerra e si battono i castelli”.

I tempi si fanno stretti: il 26 aprile i veronesi si arrendono ai francesi, il 27 Vicenza depone le armi, il 28 è Padova ad accogliere i francesi senza colpo ferire con l’apoteosi del partito giacobino cittadino. Dalla fine di aprile ai primi giorni di maggio, tutto il Sangiorgese è effettivamente controllato dai francesi e inizia il lavoro di logorio contro Venezia che porterà alla fatidica data del 12 maggio 1797, giorno della scomparsa della Serenissima.

Inizia così lo spoglio sistematico delle città e dei villaggi.