Storia Dentro la Memoria


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Edicola sacra Madonna delle Grazie in Via Roma a S. Martino di Lupari (PD)

capitello diucembre 2002

L’edicola sacra prima del restauro nel dicembre 2002.

Sulla facciata di casa Carlon in Via Roma, al civico 138, si conserva un raro esempio di edicola sacra sopravvissuto al tempo e alle trasformazioni edilizie del centro abitato. Chi ricorda le vecchie case rurali scomparse aveva dimestichezza con questo tipo di immagini devozionali. In genere erano dipinte o affrescate nei portici dove la sera la gente si raccoglieva per pregare e recitare il rosario. Sarebbe interessante risalire al tempo delle piccole storie che stanno all’origine di queste rappresentazioni individuali e familiari nate da voti, devozioni particolari o grazie ricevute. Solo di rado però è possibile avere notizie puntuali sugli impulsi originari di queste rappresentazioni e pertanto ci si deve affidare alle poche informazioni reperibili. L’immagine della Vergine di casa Carlon è un affresco realizzato sulla facciata di un antico edificio seicentesco che all’inizio del ‘700 apparteneva alla famiglia Carrà e qualche decennio dopo ai Fior detti Caraffa. Nel 1760 il fabbricato con i terreni limitrofi era di proprietà di Anzolo Fior e situato quasi dirimpetto al lungo caseggiato posseduto da Sebastian Corno detto Franchini che si trovava sul lato opposto dell’attuale Via Roma. L’edificio rimase ai Fior fino al dicembre del 1885 quando Domenico Fior fu Luigi lo vendette con alcuni terreni adiacenti ai fratelli Antonio e Valentino Zulian per la somma di 1.000 lire. L’antica costruzione, ormai fatiscente, fu demolita e ricostruita nel 2006 dagli attuali proprietari.

 

Capitelli SML (9)

L’incarnato del bambino Gesù è il meglio conservato e denota un pennello esperto.

E veniamo al soggetto rappresentato. L’affresco riproduce al centro la Madonna che tiene in braccio il figlio e ai due lati, ormai irriconoscibili, i santi Antonio da Padova e Martino vescovo di Tours. Il tocco del pennello dell’artista è delicato e il modellato plastico. Lo sguardo della madre è appena inclinato verso sinistra a guardare la figura di S. Antonio, mentre il figlio osserva a destra S. Martino. Il tradizionale velo azzurro della Vergine scende dal capo sulla sinistra della figura e ne avvolge tutta la parte bassa del corpo svolgendo un panneggio ornato da pieghe ben dosate sopra le quali risalta la veste rossa. Notevole è la resa artistica del volto di Gesù che è la parte meno compromessa e ritoccata dell’affresco e denota la mano di un pittore esperto. L’artista e la data di esecuzione rimangono incerti. Si tratta di un’opera della prima metà del ‘700 che potrebbe avere la paternità del castellano Nadal Melchiori, noto frescante di capitelli anche nel territorio luparense, anche se l’eleganza delle figure presuppone una mano più esperta. Nel corso dei secoli diversi pennelli intervennero a ritoccare l’affresco che il tempo e le intemperie degradavano. Di questi, nella contrada di Via Roma, rimane memoria dei miglioramenti effettuati alle figure laterali dei santi da Dino Fasolo negli anni ’40 e del Prof. Giambattista Antonello negli anni ’80 per interessamento del sig. Gilmo Petrin. Nel 2005 la famiglia Cornelio Carlon, che è proprietaria dell’affresco, per preservarlo dalla rovina ha affidato a due professionisti il restauro conservativo dell’opera. Con la supervisione del Prof. Angelo Gatto, il sig. Gabriele Achiluzzi di Resana, ha eseguito lo strappo e ne ha curato il restauro fissandolo su un pannello mobile per facilitare futuri interventi. L’antica nicchia che accoglieva l’affresco è stata rifatta dall’artista sanmartinaro Franco Consolo rispettando le forme e le caratteristiche di quella originaria, ma con l’aggiunta dell’elegante cornice candida esterna. Per le parti rosa ha utilizzato marmorino di Asiago di analogo colore e per quelle bianche marmorino candido.

12 grnnaio 2013 con impronta scura dovuta all'azione prolungata dell'albume d'uovo

12 gennaio 2003, una mano maldestra deturpa l’immagine lanciando un uovo.

 Nel 2006 l’immagine è ritornata nella sede originaria e nel 2013 è stato necessario collocare un vetro di protezione perché qualche buontempone nel 2011 aveva lanciato un uovo contro l’affresco la sera di halloween compromettendo il precedente restauro.
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Capitello Madonna della Salute di Monastiero (dei Muti), a S. Martino di Lupari (PD) in Via Sant’Andrea

Il capitello della Madonna della Salute a Monastiero.

Il capitello della Madonna della Salute a Monastiero.

Il capitello che si trova all’incrocio fra le vie San Andrea, Bardella e vicolo San Rocco a Monastiero rientra nella categoria delle edicole sacre sorte in epoca remota come punto di riferimento e protezione per i viandanti che attraversavano gli incroci. I catasti napoleonico (1811), austriaco (1850) e austro-italiano (1854) lo raffigurano quasi al centro dell’incrocio, segnalato sotto il titolo della Madona. A Monastiero questa edicola sacra non era l’unica titolata all’invocazione mariana. Nella sola Via San Andrea, infatti, si contavano ben quattro luoghi sacri dedicati alla Madonna nello spazio di qualche centinaio di metri. Il capitello della Salute era pubblico, cioè fatto erigere con i denari della comunità e non aveva alcun legame con i possidenti della zona. Questo fatto spiega l’apertura dell’edicola sacra verso sud, cioè verso la strada. Né i Lucietti, che possedevano i terreni e la casa colonica posta a nord-est in Via Bardella (mappali 1104-1108 e 2988) e a sud ovest di Via S. Rocco (mappale 762), né i Cittadella Vigodarzere che detenevano le proprietà a nord ovest di Via Bardella (mappale 2979) e sud est di Via S. Rocco (mappale 750) potevano essere promotori dell’iniziativa. Come pure estranei alla vicenda per motivi di tempo sono gli Antonello che nel 1895 avevano fatto costruire la casa colonica (mappale 3403) situata a ridosso del capitello già esistente.

S. Biagio, protettore dalle malattie della gola, fu venerato a Monastiero fin dal XVI secolo.

S. Biagio, protettore dalle malattie della gola, fu venerato a Monastiero fin dal XVI secolo.

La data di erezione di questa edicola sacra non è nota, di certo era presente nel Settecento, e forse anche prima, perché la presenza degli spazi sacri così visibili a Monastiero serviva agli abitanti per darsi una patina di quasi parrocchia nel vano tentativo, durato secoli, di conquistare tale prerogativa staccandosi da S. Martino di Lupari. Il capitello in origine era aperto sul lato sud come appare dalle mappe più antiche e si trovava al centro dell’incrocio. In seguito alle rettifiche stradali del XX secolo e alle nuove esigenze di spazio della strada carrabile, si è trovato sempre più defilato verso il ciglio nord di Via San Andrea, perdendo così l’originaria configurazione. All’interno del capitello antico doveva trovarsi il tipico affresco mariano dipinto da un Madonnaro della zona ma l’immagine col tempo si è rovinata e si è scolorita.

S. Michele arcangelo nella nicchia orientale, opera come le altre di Fiorello Stevanato.

S. Michele arcangelo nella nicchia orientale, opera come le altre di Fiorello Stevanato.

Rimase per molto tempo in stato di abbandono. Nel 1981 la Soprintendenza diede parere favorevole per il suo spostamento e lo stesso la curia vescovile perché è una delle poche edicole campestri ancora esistenti. Il trasferimento e il restauro ebbero compimento solo alcuni anni più tardi. L’edicola fu spostata verso nord e fu necessario raddrizzarla e intervenire con un restauro importante effettuato a spese dei volontari della contrada. Si evitò così il rischio della sua demolizione conferendogli una veste pittorica sicuramente moderna. L’artista Fiorello Stefanato, che abita in prossimità del capitello, ha ridipinto completamente il manufatto con rappresentazioni che sembrano collocarsi a metà strada fra l’arte di De Chirico e quella di Pablo Picasso, ottenendo una rappresentazione pittorica fra astrazione e figurazione. A ricordo del restauro nell’intercapedine sotto il tetto dell’edicola è stata depositata una bottiglia con un foglietto che riassume la storia del restauro ed elenca i nomi dei volenterosi che vi hanno partecipato. All’interno dell’unica nicchia rimasta aperta, e delimitata da due pilastrini bianchi, è rappresentata la Madonna del Rosario col figlio seduto sulle ginocchia dai tratti quasi ingenui. Sul lato destro si staglia S. Antonio da Padova e sul sinistro S. Rocco. Nelle arcate laterali esterne abbellite da cornici candide, l’artista ha rappresentato elementi che raffigurano la vittoria del bene sul male. Nella nicchia a occidente si trova S. Biagio benedicente, in vesti vescovili, che trattiene la gola di un ragazzo ed è attorniato da animali, con evidente riferimento al suo potere di guarigione dalle malattie della gola. S. Biagio è l’ultimo della serie dei patroni di Monastiero dopo il culto medioevale di S. Giorgio e quello rinascimentale di S. Macario. Nella nicchia a oriente, invece, l’arcangelo Michele infierisce con la lancia sul corpo di Lucifero, mentre cade con un terzo delle stelle del firmamento. Sulla cornice che corre sotto il timpano e le falde del tetto vi sono le iscrizioni dei soggetti rappresentati e la riproduzione moderna di un’iscrizione del 1886 che ricorda un importante restauro avvenuto in quell’anno per merito di un benefattore rimasto anonimo che firmò: Per sua divozione anno 1886.

La vergine della Salute raffigurata entro l'edicola sacra riprende l'antico titolo agiografico del capitello.

La vergine della Salute raffigurata entro l’edicola sacra riprende l’antico titolo agiografico del capitello.

Il capitello della Madonna della Salute di Monastiero è noto agli abitanti del posto anche con il titolo dialettale di capitèo dei Muti, epiteto derivato dal secolare soprannome della famiglia Pierobon che abita nelle vicinanze.
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Capitello di S. Giovanni Nepomuceno in Via R. Serato di S. Martino di Lupari (PD) seconda parte

Il capitello della piazza di Monastiero voluto da don Antonio Antonelli per venerare S. Giovanni Nepomuceno, ebbe presto vita dura perché i ragazzi giocavano a bocce e a calcio proprio di fronte al santo e ogni tanto qualche sfera di legno o palla di stracci finiva contro la statua e l’edicola votiva. Il sacerdote non poteva accettare simili affronti e pertanto ottenne più volte dal podestà di Castelfranco il permesso di fare arrestare e multare con 25 ducati d’oro tutti quelli che osavano profanare il capitello col gioco della balla, o’ delle boccie. Lo stesso avveniva nel 1757, quando l’Antonelli ottenne di far multare con 50 ducati coloro che si fermavano di fronte al sacello a chiacchierare e spettegolare invece di pregare.

Il capitello allestito per la sagra.

Il capitello allestito per la sagra.

L’artistico capitello di Monastiero continuò a fare bella mostra di sé fino al 1955, quando fu demolito per esigenze di viabilità, ma molto tempo prima la statua era stata prelevata e accomodata in Via Rizzieri Serato. La svolta avvenne con l’arrivo a Monastiero dei conti Cittadella che decretarono la fine della supremazia economica degli Antonello i quali rimasero nella categoria dei benestanti ma persero il primato. Fra i primi atti simbolici compiuti dai nuovi padroni a Monastiero vi fu la sostituzione della statua venerata nel vecchio capitello. Al posto di S. Giovanni i Cittadella collocarono la statua di S. Andrea apostolo e solo molto tempo dopo anche questa fu sostituita con quella ancora esistente di S. Antonio da Padova. In questo modo i nuovi proprietari tentarono di cancellare la storia e il ricordo precedente, annullando l’emblema ufficiale degli Antonello che fin dal primo ‘700 risaltava nella piazza. La stessa regola fu attuata dai Cittadella a Sant’Anna Morosina nel 1835, quando lasciarono cadere in rovina il grandioso palazzo Morosini che avevano acquistato all’asta per far scomparire la memoria della famiglia alla quale erano subentrati.

Gli Antonelli nel frattempo continuavano a venerare S. Giovanni nell’oratorio di famiglia edificato a Campretto fra il 1777 e il 1790, dove oggi si trova la chiesa succursale della frazione. Nell’altare della piccola chiesa privata avevano collocato un’altra statua del santo boemo, ma più piccola e pregiata di quella che si trovava nel capitello di Monastiero. Questo simulacro dagli ornamenti molto ricercati presenta due curiosità. E’ venerato dai camprettani come se fosse S. Biagio e mostra una singolare postura con l’indice destro vicino alla bocca che impone il silenzio del sacramento della penitenza. La statua esiste ancora e ha seguito le vicende dell’oratorio che nel 1878 era passato nella disponibilità di Mons Pio Antonelli (1848-1918). Le due statue pertanto avevano come denominatore comune gli Antonello, ma seguono destini diversi.

Particolare del volto della statua conservata nella chiesa succursale di Campretto.

Particolare del volto della statua conservata nella chiesa succursale di Campretto.

Rimangono da svelare le ultime due questioni: quando e perché la statua maggiore di S. Giovanni Nepomuceno fu trasferita in Via Rizzieri Serato. La statua giunge nel capitello di Via Serato poco tempo dopo che i Cittadella acquistano dai Corner e altri patrizi numerosi beni a Monastiero. Questo è avvenuto alla fine del ‘700 e quindi la statua di S. Giovanni ha ceduto il posto a quella di S. Andrea a cavallo fra i secoli XVIII e XIX. I motivi del trasferimento del simulacro in Via Serato sono da ricondurre almeno a due priorità. Da una parte la lontana parentela fra il ramo camprettano degli Antonello che aveva fatto edificare il capitello nella piazza di Monastiero e quello che aveva innalzato l’edicola nella contrada Antonelli di S. Martino. Dall’altra la necessità di sistemare un’immagine di troppo e un capitello rimasto vuoto.

Particolare del volto della statua settecentesca conservata nel capitello di Via Rizzieri Serato.

Particolare del volto della statua settecentesca conservata nel capitello di Via Rizzieri Serato.

Fu una specie di ritorno alle origini perché il simulacro, voluto nel 1736 da un Antonelli, ritornò in un altro sacello innalzato dalla stessa famiglia che lo venerava come santo protettore fin dal XVIII secolo. Nel passato il capitello era famoso perché a poca distanza si trovava una pompa d’acqua a getto continuo dove Marco Stocco, detto Beto, conduceva ad abbeverare cavalli e asini. Agli animali irrequieti o ammalati faceva compiere tre giri intorno al sacello nella speranza che il santo intercedesse. A memoria dei più anziani, ogni anno, il lunedì di Pasqua la contrada preparava una sagra in occasione della festa dei coscritti, allestendo festoni di frasche prelevate dal parco di Villa Imperiale di Galliera, canne di bambù, fregi di legno sagomati e illuminati e in un secondo tempo bandierine. I Brunati e i Foresta predisponevano ai lati della via dei tavoli per le gare culinarie, c’era qualche giostrina e non mancavano neppure le gare con i sacchi, le pentole da rompere bendati e la cuccagna. Nel 1934 Tullio Foresta (Biio Canevaro), per ringraziare l’essere supremo che gli aveva concesso di vincere la scommessa del giro d’Italia con Giovanni Ceccato, fece innalzare sopra il tetto del capitello una torre di legno alta più di 10 metri che ancorò con tralicci. Dei vari pranzi promossi dai coscritti della via, rimane memorabile quello del 1940. In quell’occasione Toni Santi aveva promesso di fare una sorpresa agli amici diciottenni portando un coniglio da cucinare. Tutti erano pronti in tavola quando Adele Antonello portò un gustoso vassoio di carne al forno che fu presto divorato dai commensali. A fine pranzo Adele portò in tavola un piatto coperto affermando: ecco la testa del coniglio che avete mangiato! Lo scoperchiarono e vi trovarono allibiti la testa arrostita di un gatto. Si seppe poi che Toni Santi, assiduo frequentatore dell’osteria da Renga in Padovana, aveva messo dentro un sacco il felino di Leone Pavan e l’aveva fatto cuocere ad Adele Criotona che aveva accettato lo scherzo. Purtroppo negli anni ’50 un camion urtò il capitello compromettendolo e nel 1966 si fece l’ultima sagra. Nel biennio 1998/99 Pietro, Renato e Valeriano Antonello iniziarono il recupero del sacello e della statua a cui ben presto si unirono Marica Antonello e Roberto Bacchin.

La targhetta che ricorda il restauro conclusivo.

La targhetta che ricorda il restauro conclusivo.

In quell’occasione, come ricorda una targhetta affissa all’interno del capitello, il manufatto e l’immagine furono spostati a nord del ciglio stradale e rimessi a nuovo. Da quel momento la sagra è tornata a rivivere e da due anni è stata spostata il 16 maggio, ricorrenza del santo, con il coordinamento di Fausto Antonello e l’interesse di tanti devoti al santo che da tempo speravano di avere finalmente una storia attendibile del loro capitello.
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