Storia Dentro la Memoria


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Angelo Tonietto, un bersagliere sulle pendici del monte Matajur (24 maggio 1915, ore 0.00)

Sveglia! Sveglia, ragazzi. Presto, armarsi!

Che c’è?

La guerra c’è! Presto, armarsi!

Il bersagliere di S. Martino di Lupari Angelo Tonietto a vent’anni in divisa militare.

Il bersagliere di S. Martino di Lupari Angelo Tonietto a vent’anni in divisa militare.

 Il tenente Pietrino Capras[1] solleva il picchetto della tenda dove dormono saporitamente quattro giovani bersaglieri. Si odono in lontananza i rintocchi del piccolo campanile di Monte Maggiore. Sono le ore 24 del 23 maggio 1915.

Il comandante si allontana lesto per svegliare i bersaglieri delle altre tende della sesta Compagnia. Un sommesso bisbiglio frange il profondo silenzio che avvolge l’accampamento. Solo pochi minuti e una lunga colonna di ombre furtive, dalla quale riverbera solo la fioca luce di qualche lumino a olio, marcia silenziosa alla ricerca del nemico in prossimità della frontiera austriaca.

Dal settembre 1914 il IX° Reggimento Bersaglieri era appostato a Cividale del Friuli in attesa dell’apertura delle ostilità contro l’Austria. La recluta diciannovenne Angelo Tonietto, IX° Reggimento Bersaglieri[2], XXX° Battaglione[3], VI^ Compagnia – I° Plotone al comando del tenente Valentino Romani, vi era giunta nel gennaio 1915. Savogna sull’Isonzo alle pendici del monte Matajur, raggiunta il 14 aprile, era il nuovo campo base. Nel nuovo ambiente i soldati avevano immediatamente familiarizzato con la popolazione e imparato qualche parola del locale dialetto slavo. Tra libere uscite, addestramenti e discorsi di propaganda, il tempo trascorreva veloce.

Poche ore di marcia. La colonna si arresta quando ormai è in prossimità della linea di confine. Solo un gruppo di bersaglieri scelti avanzerà per esplorare la zona. La sparuta pattuglia è guidata dal sergente Armando de Vizzi e dal caporale Morfino. Tonietto è fra i prescelti. È orgoglioso Angelo di questa sua prima azione di guerra. Del resto i più audaci erano stati selezionati per questa missione. Lo zaino sulle spalle, tanto pesante da togliere il respiro, sarà di ostacolo nell’assalto al nemico, ragiona fra sé la recluta. Non si può andare all’assalto con una sacca di iuta rigurgitante di indumenti invernali, coperte, mantellina, telo da tenda, picchetti, divisa estiva, scarpe, scatolette di carne e gallette, dodici scatole di munizioni, un caricatore del fucile modello 91, medicazioni e un sacchetto di sale. È ancora assorto e confuso nei suoi dubbi, quando il sergente ordina di deporre lo zaino.

La pattuglia raggiunge le pendici del Monte Cimanes alle prime luci dell’alba. I bersaglieri avanzano con cautela. Una trincea nemica è a portata di mano! Assetati di gloria, baionetta inastata, i soldati corrono all’assalto. Quale delusione! La fossa è ancora calda, ma vuota! Gli austriaci, intuendo le mosse dei soldati italiani, hanno abbandonato in fretta l’avamposto, lasciato a terra scatole di munizioni vuote e il caricatore di un fucile. Di corsa si inseguono i fuggiaschi lungo il fianco opposto del monte. Niente! Il nemico sembra svanito. Dalla postazione raggiunta si scorge in lontananza Caporetto.

È la prima avanguardia d’Italia a superare il confine. La pattuglia si deve però fermare e ritornare nella trincea vuota per dare il segnale di avanzata ai soldati arretrati. Un luccichio di baionette, scintillanti al sol di levante, illumina il pendio della collina. Il cappello piumato sembra aggiungere potenza d’impatto ai bersaglieri pronti all’assalto. Non aver ancora sparato un solo colpo contro l’Austria! si rammarica il Tonietto, ma saremo almeno i primi ad entrare a Caporetto.

Ai bersaglieri viene impartito l’ordine di scendere. Ancora una delusione per la VI^ compagnia: non essere stati i primi a raggiungere Caporetto. Dai binocoli si vedono i ciclisti del IX Battaglione attraversare le vie di Caporetto. Sono seguiti a breve distanza dai carriaggi militari. Un giovane tenente sardo è preso dallo sconforto e non può fare a meno di esclamare: Poveri noi! Adesso marceranno su Tolmino, occuperanno Gorizia, gireranno l’Hermada e piomberanno su Trieste! Poi noi dovremmo avere il coraggio di dire che abbiamo fatto la guerra mentre non abbiamo neppure sparato il fucile! Serberemo in cuore l’umiliazione di non aver dato nulla alla Patria.

L’incontro con lo Stato Maggiore e il re Vittorio Emanuele III lenisce solo in parte lo sconforto. Tonietto, sempre in prima fila, porta orgogliosamente una bandiera tricolore con la scritta: Bersagliere! Ecco la tua dottrina: Patria, Re e Carabina! Il Re passando si accorge dell’entusiastico sventolio e porta la mano alla visiera in segno di saluto. Continuammo la marcia – scrive il nostro bersagliere – con spirito elevato, felici d’aver visto il nostro Re così vicino, al fronte. Entrammo a Caporetto cantando:

La bandiera gialla e nera

sempre è stata la più brutta

noi vogliamola distrutta

noi vogliamo la libertà!

 Sul campanile di Caporetto, affiancato alla bandiera bianca issata dal nemico austriaco, il 24 maggio sventola il tricolore italiano. I soldati continuano la loro marcia lungo la sponda dell’Isonzo, verso Trieste e cantano:

La bandiera tricolore

sempre è stata la più bella

noi vogliamo sempre quella

noi vogliamo la libertà!

 Sul calar della sera il tenete Capras ha un momento di sconforto: Perdio…! Caporetto; dapprima l’abbiamo veduta occupare col binocolo, poi l’abbiamo attraversata cantando, vuoi vedere che gli altri fanno la guerra e noi restiamo con le pive nel sacco…?! Tonietto allora non si trattiene e nella sua ingenuità esclama: Sig. Tenente, abbandoniamo questo maledetto zaino e inseguiamo il nemico fino a Trieste! Sorridono gli ufficiali … poi il comandante guarda l’orologio e ordina: Zaino in spalla e avanti mars!

Termina così una delle primissime azioni di guerra dell’Italia contro l’Austria, così come viene raccontata nel suo diario da Angelo Tonietto, prima dell’avvio ufficiale delle ostilità fra i due paesi[4].

25 settembre 1960, a Campretto di S. Martino di Lupari il novello sacerdote don Carlo, figlio del bersagliere Angelo, posa fra gli ex compaesani davanti al bar Bamberghi, già negozio tessile del padre.

25 settembre 1960, a Campretto di S. Martino di Lupari il novello sacerdote don Carlo, figlio del bersagliere Angelo, posa fra gli ex compaesani davanti al bar Bamberghi, già negozio tessile del padre.

[1] Morto in guerra al Piccolo Javorcek il 21 ottobre 1915.

[2] Comandanti del 9° Reggimento: Colonnello Luigi Baronis dal 24 maggio al 24 luglio 1915; Colonnello Guglielmo Ranieri dal 25 luglio al 2 ottobre 1915; Colonnello Guglielmo Calderara dal 3 ottobre 1915 al 6 aprile 1916; Colonnello Roberto Pasini dal 17 aprile al 6 agosto 1916; Colonnello Francesco Borrelli dal 14 agosto 1916 al 7 maggio 1917; Colonnello Arturo Radaelli dal 14 maggio al 17 novembre 1917.

[3] Ufficiali superiori e capitani del 30° Battaglione: Maggiore Attilio Emanuele dal 24 maggio al 27 agosto 1915; Tenente Colonnello Paolo Domp dal 7 settembre al 25 ottobre 1916; Capitano Salvatore Azzena dal … giugno al 25 giugno 1917; Maggiore Ottorino Jannone dal  24 agosto al 16 ottobre 1917.

[4] Fronte Unico, 15 giugno 1965, p. 3. Nella versione ufficiale della storia dei bersaglieri (Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato maggiore – Ufficio Storico, Riassunti storici dei Corpi e Comandi nella Guerra 1915-1918, Bersaglieri, vol. 9, Roma, Libreria dello Stato 1931, p. 355) il primo contatto fra le teste piumate (30° Battaglione del 9° Reggimento) e gli austriaci avvenne il 4 giugno 1915 a Planina Za Kraju a quota 1.270.
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