Storia Dentro la Memoria


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Ezzelino I, il padre sagax et astutus delle politiche matrimoniali

di Paolo Miotto

Di Ezzelino primo si deve innanzitutto dire che era un uomo ricchissimo, saggio e discreto, generoso, modesto, pacifico e guerriero, severo ma anche mite e moderato; e queste ultime qualità, anche se appaiono in contrasto, possono però e devono trovar luogo nei potenti, cosicché siano indulgenti, miti e benigni con i supplici, e moderatamente severi e duri quei colpevoli e quei malvagi, come sta scritto: ‘Davvero egli usa, sebbene paiano cose in contrasto, indulgenza con i supplici, severità con i rei.’

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Ezzelino III, il Tiranno.

Queste righe vergate verso il 1237 rappresentano la testimonianza biografica più antica su Ezzelino I. L’autore, chiaramente di parte, riprende un canone agiografico più che biografico, assecondando una consuetudine ampiamente diffusa nel medioevo. Nell’elenco delle virtù che Maurisio attribuisce al signore, sfuggono volutamente quelle dell’uomo astuto e sagace che, invece, emergono in alcune circostanze descritte dallo stesso autore e soprattutto dal cronista Rolandino. Fra queste meritano attenzione l’interesse del Balbo per la continuità dinastica, legata all’accaparramento delle sostanze delle famiglie influenti dell’epoca e lo scontro con i parenti da Camposampiero.

Il primo curioso episodio riguarda il matrimonio procacciato dal Balbo al figlio Ezzelino II dopo il 1168. La storia è narrata dal solo Rolandino, che vuole raccontare i tentativi del Balbo di ritagliarsi un posto di riguardo nell’ambiente cittadino di Padova con la politica matrimoniale: “per talem nurum magnum habere dominium in partibus paduanis”. Una tecnica che, di fatto, non portò a risultati soddisfacenti né per Ezzelino II, né per il probabile figliastro Giovanni Schiavo (Johanne Sclavo Icilini de Onaria). La sagacia del Balbo rivela l’astuzia dell’uomo navigato quando è informato dal genero Gerardo Camposampiero che Cecilia, figlia di Manfredo d’Abano, gli era sta promessa in sposa dal tutore Spinabello da Sandrigo. Avuta la notizia, Ezzelino manovra perché Spinabello, corrotto col denaro, interrompa ogni rapporto con Tisolino e il figlio Gerardo, assegnando la pupilla a Ezzelino II il Monaco.

È la terza moglie del Monaco, che in precedenza era rimasto vedovo di una fanciulla di casa d’Este e aveva divorziato dalla padovana Speronella Delesmanini. Non potendo opporsi al matrimonio combinato, alla prima occasione Gerardo si vendica muovendo violenza a Cecilia mentre questa cavalca sotto scorta armata a Sant’Andrea (Oltre il Muson). La reazione dei da Onara e da Romano non si fa attendere, col ripudio della donna e l’inizio di una faida duratura con i Camposampiero. Ovviamente la vicenda funge da pretesto per una rottura che era già nell’aria e che aveva ragion d’essere nelle mire espansionistiche degli Ezzelini nel Padovano. Per la cronaca, Cecilia passò a nuove nozze con Delesmanino Deslemanini, al quale portò in dote tutti i beni del padre disseminati nella zona euganea. È proprio il caso di dire che fra i due litiganti il terzo gode!

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G. B. Verci, Storia degli Ecelini, Venezia 1779.

 

Manovra analoga il Balbo cercò di attuarla col figliastro Giovanni, che prima del 1183 sposa Beatrice da Baone e in quell’anno ottiene un’importante quota della sostanza del suocero defunto Albertino da Baone. Ancora una volta gli Ezzelini si trovano di fronte un Camposampiero, Tisolino, eletto arbitro sulla sostanza di Albertino che lascia al mondo un discreto numero di figlie e nessun maschio. È la morte prematura di Giovanni a impedire alla dinastia paterna di mantenere il possesso di quattro palazzi in Padova e una serie di possedimenti dislocati in alcuni villaggi della cintura urbana. Nel 1208, infatti, Beatrice appare come unica detentrice dei beni avuti dal padre, che quindi non erano passati nelle mani dei parenti acquisti.

Non meno importante fu il matrimonio con i Camposampiero procacciato dal Balbo grazie al matrimonio della figlia Cunizza col conte Tisolino. In questo caso non è in gioco una questione economica, ma il legame storico fra due lignaggi alleati e più spesso rivali, che vantavano una lunga linea di consanguineità già esplicitata in un documento del 29 aprile 1085 col quale i loro antenati eseguivano una munifica donazione alla neonata abbazia di S. Pietro e Sant’Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani). Una volta defunto Tiso, Cunizza non si risposa, nonostante il parere contrario di alcuni storici del Settecento che la ritengono moglie anche di Gueccelo da Prata. Ormai anziana, il 3 novembre 1191, detta testamento in Angarano, nella casa di Giovanni Bono, dichiarando la propria vedovanza “domina Cuniza uxor quondam domini Tisolini de Campo Sancti Petri”.

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Santa Croce di Campese e gli Ezzelini

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La scalinata d’accesso alla chiesa di Campese.

 

Lo stretto legame che i da Onara e da Romano ebbero per molto tempo con la parte guelfa, traspare in modo ufficiale tramite le opportune alleanze feudali con i vescovi, la fondazione di abbazie e monasteri e la periodica attestazione di sottomissione al papa. Esiste però anche un secondo livello, più personale e familiare, ritagliato sullo sfondo della devozione religiosa che s’intravede nelle scelte testamentarie a favore di numerosi enti religiosi e dei poveri, i pauperum Christi. È nota alla storiografia la parte che gli Ezzelini ebbero nella fondazione di abbazie e chiese fra XI e XII secolo. In questa sede ci soffermiamo sul particolare legame che la famiglia di Ezzelino II col monastero di S. Croce di Campese. Fu fondato nel 1124 da Ponzio di Melgueil, carismatico ex abate di Cluny di ritorno dalla Terrasanta, grazie all’interesse del vescovo di Padova Sinibaldo e di numerosi magnati che nel corso dei primi due anni fanno a gara per dotare di terreni la nuova istituzione. Fra questi compaiono con una certa frequenza Alberico e i suoi fratelli “germani” Tiso Brenta ed Ezzelo da Romano, rispettivamente padre e zii del Balbo. Nella primavera del 1125 i coniugi Alberico e Cunizza da Romano, dal loro palazzo di Solagna, donano a Collomano, sostituto di Ponzio, un nuovo manso di terreno situato a Vas.

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Il monastero e la chiesa di Santa Croce di Campese.

 

Nell’autunno dello stesso anno l’abate decide di interrompere l’esperienza di Campese e di ritornare a Cluny, nella speranza di essere reintegrato al suo posto, ma incorrerà nella scomunica papale e soccomberà. Gli inizi traballanti dell’esperienza di Campo di Sion, toponimo d’ispirazione crociata col quale Ponzio aveva mutato il locale Kan Pise (Ai Prati), non si arrestano con la partenza del primo importante abate. I fondatori, e in particolare il clan degli Ezzelini, seppur con rammarico, decidono di guardare oltre. La domenica del 3 luglio 1127, di fonte all’altare della chiesa monastica, sottoscrivono l’atto di donazione del monastero all’abbazia di Polirone rappresentata dall’abate Enrico. A firmare l’atto sono i tre fratelli Tiso Brenta, Ecelo, Alberico da Romano, assieme a Gionata e Bertelaso da Angarano, Ingleberto e Enrico da Marostica, Rodolfo, Artiuso fu Enrico da Margnano ed Enrico del Collo.

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Il simbolo di Santa Croce di Campese.

 

La liberalità dei da Romano nei confronti di Santa Croce di Campese continua con il Balbo, che da uomo di mondo, ne approfitta per chiedere prestiti all’abate quando urge il bisogno. Nel dicembre 1154, con la madre Cunizza, propone all’abate Enrico di Polirone (scritto nella forma Ponziano) di prestargli 120 lire veronesi, ma è disposto ad accontentarsi anche di 60, lasciando in pegno ben dieci mansi situati a Romano. La clausola accompagnatoria prevedeva la restituzione del denaro entro l’11 novembre dell’anno successivo, in caso contrario, i terreni sarebbero stati trattenuti dal monastero. Non esistono ulteriori atti per conoscere l’esito della vicenda. Alcuni anni dopo, il 15 dicembre 1181, in casa del Balbo a Solagna, questi dona al priore don Vincenzo metà del molino della Grotta al Margnan, allora condotto dal giudice Enrico. Partecipano all’atto redatto dal notaio Enrico, sei testimoni, fra i quali il monaco Guiperto, futuro priore di Campese.

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L’interno della chiesa.

 

I discendenti dei primi donatori da Romano continuano non tralasciano di interessarsi alle vicende del monastero. Cunizza, moglie di Tisolino Camposampiero, ne è un tipico esempio. Volendo probabilmente essere sepolta fra le tranquille mura di Campese come ambivano molti, assegnava al monastero di Santa Croce un legato di 100 lire e, in caso di negligenza dei figli nell’adempiere le sue volontà dopo la morte, impegnava i suoi beni di Angarano. Assicurava inoltre altro denaro ai monaci, sacerdoti e poveri che avessero assistito al suo funerale. Pure il figlio Gherardino, nel 1190, aveva dettato testamento prima di partire in pellegrinaggio per S. Pietro a Roma, lasciando a casa la moglie incinta. Le ultime volontà beneficano un numero rilevante di chiese e monasteri, e fra questi anche Campese, con due mansi di terra dislocati ad Angarano e a Onè di Fonte.

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Teofilo Folengo.

 

Il legame più forte degli Ezzelini col monastero è però rappresentato dal figlio del Balbo. Ezzelino II, detto il Monaco, infatti, riceve tale nomea perché negli ultimi anni della sua esistenza si ritira fra le mura del cenobio. Con atto notarile del 20 settembre 1202, redatto in un prato presso la chiesa di S. Giorgio ad Angarano, il Monaco dispone un’imponente donazione nelle mani del priore Vitaclino, cedendo tutti i suoi beni di Angarano, ad eccezione dei molini e dei vassalli che possedeva col fratello Giovanni. Inoltre vendeva al monastero per 1.000 lire veronesi tutta la contrada di Foza, compresi i monti e tutti quello che c’erano sopra. Seguiranno altre due donazioni del monaco a Campese. Sono le ultime degli Ezzelini perché nulla si sa del rapporto dei suoi figli Alberico e Ezzelino III, il Tiranno con S. Croce di Camposyon.


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La trasformazione del territorio di Villa del Conte in una conferenza e una mostra fotografica

La conferenza intitolata la Trasformazione del Territorio di Villa del Conte dal Medioevo ai nostri giorni, si terra Venerdì 29 Giugno 2018, alle ore 21.00 precise, presso la Sala Consigliare di Villa del Conte. Relatore Prof. Paolo Miotto che illustrerà il tema con un percorso audiovisivo. Ingresso gratuito.

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