Storia Dentro la Memoria


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GLI ANNI DEL VULCANO. Le conseguenze dell’eruzione del Tambora nella provincia di Padova

Alla fine del 1815 i popoli europei potevano sperare che gli anni a venire riservassero loro un periodo di almeno relativa tranquillità dopo i rivolgimenti ed i lutti dell’età napoleonica, conclusasi in giugno con il congresso di Vienna e con la battaglia di Waterloo. Le loro speranze purtroppo si scontrarono con una nuova e diversa realtà di sciagure e sofferenze, che coinvolsero tragicamente anche la nostra regione.

Un’eruzione vulcanica avvenuta a grandissima distanza, in un’isola dell’arcipelago indonesiano della Sonda, Sumbawa, produsse gravi danni, morti per carestia, tifo e  colera persino a Padova e nel resto del Veneto. A dimostrarlo, con il supporto di una lunga, dettagliata sequenza di dati e testimonianze, vi è un recente studio di Furio Gallina, ricercatore di Castelfranco Veneto, che reca il titolo “Gli anni del vulcano. Le conseguenze dell’eruzione del Tambora nella provincia di Padova”. Le vicende indagate dallo studioso si collocano  tra il 1815 e il 1818 e tra il 1835 ed il 1836. 

Il vulcano indonesiano Tambora era rimasto in quiete forse per un millennio; poi,  la sua attività era ripresa e dal 5 aprile del 1815 crebbe d’intensità per raggiungere il culmine tra il 10 e il 12 aprile, quando scagliò verso il cielo un’enorme quantità di materiale. La vetta del Tambora, decapitato, scese di 1250 metri di livello, da 4100 agli attuali 2850 metri. Polveri, gas contenenti composti sulfurei e vapore acqueo penetrarono nella stratosfera raggiungendo i 44 km di altezza e, spinti dai venti, si espansero in gran parte dell’emisfero boreale. Il velo di polveri ed acido solforico formatosi nei cieli generò un grave peggioramento del clima, con un abbassamento delle temperature, precipitazioni piovose e nevose straordinarie, alluvioni, seguite da carestie, morti per inedia, epidemie.

Non stupisce che durante un soggiorno in Svizzera contrassegnato da pessime condizioni meteorologiche Mary Shelley abbia concepito l’idea del suo “Frankestein” e Lord Byron quella della poesia “Tenebre”.

Nelle campagne padovane, sommerse per un’estensione di quasi 100.000 campi,  molti cercarono di sfamarsi mangiando erba, fusti macinati di granturco ed altre sostanze che mai nessuno aveva considerato commestibili. I prezzi dei cereali ed altri alimenti infatti erano cresciuti a dismisura, oltre i limiti delle disponibilità economiche dei più poveri, e l’intervento pubblico non migliorò a sufficienza la situazione, per cui l’inedia uccise un numero elevato di persone. Tragedia su tragedia, dopo la carestia, come spesso avveniva in quelle circostanze, giunse il tifo.  

Gallina riporta ciò che annotò il parroco di Paviola (frazione del  comune di S. Giorgio in Bosco): “Tanti hanno patito gran fame, ch’erano resi impotenti al Lavoro, per mancanza di alimento, tanti hanno dovuto cessare di vivere per Fame Canina, tanti sono morti dal morbo chiamato volgarmente Tiffo”. A Padova l’epidemia di tifo petecchiale si estese dalle zone più povere della città, come il Portello, ma avendo anche altri focolai, compresa la Basilica del Santo, dove il morbo fu trasmesso ai fedeli da un “ragazzo servente” evidentemente contagiato. A luglio del 1817 l’apice, poi l’epidemia decrebbe sino ad estinguersi alla fine dell’agosto dello stesso anno.

Ma non era veramente ancora tutto finito, perché – scrive lo studioso – l’ultimo colpo di coda dell’esplosione del Tambora giunse parecchi anni più tardi a causa del cambiamento climatico che ne era seguito. Estendendosi, a partire dal 1817, dal  focolaio del Delta del Gange, e passando attraverso l’Asia, il colera raggiunse l’Europa.  Si era ormai nell’anno 1835. Nel Veneto la diffusione fu  rapida: da Venezia a Padova e alle altre province. Ad essere colpiti furono ancora una volta soprattutto gli indigenti. La scienza medica, incapace di debellare il vibrione colerico, all’epoca ancora non scoperto, poté offrire terapie puramente sintomatiche, ma propose misure igienico-sanitarie e l’isolamento dei contagiati. L’epidemia terminò nell’ottobre del 1836, lasciando dietro di sé 840 vittime su una popolazione di 58.850 abitanti. Nell’intero Veneto i morti per il colera furono quasi 23 mila, su circa  due milioni di persone.


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Benito Mussolini. Cittadino onorario di Tombolo e San Martino di Lupari

di Cesare Pasinato e Paolo Miotto

Il 21 aprile 1924, anniversario del suo natale, la città di Roma offre la cittadinanza onoraria al Duce. Con trepidazione e orgoglio S. E. il Capo del Governo Benito Mussolini inizia il suo discorso: Mi è consentito di dire “civis romanus sum”, oggi, annuale di Roma, oggi, festa del lavoro italiano e su questo colle [il Campidoglio] che, dopo il Golgota, è certamente da secoli il più sacro alle genti del mondo civile.

Potevano essere da meno i Comuni di Tombolo e San Martino di Lupari?

La cittadinanza di Tombolo

Il sindaco conte Francesco Giusti, dopo essersi iscritto il 1° maggio 1924 al Partito Nazionale Fascista, invita Consiglio comunale a deliberare il conferimento della cittadinanza a S.E. Benito Mussolini (delibera n. 15 del 18.05.1924).

            Il Consiglio Comunale delibera di nominare Cittadino Onorario di Tombolo S.E. Benito Mussolini che, per le sue virtù di soldato, di cittadino, di Capo del Governo, ha bene meritato della Patria.

            Il discorso del conte Francesco Giusti, proferito in modo solenne, quale si addice all’importante argomento, viene interrotto da replicati e unanimi applausi dei consiglieri presenti e del numeroso pubblico che assiste all’adunanza.

            Signori Consiglieri! Non sono trascorsi molti giorni dacché Roma – simbolo d’Italia – ha voluto esprimere a S.E. Benito Mussolini, con manifestazione degna di Roma Imperiale, il suo materno orgoglio acclamandolo “cittadino romano”. All’atto compiuto da Roma, sintesi del sentimento di ogni italiano, ha partecipato l’anima viva di tutta l’Italia nuova. Noi oggi, non per vanagloria o per ingiustificato feticismo, sentiamo di dover confermare il sentimento provato in quel giorno, attestando a S.E. Benito Mussolini in forma perenne la nostra devozione, la nostra riconoscenza, il nostro consenso.

            Grande onore per noi inscrivere a primo nostro cittadino S.E. Benito Mussolini, il soldato che ha ridato alla Vittoria tutto il suo valore, il Duce dall’indomito coraggio, che ha condotto la nuova Italia a liquidare il vergognoso passato ed a iniziare su basi granitiche un’opera di ricostruzione e di fede, lo statista dal fiero volere che ha ristabilita l’autorità dello Stato, che ha valorizzato il prestigio nazionale all’estero, che ha salvato il Paese dal baratro finanziario e che ha risuscitata la attività economica. Per quanto modesta possa essere la nostra affermazione, pur tuttavia siamo superbi di non sentirci inferiori ad alcuno nell’omaggio all’Uomo che vogliamo onorare, e con sicura fede accertiamo S.E. Benito Mussolini che, all’Ideale nuovo da lui forgiato con tanta virtù, noi sapremo inspirare ed innalzare le nostre anime.

            Alla retorica del testo della delibera e del discorso del sindaco, non sembrano corrispondere i fatti. Sono presenti all’adunanza solo 12 consiglieri su 20 e la votazione avviene per acclamazione. Tutti i Membri della civica Rappresentanza scattano in piedi e fanno all’indirizzo di S.E. Mussolini una clamorosa ovazione, alla quale partecipano, con pari e unanime entusiasmo, gli astanti, per la qual cosa il Sig. Sindaco, profondamente commosso, dichiara e proclama approvato per acclamazione l’ordine del giorno proposto, come riconoscono gli scrutatori prenominati.

Il frontespizio della delibera consiliare del 18 maggio 1924 con la quale Tombolo elegge cittadino onorario il Duce.

La cittadinanza di San Martino di Lupari

Il caso che si presenta a S. Martino è diverso da quello di Tombolo per il semplice fatto che l’amministrazione comunale nel 1924 non esisteva più. Il 3 novembre 1922 il sindaco e la giunta avevano convocato il Consiglio comunale per comunicare le loro dimissioni, secondo il Commissario Prefettizio presente all’assemblea determinate da una rappresentanza di ordine politico. Il sindaco Alessandro Alessio non è d’accordo con la spiegazione data dal Commissario e seguito da cinque assessori abbandonano la riunione facendo mancare il numero legale. La caduta delle istituzioni democratiche si ha qualche giorno dopo. Il 17 novembre il Prefetto rende esecutive le dimissioni  del primo cittadino e della Giunta e procede d’ufficio con la nomina del Commissario Prefettizio Gaetano Chemello.

A differenza di Tombolo, dove la proposta della cittadinanza a Mussolini è suggerita dal sindaco ed è votata in seno al Consiglio Comunale, a S. Martino invece nella sostanza risponde a un’operazione interna al partito fascista che nel frattempo ha acquisito il potere, seppure con l’avvallo del Consiglio comunale ridotto ormai al ruolo di semplice comparsa.

Emulando le analoghe iniziative di propaganda politica che nello stesso periodo spuntavano in ogni comune, il 18 maggio 1924 il secondo Commissario Prefettizio, Cav. Giuseppe Mioni, a seguito delle numerose richieste di illustri cittadini tra cui i più ragguardevoli per le cariche pubbliche di cui con il largo consenso del popolo sono rivestiti e di una inspirata petizione  ritenendo di fare cosa gradita alla popolazione e soprattutto al duce, approfittando della nona ricorrenza dell’inizio della guerra che portò a compimento l’Unità Italiana (il 24 maggio 1915 l’Italia era entrata ufficialmente nella Grande Guerra), venga nominato il Presidente della Nuova Italia Sua Eccellenza Benito Mussolini. Primo cittadino onorario di San Martino di Lupari.

La motivazione addotta è la consueta deferenza nei confronti di Mussolini infarcita di retorica e facile populismo della quale il Mioni si fa solerte interprete, convinto di questa unanime volontà come espressione di riconoscenza, di amore, di fede che la cittadinanza di San Martino di Lupari, in concordia all’intera nazione, intende di tributare a colui che con opera prodigiosa ha risollevato la Patria alla luce della vittoria. Riconoscendo altresì nella petizione una lodevole prova di quella concordia cittadina che nell’opera e nella fede, sarà di sicura fortuna per questa laboriosa patriottica popolazione, con i poteri del Consiglio Comunale, commosso ed orgoglioso, delibera che sua Eccellenza Mussolini Cavaliere Benito, presidente del Consiglio dei Ministri è proclamato cittadino onorario di San Martino di Lupari.

L’arciprete Bernardi, che col fascismo locale polemizzerà sempre fino alla sua cacciata dal paese, non solo evita di accennare all’avvenimento, ma rammentando la ricorrenza del 24 maggio 1924 che era stata anticipata dal conferimento della cittadinanza onoraria al duce, scrive: Per l’anniversario dell’entrata in guerra, dopo un manifesto del locale Commissario, irrisorio fu il corteo al Cimitero: vi parteciparono solo quelli che non poteano fare a meno: scuole, fascisti (pochi), impiegati: ridicolissima fu la musica che più stonata non poteva essere: salaci i commenti!

Il volto di Benito Mussolini che ancora si conserva ritratto sulla facciata di un edificio in Via Rizzieri Serato a San Martino di Lupari (PD).


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Il Santuario della Madonna del Caravaggio in Fanzolo. Storia e devozione mariana.

È disponibile la nuova pubblicazione di Paolo Miotto intitolata “Il Santuario della Madonna del Caravaggio in Fanzolo”, voluta dalla Parrocchia di Fanzolo e patrocinata dalla Provincia di Treviso. In 300 pagine a colori e un nutrito apparato fotografico, l’autore ripercorre la storia di un capitello cinquecentesco trasformato in santuario nel 1839 dalla famiglia Agostini. Un centro di devozione destinato a richiamare in breve tempo migliaia di persone all’anno. Da allora ogni 26 maggio giungono dal Triveneto più di diecimila persone attratte dalla devozione verso la Madonna che qui si venera. Si tratta di un centro di spiritualità reso famoso dal potere taumaturgico attribuito alla Vergine di liberare gli ossessi dalla presunta possessione diabolica che si sviluppa rapidamente dal 1854. Il fenomeno non conosce sosta e diviene incontenibile, codificandosi in riti destinati a subire un’evoluzione nel corso del tempo. Dagli anni ’60 persino la stampa locale e nazionale si è occupata del fenomeno in più occasioni, relegando spesso il ‘fenomeno’ Caravaggio alla stregua di una festa popolare, folkloristica, ma anomala nel panorama delle ricorrenze mariane. Il volume è strutturato in tre parti: la prima ricostruisce la vicenda storica  del santuario e i suoi protagonisti, fornendo nuovi elementi basati su documentazione inedita, costituita anche dalle iscrizioni lasciate sui muri dai pellegrini nel corso dell’Ottocento; la seconda affronta la peculiarità del potere taumaturgico attribuito alla Madonna, la presenza degli ossessi e le loro crisi rituali mediante documenti, relazioni, l’analisi della stampa e della saggistica prodotti nel XX secolo; la terza parte costituisce un’appendice documentaria che restituisce vari aspetti della tormentata vicenda del santuario e di una parte dei suoi devoti. Un’occasione per entrare in un mondo che finora era avvolto soprattutto dalla leggenda.

Per informazioni rivolgersi alla parrocchia di Fanzolo (caravaggiofanzolo@libero.it).