Storia Dentro la Memoria


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Il culto di S. Martino di Tours in S. Martino di Lupari (PD)

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El Greco, San Martino divide il mantello con un mendicante, autografo (1597-1599).

L’11 novembre ricorre la festività di San Martino, devozione di antica e lunga memoria che affonda le radici nel mondo rurale abituato a darsi scadenze improrogabili di pagamento d’affitti. Chi non poteva saldare il debito era costretto a fare S. Martin, cioè a lasciare casa e campi per cercare un nuovo padrone. Nella tradizione religiosa S. Martino di Tours (Sabaria, 330 – Candes, 397), militare dell’esercito romano e in seguito vescovo cristiano della Gallia, è invece generalmente ricordato come il cavaliere che dona un lembo del suo mantello all’indigente perché si ripari dal freddo. E’ con questo episodio che Martino entra nell’immaginario popolare per la frequenza con cui il tema artistico compare nell’iconografia cristiana. È stato uno dei primi santi che non hanno subito il martirio ad avere fortuna e diffusione nel mondo cristiano. In Francia, dove trascorse la vita adulta, gli sono state dedicate quasi 4.000 chiese, ma anche in Italia non si scherza, essendo Martino patrono di 136 fra comuni e località e di circa 912 chiese. Fra queste vi è la nostra parrocchia di S. Martino di Lupari. La propagazione del culto di Martino nella diocesi di Treviso avviene in due momenti distinti. Il primo al tempo del vescovo trevigiano Felice (VI sec.). Questi, mentre era ancora studente, si recò in pellegrinaggio a Ravenna per sciogliere un voto col compagno di studi Venanzio Fortunato. Giunto nella capitale dell’esarcato bizantino, Venanzio ebbe la vista risanata per intercessione di S. Martino. Per ringraziare il santo, i due pellegrini decisero di recarsi in Francia presso la tomba di Martino, che si venerava nella città di Tour. Dopo qualche tempo Venanzio fu eletto vescovo di Poitiers e rimase il resto dei suoi giorni in Francia, dove morì nel 607 in odore di santità. Felice, invece, tornò in Italia e presto fu acclamato vescovo di Treviso diffondendo il culto del suo santo protettore in tutta la diocesi.

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Sacrestia della chiesa storica di S. Martino di Lupari, Gloria di San Martino fra i santi delle chiese succursali della pieve luparense (P. A. Novelli, 1783-1784).

 Il secondo periodo di diffusione del culto di S. Martino, che riguarda da vicino le origini della pieve di S. Martino di Lupari, è quello della dominazione dei franchi nel nord Italia che inizia nella seconda metà dell’VIII secolo. E’ l’epoca nella quale i franchi attribuiscono alle chiese che fondano i cosiddetti santi guerrieri che sono venerati nel mondo militare. Il primo santo franco a essere assegnato al nostro territorio è S. Leonardo, nell’oratorio di Lovari, seguito da S. Martino, attribuito alla chiesa parrocchiale, e da S. Giorgio conferito all’oratorio di Campretto. Si va così formando la pieve (dal latino plebs, popolo) con la chiesa madre dedicata a S. Martino che funge da punto di riferimento sacramentale per un vasto territorio che in origine comprendeva anche Abbazia Pisani, Galliera, Tombolo e una parte dell’odierna Sant’Anna Morosina. La pieve di S. Martino dipendeva dall’arcipretato di Godego, che, per l’importanza che ricopriva, aveva lo stesso patrono della cattedrale di Treviso (S. Pietro). Gli arcipreti godigesi fino al 1245 concorrevano, infatti, con i colleghi di Cornuda, Quinto e Mestre all’elezione del vescovo trevigiano. Nel 1152 la pieve di S. Martino è documentata per la prima volta in una bolla pontificia di Eugenio III, con le sue pertinenze ecclesiastiche, e da quel momento la sua storia si arricchisce di nuovi tasselli. Poco più di un secolo dopo, la nascita delle fortezze di Castelfranco (1198) e Cittadella (1220) provoca a S. Martino la separazione civile del paese nelle due comunità contrapposte di Padovana e Trevisana. Nel Trecento insorgono annose controversie con i curati di Galliera, Crefanesco e Tombolo e nel 1425 il vescovo trevigiano Giovanni Benedetti concede a queste chiese lo status di semiparrocchie, provocando anche in altre comunità, come Monastiero, il desiderio di ritagliarsi spazi di autonomia. L’unità civile e religiosa che per secoli aveva caratterizzato la comunità luparense, sembra svanire in poco tempo. La riposta religiosa al periodo di degrado e frantumazione della pieve è rapida. Si afferma con forza la rinascita del culto di S. Martino, unito a quello della Madonna, che divengono i patroni di nuove confraternite e i soggetti preferiti di pregevoli produzioni artistiche. S. Martino torna a essere, come nel passato, l’emblema dell’unità e dell’identità di un popolo disorientato.

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Duomo di San Martino di Lupari, pala detta di San Defendente con al centro il vescovo San Martino (G. B. Novello, prima metà del ‘600).

 Nella chiesa parrocchiale e nell’oratorio della Madonna che si elevava in Piazza XXIX Aprile, gli altari dedicati al santo di Tours e alla Vergine accolgono nuove generazioni di fedeli in preghiera che tramandano ai posteri la speranza che ogni anno possa ritornare l’estate di S. Martino. Un periodo di luce e speranza che precede il freddo dell’inverno e aiuta a superare le intemperie della vita.

 


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I caduti del Collegio vescovile di Thiene (1915-1918) – 6^ parte

Sesta puntata dei caduti nella Grande Guerra del collegio vescovile di Thiene.

Si riportano le biografie e sembianze di Cavedon Matteo di Domenico nato a Malo, Cecchele Giuseppe di Matteo nato a Rossano Veneto, Chiesa Domenico di Domenico nato a Venasca e Chino Nello di Giovanni Battista nato a Bagnoli di Sopra.

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Prè Lorenzo Busnardo, campione di scacchi del ‘500

Il 10 settembre 2016, presso la Sala nobile della distilleria Nardini al Ponte di Bassano del Grappa, si è tenuta la presentazione dell’ultima fatica storiografica di Stefano Zulian, alla presenza di numeroso pubblico qualificato.

Dalla Premessa dell’autore…

Il lettore conoscerà in questo libro la vita di un particolare uomo vissuto tra il 1532 e il 1598, figura tra le primissime di quei giocatori di scacchi professionisti e avventurieri che furono alla base del gioco degli scacchi moderno, tutt’oggi il più antico diffuso nel mondo gioco da tavolo.

Nel 2014 l’autore della ricerca ha ricevuto l’incarico dalla Proloco di Mussolente e Casoni, coraggiosa associazione della terra natale del grande campione, per tentare di scrivere la biografia di Lorenzo Busnardo, l’avventuriero di cui sopra, uomo figlio del Rinascimento. In questi tre anni l’autore ha potuto consultare atti conservati nei più importanti archivi d’Europa.

Non si leggerà un romanzo, ma veramente la vita del giocatore rinascimentale. L’autore, anzi, si è trovato a volte in imbarazzo e ha dovuto rendere meno fantasiosa una vita che superava nella sua realtà di gran lunga un racconto inventato. L’ha fatto, se bene o male sarà il lettore giudicare, lasciando parlare in prima persona prè Lorenzo Busnardo.

Ne è nata la prima biografia in assoluto a livello mondiale di uno dei padri fondatori del gioco degli scacchi moderni, fatto che rende merito immenso, così pensa l’autore, a quel pugno di uomini e donne di Mussolente e Casoni che sulla grande storia del Veneto e dell’Italia han voluto investire.

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Dalla prima pagina del volume…

Mi chiamo Lorenzo Busnardo.

Prè Lorenzo, dove quel “prè” sta per padre un prete che sono la stessa cosa. Da secoli sto lontano dal mondo e gioco. Gioco a scacchi in quella parte del Paradiso dove i grandi campioni di ogni tempo e religione s’incontrano. Perché questo io sono: un campione di scacchi. E se oggi nel vostro mondo materiale le regole sono le stesse per tutti, si deve a un pugno di professionisti che, in quel tempo che giustamente onorate con l’appellativo di Rinascimento, per fama, per soldi ma, sopra ogni altra cosa, per un assoluto amore per questo gioco, girarono l’Europa di allora e ne scrissero i primi trattati teorici con le regole attuali. Ma la lontananza dell’anima mia dal temporale vostro non è bastata ad impedire che dopo tanto tempo, come frutto finale di gemme e fiori mai morti della mia amatissima terra, da oltre tre anni abbiate incaricato un uomo, un moderno, che per quanto nato cinque secoli dopo di me, a vederlo paia di tre secoli di me più antico. E qui con la sua penna ora desidero raccontare in prima persona la mia storia non senza prima avvertirvi che seguirò solo quanto il vostro incaricato è stato capace di scoprire e null’altro vi aggiungerò, perché così è quella meravigliosa etica del gioco degli scacchi, per cui tutto dipende dal tuo solo impegno e mai nulla dalla volgare seppur inebriante fortuna. Scrivi tu per me allora, ti racconterò la storia di prè Lorenzo Busnardo.