Storia Dentro la Memoria


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Testamenti di ricchi e poveri a Sant’Anna Morosina nella seconda metà del ‘700

I testamenti offrono molteplici possibilità di lettura perché, oltre la consistenza delle sostanze lasciate in questo mondo, permettono di comprendere le simpatie del testatore, le sue preoccupazioni e i vincoli di sangue. Tra i molti testamenti raccolti e rogati dal notaio Iseppo Antonio Breda, figlio del cancelliere Bortolo, in svariati paesi dell’Alta Padovana e soprattutto nel Palazzo Cappello di Galliera Veneta, molti spiccano per la sensibilità e i sentimenti che vi traspaiono. Non sarà inutile provare ad avvicinarsi al mondo dei testatori sangiorgesi e in particolare di Sant’Anna, con particolare riferimento alla casistica dei poveri.

Notaio

I maschi, siano essi ricchi o poveri, sono maggiormente preoccupati del luogo della sepoltura, della spartizione dell’eredità fra i figli e i nipoti, quasi a volere nascondere i sentimenti che traspaiono durante la dettatura del testamento, dietro le pieghe di un formulario rigido e di routine. Le donne, al contrario, si distinguono in due gruppi netti: le benestanti, che preferiscono non esternare sentimenti verso i consorti, mantenendo quasi un certo distacco e le povere, o di censo modesto, che, invece, appaiono assai preoccupate di dimostrare riconoscenza ai mariti, di non tradire le loro attese, arrivando al punto di bloccare ogni pretesa dei parenti di ritornare in possesso della dote sponsale in assenza di prole. Le donne povere, o con patrimonio personale modesto che fanno testamento, si percepiscono senza dubbio su uno scalino sociale più basso dei consorti, ma testimoniano un legame sponsale forte, che è stato magari affinato dai periodi di lunga malattia che precedono le ultime disposizioni e il decesso. Si accontentano di poco, chiedono solamente di essere ricordate nelle preghiere dei mariti e si dichiarano fortunate quando sono state trattate umanamente, arrivando al punto di personalizzare uno strumento giuridico rigido come il testamento. E’ il loro modo dimesso e pudico di dichiarare al notaio un sentimento d’amore e di gratitudine che oggi, a distanza di secoli, potrebbe far sorridere taluni, ma che conserva intatto il valore di esistenze e rapporti coniugali vissuti nella fatica e cancellati dal tempo, che passa inesorabile sopra le teste di tutti.

Pergamena

La serie inizia con Maria Maddalena del fu Biasio Mariotto, moglie di Gasparo Giopo del fu Francesco, la quale, testando nel 1771 a S. Giorgio in Bosco, dopo avere disposto un legato di 30 messe, lascia erede il marito precisandone i motivi: “in premio della continua asistenza che sempre mi prestò, e in risarcimento delle spese che ha per me incontrato”. Qualche anno dopo, a tenere banco sono le preoccupazioni della benestante e giovane signora Antonia Lanoli, figlia d’Antonio e moglie del nobile Andrea Anselmi del fu Francesco. Dettando il proprio testamento nel 1776, la donna lasciava erede universale il marito, senza però esternare nulla nei suoi confronti perché la sua preoccupazione era tutta riservata alla creatura che portava nel grembo: se fosse sopravvissuta l’eredità le sarebbe spettata completamente, compresa la dote sponsale.

Francesca da Lobia, figlia di Giacomo Martin, che aveva racimolato qualche modesta sostanza dopo una vita di stenti, prima di morire chiama il cancelliere di Sant’Anna, decidendo di lasciare tutto al marito Bastian Priore del fu Giacomo ritenendosi fortunata: “et ciò facio per l’amor, che le porto, et per l’obbligationi, che tengo con esso, e per avermi sempre tratato bene, et aver speso tanto per me, et particullarmente nella presente mia malatia pregandolo pure di ricordarsi di me nelle sue orationi e di raccomandarmi al Signor Iddio”.

Analogo tenore si riscontra per la povera Maria Badante del fu Domenico, che a Lobia accoglie il notaio di Sant’Anna “in un casone”. Pure lei decide di lasciare ogni cosa al marito Angelo Pinton di Zuanne, detto Ereno, “e ciò facio per il puro amore, che le porto, et anco per dovere, essendo da mesi sette circa, che mi ritrovo ammalata, e che mi governa con grandissima carità, et amore, et con una grandissima spesa”.

Dello stesso stile è il testamento di Bertola Frasson del fu Angelo, da villa Ramusa, che precisa di essere stata sposata due volte: la prima con Angelo Pavanello, la seconda con Angelo Zaninato al quale lascia le sue povere cose.

piazza Sant'Anna M

La piazza di Sant’Anna Morosina nel 1810 col palazzo Morosini.

 

Quando i testamenti sono dettati dalle vedove, tutta l’attenzione si riversa sui figli e sui nipoti. E’ il caso della benestante Vendramina Favero, vedova di Bernardo Dorella del fu Andrea da Galliera, che lo stesso giorno in cui decide di fare testamento nomina prima come procuratori i signori Giovanni Petrachini da Bolzonella e Gioachino Fabris, detto Squarzon, del fu Simon per riscuotere tutti i suoi crediti. Di seguito, ordina al cancelliere di redigere le sue ultime volontà prevedendo 100 messe da celebrare nel primo anno dopo il decesso e d’essere sepolta nel cimitero di Sant’Anna. Il suo patrimonio, una volta effettuato il recupero dei crediti, desidera che sia lasciato alle figlie e ai nipoti. Aveva avuto cinque figlie, tutte maritate, ma da alcuni anni due di loro, Domenica e Paolina, erano defunte perciò decideva che le sue sostanze fossero divise in tre parti uguali fra le tre figlie viventi: Fiorenza, Giovanna e Maria Antonia. Il notaio se ne va, ma dopo qualche ora è richiamato dalla Favero perché intende modificare una parte del testamento facendo aggiungere un codicillo col quale ordina che le sue sostanze siano divise in cinque parti uguali e non più in tre, in modo che anche i nipoti, orfani delle figlie Domenica e Paolina, possano beneficiare delle quote parti che sarebbero spettate alle loro madri. Chi, invece, era rimasta sola senza marito e senza figli, cerca di barattare l’eredità con alcune garanzie sui giorni che restano da vivere. Cattarina Brunello, vedova di Alvise Lovisetto, essendo senza figli, cerca di dividere l’eredità fra i due nipoti maschi sperando che entrambi potessero prendersi cura di lei. Al figlio del fratello Andrea Brunello destina 5 ducati, mentre al figlio del cognato defunto Giuseppe Lovisetto destina tutti i beni rimanenti. Passa un mese e il nipote Brunello si ribella alla decisione della zia, rifiutando ogni sostegno alla donna che decide di riconvocare il cancelliere della contea Morosina per aggiungere un codicillo al testamento col quale istituisce erede universale il nipote Antonio Lovisetto.


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Per un tozzo di pane! Piccole storie di reduci affamati

Nel giugno del 1946, S. Martino di Lupari è un paese duramente provato dalle vicende belliche e ancor più dai lutti derivati dall’efferata strage nazifascista che si era consumata in paese il 29 aprile 1945. La povertà e la disoccupazione mettono a dura prova molte famiglie che si lagnano con gli amministratori. L’amministrazione comunale cerca come può di sopperire alle numerose richieste di lavoro che arrivano in municipio ma senza grandi risultati. La conseguenza immediata è la partenza in massa verso altre regioni d’Italia e per molti l’espatrio. Sembra di tornare ai tempi dell’epopea già vissuta dalla nazione fin dal 1878. Esplorando le carte dell’archivio comunale relative al 1945, è emerso un plico di documenti inerente la richiesta di un posto di lavoro temporaneo da assegnare ad un reduce di guerra. Il carteggio è parso interessante almeno per tre motivi: da una parte la conservazione dei temi della prova scritta somministrata ai candidati che rievoca un episodio di guerra o di prigionia di compaesani; dall’altra il clima di tensione epistolare che emerge fra un aspirante e l’amministrazione municipale, accusata di non fare abbastanza e di assicurare lavoro impiegatizio a chi, secondo il candidato, ne ha meno bisogno; infine, si ripropone a 70 anni di distanza il tema del lavoro difficile e spesso impossibile.

Ma veniamo alla vicenda e ai documenti.

Il 14 giugno 1946 il sindaco fa emanare la seguente circolare pubblica:

Oggetto: assunzione reduce

Dovendo quest’Amministrazione procedere alla assunzione, in via provvisoria, di un reduce, in sostituzione di altro avventizio attualmente in servizio, ed al fine di procedere alla scelta dell’elemento più idoneo per capacità e meriti acquisiti, invito la S.V. a presentare a quest’ufficio segreteria, entro e non oltre lunedì 17 corrente, il titolo di studio in suo possesso e tutti quegli altri documenti che ritenesse dedicarlo al fine di dimostrare eventuali benemerenze. Quest’Amministrazione si riserva eventualmente di sottoporre i candidati ad una prova scritta.      Il sindaco

All’offerta aderiscono più candidati, ma alla fine accedono alla prova scritta solo in quattro: Gasparin Vittorio, classe 1915, coniugato con due figli, privo di titoli di studio, Tombolato Dante, classe 1922, celibe, con licenza di avviamento presso la scuola di Cittadella, Milani Mario, classe 1919, celibe, con certificato di frequenza al secondo anno della scuola di avviamento di Cittadella, Ruffato Erminio, classe 1915, celibe, con compimento corso supplementare di tipo agrario e un corso di dattilografia.

Tre delle richieste presentano un curriculum brevemente autobiografico dai toni pacati, la quarta, invece, palesa toni polemici nei confronti degli amministratori:

Al Consiglio Comunale.

San Martino di Lupari 11/5/946

Sono un reduce dal Sud, da ben 10 anni ho prestato servizio militare nel regio esercito, dall’8 settembre 943 con il Corpo Italiano di Liberazione ho combattuto contro il tedesco. Allego encomio solenne ricevuto dalle mani del generale Cadorna. Congedato il 20 settembre 945 in seguito ad un ordine ministeriale. Sono sposato e con una bambina carico, in seguito a tale congedamento o ripetutamente chiesto a molte ditte industriali di San Martino, e fuori, lavoro onde procurare quel necessario alla mia famiglia, da notare che mio padre ben poco può venirmi incontro, sanno, anche per lui la guerra ha causato la distruzione della casa ed uccisione di animali, così che anch’egli si trova in difficoltà. A molte ditte industriali di San Martino, e fuori, lavoro onde procurare quel necessario alla mia famiglia, da notare che mio padre ben poco può venirmi incontro, sanno, anche per lui la guerra ha causato la distruzione della casa ed uccisione di animali, così che anch’egli si trova in difficoltà. La ditta Bertolo Gino sin dal novembre scorso gli aveva dato formale assicurazione di assunzione, ma ora dopo tanti rinvii ha reciso ogni ulteriore promessa. Ho avuto diversi colloqui con il sindaco, onde sopperire, almeno con qualche giornata di lavoro nel municipio, al bisogno di famiglia, ancora vani riuscirono tutti i miei sforzi. Considerino loro signori se ad un reduce con una famiglia a carico privo di ogni mezzo di sostentamento deve essere lasciata in considerata la sua condizione. Le recenti disposizioni del Consiglio dei Ministri a favore dei reduci quando saranno applicate? Il personale avventizio impiegato nel municipio, specie femminile, è insostituibile? La signorina ***, nubile, impiegata municipale. La signora ***, coniugata con il signor ***, calzolaio presso la ditta ***. Sono tutti insostituibili? Prego, più ancora scongiura il sopraccitato consiglio di prendere a cuore la presente, e nei limiti del possibile venirmi incontro avendo pure la moglie in stato di avanzata gravidanza. Voglio sperare che la presente esposizione di critiche condizioni, nonché supplica trovi comprensione.

Toccati sul vivo, i consiglieri nominano una commissione per la verifica del candidato più idoneo da assumere. La terna è capeggiata dal socialista Giovanni Todeschini, che il 2 luglio 1946 convoca i candidati e somministra loro una prova scritta dal titolo: Lettera di un amico al quale narrate uno degli episodi più salienti della vostra vita di guerra o di prigionia.

Ecco i testi dei temi nella versione corretta dai quali trapelano alcune notizie inedite sulla vita di prigionia dei quattro candidati.

IMG_1475 Gasparin Vittorio

Prima pagina del tema del reduce Vittorio Gasparin.

 

Gasparin Vittorio

San Martino di Lupari li 2-7-46

Svolgimento

Lettera ad un amico al quale narrerete uno degli episodi più salienti della vostra vita di guerra di prigionia

Amico carissimo, da poco tempo sono ritornate in famiglia: per te questa sarà una notizia inaspettata, giacché sapevi la mia posizione dell’esercito cioè in Carriera Continuativa.

Pensa che per ben due anni ho combattuto a fianco delle valorose truppe alleate, del non dimenticare che tutti i reparti italiani si sono battuti con coraggio, ardore, sostenendo grandi sacrifici e con tutto ciò ora non si tiene conto di tali sforzi compiuti: non dimenticherò mai le famose giornate che dal 1 luglio all’8 dello stesso 1944, in provincia di Ancona e precisamente a Filobianco, Santa Maria Nuova, Belvedere in cui un’intera brigata di S..S Voleva arrestare la nostra vittoriosa marcia.

Mi trovavo con il mio reparto, facente parte del corpo Italiano di Liberazione, su di un’altura denominata q. 44; occupammo tale quota il 1 luglio alle 9:00 circa, mio capitano, comandante e il reparto, deve subito gli ordini di sistemazione difesa, chiesa materiale atto per la difesa, filo spinato, sacchetti a terra. Giunto tutto ciò incominciammo a scavare trincee, postazioni in armi ecc. Nel frattempo incominciò un fortissimo di artiglieria avversaria che ben sai che l’artiglieria attiri di disturbo, però il più delle volte quando l’artiglieria spara con tiri intensi è preludio di un’offensiva e tale fu in quel giorno. Tale azione ci causò molte perdite non sia col morale di noi tutti; resistemmo al fuoco delle artiglierie, più ancora resistemmo l’attacco della fanteria che durò per più ore. Terminata anche questa azione, di fronte a noi il terreno era cosparso di cadaveri tedeschi impiegati del fuoco delle nostre armi. Questo è solo un episodio di quel 1 luglio 44, ma devi pensare che per ben otto giorni durò dall’inferno e le perdite nostre furono gravi, ma per il nemico furono assai maggiori. Molti furono i premiati ed elogiati dello stesso generale Clark. Tutto bene, auguro a te e famiglia ogni bene.

Affezionatissimo Gasparìn Vittorio

IMG_1473 Tombolato Dante

Prima pagina del tema del reduce Dante Tombolato.

 

Tombolato Dante, San Martino di Lupari, 2 luglio ‘46

Svolgimento

Carissimo amico, dopo aver combattuto in una guerra piena di errori, dopo aver fatto 35 mesi di prigionia, finalmente dopo tanto pellegrinare sono giunto a casa, nella speranza di trovare la felicità, ma, purtroppo, anche questa felicità fu vana, perché, la rappresaglia tedesca ha segnato con il suo marchio d’infamia è anche la mia casa.

Ti voglio narrare brevemente il mio battesimo del fuoco avvenuto il 3 dicembre 1941 a Bir El Gabi- Africa Settentrionale.

Siamo in 500 giovani, forti e pieni di spirito combattivo; la sera del 3 dicembre il mio battaglione si trova nei pressi di Bir El Gabi ed improvvisamente veniamo attaccati dalle artiglierie inglesi; siamo completamente allo scoperto e alle prime granate il nostro comandante viene ferito; altri compagni trovano la morte, per il resto della notte calma e approfittando di questa calma, ci stendiamo cerchio.

Il quattro mattino incominciano da parte degli inglesi una serie di attacchi con carri armati e fanterie composte di truppe di colore, ma nulla vale contro la nostra tenacia, contro il nostro coraggio. I cari entrano nel cerchio fanno opera di schiacciamento, ma nessuno di noi molla anche a costo di morire.

Abbiamo parecchie perdite siamo senza viveri e senza acqua, ma malgrado questo si resiste ad oltranza. Gravi perdite subiscono queste truppe di colore, mercenari partiti dei domini inglesi che s’imbattono nella lotta ubriachi come un gregge privo del controllo del pastore.

Questa lotta continua per tre giorni e tre notti finalmente la divisione Ariete ci rompe cerchio ci libera. Così fu il mio battesimo chiamato la battaglia della carne contro l’acciaio. In questo giorno ho pianto calde lagrime non di dolore ma di gioia. Ti voglio inoltre illustrare cosa voglia dire prigionia e le sue conseguenze. Quale tristezza il primo giorno di prigionia! Tutto intorno desolazione completa, vasti incendi all’orizzonte, armi fatte saltare, camion sventrati. Pian piano incolonnati da truppe francesi ci avviciniamo ai primi campi di concentramento e dalla incominciano le prime umiliazioni. Riviste sopra riviste, denaro rubato, fotografie dei genitori strappate, percosse e tutto questo bisognava subire senza dar segno di ribellione altrimenti veniva il peggio.

Quale triste parola sei tu, o prigionia! Chi non ha provato non può comprendere la vastità di questo nome che vuol dire: abbandono completo alla tristezza e alla desolazione e disperazione. Perché si è privi di qualsiasi libertà. Scusami caro amico sentì esposto questi tristi ricordi.

Caramente ti saluto il tuo affezionatissimo amico Dante Tombolato.

IMG_1477 Milani Mario

Prima pagina del tema del reduce Mario Milani.

 

Milani Mario, 2-7-1946

Soluzione

Dovrai perdonarmi, se ti invio dopo una decina di mesi e dettagliate notizie. Voglio descriverti un po’ della mia vita in tutto questo passatempo. Nel 1939 e nel 1940, come clima generale, vita di caserma non fu dura, bensì un po’ noioso. Nel 1941 entrammo con il reggimento G. A. F nella Jugoslavia dopo qualche giorno di combattimento, non dico aspro, ma nemmeno divertente. Non ti pare? Nel mese di luglio ci hanno inviati come truppe d’occupazione nella zona di Nervo Mesto (fra i confini della Serbia) e li potemmo sostare qualche mese, fu poi di nuovo incamminarci verso Welike Bloke (Croazia), perché oramai eravamo diventati il battaglione mobile. Dopo qualche giorno, le truppe partigiane comandate da Tito Timosic ci attaccarono di sorpresa e lì abbiamo avuto 15 morti e una trentina di feriti, la maggior parte gravi. Dopo questa perdita ci siamo ritirati a Lungatico (Lubiana) per rinforzare il battaglione (e questa è la fine dell’episodio del 1941). Nel 1942, il battaglione ha sostato sino il mese di ottobre; io in quel frattempo mi ammalai di deperimento organico, in seguito a ciò mi inviarono all’ospedale militare di Lubiana. Di feci 45 giorni di iniezioni e poi mi inviarono in licenza di convalescenza per 15 giorni immagina tu la mia gioia dopo tre lunghi anni nel rivedere la famiglia. Terminata la convalescenza entrai alla comando G. a F. e lì rimasi sino il giorno dell’inizio della prigionia dopo aver sostenuto dei combattimenti a Postumia, dove abbiamo dovuto cedere le armi per mancanza di ordini precisi da parte degli ufficiali superiori. Da lì è cominciata la nostra prigionia. Dopo qualche giorno ci inviarono con carri bestiame verso i campi di concentramento. Questo viaggio è durato sette lunghissimi giorni di fame perché non ci hanno dato un pezzo di pane durante questo frattempo. Siamo arrivati in una cittadina della vecchia Prussia e poi al campo di concentramento. Gli facemmo due mesi con due patate è un mestolo d’acqua calda prima di essere inviati al campo di lavoro. Caro amico, non potrei mai immaginare a quali sofferenze siamo stati sottoposti, sia materiali che morali. Nel mese di novembre 1943 partimmo per il campo di lavoro eravamo 132 e siamo rimasti 38, gli altri morti e malati. Io pregavo iddio che mi potesse dare grazie di morire senza mollarli, per non soffrire di nuovo insomma, ero talmente giù di morale, che non potevo immaginare! Questa vita insomma è durata fino al gennaio 1945 finché c’hanno inviato in un’altra fabbrica bellica e lì, caro, dopo tre mesi fui punito per avere sabotato una Canna 152 millimetri. È stata per colpa mia, ma ormai non mi importava più della morte mi fecero il processo in inviarono per punizione nel campo di Mattause. Nel lungo viaggio, per arrivare a destinazione, trovai altri quattro italiani i quali quasi tutti i quattro avevano fatto pressappoco uguale come me. Entrammo in quel campo innanzi a dei cadaveri viventi che si cibavano con soli 50 g di pane mezzo litro di acqua al giorno. Pensa tu allora, in quali situazioni ci trovavamo, allora io pensai subito di fuggire d’accordo con gli altri quattro e dopo nove giorni di quell’orribile vitaccia ci siamo dati alla fuga, la quale è riuscito ottimamente. Dopo cinque giorni il 24 aprile (non dimenticherò mai questa data perché per me è una vita) fummo liberati dalle truppe del generali Generalissimo Stalin e quali ci hanno accolti discretamente. Come vedi, la guerra ci ha rovinati, perché oggi mi ritrovo disoccupato e mi trovo solo in famiglia con la mamma e due sorelline… Spero di non averti annoiato con questa mia. E l’attesa di ricevere un tuo lungo scritto dandomi pure due dettagliate notizie circa la tua vita che è condotto in Italia, ti saluto caramente e ti giunga un forte abbraccio da chi non ti ha mai dimenticato.

Mario Milani

IMG_1480 Ruffato

Prima parte del tema di Erminio Ruffato.

 

 Ruffato Erminio, S. Martino di Lupari 2-7-946

Svolgimento

Carissimo amico; colgo l’occasione per narrarti qualche episodio della vita triste di prigioniero trascorsi in terra da Africa (francese) per tre anni: che pur non volendo (perché doloroso) mi torna alla mente. Quello che più mi è rimasto impresso è il giorno della cattura da parte delle forze armate nemiche, quando c’è un imposto di deporre le armi, rinchiudendoci nel campo che pareva fosse fatto per le bestie feroci. La tragedia fu dolorosa e duratura. Chi mai avrebbe detto che le umiliazioni si sarebbero susseguite una peggio dell’altra? Il morbo della fame continuamente si faceva sentire rodendomi a stomaco giornalmente in peggiori condizioni. Oh, che fine ha fatto il popolo italiano, portatore di civiltà ora schiavo è oppresso! Auguriamoci che tale sconfitta non cercare più, ma possiamo rialzarci e riacquistare le glorie perdute che il giovane Italiano non è degno. Sono fiero è fiducioso di giorni più belli. Cordialmente ti saluto unita la famiglia tuo amico Ruffato Erminio.

Lo stesso giorno la commissione corregge le prove ed emette il verdetto.

San Martino di Lupari, li 2 luglio 1946

I sottoscritti, incaricati dalla amministrazione comunale di sottoporre gli aspiranti al posto di reduci ad una prova di coltura (sic!) generale, esaminati gli elaborati dei singoli candidati ad unanimità decidono di classificarli nel merito come segue:

Gasparini Vittorio: classificato primo

Tombolato Dante, Milani Mario: classificati secondi pari merito

Ruffato Erminio: classificato terzo.

Quanta soddisfazione per il reduce Gasparin! Assunto a tempo determinato in barba ai pretendenti più giovani, e per di più senza titoli di studio, ma col carico familiare più importante al quale assicurare un tozzo di pane. Il lavoro che crea dignità, ma allora come oggi, per molti rimane ancora una chimera senza risposta e svuota ogni pretesa costituzionale del primo articolo (L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro).


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“Samartin, Tomboeo e Galiera, tutta xente da gaera”

Chi nell’Alta Padovana e nella Castellana non ha mai sentito proferire dai propri nonni o genitori la popolare sentenza: “Samartin, Tomboeo e Galiera a xé tutta na manega da gaera”? A questa si aggiungono poi variabili come: “Samartin, Tomboeo e Galiera a xé tutta na manega da gaera, Sitadea xé so sorea e Casteo so fradeo” e altre ancora che coinvolgono anche altre località, rigorosamente in rima. Questi modi di dire hanno tutti un’identica origine che risale al medioevo e sono il riflesso di un’epoca ricca di divisioni territoriali.

Castelfranco

In seguito alla costruzione delle due potenti fortezze murate contrapposte di Castelfranco (fine XII secolo) e Cittadella (primo ventennio del XIII secolo), il destino del territorio compreso fra le due filiali di Treviso e Padova mutò destino. Nel mezzo vi era l’ampia zona della pieve di S. Martino di Lupari che comprendeva vari villaggi, i principali dei quali erano Galliera, Tombolo e Abbazia Pisani. Il pomo della discordia era sorto dal tentativo di entrambe le cittadine di impadronirsi del territorio della pieve, che cadeva proprio in territorio luparense, sul confine approssimativo segnato dall’andamento del corso d’acqua Vandura. Qui, dai tempi della centuriazione romana, vi erano i pascoli comuni e la zona boschiva di cui tutti si servivano secondo regole prestabilite. Il nuovo quadro politico marca le differenze con continui soprusi e violenze che nel 1295 sfociarono in un’annosa vertenza fra i sanmartinari.

Cittadella

Le turrite mura di Cittadella.

Fu così che nella primavera dell’anno successivo si passò dalle parole ai fatti, con furti di animali e omicidi che provocarono il bando dei cittadini trevigiani dal territorio cittadellese. I trevigiani sulle prime pensarono di vendicarsi ma poi tentarono la strada della diplomazia inviando ambasciatori a Padova, ottenendo così un momentaneo successo grazie all’accordo stipulato che prevedeva la nomina di giudici comuni delle due parti che avevano il compito di arbitrare amichevolmente la controversia. Fu stabilito di fissare definitivamente il confine certo fra le due podesterie ponendo delle grosse pietre in prossimità della Vandura, ottenendo come risultato una momentanea pacificazione degli animi, ma anche e soprattutto la permanente spaccatura del paese in due parti. All’interno della pieve luparense nascono formalmente i nuovi territori della Padovana, con Lovari, e la Trevisana con le rimanenti frazioni luparensi. Galliera e Tombolo continuano a rimanere nella circoscrizione padovana.

Trivisan

La pietra di confine fra Trevigiano e Padovano a S. Martino di Lupari.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi che cosa abbiano a che fare queste vicende con il detto dal quale siamo partiti. In realtà molto perché la pace fra i trevigiani e i padovani luparensi durò poco. Entrambi i podestà furono allora costretti a emanare una serie di bandi e leggi statutarie per proteggere i rispettivi sudditi. Il modo più semplice fu bandire dalle rispettive podesterie tutti i criminali e rei. Questi oltrepassavano il confine delle podesterie a S. Martino ed erano salvi. Ne conseguiva che la Trevisana ospitava molti dei perseguiti dalla legge padovana e la Padovana dava ricetto ai fuggitivi trevigiani. Si capisce allora perché nel 1314 il podestà di Castelfranco, scrivendo al Senato veneziano, definiva il territorio di S. Martino di Lupari una spelunca latrorum, cioè una spelonca di ladri e auspicava un intervento drastico per stanarli.

sentenza - Copia

Parte della sentenza del dicembre 1314.

 

Il 13 dicembre dello stesso anno la magistratura veneziana rispondeva al podestà di Castelfranco sentenziando all’unanimità che questi era autorizzato a cacciare da S. Martino di Lupari tutti i banditi, tanto dalla propria giurisdizione che da quella di Cittadella, sempre che il collega non ordini e decida che i banditi del distretto trevigiano siano dichiarati e si ritengano pure banditi dalla sua giurisdizione (di Cittadella). Da questo scritto possiamo ritenere che abbia origine in modo ufficiale il detto popolare da cui siamo partiti e che in breve riguardò anche i limitrofi villaggi di Galliera e Tombolo.

Chissà se questa promiscuità di teste calde è all’origine della storica vocazione commerciale della zona. Il fatto che l’adagio non sia cessato nel corso del tempo pone l’accento sulla tempra di cui sono fatti gli abitanti che vivono a metà strada fra Cittadella e Castelfranco, famosi per essere commercianti furboni, affaristi e, almeno nel passato, contrabbandieri.