Storia Dentro la Memoria


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Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (1^ parte)

di Paolo Miotto

La prima esperienza conventuale femminile

Il più antico convento femminile di Castelfranco sorse all’inizio del Trecento all’interno della parrocchia della Pieve di S. Maria Nascente, quasi di fronte alla chiesa. Era dedicato a S. Antonio abate e abitato dalle terziarie Francescane che il 3 maggio 1360 fecero consacrare la chiesa dal vescovo di Bugdua Giovanni Luciani[1]. In epoca imprecisata il convento fu abbandonato dalle terziarie. Ne presero possesso nel 1419 i francescani Osservanti con lo scopo di ricostruirlo. Per cause ignote subentrarono i conventuali di S. Antonio che ampliarono la struttura nel 1436. Ebbe così inizio la storia antoniana castellana, durata fino agli esordi del XIX secolo[2].

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Il convento delle clarisse alle Fossette (1530-1544)

Circa l’anno 1530, fu dato principio alla fabricha d’una Chiesa e Convento ad uso di Monache, a spese di questa Comunità sopra un terreno di ragione di Francesco Guidotio, nel loco detto dietro le Fossette, cioè poco discosto dove ora sono i Padri Cappuzzini, e poco dopo lo stabilimento di essa fabbrica fu spedita da Padova Suor Maria Bellata col titol di Abbadessa e suor Cecilia con altre due compagne per istruire quelle donzelle che fossero entrate nel medesimo[3].

E’ con queste parole che il cronista Melchiori, all’inizio del Settecento, ricorda la seconda esperienza conventuale femminile francescana a Castelfranco[4]. La matrice padovana, piuttosto che trevigiana, di questa fondazione sembra del tutto occasionale e riferita alla popolarità del santuario antoniano.

Il luogo di provenienza delle clarisse si deduce da due riunioni del consiglio cittadino ad utilia[5].

Il 19 gennaio 1536 il podestà Alvise de Mulla comanda che essendo stà fatto uno certo logo per condur certe Monache, le quale ben non si conosce si provvedesse alla nomina di tre cittadini (Rocco Piacentino, Girolamo Spinelli e Battista Dotto) perché dovessero andar a Padoa, et praticar, et parlar con il Padre ministro dell’ordine de fratti minori di San Francesco, et intender chi siano queste Monache dieno venir de qui, et saper de che sorte, condition, et fama sonno[6].

Nella successiva riunione del 30 gennaio 1536, alla quale partecipano 74 consiglieri, si eleggono sette rappresentanti della comunità perché si rechino a Padova per conferire col ministro dei minori Martin da Treviso riguardo al trasferimento delle suore havendo sua Reverenda Paternità offertosi di metter il tutto in man della Spettabile Communità[7].

Le francescane giungono dal convento dedicato alla beata Elena Enselmini. Qui si erano ritirate nel 1520 occupando il posto degli olivetani in seguito all’abbandono del convento dell’Arcella avvenuto nell’agosto del 1509 per sfuggire alla guerra di Cambrai[8].

Un documento del 27 settembre 1536 informa che le clarisse a quella data erano già arrivate a Castelfranco e che il convento era dedicato a S. Chiara. La prima castellana a entrare nel convento proprio in quel giorno fu Bona del fu Rado da Cattaro[9]. Fu accolta dalla superiora suor Maria Bellato, dalla consorella suor Cecilia et aliarum sororum e da un nutrito gruppo di testimoni convocati all’ingresso del convento per rendere più solenne l’incontro.

La piccola comunità francescana poté dotarsi di una modesta ma preziosa prebenda, perché la novizia assegnò al convento più di cinque campi di terra disseminati fra la Pieve di S. Maria di Castelfranco e Resana, una casa in muratura e tre filari di viti[10].

La fondazione francescana sorse per volontà della comunità di Castelfranco e non trasse origine da iniziative private, assecondando in questo modo una precisa scelta politica della dominazione veneziana anche in tema di fondazioni religiose. Il fatto religioso è una questione collettiva e pubblica, quindi politica, e per questo non può essere lasciata in mani private. I singoli cittadini sono tutt’altro che estranei allo sviluppo e alla partecipazione delle vicende conventuali tramite l’invio delle figlie nel convento e la protezione dello stesso. Su questa linea si pongono anche le altre chiamate di tutti gli ordini religiosi castellani.

Trattandosi di Monache mendicanti francescane il problema maggiore riguardava la sopravvivenza quotidiana della piccola comunità conventuale perché dipendeva dalle elemosine secondo le prescrizioni originarie di S. Francesco e S. Chiara. Uno stile di vita che poco si addiceva alle giovani dell’alta società castellana. La mancanza di vocazioni e la morte nel 1544 di Bona, l’unica clarissa castellana, segnarono il destino del convento. Le consorelle essendo povere dovettero chiedere aiuto al locale Monte di Pietà.

Nonostante la concessione del sopravanzo dei censi, o bagattino, la comunità si sciolse quattro anni dopo nel 1548 e le suore padovane furono costrette a ritornare nella città del Santo, inducendo la comunità ad affidare temporaneamente al Monte dei Pegni tutti i beni del convento in attesa della rifondazione e ingrandimento dello stesso.

[1] P. Miotto, P. Cosmo Pettenari (1647-1715): un castellano per l’Europa, in Vita di Marco d’Aviano frate cappuccino e Appunti di viaggio, Parrocchia del Duomo di Castelfranco Veneto 2005, pp. 140-141.

[2] Ibid., p. 144.

[3] N. Melchiori, Catalogo historico cronologico, 1724-1735, ms. 158 della BCCV, c.336; G. Bordignon Favero, Castelfranco Veneto e il suo territorio nella storia e nell’arte, Cittadella 1975, I, pp. 85-86, nota 10; G. Cecchetto, La podesteria di Castelfranco, Banca Popolare di Castelfranco V. 1994, p. 36; P. Miotto, 2005, cit., p. 142.

[4] Ibid., pp. 140-141.

[5] Magistratura collettiva costituita da dodici membri eletti ogni anno che si alternavano a turno nella carica, in numero di quattro, per un periodo di quattro mesi. Assieme ai consigli presiedevano all’amministrazione civica e fungevano da consiglieri del podestà.

[6] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, c. 72.

[7] Ibid., 30 gennaio 1536, cc. 72-73. I sette rappresentanti della comunità erano: Rocco Piacentino, Girolamo Almerico, Sebastiano Zucca, Girolamo Riccato, Girolamo Spinelli, Battista Dotto e Girolamo Lorenzetto.

[8] Abbandonato il convento dell’Arcella a causa della guerra di Cambrai, le clarisse si rifugiarono provvisoriamente in una casa di Prato della Valle. Da qui si trasferirono nel convento di S. Maria degli Armeni o di S. Basilio, rimanendovi dal 1520 al 1806 e dedicando il convento alla beata Elena Enselmini. Il convento primitivo dell’Arcella fu adibito a lazzaretto, resistendo al guasto ordinato dal Senato veneziano per un miglio intorno a Padova e negli anni 1515-19, fu definitivamente demolito.

[9] Bona era rimasta vedova due volte: la prima di Michele Bettinato e la seconda di Michele da Cattaro.

[10] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, 27 settembre 1536, cc. 73-75. I testimoni convocati sono: Bernardino de Zaghi, figlio del defunto notaio Francesco, Lorenzo de Leniaco, figlio del defunto fornaio Pietro, Zanino Toseto del fu Pietro e Filippo Almerico olim Hebreo. A proposito di presenze ebraiche nella castellana, si segnala a Resana la presenza dei cugini ebrei Sebastiano e Giuseppe che avevano possedimenti presso la contrada Le Roche, dove si trova uno degli appezzamenti di terreno che Bona dona al convento.

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1797: il patrimonio di Alessandro Marcello nel Cittadellese

di Paolo Miotto

28Settembre 1734, Palazzo Marcello a Paviola

Villa Marcello a Paviola nel 1734.

Il 28 luglio 1797, il cittadino veneziano Alessandro Marcello (1750-1833), ultimo rampollo del ramo della Maddalena con residenza a Paviola, presenta ai funzionari napoleonici l’elenco dei beni posseduti nel territorio di Cittadella tramite l’agente Francesco Toffanin.[1] Si tratta di una cospicua fetta del patrimonio familiare, seppur ridotto rispetto alla consistenza originaria, come dichiarava il nonno nel 1743 che lo giudicava completamente dilapidato da anni di vertenze familiari. L’analisi del documento è importante perché offre un quadro analitico della situazione patrimoniale del Marcello, non solo a Paviola dove si trova ancora la splendida dimora, ma in tutto il distretto di Cittadella.

La stesura della dichiarazione di quanto Possede il Cittadino Alessandro Marcello Ex Nobile Veneto,[2] sembra risentire in modo evidente di due elementi fondamentali: la presenza dell’agente sangiorgese Toffanin e la centralità del palazzo di Paviola. Per questi motivi la descrizione procede dalla località di Paviola, si espande su tutto il territorio di S. Giorgio in Bosco e, infine, si allarga sulle altre località della soppressa podesteria di Cittadella.

Complessivamente si passano in rassegna 91 affittanze di varia estensione,[3] procedendo da un minimo di ¼ di campo ad un massimo di 87 campi, per un totale di 850 campi e ¼. La dichiarazione riguarda anche l’esazione di diritti particolari, come lo jus pestrino, cioè il privilegio di riscuotere il dazio sulla produzione del pane (diritto sulle panetterie = jus pistrina) da percepire nelle ville di Lobia, Persegara, Presinetta, S. Colomba (nella riva sinistra del Brenta, presso Persegara), Baschiera (sulla riva destra del Brenta), Busiago, Ramusa, Giara Bassa, S. Giorgio di Bosco, Cogno, Carturo di Sopra Carturo di Sotto, e Paviola, con una rendita annua di 620 lire venete. L’altro diritto vantato è quello di far Osterie Magazzini, e Bettole, e Beccarie, che i Marcello avevano acquistato negli anni 1656 e 1689, vantando diritti nei villaggi di Paviola, Carturo di Sopra, e Carturo di Sotto, Perseghera, e Lobia, S. Lorenzo, Busiago, S. Zorzi di Bosco, S. Colomba, Giara Bassa, Villa Ramusa, Marsango, Cogno, e Bolzonella, con una rendita fissa annua d’altre 620 lire venete. Entrambi i privilegi, nel 1797, sono locati a Mattio Tombolato di Paviola, unitamente all’osteria, cinque piccole case e un campo e mezzo di terra, per un canone annuo di 1.699 lire. Infine, Marcello vanta il diritto di riscossione della decima integrale nel territorio di Paviola, affittato a Stefano Ceccato, detto Simon, per 266 lire, e della terza parte della decima su Lobia e Persegara.

Villa Marcello a Paviola

Paviola e Palazzo Marcello in primo piano.

Ma procediamo con ordine, seguendo la classificazione topografica proposta dal documento.

In Villa di Paviola

  1. 15 campi Compreso pocca Terra al Cappitello tutti Prativi con Casa Domenicale, e addiacenze, Lavoratti in Casa, con una resa annua, calcolata su base quinquennale, di 38 carri e ¾ di fieno, 1/3 di carro di strame, 200 fascine e 1/6 di mastello di mosto.[4]
  2. Una Bottega di Fabro con poca terra adiacente affittata ad Antonio Pinton per 69 lire.
  3. Una porzione di casa, con poca terra locata a Marco Brunoro, detto Battistella, per 42 lire.
  4. Una porzione di casa con poca terra locata ad Anzola Gallena per 31 lire.
  5. Una porzione di casa con poca terra locata ad Anzola, vedova Borsato, per 31 lire.
  6. Una porzione di casa con poca terra locata a Giacomo Marangon per 31 lire.
  7. 5 campi e mezzo, con casa, locati ai fratelli Giuseppe e Antonio Marangon per un canone misto di 193 lire, 11 staia di frumento, metà dell’uva prodotta.[5]
  8. I privilegi del pestrino e dell’edilizia commerciale, più l’osteria, cinque piccole case e un campo e mezzo di terra, tutto concesso a Mattio Tombolato.
  9. 1 campo e mezzo con porzione di casa, affittati ad Anzolo Marangon per 132 lire.
  10. 4 campi, con casone di paglia, locati ad Anzolo Biscotto, con canone misto di 3 staia di frumento, 120 lire e onoranze.[6]
  11. Il diritto della riscossione della decima sul territorio di Paviola, affittato a Stefano Ceccato, detto Simon, per 266 lire venete annue.

In Villa di Lobia (e) Comun di Persegara

  1. 41 campi distribuiti in vari appezzamenti e affittati al solito Ceccato, in cambio del canone misto di 144 staia di frumento, metà dell’uva prodotta (media annua di 36 mastelli abbondanti), onoranze e 290 lire.[7]
  2. 5 campi e mezzo, con casone di paglia, locati ad Antonio Prettato, in cambio del canone misto di 5 staia di frumento, onoranze e 144 lire.[8]
  3. 10 campi, distribuiti in più appezzamenti, con casone di paglia, assegnati all’agente Marcello, Francesco Toffanin, per l’onere misto di 4 staia di frumento, onoranze e 336 lire e 7 soldi.[9]
  4. 1 campo e mezzo affittato a Pietro Zorzi, detto “Gamba Curta”, in cambio di 1 staio di frumento, onoranze e 93 lire.[10]
  5. 5 campi con casa in muratura, affittati ad Antonio Rizzotto, detto Ton, per 6 staia di frumento, 167 lire e 16 soldi.[11]
  6. 10 campi lavorati in proprio, “in Casa”, che producono 17 carri e mezzo di fieno e Arzeviva e 100 fascine di legna.[12]
  7. 12 campi assegnati a Giacomo Pigozzo per 496 lire.
Alessandro_Marcello nonno di Alessandro Junior

Alessandro Marcello senior, nonno dell’omonimo Alessandro, ultimo discendente di Ca’ Marcello, ramo della Maddalena.

In Villa di Lobia

  1. 2 campi e tre quarti, con casone di paglia, affittati a Francesco Zorzi, detto Mezzalana, in cambio di 2 staia di frumento, onoranze e 93 lire.[13]
  2. 9 campi, in due Corpi con Cason Sopra, locati ad Andrea Biscotto in cambio di 6 staia, 300 lire e onoranze.[14]
  3. 2 campi e tre quarti, con casone di paglia, locati a Domenico Rizzotto, detto Carbugio, in cambio di 3 staia di frumento, onoranze e 80 lire.[15]
  4. 6 campi, in due corpi, con casone di paglia, affidati ad Anzolo Rizzotto, detto Carbugio, previo canone di 3 staia di frumento, onoranze e 193 lire.[16]
  5. 3 campi, in due appezzamenti, affittati a Giuseppe Pinton, detto Ereno, per 124 lire e onoranze.[17]
  6. 1 campo e tre quarti affittato ad Andrea Zanon per 70 lire.
  7. 8 campi e mezzo, con casone di paglia, ceduti ad Antonio Priore per 10 staia di frumento, 200 lire e onoranze.[18]
  8. 6 campi, con casone, affittati a Girolamo Pauletto, detto Cavaletto, in cambio di 8 staia di frumento, onoranze e 179 lire.[19]
  9. 4 campi, in due corpi, e un casone di paglia locati a Francesco Sartori, detto Marcocchia, per 4 staia e 170 lire.[20]
  10. 1 campo e mezzo, posto nella contrada delle Basse e assegnato ad Antonio Olivieri, detto Ton, in cambio di 37 lire e 4 soldi.
  11. La riscossione della terza parte della decima sui territori di Lobia e Persegara. del valore di 400 lire e 2 soldi.[21]

In Villa di S. Giorgio di Bosco

  1. 1 campo diviso in due pezzi, uno dei quali soggetto al villagio di S. Giorgio in Brenta, con una piccola casa, affittato il tutto a Maddalena Mietto per 72 lire e onoranze.[22]

In Villa di S. Giorgio in Brenta

  1. 5 campi affittati a Battista Calelana per 155 lire.
  2. 25 campi la Maggior parte Giare, e Terreno di pocco Frutto con Caseta, locati a Domenico Zambon, detto Pagiaroto, in cambio di 6 staia di frumento e 160 lire.[23]
  3. 12 campi ceduti ad Antonio Venzi del fu Anzolo, per 24 staia di frumento e 200 lire.[24]
  4. 2 campi locati al Venzi per 41 lire e 10 soldi.
  5. 1 campo e tre quarti concessi con contratto livellario a Valentin Ziero per 41 lire e 10 soldi.

In detta Villa (di S. Giorgio in Brenta) e Comun di Cogno

  1. 4 campi e mezzo di prati da sfalcio lavorati in proprio e dalla resa annua di 8 carri e 1/10 di fieno e Arzeriva, 1 passo di legna dolce e 300 fascine.[25]Nel Vignal di Cittadella
  2. tre quarti di campo affittato a Battista Berto, detto Poggia, per 32 lire.

Nel Vignal di Cittadella

  1. tre quarti di campo affittato a Battista Berto, detto Poggia, per 32 lire.

In Cittadella dentro delle Mura

  1. Una casa con piccolo Cortelle (cortile), affittata a Giuseppe Sabbadin, detto Crestin, per 154 lire e 4 soldi.

In Villa di Galliera

  1. 1 campo e un quarto, con una piccola casa e un casone di paglia, il tutto locato ad Anzola Canara per 66 lire.

In Villa di C(ampo) S(an) Martin

  1. 39 campi, con una casa, affittati a Domenico Pavan, detto Grigolo, in cambio di un canone misto del valore di 690 lire.[26]
  2. 14 campi circa, con una casa, affittati a Marco Salvato per 290 lire e onoranze.[27]
  3. 4 campi e mezzo che rendono pochissimo frutto per essere stati da 5 anni piantati per uso di vignale per conto Domenicale, lavorati in proprio producono: 16 staia e 1 quartiero di avena, 2 staia e 1 quartiero di segala, mezzo carro di paglia, 1/3 di mastello di mosto e 50 fascine.
  4. 16 campi, con un casone di paglia, locati a Domenico Battan in cambio di 18 staia di frumento, 110 lire e onoranze.[28]

In Villa di Marsango

  1. 22 campi, con un casone, affittati a Francesco Braghetto, per 30 staia di frumento, metà dell’uva prodotta, 155 lire e onoranze.[29]
  2. 1 campo e un quarto di prato situato a Pieve di Curtarolo e ceduto allo stesso Braghetto per 44 lire.
  3. 2 campi, con una piccola casa, locati a Battista Veronese per 1 staio e mezzo di frumento, onoranze e 73 lire.[30]
  4. 5 campi, con una piccola casa, affittati a Giacomo Tamburin in cambio di 7 staia di frumento e 124 lire.
  5. 2 campi affittati a Domenico Crestan per 1 staio e mezzo di frumento e 67 lire.
  6. 2 campi locati a Giustina, vedova di Pordocimo (Prosdocimo) Facco per 74 lire e 8 soldi.
  7. 1 quarto di campo concesso alla vedova Facco con contratto livellario per 4 lire.
  8. 1 campo e 1 quarto affittato a Nicolò Taverna in cambio di 2 staia e mezzo di frumento e 42 lire.[31]
  9. 1 campo e mezzo locato a Bortolo Bonin per 44 lire.

In Villa di Pieve di Curtarolo

  1. 1 campo affittato a Domenico Salvatto del fu Antonio per 37 lire e 4 soldi.
  2. mezzo campo ceduto ad Antonio Scarante per 20 lire.
  3. 27 campi, con una casa, locati a Paola Guerriero, vedova Tonin, in cambio di 52 staia e mezza di frumento, metà dell’uva prodotta e 122 lire.[32]
  4. 4 campi di prato da sfalcio lavorati in proprio con una produzione annua di fieno pari a circa 2 carri di fieno, del valore di 63 lire e15 soldi.
  5. 1 campo e un quarto ceduto a Girolamo Girotto per 74 lire e 8 soldi.
  6. 29 campi, con una casa, concessi in livello a Bortolo Facco per 434 lire.
  7. 7 campi, con una casa, affittati ad Andrea Carnio in cambio di 4 staia di frumento, 199 lire e onoranze.[33]
  8. 3 campi e mezzo locati a Cattarina Sensi in cambio di 2 staia di frumento e 93 lire, del valore complessivo di 105 lire.
  9. 2 campi e mezzo affittati a Giuliana, vedova di Gasparo Meneghele, per 74 lire e 8 soldi.
  10. 2 campi e tre quarti, con Casin e addiacenze affittato al seminario diocesano di Padova per 279 lire e 16 soldi.
  11. 6 campi e un casone di paglia, ceduti ad Anzolo Ambrosin per il canone di 6 staia di frumento e 200 lire.[34]
  12. 2 campi e mezzo, co una piccola casa, ceduti ad Antonio Rosin per 2 staia di frumento e 74 lire e 8 soldi.[35]
  13. 3 campi e un quarto affidati a Giacomo Negrin, detto Marchetto, in cambio di 3 staia di frumento e 157 lire e 12 soldi, più le onoranze.[36]
  14. 3 campi e un quarto locati ad Anzolo Pagieta per 130 lire.

In Villa di Tremignon

  1. 3 campi e mezzo locati a Santo Berto in cambio di 4 staia di frumento e 105 lire, per un controvalore complessivo di 129 lire.
  2. mezzo campo, con una piccola casa, affittati a Pasqua de Paoli per 74 lire e 8 soldi.

In Villa di Vaccarin

  1. 25 campi, con casa, ceduti in enfiteusi a Marc’Antonio Agugiaro per 608 lire.[37]
  2. 14 campi locati a ai fratelli Antonio e Stefano Cabrele in cambio di un canone misto del valore di 370 lire.[38]
  3. 9 campi e mezzo, con casone di paglia, affittati a Zuanne Paccagnella e fratelli per un canone di 10 staia di frumento, 110 lire e 18 lire di onoranze.[39]
  4. 14 campi, con casone di paglia, assegnati a Stefano Gasparetto in cambio di 12 staia di frumento, 200 lire e onoranze.[40]
  5. 46 campi, con casa, locati a Giuseppe e fratelli Biotto previa contribuzione di 750 lire e 16 soldi in generi e denaro.[41]
  6. 3 campi e mezzo, con casone di paglia, locati a Santo Segato in cambio di 3 staia di frumento, 132 lire, 1 passo di legname dolce, 20 lire di onoranze.[42]
  7. 12 campi e un casone di paglia affittato a Zuanne Magrin per un corrispettivo in generi e denaro di 338 lire e 7 soldi.[43]
  8. 10 campi di prati da sfalcio lavorati in proprio e dalla resa annua di 20 abbondanti di fieno e 200 fascine.[44] Su questi campi d. Gaetano Magarotto pagava un livello annuo al Marcello di 2 lire e 8 soldi.
  9. 87 campi e una casa locati ad Antonio Norbiatto previo contributo annuo misto di 1.932 lire, ripartito in162 staia di frumento, 60 mastelli di mosto e 600 lire in contanti.

In Villa di Bevador

  1. 4 campi affidati a Domenico Viotto per un canone annuo di 109 lire composto da 2 staia di frumento, 97 lire e 12 soldi.

In Villa di Piazzola

  1. 1 campo, ceduto ad Anzolo Mozzo per 66 lire.
  2. 1 quarto di campo, affittato al possidente Zuanne Rebustello per 16 lire.
  3. 2 campi, in due pezzi, assegnati al benestante Zuanne Pagan per 123 lire e 2 soldi.
  4. 68 campi “in due Corpi con Fabbriche” locati a Gregorio Bottazzo, detto Belin, in cambio di 1.905 lire di canone misto.[45]
  5. 5 campi e una casa affittati a Francesco Fracasso, detto Grotto, per 5 staia di frumento e 186 lire.[46]
  6. 2 campi e mezzo ceduti a Giacomo Gatto per 112 lire.
  7. 27 campi, in più pezzi, affidati ad Antonio Macchion per 547 lire e 12 soldi.[47]

In Isola di Presina

  1. 4 campi e tre quarti, con casa, affittati a Osqualelo Cerratto per 174 lire.[48]

In Villa di Presina

  1. 2 campi e tre quarti ceduti a Domenico Franceschini per 3 staia di frumento e 55 lire.[49]
  2. 9 campi locati con contratto livellario al Carlo Angaran Ex Nobile Veneto per 55 lire e 16 soldi.
  3. 72 campi Prativi, e parte Videgatti, con porcione di Casa, Ciovè Tezza, Stalla, e Caneva, lavorati in proprio con una resa media annuale di 94 e mezzo di fieno, poco più di 30 mastelli di Vino Mosto Bianco e Nero, 8 passi di legname dolce e 4.380 fascine, per un controvalore di 3.310 lire.
  4. 2 campi e tre quarti, con porzione di casa, affittati a Giacomo Scarsatto per 3 staia di frumento e 144 lire.[50]
  5. 10 campi di Terra Giarosa, Boschiva d’albori e pochissima parte arativa, Danegiatta continuamente dall’acqua del Fiume Brenta, lavorati in proprio con una resa di 8 staia e tre quarti di frumentone, 2 passi e mezzo di legna dolce e 804 fascine, per un valore complessivo di 87 lire e 4 soldi.

La rendita complessiva dei possedimenti del Marcello nel Cittadellese ammontava a 27.885 lire e 16 soldi, cifra dalla quale si dovevano decurtare 2.574 lire e 17 soldi di livelli dovuti a vari creditori (689 lire e 7 soldi),[51] e le spese annue ordinarie per la conduzione agraria dei fondi (1.885 lire e 10 soldi).[52]

[1] ACC, Sez. Schede Rosse, b. 3, Censo – Dichiarazione rendite, dichiarazione di Alessandro Marcello.

[2] Il riferimento all’ex nobile veneto, allude alla sopressione napoleonica di tutti i titoli civili ed ecclesiastici vigenti fino allora.

[3] Novantuno sono le fittanze fondiarie dichiarate dal Marcello e non “al solito in 94 fittanze”, come è stato scritto da alcuni.

[4] Valore della rendita annuale 1.178 lire e 10 soldi.

[5] Canone annuo complessivo stabilito in 287 lire e 10 soldi.

[6] Valore complessivo del canone 149 lire.

[7] Il canone annuo del Ceccato era di 1.382 lire e 4 soldi.

[8] Canone complessivo di 189 lire.

[9] Onere annuale di 378 lire e 7 soldi.

[10] Fitto annuale di 106 lire.

[11] Canone annuo di 203 lire e 16 soldi.

[12] Valore dei prodotti pari a 530 lire.

[13] Controvalore annuo di 116 lire.

[14] Stima complessiva di 356 lire.

[15] Controvalore di 107 lire.

[16] Canone annuo stimato in 221 lire.

[17] Valore complessivo di 128 lire.

[18] Stima annuale di 269 lire.

[19] Canone annuale di 234 lire.

[20] Controvalore di 194 lire.

[21] Gli altri 2/3 della decima erano riscossi dalla famiglia Gagliardi, ma anticamente e prima di passare alla famiglia padovana, spettavano anche alla chiesa di Lobia. La terza parte della decima riscossa a Lobia e Persegara da Alessandro Marcello, corrispondeva alle seguenti entrate in generi naturali: 24 stai e tre quarti di frumento, 7 di segala “o sia Jngranela”, 42 e tre quarti di frumentone, 12 di sorgo rosso, 5 quartieri di miglio, 1 staio di fagiolini, 2 quartieri di fava lupina “Lovegna”, 10 mastelli di mosto e 1 carro e mezzo di paglia.

[22] Valore complessivo di 76 lire.

[23] Contropartita del valore di 196 lire.

[24] Stima complessiva di 285 lire e 10 soldi.

[25] Valore approssimativo di 266 lire.

[26] Dettaglio del canone dovuto dal Pavan: 36 staia di frumento, 16 di frumentone, 6 mastelli di vino, 372 lire e 18 lire di onoranze.

[27] Controvalore di 299 lire.

[28] Valore del canone di 249 lire.

[29] Controvalore di 444 lire e 10 soldi.

[30] Stima complessiva di 84 lire.

[31] Controvalore annuo di 54 lire e 2 soldi.

[32] Valore complessivo del canone 510 lire e 10 soldi.

[33] Stima del canone valutata in 233 lire.

[34] Controvalore di 236 lire.

[35] Corrispondenza in denaro pari a 86 lire e 8 soldi.

[36] Canone pari a 179 lire e 12 soldi.

[37] Il canone era così formato: 44 staia di frumento, 30 di frumentone, 15 mastelli di mosto, 124 lire in contanti e 40 lire di onoranze.

[38] Canone formato da 14 staia di frumento, 264 lire e onoranze per 22 lire.

[39] Controvalore pari a 188 lire.

[40] La stima dell’affitto corrisponde a 290 lire.

[41] Il canone era così ripartito: 72 staia di frumento, 12 di frumentone, 4 di miglio, 3 e mezzo di fagioli e legumi, 25 mastelli di mosto, 3 passi di legname duro (acacia e rovere), 31 lire e 34 lire e 16 soldi di onoranze.

[42] Valore complessivo del canone 178 lire.

[43] Il canone era così strutturato: 6 e mezzo di frumento, 17 e mezzo di frumentone “Bonorivo, e Tardivo”, 5 e tre quarti di sorgo rosso, un quarto di leguminose, 17 mastelli e tre quarti di mosto, poco più di tre carri di fieno, mezzo passo di legname duro, 100 fascine, 18 lire di onoranze e 15 libbre di “Canape grezzo”.

[44] Controvalore di 616 lire.

[45] Il censo era così suddiviso: 100 staia di frumento, 12 di frumentone, 1240 lire in contanti, 2 passi d legname duro e 5 lire di onoranze.

[46] Totale pari a 216 lire.

[47] Il canone è ripartito fra 44 staia di frumento, metà dell’uva prodotta e 210 lire e 8 soldi in contanti.

[48] Censo di 6 staia di frumento, 124 lire e 14 lire di onoranze.

[49] Totale di 73 lire di valore.

[50] Controvalore di 162 lire

[51] I livelli erano dovuti ai seguenti enti: al convento di S. Sebastiano di Venezia per i terreni di Vaccarino (186 lire); al parroco di Piazzola per i terreni della stessa località (21 lire); al parroco di Paviola per i fondi dello stesso villaggio (102 lire); agli eredi di Bernardo Campesan per i campi a Paviola (34 lire e 2 soldi); al possidente Giacomo Settemini di Pierij per gli immobili di Lobia (259); al seminario di Padova per i terreni di Marsango (87 lire e 5 soldi).

[52] Le spese sono suddivise per fondi agricoli: nel fondo dei 15 campi adiacenti al Palazzo di Paviola gli oneri riguardano la raccolta del fieno nei tre sfalci annuali, la somministrazione del vino per gli addetti, il trasporto nel fienile, la manutenzione del sistema d’irrigazione “Per far Levar rotte che di continuo fa l’acqua che serve per inrigare”, il salario dovuto “All’Acquarolo per la inrigazione”, per un totale di 313 lire e 10 soldi; per la raccolta del fieno dei due tagli che si praticavano a Persegara, il vino e il trasporto, si spendeva 118 lire; analoga situazione per i fondi prativi di S. Giorgio in Brenta, più “la fattura di Fassine”, con un’uscita di 82 lire; per la “Lavorenza del Vignale” di Campo San Martino servivano 30 lire; per la raccolta del fieno a Curtarolo 18 lire; lo stesso a Vaccarino, più l’affastellamento delle fascine, per 143 lire; il caso di Presina si discosta dai precedenti perché la lavorazione dei foraggi e dei vigneti è resa “difficile (…), essendovi molti arzini e piantade”. La potatura, ossia la “fattura di far Bruscare le viti et albori nella Pradaria di Presina” costa la bellezza di 770 lire, la raccolta del fieno “come d’accordo fatto fino dagli anni scorsi con gli opperari”, costa 70 lire, ossia due volte e mezza in più che nelle altre località (15 lire a carro contro le ordinarie 6), la vendemmia e la somministrazione del vino piccolo, che non è assolutamente da confondere con la graspia, comportava la spesa di 24 lire. Per il solo vino necessario per tutti i lavori effettuati nei villaggi citati servivano 120 lire, mentre la spesa per l’esazione della terza parte della decima a Lobia e Persegara ammontava a 18 lire.


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Ildebrando di Soana, papa Gregorio VII

Si chiude martedì 18 giugno il lungo anno del Centro Studi medievali “Ponzio di Cluny” a Bassano del Grappa con la presentazione dell’ultima, per ora, fatica di Glauco Maria Cantarella dedicata a Ildebrando di Soana, papa Gregorio VII, il pontefice che con il suo operare creò una vera e propria cesura tra due momenti del mondo medievale.
La conferenza, di cui si allega la locandina, sarà anche occasione per presentare al pubblico gli Atti del convegno tenutosi il 2 giugno dello scorso anno
Inizio alle ore 17.30, ingresso libero
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