Storia Dentro la Memoria


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Tra spezie e surrogati. Il droghificio I.D.E.A. di S. Martino di Lupari

di Paolo Miotto

idea

I.D.E.A. Marca depositata il 29 Novembre 1920.

Pur mantenendo aperto lo stabilimento di S. Martino di Lupari, gli Agostini concentrarono la produzione principale a Parma, lasciando spazio aperto alla nascita di una nuova realtà economica del settore. La seconda società fu fondata a San Martino di Lupari il 15 dicembre 1919 utilizzando l’acronimo I.D.E.A. (Industria Droghe e Affini). Aveva sede legale a Roma, presso i fratelli Persichetti, in Via Rasella 143. Si occupava della macinazione e preparazione particolari delle spezie ed era specializzata in conce aromatiche e conservative, come la nota Regina, pepe nero e cannella, completando l’offerta con concimi e insetticidi. L’attività inizia ad operare nel mese di gennaio del 1920, come ricorda una modesta monografia inedita del 1941, nella quale le due autrici scrivono: nel 1920 venne fondato un altro stabilimento droghe della ditta idea e si chiuse nel 1936.
I fondatori ufficiali della I.D.E.A. sono i tre sanmartinari Angelo Sartore, Gino Citton e il farmacista Giuseppe Geremia. La sede si trovava in Via Umberto I, ora C. Agostini, non lontano da Piazzale Pio X. Dei tre fondatori, il tecnico aziendale Angelo Sartore fungeva da prestanome e portavoce ufficiale, ma nel gruppo di collaboratori vi erano anche altri sanmartinari che erano Aristide Prevedello, Virgilio Smania senior e Francesco Zanatta.
La società I.D.E.A. è importante non solo perché rappresenta la prima attività del settore con sede unica a S. Martino di Lupari, ma anche perché con la ditta Agostini è fra le prime realtà economiche di tipo industriale che apre i battenti in paese. I problemi comunque non mancarono. A nemmeno un anno dalla fondazione, il 30 novembre del 1920, lo stabilimento della I.D.E.A. subì un grave sinistro. Un vasto incendio iniziato alle 5.00 del mattino dall’essiccatoio delle spezie bruciò gran parte dell’azienda prima che potessero intervenire i vigili del fuoco di Cittadella. La perdita economica fu stimata in 15.038 lire (20.000 euro nominali di oggi), ma la società si riprese ben presto e per recuperare i guadagni persi, la dirigenza iniziò a far lavorare di notte una parte delle maestranze. Questa scelta scatenò la rabbia delle famiglie limitrofe all’impianto perché, oltre al rumore molesto prodotto dai macchinari, si aggiungevano continui cali di tensione elettrica nella principale via del paese, dovuti all’eccessivo assorbimento di energia da parte della fabbrica.
A seguito delle prolungate lamentele e dell’intervento della Pubblica Sicurezza, il 24 ottobre 1921, i soci della ditta reagirono scrivendo una lettera al sindaco. Nella missiva dichiaravano che i problemi elettrici non erano loro imputabili, ma erano dovuti a ragioni che noi non siamo in grado di conoscere. Si ammetteva comunque un eccessivo assorbimento di energia, ma solo in momenti particolari della produzione.
Quanto all’orario di lavoro, si chiedeva che iniziasse almeno alle 3.00 del mattino o che si protraesse di almeno un paio d’ore al giorno, fino alle 19.00, in modo da chiudere il sabato e permettere l’uso dell’elettricità alla popolazione e agli esercizi del centro in quella giornata. Sartore e soci sollecitavano il sindaco perché istruisse pratiche presso l’agenzia elettrica di Cittadella per la fornitura di un maggiore quantitativo di energia, sufficiente a prolungare la giornata lavorativa diurna fino alle prime ore serali. Si diffidava, dunque, il primo cittadino dall’accogliere il reclamo della popolazione perché, in caso contrario, tutti i dipendenti sarebbero stati licenziati, con grave deterioramento della già precaria situazione sociale ed economica in cui versava allora il paese.
Il testo della lettera si presta a considerazioni sul controverso clima politico presente in paese. Fra i firmatari della denuncia consegnata al sindaco, vi era, infatti, anche il fondatore del partito socialista di San Martino di Lupari, che era il cittadellese d’importazione Giovanni Todeschini. La ditta si serve di viaggiatori che con le loro biciclette, automezzi privati e treni si spingono anche oltre la provincia di Padova a raccogliere commesse e trasportare i prodotti richiesti. Uno dei più attivi viaggiatori è Pierino Pilotto che dà involontariamente origine alla successiva vicenda commerciale di Gino Bertolo. Ad un certo punto, a metà degli anni ’20, l’azienda assorbe circa 25 dipendenti, più di ogni altra azienda sanmartinara.
Nel 1936, come ricordano le maestre Agostini e Pellizzari, la società chiude i battenti e nel mese di gennaio del 1937 si vendono i brevetti più importanti che in origine erano stati depositati a Milano nel bimestre gennaio-febbraio del 1921. Si tratta dei prodotti di drogheria depositati con i marchi Regina (1929), La suprema (1931), Eccelsa (1931), Dosa trevisana, La modenese (1931), Bum (1931) e Pepatus (1931). Le scatole, i cilindri e i contenitori in latta erano confezionati dallo scatolificio Rosolino Radaelli di Rovato (BS) ed erano particolarmente ricercati e variopinti, con arabeschi su sfondo oro, paesaggi ed elementi orientaleggianti.
La società è acquisita dal veneziano Nello Costantino Stamboglis di Spiro, che trasferisce l’attività a Venezia, presso l’ufficio di Gino Zoppolato, in Via Aprile 2 a San Marco, mentre il laboratorio prima è distaccato a Padova e in un secondo tempo è spostato in Via dell’Elettricità a Porto Marghera. I dipendenti del settore tecnico furono assunti dalla ditta I.N.D.I.A.N.A. di Mestre, mentre i macchinari sono ripartiti fra i vecchi soci e collegati, soprattutto Prevedello e Smania. A seguito del fallimento del 1936, i soci fondatori dell’I.D.E.A firmano un accordo che li impegna a non appropriarsi del marchio di fabbrica e così avviene, ma nascono in breve nuove ditte derivate dalla prima. Il timore di perdere guadagni e l’esperienza acquisita, determinano un clima di forte antagonismo e il desiderio di sbaragliare i vecchi soci dell’I.D.E.A. e i nuovi concorrenti che si affacciano nel settore.
Marchio di fabbrica utilizzato: il leone marciano rosso con la spada su fondo oro, nel vangelo tenuto aperto dalla zampa è presente l’iscrizione IDEA mentre l’iscrizione è I.D.E.A. Lavorazione speciale droghe e affini.


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L’avventura industriale del droghificio Giuseppe Agostini di S. Martino di Lupari e Parma

di Paolo Miotto

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Lo stabilimento Giuseppe Agostini fondato nel 1894 a S. Martino di Lupari.

A breve distanza del precedente articolo, continua l’approfondimento del mondo delle spezie tratto dal mio volume ‘Sulla via delle spezie. Un millennio di aromi e droghifici a San Martino di Lupari’. Il primo droghificio fu fondato a S. Martino di Lupari nel 1894 dal giovanissimo Giuseppe Agostini (1876-1928), del ramo Matricola (del Cardinale). Di questa prima fase rimangono poche informazioni, come il nome della ditta individuale che utilizzò fin dalla prima ora la dicitura Stabilimenti Industriali Giuseppe Agostini. La sede del laboratorio, tutt’ora esistente, si trova in Via Cardinale Agostini, in prossimità di Palazzo Agostini, sul fronte del quale campeggia lo stemma del Card. Carlo Agostini (1888-1952). La produzione riguardava le spezie e alcuni surrogati delle stesse.
A causa della guerra, delle ristrettezze economiche e del pericolo di invasione nemica, a seguito della rotta di Caporetto, nell’ottobre del 1917 l’attività cessò. In quella circostanza Giuseppe Agostini pensò bene di allontanarsi dal paese con la consorte Antonia e i tre figli cercando riparo fuori regione presso alcuni parenti. A causa delle manovre militari il treno sul quale viaggiavano si fermò a Parma. La fortuita coincidenza fornì il pretesto per lo spostamento della famiglia a Mariano di Parma, e l’acquisto di alcuni beni immobili che determinarono l’inserimento degli Agostini e la loro attività nella città emiliana. Parma, come il Padovano, era un noto distretto della compravendita e macellazione animale e quindi il luogo ideale dove trasferire l’attività, producendo spezie per insaporire, conservare o stagionare la carne, soprattutto di tipo suino, grazie alla presenza di salumifici e prosciuttifici. Lo stabilimento di S. Martino cessava così progressivamente la produzione a favore di quello parmense.
Nel gennaio del 1920 gli Stabilimenti Industriali Giuseppe Agostini aprivano i battenti anche a Parma, con sede legale in vicolo Leon d’Oro, 16 – vicolo San Moderanno – e stabilimento in strada Sant’Eurosia, a quel tempo situata in comune di S. Lazzaro. L’entità dello stabilimento era importante perché nei primi tempi fu impiegata una trentina di dipendenti che nel corso degli anni divennero circa 300. La sede di S. Martino di Lupari, invece, nel 1924 contava appena quindici dipendenti.
I parmigiani si riferivano all’azienda definendola la fàbrica del pèvor e ch’la fàva un po’ àd tutt perché mantenendo l’originaria vocazione sanmartinara, produceva droghe ed affini, cacao, pasticche e gocce balsamiche, caramelle, effervescente Fresco, polveri per acqua da tavola Vinci e San Valentino e tè per infusi dal sapore di rose, lieviti Superlievito vanigliato, sciroppo al tamarindo, estratti concentrati per liquori, disinfettante Creofilina, insetticida liquido Flagellum e spezie col marchio San Giorgio depositato nel 1928. Alla morte del titolare Giuseppe, l’attività passò ai figli Francesco, Ferdinando e Livio.
Alcuni di questi prodotti furono registrati alla Camera di Commercio di Padova e protetti con regolare brevetto. Presso l’archivio centrale di Stato si conservano le concessioni relative alle caramelle Mandarinetto (1930), all’insetticida liquido Flagellum (1930 e 1946), alla polvere effervescente per acqua da tavola Vinci (1943), al rinnovo ventennale del marchio di fabbrica con S. Giorgio a cavallo che uccide il drago (1943), il preparato per brodo No Grass (1959).
L’azienda fu visitata più volte dalle altezze reali Adalberto Savoia-Genova, duca di Bergamo e dal fratello principe Eugenio di Savoia, duca di Ancona, con i quali Giuseppe e Francesco Agostini ebbero relazioni d’amicizia in via continuativa.
Conoscenze utili che consentono all’attività industriale di entrare nell’orbita dell’economia nazionale durante il periodo autarchico. Con decreto del Duce datato 15 aprile 1944, il Dott. Francesco Agostini (1906-1984) è, infatti, nominato Commissario Governativo dell’ente Mostra Conserve Alimentari di Parma, sostituendo il dimissionario Dott. Mario Mantovani.
Terminata la guerra, e dichiarate decadute tutte le attività legate al fascismo, l’Agostini mantenne l’incarico ricoprendo la funzione di Commissario straordinario della stazione sperimentale conserve alimentari di Parma, con nomina del Prefetto Giacomo Ferrari su delega del Comando Alleato.
Il prodotto che più di altri ha reso celebre in campo nazionale ed europeo la ditta Agostini, è il surrogato di pepe denominato SIP (Surrogato Italiano Pepe).
La storia del SIP è raccontata dal suo inventore nel 1943 ed è riportata in un articolo intitolato Il pepe artificiale in Italia riprodotto negli atti del primo Convegno scientifico-tecnico per le conserve alimentari tenuto a Parma in quell’anno.
L’autore racconta che i preparati noti sotto denominazione di surrogati di pepe erano miscele di pepe e qualcos’altro. Quindi non erano dei veri surrogati e alla distanza di pochi mesi dalla produzione avevano perduto i loro principi essenziali e si presentavano come polveri che somigliavano al pepe in polvere soltanto nel colore. Inizia così un percorso di ricerca su base scientifica per realizzare un autentico surrogato di qualità stabilendo i principi attivi del pepe nero (Piper Nigrum) che, una volta identificati, determinano la ricerca di un prodotto naturale similare da sfruttare. Scrive Agostini: avemmo l’occasione di raccogliere in Sicilia dei frutti di un albero usato a scopo ornamentale e chiamato dagli indigeni “albero del diavolo” o “albero di Giuda”. Si trattava di Drupe di Schinna molle che chiamammo pepe di Sicilia. Effettuate le debite analisi del prodotto presso l’università di Parma, nel 1936 iniziò la cristallizzazione del principio attivo della piperina e di altre sostanze presenti nella pianta che furono unite ad alcuni principi e oli essenziali ricavati dalla salvia.
Per infondere maggiore piccantezza fu aggiunto il peperoncino rosso, ma non si era ancora giunti al prodotto finale. Per dare al nuovo prodotto, oltre al sapore piccante, un potere condimentoso, in relazione agli usi al quale sarebbe servito, lo completammo con bacche di ginepro […] ed erba saturea. Il surrogato fu confezionato in grani pressati avvolti da una leggera pellicola di gomma, in modo che l’essenza dei vegetali aromatici che lo compongono si conservi lungamente; a questi grani venne dato forma e colore simile ai grani di pepe naturale e impastati con polvere di riso.
Le analisi condotte a Torino dal Ministero dell’agricoltura e delle foreste confermarono la validità del prodotto che conteneva l’1% di piperina e circa il 4% di oli essenziali contro i rispettivi 6,5% e 8% del pepe nero. Altre indagini ufficiali decretarono che il SIP rispetto al pepe coloniale, nel suo uso a scopo alimentare, può sostituire quello del pepe d’importazione. Il surrogato nel 1940 divenne pepe di stato. Così gli Stabilimenti Industriali Giuseppe Agostini di Parma (sono) la ditta produttrice che con l’approvazione del Ministero degli Interni offre il prodotto con la seguente etichetta “Grani autarchici piccanti SIP, Surrogato Italiano Pepe, frutti aromatici piccanti, foglie ed erbe essenziere, semi peptici ed alimentari colorato secondo la Legge”. Con grande soddisfazione Agostini poteva scrivere: Oggi (1942) i grani SIP sono esportati in quasi tutta Europa. La loro funzione autarchica nazionale è così diventata europea. I prodotti Agostini erano venduti non solo in sacchi come il SIP, ma anche in preziosi barattoli e scatole di latta da 1 a 10 kg col logo di S. Giorgio a cavallo che uccide il drago elaborati dalla ditta Pagani di Lecco.
La storica azienda cessò l’attività il 15 settembre 1963.
Marchio di fabbrica utilizzato: S. Giorgio a cavallo che colpisce il drago con la lancia.


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Alla ricerca della salute: fra decotti e pozioni alchemiche

di Paolo Miotto

In tempi recenti (Dicembre 2019), ho pubblicato un agile volumetto dal titolo ‘Sulla via delle spezie. Un millennio di aromi e droghifici a San Martino di Lupari’, nel quale ho ripercorso l’insolita storia del profumato e colorato mondo delle ‘droghe’ relativo al territorio sanmartinaro e ai paesi limitrofi. Uno dei capitoli del volume svela il contenuto di uno sconosciuto ricettario farmaco-alchemico, di provenienza veneziana, utilizzato in zona dalla seconda metà del ‘700. La raccolta di ricette contiene formule particolarmente suggestive e particolari, autentiche testimonianze del lento progresso della farmacia e della medicina anche nel secolo dell’illuminismo, inclini come sono ad attribuire autorevolezza ai padri indiscussi della filosofia e della medicina antica. Nei testi non si dubita minimante dell’efficacia dei miscugli e degli intrugli suggeriti, dai quali oggi tutti prenderebbero le debite distanze. La vendita di questi misteriosi intrugli e degli improbabili ingredienti dai nomi esoterici era relegata alle spezierie, lontane precorritrici delle moderne farmacie, nelle quali i confini fra magia, superstizione, alchimia e medicina erano tutt’altro che definiti. Le successive scoperte mediche e farmacologiche e l’utilizzo delle spezie nell’alimentazione, che proprio nel distretto di S. Martino di Lupari hanno trovato terreno favorevole, nascono proprio in questo ambito culturale complesso.

lo speziale
Si riportano di seguito i testi integrali di alcune ricette, con le relative traduzioni, che permettono di prendere visione diretta di questo singolare mondo della medicina popolare.
Polvere dà Spasimo del Checcherle
Recetta. Polvere Cranei Humani, Eboris, particulati Ungula Alcis, Malgareta polvere an drame 8, Radices Peonie, Semen eiusdem, Ligni Visci Quercini an drame 1, Fragmentum Preciosi, Belzuar occidentale once 3, Foliarum auree n. 10, fai pulvere subtile.
(Traduzione: Polvere per il dolore infantile di Checcherle. Ricetta. Polvere di cranio umano, avorio, pezzetto di unghia d’alce, per 8 dracme di polvere di margherita, radice di peonia, seme della stessa pianta, per una dracma di vischio di pianta di quercia, frammento di prezioso, 3 once di carbonato di calcio di origine animale occidentale, 10 foglie d’oro, il tutto ridotto in polvere sottile).
Polvere contro i dolori della Gotta
Prendi un Granzo poro peloso, e calcinello, e fatto in Polvere, sé né prende per molte mattine mezza drama alla volta.
(Traduzione: Polvere contro i dolori della gotta. Ricetta. Prendi un granchio poro peloso, riducilo in calce polverosa e si assume per più mattine mezza dracma ogni volta).
Per far venir li Capelli Neri
Recetta. Liscia forte mezze (bozze) 6, Litargirio d’Argento drame 6, si fa bollire alla Consumatione di mezze (bozze) 5, e Servir ad Uso.
(Traduzione: Ricetta per tingere di nero i capelli. Ricetta. 5 mezze bozze di liscivia caustica, 6 dracme di residuo della coppellazione del piombo argentifero (ossido di piombo bianco), ebollizione del tutto finché rimangono 5 minelle di residuo, servire secondo necessità).
Balsamo di Sapienza
Recetta. Oglio commun mezze (bozze) 5, Vin Cretico mezze (bozze) 1, Flores Osmarini drame 9, Legno Aloe drame 1, Olibano, Bedelii drame 2. Il tutto và Macerato è fatto in fattione per quatro mesi, in Vaso ben otturato, et fatta bona espressione, si aggiungano Salvia, Osmarin, Rutta Co…, Foglie di betta, mile foglie, Radice Consolida Maggiore, Tamarisco an mezze (bozze) 1, Viticella sive talsamita, Radice Galange, Garofoli, Noci Moschate, Spigo Nardo, Ciciaco drame 2 scupoli 1, Salcacola, Sangue di Drago in Lacrime, Macis ellenico, Aloe Epatico, Rasa Pini an drame 2, scrupoli 2, Cera Gialla, Zonza de’ Porco an drame 7. S’infonde ogni cosa per sei mesi, et poi si colli, et (testo caduto per umidità) Cattara s’aggiunge per ogni lira di Balsamo (testo caduto per umidità) Balsamo Artificiale, si pone caldo, a (testo caduto per umidità).
(Traduzione: Balsamo di sapienza. Ricetta. Olio comune mezze bozze 5, vino di Creta mezze bozze 1, fiori di rosmarino dracme 9, legno di aloe dracme 1, incenso, betulla dracme 2. Il composto è posto a macerare e lasciato per bene per quattro mesi dentro un vaso ben chiuso, ridotto in buono stato, si aggiungano salvia, rosmarino, ruta, foglie di barbabietola, achillea, radici di consolida maggiore, tamarisco mezza bozza, camomilla, radice di Alpinia officinarum, chiodi di garofano, Noci moscate, nardo, pianta sconosciuta, astragalus sarcocolla, sangue di drago in gocce, macis greco, aloe epatico, resina di pino, cera gialla, lonza di maiale per dracme 7, si pone in infusione il tutto per sei mesi, si setaccia e si aggiunge per ogni libbra di balsamo del balsamo artificiale e si usa caldo).
Rimedio per il Mal di Cancro
Prender un Canne come natto, che non abbi Lattato e Metterlo in un Spedo, e Cuocerlo, e cotto che sia metterlo subito in una Bozza d’Oglio Comune, e lasciarlo vintiquatro ore, si può subito unger ch’è rimedio approvatissimo per tal Male.
(Traduzione: Rimedio per il tumore. Prendere un cucciolo di cane appena nato, che non abbia allattato, lo si infilzi con uno spiedo per cuocerlo, appena pronto riporlo in un contenitore con dell’olio comune e lasciarlo riposare per 24 ore, trascorso il tempo si può subito ungere la parte colpita perché è un rimedio sicurissimo per tale male).
Rimedio contro la Peste scrita, in Parte del Consiglio de’ Dieci li 4 lugio 1576.
Per li Sani devono bever ogni Mattina nell’Alba due dita della propria orina tolta a’ mezzo dell’Orinale; a’ la sera mangiar con un boccon di prima in aceto sette cime di beta avanti cena, et continuar fino, che dura il mazetto, et guardarsi dal coito. La donna sana far il medesimo, et avendo li Mestrui, trovare l’orina d’un’altra donna Sana. Per gl’Infermi. Subito, che uno si sente il Male, orini più che può, et la beva tutta, e poi la mattina beva della sua orina due dita, si come i Sani; et la sera avanti cena beva due dita della sua orina, e si sentirà dolore; o vedere tumor, o’ vero enfiason in alcuna parte del Corpo, subito togli della melissa sua o d’altri subito fatta, e metterla subito sopra il brusco, et cambiarla ogni tre ore; et come la postiema sarà rota lavarla bene con orina e tornarli il medesimo impiastro sopra fin che guarisca, e debba mangiar boni cibi, se ne’ ha, e bere in luoco del vino aqua d’orzo.
(Traduzione: Rimedio contro la peste scritta nella deliberazione del consiglio dei Dieci il 4 luglio 1576. Le persone sane devono bere ogni mattino all’alba due dita della propria urina prelevata con l’orinale, alla sera mangiare con un boccone all’inizio sette cime di bietola prima di cena e continuare fino al termine del mazzetto ed evitare rapporti sessuali. La donna sana deve fare lo stesso e drante il periodo delle mestruazioni, utilizzare l’urina di una donna sana. Per gli infermi. Appena uno si sente male deve urinare più che può e berla tutta, al mattino beva due dita della propria urina come i sani e la sera prima di cena ne beva altre due dita; se avvertirà dolore o nota bubbone o rigonfiamento in qualche parte del corpo, prepari della melissa propria o altrui, la ponga sopra il bubbone e la cambi ogni tre ore. Appena la pustola si sarà rotta, la lavi bene con l’urina e ripeta l’impacco fino a guarigione, mangi cibi buoni se può e al posto del bino beva tisane d’orzo).
Per far Aqua da Viso
Prendi il mese di Maggio delle Boace di Vaca Calde, e ponile in Storta, con legiero foco, e destilale, la prima Aqua è perfetta.
(Traduzione: Per produrre acqua da viso. Raccogli nel mese di maggio dello sterco caldo di mucca, riponilo nel distillatore, scalda con fuoco leggiero, distilla, la prima acqua che esce è perfetta).