Storia Dentro la Memoria


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Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (6^ parte)

di Paolo Miotto

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La fine del monastero (1808)

La crisi vocazionale che nella seconda metà del Settecento interessava la maggior parte degli istituti religiosi delle città , progressivamente si estese anche ai centri minori. Le cause principali del fenomeno derivano dai mutamenti della società e dalla diffusione del pensiero illuministico fra i ceti abbienti. Castelfranco non fa eccezione. Nel primo trentennio del Settecento il numero delle monache non subisce particolari mutamenti ed è assestato sulla trentina di religiose da coro . Nel 1754 queste si riducono a diciannove unità e tali rimangono fino agli anni Settanta . Nel 1779 sono sedici e a ridosso della chiusura del monastero, nel 1804, appena sette .

Le disponibilità finanziarie del monastero garantirono la sua sopravvivenza dopo il decreto del Senato Veneto 7 settembre 1768. Tale decreto stabiliva la chiusura di tutti i monasteri e conventi sottoposti alla Dominante, che non avessero risorse necessarie per mantenere almeno dodici religiosi . A Castelfranco furono soppressi in questo modo dalla deputazione ad pias causas i conventi dei Cappuccini (1769), dei Minori Conventuali (1771) e dei Servi di Maria (1772).

La comunità domenicana riuscì a superare questa prima tempesta, ma non la successiva imposta dall’occupazione napoleonica. Un registro che contiene tutti i capitali livellari del monastero in essere nel 1768, ripreso negli anni 1801-1807, informa indirettamente su questi due passaggi cruciali. Nella prima data viene fornita la radiografia completa della ricchezza del monastero, nel secondo periodo viene ripetuto scrupolosamente lo stato economico richiesto dai francesi: all’inizio il prelievo riguardò denaro e generi, alla fine furono requisiti i beni immobili .

Per effetto del Decreto Reale 8 giugno 1808 il monastero cessa di esistere e le monache sono trasferite a Treviso, nella casa madre di S. Paolo, assieme alle consorelle di Santa Maria Maddalena di Oderzo.

Della partenza rimangono due documenti, firmati da Francesco Trevisan, che informano il conte Lorenzo Colonna sull’entità e la natura dei pochi mobili rimasti nel monastero a uso dell’ospedale de l’Ambulanza. Si viene a sapere che il Regio Demanio aveva autorizzato il trasferimento delle monache a Treviso con tredici casse a nove armadi, dov’erano stati riposti i loro effetti personali. Infruttuosa rimaneva invece la ricerca della ricevuta degli argenti sequestrati al monastero, che il Trevisan sperava di trovare fra i documenti depositati a Resana . Questa particolare informazione fa ritenere che i francesi stessero riprovando a estorcere denaro al comune castellano, che era ritornato in possesso dell’edificio domenicano.

Due anni dopo, in seguito al decreto reale 25 aprile 1810, anche il monastero di Treviso chiuse i battenti. Tuttavia le monache domenicane poterono continuare a sussistere perché le autorità trevigiane nel 1811 ricorsero a loro per insegnare nel collegio convitto femminile di S. Teonisto, riaperto nel monastero benedettino soppresso l’anno prima. In questo modo le domenicane che non avevano deciso di ritornare allo stato laico, continuarono ad insegnare e ad assistere le giovani nella nuova istituzione, ricostituendo la comunità in forma diversa dal passato .

Gli stabili del monastero castellano furono adibiti a caserma militare, poi a caserma dei carabinieri. Nel 1880 il complesso edilizio ospita le scuole femminili e successivamente il Collegio Convitto Spessa. Il 25 novembre 1890 fu acquistato dal comune di Castelfranco Veneto per adibirlo a Casa di Ricovero, attiva dal 1895 grazie al legato testamentario di don Andrea Brusco. Questa destinazione rimase prevalente fino al 1985, quando fu costruita la nuova sede della Casa di Riposo a sud dell’ospedale civico.


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Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (5^ parte)

di Paolo Miotto

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7 ottobre 1603. La lapide ricorda la consacrazione dell’altare maggiore della chiesa del monastero castellano.

La Regola agostiniana e le Costituzioni moliniane

Agostino non ha mai voluto un ordine monastico, ma attraverso i suoi scritti di carattere filosofico e religioso ha lasciato ciò che i posteri hanno ritenuto la sua regola. Tracciando le direttive di vita per i chierici che vivevano con lui e per le monache del monastero d’Ippona retto da sua sorella, creò un corpus normativo semplice che fu preso come riferimento. A questi documenti fu assegnato il nome di Regola di Sant’Agostino. In essi si trova un equilibrio tra le esigenze del ministero pastorale e il culto liturgico, nonché la netta indicazione a seguire i suggerimenti del Vangelo senza rigorismi formali. Al tempo di Carlo Magno la Regola divenne particolarmente famosa e nel medioevo fu assunta come codice di vita per molti ordini e congregazioni religiose di ambo i sessi e fra questi l’ordine domenicano.

Obbedendo alle richieste del concilio Lateranense IV (1215) riguardanti gli ordini religiosi, anche i domenicani dovettero adottare e uniformarsi a una regola preesistente. Scelsero quella agostiniana[1], ma essendo troppo generica fu necessario unire una serie di norme particolari chiamate Costituzioni che regolano e danno forma organica all’intero ordine.

La regola adottata dall’Ordine domenicano è Regula ad servos Dei, breve ma ricca di contenuto. I suoi precetti sono pochi ed essenziali. La sua originalità sta soprattutto nell’aver interpretato il monachesimo non come solitudine, ma come perfetta unione dei fratelli: la radice “monos” della terminologia monastica continua a significare “solo” come per gli anacoreti, ma con riferimento al dettato apostolico un sol cuore e un’anima sola (Atti 4,32).

I capitoli contenuti nella Regola agostiniana sono i seguenti: Prologo; I) Scopo e fondamento della vita comune (carità e povertà); II) La preghiera; III) Fragilità e mortificazione (le forme di ascesi); IV) Oggetti d’uso quotidiano e loro custodi (distacco dalle cose e da se stessi); V) Il condono delle offese (il perdono); VI) Spirito dell’autorità e dell’obbedienza; VII) Osservanza della regola.

La versione della Regola usata a Castelfranco presenta tutti i capitoli tradizionali, ma è compilata in forma discorsiva e più dettagliata di quella tradizionale. Nella prima parte insiste sulla necessità di eliminare ogni forma di distinzione fra monache ricche e povere, sane e malate, proseguendo con le argomentazioni liturgiche, il rispetto assoluto dei tre voti di castità, povertà e obbedienza. Il tema del dominio della carne e degli sguardi impudichi ritorna di frequente, come quello della necessità della carità e dei beni comuni. Non mancano argomentazioni spicciole che risentono dei gusti dell’epoca, come la pulizia dell’abito e del corpo che dipendono dagli ordini della superiora e del medico: non vi si nega il bagno se qualche infirmità lo ricerca, ma per consiglio de medici.

La mano di un’anonima priora ha poi evidenziato il capoverso che riguarda l’atteggiamento che la superiora deve tenere con le consorelle in circostanze critiche: ma quando la necessità della disciplina ricerca che per mantenere i buoni costumi, e calciar i tristi si dicano aspre parole oltra misura, non si conviene che ne dimandiate perdono a’ soggette, acciocché del troppo humiliarvi a’ quelle che dovete reggere non scema la vostra autorità, ma tutto si dimandi perdono al Signore.

L’esortazione finale è di leggere una volta la settimana tutta la Regola perché possiate specchiarvi in questo libretto[2].

La regola agostiniana per il monastero castellano funge da sfondo e punto di riferimento dell’Ordine domenicano, ma il presule trevigiano con le proprie Costituzioni intende precisare le norme e uniformarle al monastero trevigiano di S. Paolo. In quest’ultimo erano state adottate le Costituzioni piuttosto rigide del vescovo Giorgio Corner (1538-1577), riviste nel 1596 dello stesso Alvise Molin.

Le Costituzioni adottate dalla comunità castellana pertanto non sono originali, ma derivano da modelli precostituiti ai quali il Molin aggiunge particolari derivati dalla propria sensibilità e dal rispetto di alcune consuetudini già introdotte a Castelfranco dalla comunità agostiniana di S. Maria di Betlemme. Queste Costituzioni escludono tutte le altre osservate in precedenza e il Molin è dell’avviso che si tratti di poche cose, et facili in comparatione di quelle, alle quali erano già obbligate le monache trevigiane[3], ma proprio per questo devono essere osservate alla lettera sotto la sorveglianza della priora.

Esistono due versioni sostanzialmente uguali delle Costituzioni moliniane: la prima redatta nel 1603 è conservata nell’archivio della curia vescovile di Treviso, la seconda, in copia dello stesso anno, è custodita nell’archivio abbaziale di Castelfranco Veneto. Entrambe furono introdotte prima della visita pastorale avvenuta nella parrocchia del duomo di Castelfranco il 5 ottobre 1603[4]. La più completa è quella dell’archivio abbaziale del duomo di Castelfranco Veneto[5], la meno integrale e ammendata in più punti è quella dell’archivio della curia di Treviso[6]. I due testi furono elaborati a breve distanza l’uno dall’altro, il primo fu quello trevigiano.

I capitoli presenti nella versione definitiva sono i seguenti: Prologo; I) Del numero delle monache; II) Delle Novitie; III) Della maestra delle Novitie; IV) Di quelle che entreranno per essere ammaestrate; V) Della elettione della madre Priora, et altre officiali; VI) Dell’Ubidienza; VII) Delle sorelle Converse; VIII) Del farsi Capitolo; IX) Dell’Officio Divino; X) Dell’udir la Santa Messa; XI) Del Confessarsi, et Communicarsi; XII) Della Santa Orazione; XIII) Del digiuno; XIV) Del silentio; XV) Del parlar con secolari; XVI) Dello scriver lettere; XVII) De danari communi, et particolari, et del ricever presenti; XVIII) Della clausura; XIX) Di non usar habiti secolari; XX) Dell’uso delle cose necessarie; Conclusione.

[1] La Regola agostiniana si riferisce a tre scritti attribuiti a S. Agostino: la Consensoria monachorum (chiamata anche Regula prima o Regulae clericis traditae fragmentum); l’Ordo monasterii (detta anche Regula seconda); il Praeceptum (denominata anche Regula tertia o Regula ad servos Dei).

[2] ASTv, CRS, Monastero S. Chiara e del Redentore, b. 5, Regolamento e costituzioni. Il fascicolo è composto da 25 carte senza data. E’ suddiviso in tre parti: a) Parere inviato al monastero dal servita Lorenzo Maria Colonna, professore di Sacra Teologia, sul diritto a lucrare privilegi e indulgenze dell’Ordine domenicano; b) Regola del Beato Agostino Vescovo de Hippona; c) Ordini, et Constitutioni da osservarsi dalle Monache dell’Ordine di S. Dominico nel dir l’Ufficio Divino.

[3] AACV, b. Documenti importanti, fasc. Documenti sul monastero del Redentore, Costituzioni dell’arcivescovo Luigi Molin, conclusione.

[4] ACVTv, Visite pastorali, vescovo Alvise Molin, b. 10, vol. 4, cc. 21r-23r.

[5] AACV, b. Documenti importanti, fasc. Documenti sul monastero del Redentore, Costituzioni dell’arcivescovo Luigi Molin.

[6] ACVTv, Corporazioni Soppresse, b. 21, fasc. Costituzioni date alle monache di Castelfranco. Le Costituzioni custodite a Treviso contengono 19 capitoli più la conclusione, manca l’articolo 11 Del Confessarsi, et Communicarsi, ma ne hanno uno numerato 23 intitolato Accertementi per i Deputati sopra il Monasterio che è stato interamente depennato. Cfr. il documento numero 1.


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Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (4^ parte)

di Paolo Miotto

Alvise Molin (1595-1604): un pastore amatissimo da questa Terra[1]

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Il Vescovo di Treviso Alvise Molin, padre riformatore del convento femminile di Castelfranco.

L’arcivescovo Molin fu l’anima della nuova istituzione domenicana[2]. L’impronta data al monastero dal presule non si limitò alla sola sostituzione delle monache padovane con quelle trevigiane, ma continuò nel tempo in ossequio alle disposizioni del concilio di Trento e di quello provinciale di Aquileia al quale aveva partecipato.

Temendo che l’esperienza potesse fallire sul nascere per inesperienza e rischi economici, il presule seguì da vicino, con visite e scritti, i primi passi della nuova comunità. Fra i primi consigli vi fu quello inerente il numero delle monache, che doveva essere ridotto al minimo affinché ciascun monasterio habbia solamente quel numero di monache, che sia compatibile all’entrata, et modo di sostentarle […] massime in questi principi della sua fondazione, si habbia a’ ciò molto riguardo, di modo che […] possano le monache, non solo comodamente mantenersi, ma anco far qualche avanzo, et accrescere l’entrata, per poter poi anco accrescere senza disordine il numero delle monache.

Il presule è cosciente che occorre dare un solido fondamento alla comunità perché abbia un futuro. Per questo motivo elabora e invia all’istituto religioso delle Costituzioni normative[3] richieste della superiora Suor Saula[4] Castella insieme con tutte l’altre, che si sono claustrate. Grazie alle Costituzioni le religiose castellane ottengono un autorevole riferimento normativo, un riconoscimento ufficiale che le distingue dalla comunità trevigiana e la protezione vescovile.

E’ con grande soddisfazione che il Molin nel 1603 dichiara aperta la strada del nuovo sodalizio: havendo ottenuto da Sua Divina Maestà questa allegrezza molto desiderata, di vedere instituito il monasterio delle Reverende monache del Redentor di Castel franco, sotto l’ordine, et habito di S. Domenico, con haver posto in esso l’anno passato, per prima institutrice, et maestra et madre di tutte l’altre monache, Suor Saula[5] castella, insieme con le compagne, già monache nel monastero di S. Paolo di Treviso […] et havendo noi con particolari orationi raccomandato al Signor Iddio il loro buon desiderio et la essecutione in ciò del nostro ufficio; habbiamo deliberato, benignamente di proponer loro i seguenti capitoli; esortando, et con paterno affetto comandando a’ tutte, et a’ ciascuna delle sudette nostre figliuole che li osservino volentieri, et interamente per quanto porta l’humana fragilità procurando di aggiustar la loro vita, et costumi, secondo questa norma[6].

Nel proemio le Costituzioni tracciano il programma di vita reale della comunità castellana che deve perseguire la santità di serve di Dio e l’esempio al mondo della vera virtù mediante l’osservanza scrupolosa delle norme vescovili, senza però che le presenti Costituzioni obblighino sempre le monache a’ colpa mortale; ma solo quelle volte, et in quelle cose che venirà giudicato dalla prudenza di quel Padre Spirituale, che haverà cura delle loro anime.

L’ultimo tocco di sensibilità ed equilibrio il Molin lo riserva alla parte conclusiva dell’introduzione, invitando le monache ad attenersi alla rigida regola domenicana, ma non siano obbligate all’intiera osservanza di essa, eccetto, in quelle cose, che appartengono all’officio Divino. Le strade tracciate secoli prima da S. Agostino di Ippona e S. Domenico di Guzmàn possono così essere percorse praticando uno stile di vita austero, evitando però di scadere in formalismi o rigidità pericolose.

[1] La citazione è tolta da Marc’Antonio Savio, parroco della pieve di Castelfranco Veneto (M. Savio, Per particolar instruttione de’ suoi Successori delle raggioni di essa Piove, ms. dell’APPCv. c. 23v).

[2] Alvise Molin fu eletto vescovo di Treviso nel novembre del 1592 provenendo dalla sede arcivescovile di Udine. Si adoperò molto per far osservare le norme tridentine in diocesi (visita pastorale degli anni 1597-1598 e urbana del periodo 1603-1604) ed ebbe particolarmente a cuore l’insegnamento del catechismo e le pie istituzioni laiche nelle parrocchie. Volle il riordino generale dei costumi del clero, suggerendo ordine e cura nella liturgia e nella pastorale. Muore a Treviso nel 1604 e l’unica immagine che lo ritrae si trova nella sacrestia del duomo di Castelfranco Veneto. Il Melchiori ricorda che un tempo la tela si trovava nella chiesa dell’Oratorio di S. Filippo Neri al quale il vescovo diede ordini e regole.

[3] AACV, b. Documenti importanti, fasc. Documenti sul monastero del Redentore, Costituzioni dell’arcivescovo Luigi Molin (1603); ACVTv, Corporazioni Religiose Soppresse, b. 21, fasc. Costituzioni date alle monache di Castelfranco (1603).

[4] Il documento per errore scrive Laura.

[5] Cfr. la nota precedente.

[6] AACV, b. Documenti importanti, fasc. Documenti sul monastero del Redentore, Costituzioni dell’arcivescovo Luigi Molin (1603).