Storia Dentro la Memoria


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Il filo sottile

Antonio Cocco e l’affondamento del sommergibile Jalea avvenuto il 17 agosto 1915

di Franco Marchiori

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17 agosto 1915, rotta e zona di affondamento del sommergibile Jalea.

C’è un filo sottile che collega la “Grande Storia”, quella con la “S” maiuscola, delle grandi battaglie, dei grandi eventi, con la “piccola storia”, quelle delle persone comuni, quella fatta di uomini e di donne, delle loro vite, dei loro affanni, che difficilmente trovano posto nei libri di storia.

Ma a volte capita, un po’ per caso, un po’ per fatalità, che uno di questi fili ti si impigli fra le dita e non ti resta alternativa, quasi per liberarsene… di districarlo con la dovuta delicatezza e maestria per poi poterlo/doverlo raccontare.

Allora eccomi qui a parlarvi della Grande Guerra e di un affondamento di un sommergibile avvenuto al largo del Golfo di Trieste il 17 agosto 1915, ma nel contempo a raccontarvi la storia di un marinaio partito da Rossano Veneto per solcare i mari, che si trova pochi anni dopo catapultato in una Guerra più grande di lui, più grande di tutte le guerre mai avvenute, la più grande che il mondo di allora avesse mai partorito.

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Il sommergibile Jalea in costruzione.

La “Grande Storia” ci parla dei sommergibili “Classe Medusa” della Regia Marina Italiana, progettati dall’ingegnere navale Cesare Laurenti, che rimpiazzò la precedente “Classe Foca”, i cui esemplari erano ancora dotati di motore a benzina. I nuovi “Classe Medusa” invece, che rappresentano il primo esperimento di produzione in serie di sommergibili, avevano due motori diesel e due motori elettrici. Misuravano m. 45,15 di lunghezza per m. 4,2 di larghezza. Le otto unità realizzate, dal 1910 al 1913, furono il “Medusa”, il “Velella”, l’“Argo”, il “Salpa”, il “Fisalia”, lo “Jantina”, il “Zoea” e infine lo “Jalea”.

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Il sommergibile Jalea in navigazione. Nel cerchietto il silurista Antonio Vietri, unico sopravvissuto all’affondamento.

Proprio quest’ultimo sarà il protagonista del nostro racconto: lo “Jalea” (che deve il suo nome a dei molluschi marini con conchiglia: “Hyalaea”) costruito nei cantieri navali “Fiat-San Giorgio” di La Spezia, dal 10 marzo 1911 al 3 agosto 1913, giorno in cui fu varato. Dislocato nell’alto Adriatico, con base a Venezia, durante la Grande Guerra, effettuò 7 missioni. Parleremo dell’ultima che lo portò ad affondare, il 17 agosto 1915, dopo aver urtato una mina al largo del banco Mula di Muggia di fronte a Grado (GO).

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Il sommergibilista Antonio Cocco di Rossano Veneto.

 

La “piccola storia” invece ci parla di Antonio Cocco, un ragazzo, classe 1883, con la passione per il mare, cosa piuttosto insolita per una persona proveniente dalla campagna dell’entroterra veneto. Di lui conosciamo poco: sappiamo che la sua famiglia, detta “Mea”, gestiva un’osteria in via Maggiore a Rossano Veneto (VI). Si era sposato nel 1911, a La Spezia, con la Rossanese Degetto Rosa Luigia Clotilde detta “Rosi”, anch’essa figlia di “osti” del paese. Non sappiamo con esattezza come si conobbero, ma possiamo ipotizzare che si conoscessero da sempre: lui nato a Rossano il 13 luglio 1883, lei nata sempre a Rossano il 22 agosto 1884. Probabilmente frequentarono assieme l’unica scuola elementare esistente all’epoca in paese, certo, con classi rigorosamente divise per sesso, come conveniva in quegli anni, ma pur sempre negli stessi locali posti nell’ultimo piano dell’allora Municipio. Dovettero separarsi, poi, quando lui intraprese la “via del mare”, trasferitosi in tenera età a La Spezia.

Probabilmente si rividero poi nei giorni di licenza di lui, quando veniva a far visita ai suoi, a Rossano e in questi brevi periodi decisero di sposarsi e lei lasciò il paese per trasferirsi con lui a La Spezia.

Il 5 maggio 1914 nacque il loro unico figlio, Tullio Francesco, nato evidentemente sotto una cattiva stella: quando aveva soli tre mesi, il 28 luglio, l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia, dando avvio alla Prima Guerra Mondiale; festeggiò il suo primo compleanno durante il “maggio radioso” che portò l’Italia a scendere in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna.

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Nella Licenza, Gabriele D’Annunzio racconta l’affondamento del sommergibile.

Della “Grande Storia” ne ha parlato per primo Gabriele D’Annunzio, il 20 settembre 1916, in un articolo dal titolo “I morti del mare” finito in prima pagina del Corriere della Sera. Il primo volo di ricognizione, infatti, finalizzato alla localizzazione del relitto dello Jalea, era stato organizzato il 27 agosto 1915 dallo stesso D’Annunzio a bordo di un “Albatros” pilotato da Giuseppe Miraglia, la stessa coppia che il 9 agosto 1918 compirà il famoso volo Vienna. D’Annunzio ce ne parla più approfonditamente anche in una “Licenza” aggiunta all’edizione della “La Leda senza cigno” del 1916. Con il suo inconfondibile stile ci descrive i sei marinai che riuscirono ad uscire dal relitto appena questo toccò il fondo del mare e il ritrovamento di Arturo Vietri, l’unico superstite.

“Questo dramma sottomarino è d’una brevità e d′una novità non eguagliate da alcun’altra delle tragedie navali conosciute. Le persone del dramma sono vestite d’acqua sino al collo. I corpi sono già ingoiati dall’abisso; ma le sei maschere umane respirano ancora allo stesso livello, nell’aria che comprime la massa irrompente e le impedisce di invadere tutto lo spazio chiuso. La mia immaginazione vede quei sei respiranti teschi decapitati dal filo dell’acqua, e non riesce a rilevare i loro lineamenti né a rischiararli di quel chiarore incognito. Li cerco invano nel tranquillo occhio nero del superstite che forse ne serba l’immagine ma non l’esprime. Non so che avida violenza è nel mio sguardo, come per sforzare quel taciturno a rievocare il momento indicibile, come per comunicare l’acuità dei miei sensi a quel sobrio narratore. Che accadde quando il portello di prua fu aperto e il primo uomo balzò fuori e gli altri lo seguirono risalendo dal profondo verso la luce che a mano a mano cresceva? Vietri fu l’ultimo ad abbandonare lo scafo squarciato. La vita non v’era del tutto spenta. Pochi attimi innanzi, il comandante era stato intraveduto ancora in piedi. Il resto dell’equipaggio non aveva dato grido né segno, ma forse laggiù nella tenebra qualche gola palpitava tuttavia. E v’era tuttavia l’ultimo dolore delle cose, l’aspetto estremo delle cose che non hanno più potere, che non servono più, che non indicano più nulla, che non misurano più nulla: il portavoce, il tubo del periscopio, i cinque tubi della pompa, i tre segnali rossi, la lampadina della bussola, i quadranti degli indicatori, le ruote dei timoni, la bandiera avvolta… Il manometro grande aveva segnato i metri di profondità? aveva misurato di metro in metro la discesa del sepolcro? V’era là, in quegli ultimi attimi, un odore, un rumore, un silenzio, un’ombra, una figura finale, una faccia della sorte, un estremità immaginabile che questi giovani occhi videro e che nessun altro mai vide né vedrà mai. La poesia in me trema e si vela. Ora le cinque teste umane, l’una dopo l’altra, emergono a fiore del mare deserto. Si contano. Una chiazza oleosa li ha preceduti. Ecco Vietri a galla: respira; si netta il viso con una mano; sente nel torace i suoi polmoni e il suo cuore; sente sotto il cranio il suo cervello maschio. Tutto in lui è sano e pronto. Subito le sue forze si equilibrano, la sua mente s’aguzza, la sua bontà si offre. E tutto il suo coraggio si quadra nella disciplina. Aiuta Guido Cavalieri a togliersi le scarpe e gli accomoda il materasso di gomma (ve n’erano otto a bordo) che gli serve a meglio sostenersi. Dà una mano agli altri per liberarli dagli impedimenti. Sveste il torpediniere Motolese, che pare il men vigoroso. Poi pensa a sé medesimo. Sa che non ha grand′arte nel nuoto e che gli conviene adoperare ogni accorgimento per risparmiarsi. Il mare è mosso da scirocco. Quando egli s’allontana dal luogo del naufragio, dove pullula la nafta mista alle bolle d’aria, quasi rantolo e sangue della nave uccisa, un gran dolore gli fende il petto. Fa tre volte il segno della croce, raccomanda a Dio le anime dei sepolti, promette di recare il messaggio alla patria. Poco dopo, ode dietro di sé il grido soffocato del torpediniere che già pericola; ode l’utima voce di Ciro che annega; vede davanti a sé il gruppo degli altri tre nuotare più veloce verso ponente. Rimane solo. Il mare è sempre deserto. Lo scirocco rinfresca. Sul far della sera, dopo circa sei ore di nuoto, il naufrago avvista la Mula di Muggia, ha l′illusione della salvezza, la tentazione dell’approdo. Ecco il momento eroico di questo gran cuore marino. La terra è là, sinuosa e bassa, coi suoi lunghi dossi violacei. La sera sinistra cala su la solitudine non interrotta né da una scia né da una traccia di fumo. Lungo la costa nemica si accendono i fasci di luce che scrutano il cielo e il mare ostili. Dai cannoni che tuonano su l′Isonzo, si propaga il rombo per tutto il golfo. Nessuna stella sgorga dal crepuscolo che s’abbuia. Laggiù, sul fondo di sabbia e di fango, sotto lo specchio d’acqua ove continuano a pullulare la nafta e l’aria, il Jalea morto giace coi suoi morti. Un d′essi è scivolato fuori dalla falla di poppa, e va fluttuando nella striscia oleosa. Dove sono i tre nuotatori che mostravano di aver tanta fretta? Dov′è Biagio di Tullio? dov′è Guido Cavalieri? Hanno raggiunto la costa? hanno preso terra a Grado? già in salvo? Un materasso di gomma galleggia trasportato dalla marea, là, verso il Banco d′Orio. Vietri, che vuol dire costanza, mentre fa il morto, supino su l′onda squamosa, considera pacatamente le probabilità di salvezza e delibera. Sa che alla Mula di Muggia in quell’ora non c’è anima viva e che, se riescisse ad approdarvi, si troverebbe tutta la notte abbandonato in una spiaggia perfida di rena e di melma. A progredire verso Grado la corrente non gli è favorevole, anzi lo respinge al largo per levante. Ma quella stessa corrente, s’egli la segua invece di contrariarla, lo aiuterà forse a ridiscendere verso Grado nella prima luce del mattino. Gli conviene dunque riallontanarsi dalla terra e prepararsi a passare in mare una notte di circa nove ore. Non esita, non si scoraggia, non dubita delle sue forze, non ha paura dell’ignoto, non è stanco di lottare e di patire. « O cuore, sopporta. » Ed è un cuore di vent’anni!

Riconosce il proiettore austriaco di Duino; e su quello si regola per determinare via via la direzione e la velocità della deriva. Tutta la notte vede balenare, ode tuonare la battaglia lontana su l′Isonzo affocato. Il cuore non gli vien mai meno, né la mente gli s’offusca. È duro, costante, vigile, sagace. Come non si lascia sopraffare dall’ansia, così non si lascia vincere dal freddo, dalla sete, dalla fame. Sono passate quattro ore, e la notte è al colmo. Fra quattro ore comincerà ad albeggiare. La sua pazienza d’uomo supera la pazienza della notte. Il vecchio marinaio d’Itaca non è più virtuoso di questo imberbe marinaio campàno. Il sale lo impregna e lo preserva. Le stelle gli sono fauste. Alla diana egli scorge di nuovo la terra, avvista la riva di Grado. Allora getta il suo primo grido, il saluto del risveglio, il richiamo del gallo. Chiara è la voce, e aumenta con la luce. È la novissima giovinezza d′Italia che saluta il giorno, temprata nel suo mare. S’ode la voce su la spiaggia latina, nel vecchio porto dei Patriarchi, nelle acque gradate. Allora la sorte a tante prove così crude aggiunge un’ultima prova, la più cruda. Alla voce di soccorso ripetuta, escono senza indugio un battello a elica e una piccola barca lagunare, un topo da pesca; e si mettono alla ricerca del naufrago. Ma il capo cannoniere che guida il battello, quando è sul punto di scoprire il nuotatore, scorge un velivolo austriaco che traversa il golfo da Trieste volando verso Grado. Il rombo del motore impedisce di riudire la voce sottovento. Egli tralascia la ricerca e ritorna nel porto, sotto la minaccia del nemico aereo. Il naufrago distante lo vede coi suoi occhi scomparire. Dopo la sedicesima ora di resistenza inumana, quando pare che il suo patimento sia per finire, ecco che egli deve chiedere al suo cuore un nuovo sforzo, il più difficile! Resiste anche alla disperazione. Aspetta che il velivolo passi, che il rombo si dilegui; e ricomincia il suo clamore. Il battello esce di nuovo; fa rotta ad ostro, verso l′origine della voce; avvista finalmente l′uomo, in vicinanza del gavitello che è posto al largo. Il capo cannoniere s′alza in piedi e grida di lontano al nuotatore: « Viva l′Italia!».

Vietri, che vuol dire ardore, si leva con tutto il petto fuori dell′acqua e risponde con tutta la possa dei suoi polmoni: « Viva l′Italia! ». Quando il battello gli è vicino, egli lo raggiunge con due bracciate; poi, senz’aiuto, pontando le braccia, sale a bordo. Respira; sorride; chiede da bere. Gli uomini del battello sono confusi: non hanno portato né acqua né cordiale. Uno gli offre una sigaretta, peritoso. Egli franco la prende, l′accende, tira qualche boccata di fumo, con gli occhi socchiusi, con un′aria di contentezza infantile, come se riassaporasse la vita di bordo, come se ritrovasse il primo tra i piaceri del marinaio. Sbarcato, condotto all’infermeria, non perde mai le forze, non si lascia mai vincere dal malessere e dalla stanchezza. Conserva la sua disciplina in ogni atto, in ogni motto, come – dopo sedici ore di mare –  la sua pelle serba il buon colore di frumento e la ferma grana, conciata all’uso nostro, all’uso d’Italia, non con la vallonea spenta nell’acqua di mortella, ma col sale e col sole. Quando nomina la sua nave perduta, quando parla del suo comandante e dei suoi compagni rimasti nel fondo sepolti, quando apprende che nessuno è giunto in salvo, di quelli esciti con lui dal portello di prua, il dolore lo stringe: un dolore senza lacrime, un dolore d’eroe, che par gli intagli quel dolce volto con uno scalpello più severo. Resta mutolo e fisso, col capo reclinato. L’acqua salsa gli cola dall’orecchio giù per l’omero nudo.”

Alla retorica di D’annunzio va aggiunta anche la retorica di Stato: Re Vittorio Emanuele di “moto proprio”, con Regio Decreto 7 novembre 1915, conferisce la Medaglia d’Argento al Valor Militare ad Arturo Vietri con la seguente motivazione: “Per il coraggio contenuto in occasione della perdita del sommergibile su cui era imbarcato, prestando soccorso ad altri naufraghi e conservando sempre calma, fermezza e coraggio, finché – dopo aver nuotato per oltre 16 ore – riuscì finalmente a salvarsi sulla costa nazionale, mentre gli sarebbe riuscito assai più facile raggiungere la costa nemica, ciò che non volle per non essere fatto prigioniero”.

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Il giovane marinaio Antonio Cocco.

La “piccola storia” invece ci presenta tutta l’umanità di Antonio Cocco, sicuramente non un “eroe” ma una persona con degli affetti a cui teneva molto, come emerge chiaramente dalla sua ultima lettera, scritta poche settimane prima di morire, di cui riportiamo qualche passaggio.

“Venezia 10 Giugno 1915

Mia Diletta Rosi, stante il pericolo che continuamente pende sul mio capo, è meglio finché sono in tempo che ti lasci due righe onde confortarti nel momento in cui immagino più ne avrai bisogno. Certamente, quando avrai questa mia sarai già informata della triste nuova, perciò sarà inutile che ti nascondessi la verità. Prima di tutto, ti raccomando di non distruggerti in pianto e perderti in disperazioni inutili che non farebbero che danneggiare la salute tua e di conseguenza quella del bambino; sii forte, e sopporta con rassegnazione ciò che il Signore vuole, e pensa che è a tuo figlio solamente, al suo e tuo avvenire, che devi pensare perchè io non posso più farlo. Leggendo queste mie righe penserai, come al tuo solito, che non ti ho mai amato, se no non saresti così indifferente, dirai tu; mentre ti giuro solennemente che dal giorno che ti conobbi, ho sempre avuto per te un affetto che non ha pari; e sempre ti ho amato maggiormente, finché questa cassa di ferro mi ha portato sul fondo del mare.

[…]

Sono franco nei miei detti, perchè ti ripeto, in momenti simili sarebbero inutili delle chiacchiere, mentre ti abbisognano utili consigli. A chi vuoi che non dolga il morire nel fior dell’età, e con la speranza di un prospero avvenire? Mi dispiace tanto, perchè ero felice ma più di tutto perchè penso che lascio una famiglia senza mezzi, senza aiuto alcuno; e credi pure che questo è l’incubo dei miei pensieri che giornalmente mi frastuonano il cervello. Vedi tesoro; se io sapessi che dopo la mia morte, voi avreste un aiuto, una ricompensa per questo mio sacrificio; se fossi certo che non vi mancassero le cose necessarie alla vita; se io sapessi in fine che anche il mio angioletto verrà allevato bene e un giorno sarà il tuo aiuto, la tua consolazione… Ah! allora morirei più contento.

[…]

Per tutto il resto sono pronto a tutto, sono militare ed il dovere m’impone di fare il possibile per difendere la patria; e lo farò a tutti i costi; nulla mi farà indietreggiare. No Rosi, non dire che non sono stato coraggioso come l’altra volta mi dicesti; dì piuttosto che il destino mio era questo, e che la sorte ha voluto così e così sia. Dunque da parte tutto, pianti, disperazione; ormai tutto sarebbe inutile, pensa che riposerò più tranquillo se coglierai la catastrofe con virile rassegnazione. Ed appena il tuo dolore sarà calmato, pensa all’avvenire. Spero che ti daranno la pensione, perciò quando sarà finita la guerra, ti recherai alla Caserma di Marina, e là ti farai dare spiegazione, se no scrivi al Ministero della Marina.

[…]

Tutto quello che era mio, ora è tuo, disponi come meglio credi. Stabilisciti ove meglio credi, ma credo sarebbe meglio a Rossano ove hai tante conoscenze e potrai avere qualche aiuto. Tullio quando sarà grandicello domanderai di metterlo in collegio dove vanno gli orfani dei sott’Ufficiali. Ti raccomando di educarlo bene e finché l’avrai teco, e poi raccomandalo a chi lo consegni, perchè al giorno d’oggi nei collegi c’è poco da sperare, e se vivevo io non lo mettevo di certo. Speriamo che venga di indole buona ed intelligente come dimostra di esserlo; almeno ti sia di consolazione a te che avrai la grazia di vederlo crescere. Ah caro il mio Tullio! Povero angioletto, sei nato proprio sotto una cattiva stella, dalla tua nascita ebbero inizio i dolori dei tuoi genitori, ed ora sei orfanello, e chi sa se avrai la fortuna di essere aiutato. Il babbo tuo è morto per la patria, combattendo per te, per il tuo avvenire. Ricordati qualche volta, ed aiuta la tua mamma quando sarai grande, come io ho fatto con la mia. Se fosse vissuto il tuo babbo avrebbe fatto il possibile per assicurarti un avvenire ma giacché tu sei dei più sfortunati sulla terra, e Dio tell’ha tolto; ma coraggio, coraggio sempre.”

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Infine “Grande e piccola storia” si incontrano nell’epilogo del 1954. Il relitto dello Jalea, nel marzo di quell’anno, viene infatti recuperato e demolito. In esso si trovavano ancora i resti dei 12 marinai rimasti intrappolati nel fondo del mare per quasi quarant’anni. I resti furono in qualche modo riconosciuti e il 6 giugno 1954 si celebrarono i Funerali di Stato a Monfalcone e i resti vennero inumati nel 22° gradone del Sacrario di Redipuglia. Presente anche Arturo Vietri che, ironia della sorte, morirà pochi mesi dopo. Fra i sepolti a Redipuglia anche il Capo Torpediniere Elettricista Cocco Antonio, morto all’età d’anni 32.


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