Storia Dentro la Memoria


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ELEMENTI DI ARCHITETTURA DEL SIGNOR FRANCESCO MARIA PRETI (10^ parte)

CAPITOLO XXII.

Della Costruzione.

La costruzione è un punto essenzialissimo per l’Architetto, che quando in riguardo alla stessa commette errore, mostra chiaramente di non intender l’arte, della quale fa professione. Per darne una idea prendiamo a considerare un edificio di figura circolare sostenuto da colonne isolate, e ci venga proposto di stabilire la pianta de’ plinti delle mentovate colonne. Se i lati di un plinto tendessero al centro della figura, ne nascerebbe l’inconveniente, che la faccia interna sarebbe più picciola della esterna. Ci riuscirà di evitarlo, se descritta pei due centri della figura, e della colonna una linea, condurremo a questa paralleli i due lati del plinto, intersecandoli con due porzioni di circoli concentrici alla figura, che tocchino internamente, ed esternamente il circolo delineato col raggio eguale a quello della colonna più l’agetto della base, e formino le faccie interna, ed esterna del plinto, le quali adequatamente si eguagliano. Pecca contro la retta costruzione, chi fa ineguali gl’intercolunnj negli angoli di un vaso; chi non salva le medietà principali, e secondarie; chi usa le risalite senza ragione; chi non continua le linee, e spezza gli architravi, le cornici, ed i frontespicj; chi non dà ad un vaso principale la debita altezza; e chi per esempio in una Chiesa non determina tutti gli archi proporzionali all’ordine, e simili per conseguenza. In questo Tempio di S. Liberale gli archi maggiore, medio o dell’ordine, e minimo, le nicchie da statue, ed anche la cupola accettano la proporzione Jonica, ed hanno la larghezza all’altezza come 1 a 2 .Delle regolari strutture delle volte ne ho già parlato. Veggonsi frequentemente degli errori massiccj nei Presbiterj o Tribune delle Chiese, perché gli Architetti non ne intendono bene la costruzione. Per lo più una tribuna è formata da quattro archi maggiori, le cui parastadi o si toccano, o sono talmente lontane, che lasciano luogo per quattro cantoni, o per altrettante colonne isolate, che devono servire per sostenere la volta. La idea della Tribuna di S. Liberale io la ho presa da quella di S. Fantino in Venezia architettata dal Sansovino, correggendo soltanto gli sbagli, che questi commise nella costruzione della volta. Io ho fatto piombare la volta sulle quattro colonne isolate, ed egli sopra le stesse vi ha posto quattro archi concentrici a quelli della Tribuna, e sopra gli archi la volta, incorrendo con ciò in tre difetti; il primo di metter gli archi sopra le colonne; il secondo d’introdurre archi dissimili a quelli della Chiesa; il terzo di privar le colonne dell’ufficio loro immediato di sostenere la volta. Possono ancora farsi le Tribune con due archi grandi, e con due dell’ordine posti lateralmente, a lato de’ quali siaci, o non siaci di parte, e d’altra un intercolunnio. In tali circostanze si lavorerà sempre la volta a due venti, interrompendola con due lunule al di sopra degli archi medj. In altra foggia ragionevolmente non si costruiscono le Tribune, non venendo permesso d’introdurvi nuove arcature, che non sieno nel Tempio. Ricusa la buona costruzione, che all’ordine secondario il piedestallo si sottoponga. Imperciocché se lo ha anche il principale, i piedestalli insieme contrastano, quando sono proporzionali agli ordini: e se il piedestallo è comune ad ambo gli ordini; all’uno ed all’altro non può stabilirsi proporzionale. Che se il principale è a terra, i moduli dei due ordini si corrispondono in ragione troppo lontana. Siccome il porre l’ordine principale sul piedestallo, ed il secondario a terra avvicina i due moduli; così l’operar a rovescio produce un effetto contrario, che non merita approvazione. Giorgio Spavento nella per altro bellissima Chiesa di S. Salvatore in Venezia ha collocato ambi gli ordini primario, e secondario sul medesimo piedestallo, difetto condonabile al tempo, in cui fiorì quell’insigne Architetto. La Chiesa di S. Salvatore fu principiata dallo Spavento, proseguita da Tullio Lombardo, e terminata dal Sansovino. Quando s’intraprende un disegno, bisogna aver mira all’esterno, e all’interno dell’edificio, onde riesca a dovere la sua total costruzione, la quale si otterrà con molto studio, e fatica, ponendo in pratica le regole in questo, e negli antecedenti Capitoli da me spiegate.

F. M. Preti, altare maggiore e presbiterio della chiesa parrocchiale di Tombolo (PD)..

F. M. Preti, altare maggiore e presbiterio della chiesa parrocchiale di Tombolo (PD)..

 

CAPITOLO XXIII.

Della Magnificenza.

Riesce tanto più magnifico l’edificio, quanto più grande è il diametro delle colonne; e perciò le fabbriche antiche Romane, quantunque non esatte nel disegno, sorprendono chi le mira per la immensità della mole. Produce questa tal maraviglia, che impedisce frequentemente quelle riflessioni, che si farebbero, se fossero più picciole le misure dell’edificio. Dobbiamo adunque per quanto è possibile coglier vantaggio dalla grandezza: e poiché le ricchezze de’ tempi presenti sono a quelle dell’antica Roma molto inferiori, egli è d’uopo supplir con l’arte, e far comparir grandi que’ vasi, che realmente nol sono. Ho già detto, che nelle fabbriche tre maniere di strutture possiamo usare, una robusta colle colonne a terra, l’altra di mezzo colle colonne sul piedestallo, la terza gracile col piedestallo sotto le colonne, e l’attico al di sopra. La maniera robusta avrà sempre magnificenza per due ragioni: la prima perché il diametro delle colonne diviene assai grande rispettivamente alle altre due foggie: la seconda perché meno divisioni, e meno riquadri si fanno. Il motivo per cui incontra nel genio universale la picciola Chiesa di Vallà, non d’altronde deriva, che da questo principio. La colonna in essa ha piedi due, ed oncie due di diametro, il quale nella Chiesa assai più grande di S. Liberale cresce soltanto per oncie due. Nasce ciò perché nella maniera robusta l’altezza, detratta la volta, viene occupata dal zocco, falò piedestallo, dalla colonna, e dalla trabeazione, e nella maniera gracile dal zocco, dal piedestallo, dalla colonna, dalla trabeazione, e dall’ordine Attico. Supponiamo accomodata la maniera robusta alla chiesa di S. Liberale. Richiederebbesi dalla stessa l’ordine Corintio col diametro a un di presso di piedi tre, che supererebbe per oncie otto quello delle colonne, che presentemente l’adornano. Non resta per altro, che ancor la struttura del piedestallo, e coll’Attico non abbia il suo merito; poiché se manca di quella magnificenza, che ritrovasi nell’ordine a terra, ha nondimeno un’indole gentile fornita di un altro genere di bellezza. Tanto più quanto che non è possibile di adattare ad ogni circostanza l’ordine a terra, rendendosi in molt’incontri necessarie, e la maniera media, e la gracile.

Gli ornamenti troppo ricercati o levano, o scemano la magnificenza alle fabbriche. Egli è d’uopo, che formino ornamento le parti necessarie, e non più, dovendosi schivare le riquadrature, ed altre cose di simil genere. Un certo liscio, ed una giudiciosa economia di ornamenti produce certamente maestà. In fatti nella mentovata Chiesa di Vallà non sonovi riquadri di sorte alcuna, ed i quadri nella Tribuna si rendono necessarj per riempire lo spazio, che resta sopra le sedie, e per esprimere in essi i fatti principali di S. Gio: Battista, a cui la Chiesa è dedicata. Il Paladio era nell’ornar molto parco, ed anche per questo motivo riescono maestosi i suoi edificj. Le stuccature, e gli ornamenti a grottesco ad un Tempio, e ad un vaso grande tolgono la maestà, la quale non si ritroverà giammai, che nel semplice. Gli aspetti de’ Tempj Romani solevano esser formati da quattro, sei, oppure otto colonne cannellate sostenute da un rustico, e sormontate da un frontispicio, nel triangolo del quale vi collocavano un basso rilievo istoriato di marmo. Piacciono queste facciate per la loro grande semplicità, che aggiunta alla grandezza forma un non so che di magnifico, che sorprende, e che fa dire non essere più possibile di operare come han fatto i Romani, perché la buona Architettura è perduta. S’ingannano in ciò certamente, non essendo altrimenti l’Architettura perduta, bastando, che chi la esercita osservi le regole, e sfugga i raffinamenti. In somma il magnifico va congiunto con la semplicità, la qual è tanto più difficile, quanto che vi si giunge dopo aver calcate le vie più composte; avendo gli uomini il difetto, che immaginandosi molto difficile da ottenere una cosa, anziché nella semplicità, ne vanno in traccia nella massima composizione. Avviene ciò a giovani singolarmente, ai quali manca la lunga esperienza, che spiana innumerevoli difficoltà, ed insegna a conciliare la semplicità colle convenienze dell’edificio.

CAPITOLO XXIV.

Della Unità.

La prerogativa della Unità compete eminentemente all’Universo, opera prodigiosa dell’Ente Supremo, ed ha parimenti luogo nelle Arti, che furono invenzioni degli uomini. Il punto difficile sta nello scoprire i fonti, da cui l’unità deriva, e di questi appunto ne parleremo in riguardo all’Architettura. Siccome la natura è una, e varia nel medesimo tempo; così fa di mestieri, che anche le Arti nella loro unità contengano variazione. In Architettura abbiamo colonne, piedestalli, trabeazioni, arcature, volte, e cupole, e mille altri ornamenti, i quali appunto son quelli, che adoprati a dovere formano la variazione congiunta colla unità. Ho detto, che gli archi esser devono simili, e la ragione si è, perché essendo tali, conservano l’unità, e producono la variazione. Gl’intercolunnj possono, e deggiono essere diversi; ma non a capriccio; ed in quella guisa, che si usano tre arcature, maggiore, media o dell’ordine, o minima; non altrimenti tre varj intercolunnj dobbiamo adoperare, le cui larghezze in semplici ragioni si corrispondano. E qui mi dichiaro di non computare qualche strettissimo intercolunnio di mezzo diametro, o di un intero, che pure qualche volta si rende necessario nel finimento delle facciate per occupar quello spazio, che corrisponde alla muraglia di fianco, quando è assai grossa. Se nella lunghezza di una Chiesa a più navi ci siano tre arcature diverse, la picciola si ponga sempre vicina alla grande, e quella dell’ordine in mezzo a due picciole. In questa guisa si hanno le volte variate a quattro venti, a due venti, a due venti con lunule, si ottiene la medietà secondaria, e conservasi la unità, perché ogni cosa dagli archi simili, e proporzionali all’ordine è derivata. Quando le colonne sieno a dovere disposte, anche i lacunari riescono varj, succedendo il quadrato al bislungo, o al contrario con unità di vicenda. Qualora entriamo in una Chiesa, e vediamo, che le porte, le finestre, gli altari, i confessionali, ed ogni altra cosa dell’ordine secondario dipende, e che quest’ordine senza interrompimento per tutto l’edificio cammina; ci persuadiamo evidentemente, che le dette parti non possono essere né più grandi, né più picciole, e la loro concatenazione forma senza dubbio unità all’occhio sommamente aggradevole. Le cornici spezzate, i carrocci, ed altri sì fatti abusi, oltre all’esser lontani dall’istituto dell’arte nostra, ed al peccare contro la robustezza, fanno certamente perdere la unità. Resta questa pregiudicata anche dai colori, quando non sono bene accordati, il che succede parimente in un quadro privo dell’armonia delle tinte. In somma se entrando in un edificio si vede una parte, che discorda dal rimanente, ne restiam disgustati, quantunque considerata in se stessa sia molto bella. Conviene adunque disporre le cose in guisa, che il tutto formi una certa armonia, che piaccia, ed attragga per così dire lo spirito ancora senza che la ragione almeno al primo aspetto s’intenda. Pochi altari si mirano, che non sieno formati di varie pietre colorate, ed anche delle più sfacciate. Io per me non voglio altari, che di un solo, o di due colori al più, che sieno analoghi, e si accordino insieme. I capitelli, e le basi di bronzo richiedono qualche ornamento dello stesso metallo nell’antipetto, e nel frontispicio. Si può metter nel primo almeno una Croce, e nell’uno e nell’altro un basso rilievo, collocando ancora, se così piace, due statue sopra del frontispicio; onde coll’uso, e congrua disposizione di un tal metallo la magnificenza dell’altare si accresca.

Li pavimenti comunque si fanno di colori diversi, e spesso discordanti fra loro, che non contentano la vista. In fatti nella Tribuna del Santo di Padova l’accoppiamento del nero, e del rosso produce un cattivo effetto. Il più bello di tutti li pavimenti si è quello, che si compone con tre tinte, la prima alta di qualsivoglia colore, la seconda bianca, e la terza media. In questo modo è disposto il pavimento della Madonna detta della Loggia in Castelfranco. Esso è di tre colori, bianco, rosso, e carnatino, ch’è il medio, e sembra di rilievo, facendo figura il bianco di chiaro, il carnatino di mezza tinta, ed il rosso di oscuro. Bellissimo riuscirebbe il pavimento formato di pietra bianca, nera, e cenericcia, e lodevoli altresì tutti quelli, che osserveranno la legge della mezza tinta, che serva di legamento a due tinte distanti; poiché l’unità in questi casi si salva, ed in altri molti totalmente perisce.

IL  FINE

F. M. Preti, Prospetto longitudinale della chiesa parrocchiale di Salvatronda (TV).

F. M. Preti, Prospetto longitudinale della chiesa parrocchiale di Salvatronda (TV).

NOI RIFORMATORI

DELLO STUDIO DI PADOVA

Avendo veduto per la Fede di Revisione, ed Approvazione del P. F. Gio: Tommaso Mascheroni Inquisitor General del Sant’Offizio di Venezia nel Libro intitolato: Elementi di Architettura ec. del Signor Francesco Maria Preti ec. MS. non v’esser cosa alcuna contro la Santa Fede Cattolica, e parimenti per Attestato del Segretario Nostro, niente contro Principi, e Buoni Costumi, concediamo Licenza a Giovanni Gatti Stampator di Venezia, che possi essere stampato, osservando gli ordini in materia di Stampe, e presentando le solite Copie alle Pubbliche Librerie di Venezia, e di Padova.

Dat. li 24 Luglio 1780.

( Alvise Vallaresso Riformator.

( Andrea Tron Cav. Proc. Riformator.

( Sebastian Foscarini Cav. Riformator.

Registrato in Libro a Carte 438 al Num. 1756.

Davidde Maarchesini Segr.

Adì 26 Luglio 1780

Registrato nel libro del Magistrato Eccellentissimo contro la Bestemia a Carte 95

Gio: Andrea Sanfermo Segr.

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 1780 F.M. Preti, Elementi di architettura, Venezia 1780
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ELEMENTI DI ARCHITETTURA DEL SIGNOR FRANCESCO MARIA PRETI (9^ parte)

CAPITOLO XIX.

Degli Ornamenti interni, e dei Colori.

Si orna internamente un edificio con pitture, stucchi, intagli, specchi, cristalli, dorature, tappezzerie, rimessi, pavimenti a finto marmo, o a disegno, marmi fini, vernici, majoliche ec. Le camere si fanno o a volta, o a travatura. Si dipingono intieramente le volte, o si stuccano, o pure si mescola lo stucco colla pittura, il che riesce assai più grazioso. La volta dipinta può contenere una sola storia, esempigrazia un Giove fulminante nel mezzo, ed una caduta di Giganti allo intorno, che giungano fino alla cornice, e quando non si volessero usare tappezzerie, si potrebbe ommettere la cornice, e continuar la pittura fino ai canapè, la cui altezza dovrebbe eguagliare quella del basamento. Ci sarà ancor permesso di ornare una volta con un quadro in mezzo, e vari ripartimenti all’intorno, nei quali se s’introdurranno figure dipinte coi colori naturali, dovranno essere della stessa grandezza di quelle del quadro, ed anche alquanto maggiori per essere all’occhio un po’ più vicine. Se si dipingeranno a chiaroscuro, onde rappresentino una scoltura, la loro grandezza sarà arbitraria. Postoché non solo la volta, ma ancor le pareti si adornino cogli stucchi, fa d’uopo osservare, che le medietà in quella, ed in queste sieno corrispondenti. Quando si osservi questa legge, non si vedranno mai stanze col letto mal collocato, né le mobiglie poste senza ordine, ma ogni cosa si riferirà in mutua armonia, il che produce un ottimo effetto. Chi vuol vedere a che grado può giugnere una ben pensata disposizione, bisogna, che osservi due camerini a stucchi, che sono in casa Riccati, li quali benché sotto squadra, conservano nulladimeno tutte le convenienze da me indicate. Nelle travature si pongono talvolta le alette alla Bolognese, e si dipingono o con una tinta sola, o a cannellature, o a grottesco secondo l’idea del Pittore insieme, e dell’Architetto. Le tappezzerie per ordinario occupano il sito fra il basamento, e la cornice, e non di rado si cingono con un contorno, che si adorna cogli stucchi, o cogl’intagli dorati, che rinchiudono degli specchj in mille foggie pittoresche, e fantastiche. Secondo che si sceglie una maniera piuttostoché l’altra di adornamento, egli è d’uopo sempre aver mira alla continuazion delle linee, punto sommamente importante in Architettura. L’altezza per esempio del basamento, più quella del mentovato contorno si eguaglierà all’altezza del podio delle finestre. Non mi estendo sopra ciò maggiormente, e noto soltanto, che se tutti quelli, che hanno parte nell’addobbo di una stanza, dipenderanno dall’esperto Architetto, ne risulterà un aggregato di cose, che avranno mutua corrispondenza, e recheranno diletto anche a chi non è di tali materie intendente.

Ora passo a ragionar dei colori, dell’accordo de’ quali sono i Pittori i giudici competenti. Scelta la tappezzeria, colla qual si vuol addobbare una stanza, egli è necessario, che i colori, che hanno luogo nel pavimento, nel basamento, nei sotto balconi, nella cornice, nella volta ec., si leghino in armonia con quelli del fornimento; dimodoché unità dilettevole mista con giudiciosa varietà le parti tutte insieme congiunga. Operando in tal guisa succederà, che passando da camera a camera si muti scena continuamente con piacer sommo dell’occhio.

F. M. Preti, pianta della chiesa parrocchiale di S. Andrea di Tombolo.

F. M. Preti, pianta della chiesa parrocchiale di S. Andrea di Tombolo.

CAPITOLO XX.

Degli abusi.

L’Architettura ha tratto l’origine dalla imitazione delle fabbriche di legno, e perciò le colonne servono per sostenere la trabeazione, e gli altri pesi superiori, e la cornice ha per oggetto di allontanare la pioggia dal piede dell’edificio. Il frontispicio scola l’acqua di parte e di altra, e libera pressoché totalmente l’ingresso del tempio, o del palagio dallo stillicidio della cornice, ed un simile vantaggio producono i frontespicj delle porte, e delle finestre. Se poi le colonne, le trabeazioni, i frontespicj, e le altre parti dell’Architettura formano ornamento, addiviene ciò, perché sendo con ragione stabilite, furono dai Greci a noi tramandate, pressi i quali fioriva eccellentemente il disegno. Egli è d’uopo pertanto, che non ci dilunghiamo dai ricevuti principi, e che per conseguenza non si sostituiscano alle colonne i cartocci, non si spezzino i frontespicj, si dia alle cornici un agetto conveniente, non troppo grande, perché correrebbe pericolo di cadere, non troppo piccolo, perché non coprirebbero l’edificio. Non mai deggiono mettersi colonne in angolo, che in faccia de’ riguardanti presentino gli angoli salienti delle trabeazioni, dei capitelli, dei plinti, dei piedestalli, dei zocchi. Si dia bando alle finestre di figure irregolari, che oltre al costare più delle semplici o rettangole, o arcuate, non si difendono mai dalla pioggia. Alcune de’ nostri giorni cominciano le colonne a guisa di un vaso, oppure sostituiscono questo al piedestallo, ed indi sopra vi pongono una colonna per la terza parte cannellata, e per le due altre ridotta a spira; le quali licenze devono a tutta possa fuggirsi, onde l’Archietettura non degeneri dalla sua instituzione, e non divenga fantastica irregolarmente, e da scena. Gli Scultori, e i Pittori hanno pregiudicata quest’arte co’ loro capricci. Il P. Pozzi Gesuita eccellente nella Prospettiva, e che ottimamente dipinse la volta del Gesù di Roma, si mise a fare degli acconciamenti per Chiese, per i Sepolcri della Settimana Santa, e per l’Esposizione sul gusto di una scena da Teatro, i quali sendo stati applauditi, perché pieni di fantasia, ben disposti, e coi colori accordati, passarono tosto dalla carta, e dalla tela alle fabbriche di pietra, e con ciò fu dato l’ultimo tracollo all’Architettura. Non si ristrinsero dentro a questi limiti i Milanesi, ma schivati gli angoli retti, incurvarono le muraglie, le quali cose se non altro alla durata degli edifici recano nocumento. Quanto più la struttura è fornita di ragionevole bella semplicità, tanto maggiore l’occhio contenta, che si compiace di ciò, che giunge ad intendere. Sarebbe desiderabile, che i Tagliapietra singolarmente non avessero mai posto mano nell’arte, di cui parliamo, i quali credono di farsi onore con certe strane invenzioni distanti dalla ragione, ignari del gran principio, che nella elegante studiata semplicità sta il difficile, chiamata perciò da Quintiliano dificillimam facilitatem. Andrea Paladio, uomo tanto distinto, nota varj disordini, che debbono fuggirsi in Architettura, e fra gli altri quello di rompere le cornici, ed i frontespicj e pure nel suo libro, e nelle sue fabbriche se ne veggono de’ tagliati. Esaminando l’origine di questo errore, credo, che sia provenuto dal malamente legare l’interno coll’esterno, la qual cosa senza il metodo da me sopraindicato egli è impossibile di evitare generalmente. L’arti tutte incominciate per bisogno, migliorate pel comodo, ed abbellite dal lusso, deteriorarono poscia passando al raffinamento. Tutto ciò è intervenuto all’Architettura. Le prime fabbriche si costruirono di legno per pura necessità, il quale fu da Greci in pietra viva cangiato, che possedendo perfettamente il disegno, diedero ai loro edificj elegantissime forme. Dai Greci passò quest’arte ai Romani, e nel secolo di Augusto pervenne alla perfezione, e si sarebbe inoltrata al raffinamento; se ne’ tempi posteriori non fosse decaduto il disegno. Successe poi la maniera Greco-Barbara, che durò fino al secolo XIII, in cui fu portata a noi dalla Germania la Gotica Architettura. Si pensò di restituirle il buon gusto nel secolo XV, e Bramante fu uno de’ primi ristoratori. Abbandonate le forme Gotiche, si diede ad imitar le Greche, e Romane; ma siccome non si perviene salvoché per gradi alla perfezione, si attenne a quella maniera, che io soglio chiamar Greco-Barbara, della quale abbiamo un illustre esempio nella Chiesa, e facciata di S. Zaccaria in Venezia ideata dallo stesso Bramante. Nel secolo XVI in cui le bell’arti a gara fiorirono, fu coltivata l’Architettura da uomini valentissimi, che la condussero a quella perfezione, che scorgesi negli Edifici dello Spavento, del S. Micheli, di Rafael d’Urbino, e di Michelangelo Buonarroti, del Sansovino, del Serlio, del Paladio, del Vignola, dello Scamozio, e di altri parecchi, e quantunque questi autori abbiano operato per imitazione delle antiche strutture più che per metodo; sarebbe desiderabile, che lo loro simmetrie non fossero state cangiate. Inclinò alquanto l’Architettura a divenir Greco-Barbara nel secolo XVII, ma nel presente passò ai capricci, ai raffinamenti, e perdé quel carattere sodo, e maestoso, ch’è tanto a lei naturale. Egli è d’uopo adunque fuggire al possibile le maniere difettose, adottare le buone, certi essendo, che verrà sempre lodato un Edificio con ragione condotto.

F. M. Preti, prospetto della facciata esterna ed esterna della chiesa di S. Andrea di Tombolo.

F. M. Preti, prospetto della facciata esterna ed esterna della chiesa di S. Andrea di Tombolo.

CAPITOLO XXI.

Della origine degli Ordini Greco-Barbaro, e Gotico.

Dacché l’impero di Roma dopo gli anni di Augusto cominciò a decadere, sostituito alle antiche virtù il soverchio lusso, la crapula, la lascivia, colle altre arti degenerò parimente l’Architettura, divenendo a poco a poco di quel genere, che Greco-Barbaro da me si appella. In fatti questo è il destino delle arti, le quali non si fermano nel più sublime grado di perfezione, quando mutuamente non si sostengano, e non vengano validamente protette da uomini splendidi, ed amatori del pubblico bene. Qualmente poi sia depravata l’Architettura, parmi cosa non difficile il dimostrarlo. Perduto in gran parte il disegno, incominciarono a sovrapporre gli archi alle colonne rotonde, ommettendo le parastadi, che devono sostenerli, indotti forse a ciò fare dall’abbondanza di colonne di marmi preziosi, e dal non aver in pronto altra pietra per formarne il restante. Così si addossavano ad un solo sostegno la trabeazione, e due archi, i quali scarseggiando di spalla, non potevano aver sussistenza. Per opporsi allo sfiancamento, sostituirono le chiavi di ferro alle pile, delle quali per altro non ci possiamo intieramente fidare per le cagioni allegate, dove delle cupole abbiamo fatto parola. Si aggiunga, che facendosi un portico, che volti ad angolo retto, dagli sbancamenti dei due archi posti in angolo ne nasce una forza composta per la direzione della diagonale, a cui conviene provedere con una chiave per la direzione medesima. In Venezia alcune fabbriche di Rialto ebbero la disgrazia di precipitare per mancanza di opposizione alla forza testé mentovata. Innumerabili esempj potrebbero addursi di archi caduti per questa cagione; ma quello, che abbiamo avuto sotto agli occhi in questo Monastero di S. Giacopo, ne farà prova bastante. Le strutture di questa foggia s’idearono gli Architetti di ornarle collocando delle medaglie di marmi fini sopra le colonne, e sotto della cornice in que’ triangoli mistilinei, che sono formati dalle semicirconferenze superiori di due archivolti, e dalla linea inferiore della trabeazione. Molti esempi si veggono di questa maniera, e singolarmente le mura della Città di Spalatro, che servirono di recinto al palagio dll’Imperator Diocleziano.

Si continuò in tal guisa per molti secoli, benché sempre più rozzamente, fintantoché stabilita verso la fine del secolo XII la lega di Lombardia, e poscia la pace di Costanza, epoca fortunatissima per l’Italia, venne dalla Germania a Firenze un certo Lapo cognominato Tedesco, il quale cominciò ad operare su quel gusto, che Gotico fu appellato, introducendo nell’Architettura gli archi di sesto acuto, che nelle fabbriche anteriori non veggonsi. A costui successe Arnolfo, che nella detta città architettò S. Maria del Fiore, ed indi Ghiotto contemporaneo di Dante, che disegnò il campanile del medesimo Tempio. Io conghietturo, che dalle lunule delle volte abbiano tratta in qualche modo l’origine gli archi di sesto acuto. Nasce il contorno di una lunula costruita col metodo da me insegnato mediante la intersecazione di due ellissi eguali; e con due ellissi, o circoli eguali, che si tagliano, nasce l’arco di sesto acuto. L’unica differenza consiste in ciò, che respettivamente alle lunule i piani delle due ellissi formano angolo, ed in riguardo all’arco di sesto acuto le due ellissi, o i due circoli nello stesso piano verticale sono collocati. Abbondando di ricchezze in quel tempo l’Italia, s’innalzarono fabbriche sommamente magnifiche, e svelte soverchiamente. Gli angoli delle volte si ornarono con bastoni rotondi, e le finestre con intagli di marmo, terminandole con certi archi formati con più porzioni di circoli, de’ quali ne abbiamo un esempio in questo palagio Pretorio. I predetti intagli s’introdussero anche nel mezzo delle lunghissime finestre, che si usarono singolarmente nelle Chiese, riparandole con vetri di varj colori, ed anche storiati nella miglior maniera adattata al disegno, che cominciava a rinascere. Cimabue prima, ed indi Ghiotto si adoperarono a restaurarlo, e nel seguente secolo XV s’inoltrò sempre più a maggior perfezione, talmenteché anche l’Architettura, abbandonati gli archi di sesto acuto, al gusto Greco-Barbaro fece ritorno. Risalita poi la Pittura allo splendore dei tempi Greci, e Romani nel secolo XVI anche per opera del nostro Giorgione, pervenne altresì l’Architettura a quel grado di bellezza, al quale l’hanno condotta gli Autori nel precedente Capitolo mentovati. Posteriormente non meno che i Pittori gli Architetti divennero manieristi, essendo vero verissimo, ch’egualmente si pecca per mancanza di sapere, e per soverchio amore di novità. Non v’è poi licenza, che non si prendano gli Stuccatori, quando vestono l’abito di Architetti. Convien fuggire gli abusi, e la fantasia diriger con la ragione, non curando ciò, che se ne dica per ora; imperciocché verrà un giorno, che ripigliato il buon gusto, gli uomini condanneranno quelle foggie, che sono in pregio presentemente.
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ELEMENTI DI ARCHITETTURA DEL SIGNOR FRANCESCO MARIA PRETI (8^ parte)

CAPITOLO XVI.

Delle Ragioni Ottiche.

Anche le leggi ottiche hanno luogo in Architettura, dovendosi aver mira a ciò, che nascondono all’occhio gli agetti delle cornici, ed accorciandosi, e restringendosi un oggetto, quando si mira dal basso. L’estimativa supplisce, è vero, ma soltanto in parte, e perciò bisogna ajutarla. Un edificio lo posso vedere in più siti. Ridotte a computo le porzioni dagli agetti nascoste, e presane una media, dovrò questa aggiugnere per secondare la estimativa. Sia per esempio una Chiesa ornata coll’Ordine Attico, e potendo mirarlo all’estremità, o alla metà della lunghezza, all’estremità, o alla metà della larghezza, trovo col calcolo le parti coperte all’occhio nelle quattro stazioni dallo sporto della cornice dell’ordine, e la loro somma divisa per quattro determina la misura, per cui devo accrescere l’altezza dell’ordine Attico. La parte nascosa in un dato sito, esempigrazia all’estremità della lunghezza, si trova così. Come la lunghezza della Chiesa meno l’agetto della cornice all’altezza dell’ordine meno quella dell’uomo fino agli occhi, così l’agetto della cornice al quarto termine proporzionale, che si eguaglia alla parte nascosa, di cui si va in traccia. Dalle cose dette dipende la ragione, per cui si danno i dritti degli archi. Non si discosterà gran fatto dal giusto, chi stabilirà il dritto uguale allo sporto della cornice negli archi maggiori, ed a quello della imposta negli archi dell’ordine. I Romani, che facevano le fabbriche di una somma grandezza, accrescevano alquanto il plinto della base della colonna collocata sul piedestallo, e diminuivano meno le colonne più alte, benché appartenenti all’ordine stesso, a cagione che un oggetto apparisce più picciolo veduto da lontano, che da vicino. Essendo i nostri edifici di misure assai limitate, non abbiamo bisogno di questi riguardi. Si eccettuino le torri, le quali ascendendo a grande distanza, vanno assai poco diminuite. La diminuizione per altro le rende più resistenti, e robuste, accadendo difficilmente, che uscir possano dalla linea del piombo.

CAPITOLO XVII.

Delle Volte.

Data la pianta artificiale di un edificio, è data per conseguenza la volta, traendo questa l’origine da quella, e perciò ad una buona o cattiva pianta corrisponde una volta degna di lode, o di biasimo. Per ispiegare qualmente nasca una volta, supponiamo, che un arco cammini sempre parallelo a se stesso per la direzione normale al suo diametro, e che il circolo esteriore dell’archivolto generi una superficie semicilindrica, ci metterà essa sotto degli occhi una volta a due venti.

Abbiasi una tribuna quadrata formata con quattro archi maggiori, negli angoli della quale ci siano i cantoni, ovvero le colonne isolate. La intersecazione di due volte a due venti determina la volta di questa tribuna, dovendosi concepire levate le parti intersecate inferiori, che ingombrerebbero gli archi. Con tale artificio è costruita la volta della tribuna di S. Liberale, la quale è sostenuta dalle quattro colonne isolate qualmente il loro ufficio richiede.

Se si levassero le parti intersecate superiori, e si lasciassero le inferiori, nascerebbe una volta a quattro venti, che può del pari generarsi colla intersecazione di due volte eguali a due venti o circolari, o ellittiche. Una volta ellittica a quattro venti sopra una pianta quadrata si tagli per metà con una linea parallela a due lati opposti, e la sezione, che ne proverrà, sarà quella stessa ellisse, da cui è stata prodotta la volta. L’una delle due metà si allontani dall’altra, movendosi orizzontalmente per la direzione normale alla sezione predetta, e si supponga, che questa generi una volta a due venti. Con tal artificio ci si presenta una volta parte a due venti, e parte a quattro conveniente ad una pianta di figura rettangola, la quale si adattarebbe alle Chiese ad una sola nave, se non ci fossero lunule.

Ora è da vedersi come si generino queste lunule. Il diametro o asse maggiore dell’ellisse, che ha prodotto la volta della Chiesa si eguaglia alla larghezza della stessa meno due agetti delle colonne diminuite, l’una delle quali sta in faccia all’altra. Il semiasse minore dee superare la somma del raggio dell’arco maggiore più il suo archivolto per tale misura, che la progezione nel sottoposto piano orizzontale del contorno della lunula, che cinge l’arco predetto, sia un triangolo, i cui lati facciano colla larghezza della Chiesa, due angoli semiretti. Stabilita la mentovata misura, e supponendo descritta la volta della Chiesa senza lunule, dalla sommità dell’archivolto dell’arco maggiore si tiri la tangente all’ellisse, che passa pel centro dell’arco stesso, e si congiunga la detta sommità col centro dell’arco con una linea, che formerà un angolo ottuso colla tangente. Si giri quest’angolo intorno al centro dell’arco, e la tangente genererà la superficie di un frusto conico, che intersecandosi colla volta determinerà la lunula, la progezione del cui contorno nel piano orizzontale sarà un triangolo isoscele, che avrà alla base gli angoli semiretti.

Collo stesso metodo si stabilirà la superficie delle lunule, che cingono le mezze lune poste al di sopra degli archi dell’ordine, e si darà compimento alla volta della Chiesa a una sola nave. Le lunule corrispondenti alle mezze lune nella Chiesa del Redentore in Venezia riescono depresse, e poco graziose, perché la loro progezione nel piano orizzontale non è un triangolo, ma bensì una iperbole conica. È nato questo disordine (io suppongo senza il consenso del Palladio) a cagione che nel costruire la volta solida, le sommità delle lunule in vece di farle toccare l’ellissi, si sono determinate orizzontali. La teorica di queste lunule, che sono porzione della superficie di un frusto conico, è stata inventata dal Sig. Co: Giordano Riccati.

La volta sopra il semicircolo di un coro si genera col girare esso semicircolo intorno al suo diametro, e la superficie di essa si eguaglia alla quarta parte di quella della sfera, o sia all’aja del circolo generatore. Due di tali volte congiunte insieme formano quella di una cupola.

F. M. Preti, Spaccato per lungo del teatro accademico di Castelfranco Veneto.

F. M. Preti, Spaccato per lungo del teatro accademico di Castelfranco Veneto.

Determinaremo le vele di una cupola di base quadrata, sostenuta da quattro archi, se condurremo la diagonale di un quadrato, ch’è situato nel piano orizzontale, che passa pei centri degli archi stessi, e servendosi di essa in qualità di diametro, descriveremo una sfera. La superficie di questa intercetta fra due archi collocati in angolo, la figura delle vele ci somministra. Nella sommità degli archi formano le quattro vele un circolo, che tocca gli archi medesimi, supponendosi in quel sito tagliata orizzontalmente la sfera delineata.

Avendo questa cupola di S. Liberale la pianta ottangolare, il principio delle vele al di sopra della cornice dell’ordine attico si accomoda alla detta figura, ed il loro fine si adatta al circolo della cupola. La struttura di queste vele è frutto dello studio del mentovato Sig. Co: Riccati.

Giacché ho nominato la pianta ottangolare, dirò due parole della volta, che le compete, quando sia ugualmente larga, che lunga. Sopra le quattro coppie di lati opposti si formino altrettante volte a due venti di pari altezza, e dalla intersecazione di queste ne nascerà la volta a otto venti, che riuscirà ottangolare corrispondentemente alla pianta. Se la pianta fosse bislunga, detratta dalla lunghezza la metà della larghezza da una parte e dall’altra, sulla porzione, che resta dei due lati più lunghi, si dee costruire la volta a due venti.

 Ho stabilito di sopra, che le colonne debbono sostenere le volte, e che un maggior peso richiede le risalite. La volta di un coro, o di una cupola, e quelle a due, a quattro, a otto venti ricusano le risalite, perché il loro peso è da per tutto uniforme. Che se saranno interotte dalle mezze lune, la trabeazione sotto di queste dee ritirarsi, onde soltanto sporti dalla muraglia quanto i centri delle colonne; acciocché chiaro apparisca, essere le lunule, e la volta sostenute dalle colonne, che risaliscono. Anche le vele delle cupole sono specie di volte, o perciò in questa Chiesa di S. Liberale vengono rettamente sostentate dalle colonne, sopra le quali la trabeazione ha una risalita.

Resta, che io dica qualche cosa di quelle volte, che specialmente si costumano nei palagi, e riescono assai graziose. Abbiasi per esempio una pianta rettangola. Nella sommità della volta si forma un rettangolo, i cui lati distino alquanto da quelli del vaso, e intorno ad esso la volta a quattro venti si costruisce. Tali volte devono farsi leggiere, perché se fossero solide, le superficie piane collocate nelle loro sommità non potrebbon sussistere.

CAPITOLO XVIII.

Delle Cupole.

Trattandosi delle volte ho ragionato ancor delle cupole, delle quali per altro presentemente mi accingo, a farne particolare distinta menzione. L’uso delle cupole venne a noi dall’Oriente, essendo quei popoli anche al giorno di oggi inclinati molto per un tal genere di ornamento, il quale quantunque pecchi di soverchia arditezza, fa nulladimeno così bella comparsa, che non verrà bandito giammai dall’Architettura. E tanto meno ciò accadrà, quanto che spesse fiate è d’uopo introdurlo per rimediare ad una soverchia sonorità, e perché un qualche sito, che senza questo ajuto sarebbe scarso di lume, lo possa ricever dall’alto. Per liberare la Chiesa di S. Giustina di Padova dalla eccedente sonorità chiamaron que’ Monaci il famoso Vincenzo Scamozio. La nave di mezzo ha la sua larghezza di un arco maggiore, e la lunghezza di tre fino alla cupola, la qual lunghezza essendo divisa in tre quadrati, sopra ciascuno il rinomato Andrea Ricci Brioschi vi avea formato una volta con quattro lunule eguali, che al parere dello Scamozio cagionava il difetto. Levate dunque tali volte, vi sostituì con ottimo successo altrettante cupole schiacciate o catini. La cupola di S. Liberale è molto opportuna per togliere il mentovato inconveniente, e serve per illuminare l’ottangolo, che le somministra la pianta. Per la qual cosa ogni parte della Chiesa ha il suo lume, né altro difetto io ci trovo, se non che la tribuna lo ha un poco eccedente, il che si scopre entrando in Chiesa, veggendosi le volte negli altri siti meno illuminare di quella della tribuna. Il rimedio per altro è facilissimo, bastando cangiare le mezze lune in balconi simili a quelli delle picciole cappelle.

Ora egli è d’uopo, che io passi a far menzione delle varie specie di cupole. La prima, se pure può dirsi tale, è fornita delle sue quattro vele, e della cornice circolare al di sopra, a cui succede un soffitto piano a figura di lacunare: in questa maniera il Battistero di Vallà è stato da me costruito. La seconda sostituisce al soffitto piano una cupola col suo dritto, la quale può essere o circolare, o ellittica colla saetta maggiore, o minore del raggio del circolo. Dell’ultima foggia sono le cupole suggerite dallo Scamozio per la Chiesa di S. Giustina volgarmente dette catini. La terza specie ha un rocchello, che s’innalza sopra degli archi, sostenente la cupola, ornato con cornice, balaustri, ed ordine di Architettura, negl’intercolunnj del quale stanno alternativamente disposte finestre, e statue collocate nello loro nicchie. Tutte e tre le descritte maniere di cupole vengono in concio, quando l’opportunità di usarle rettamente s’intenda. Il Battistero di Vallà ha quell’altezza, che al detto vaso conviene, e perciò non ci era bisogno di maggiormente innalzarlo con una cupola, non permettendolo le circostanze, ed il buon gusto della struttura. I catini della Chiesa di S. Giustina vanno ottimamente; perché molto non si allontanano dalla volta prescelta dal Brioschi, e perché un maggior lume non è necessario. Al contrario nella Chiesa di San Liberale, essendo la cupola fondata sopra un ottangolo, e non tanto picciolo, riuscirebbe assai diffettosa, se del rocchello fosse mancante. Ottiene questo l’effetto, che la larghezza della cupola abbia alla totale sua altezza, quale apparisce vedendola in iscorcio, la stessa proporzione, che compete agli archi Jonici della Chiesa, onde resti conservata una perfetta unità.

F. M. Preti, Prospetti del Teatro accademico di Castelfranco Veneto.

F. M. Preti, Prospetti del Teatro accademico di Castelfranco Veneto.

Il bisogno del lume persuase gli Architetti di concedere i rocchelli alle cupole, ed acciocché queste non ascendessero a soverchia altezza, li determinarono assai depressi. Sembrando loro troppo gracili le colonne, colle quali le adornavano, se le facevano dell’ordine della Chiesa, o più svelte; perciò Longhena alla Salute, Palladio a S. Giorgio maggiore, ed al Redentore di Venezia hanno scelto l’ordine Toscano, onde avere nella picciola altezza il massimo diametro. Non così si adoperò il Brioschi nelle tre cupole di S. Giustina di Padova, che sono nella crociera, mettendo in opera le colonne Corintie, che contengono bensì l’imperfezione di aver i loro diametri assai tenui, e meschini; ma come le Toscane non sono poi tanto tozze. Da quanto abbiam detto facilmente raccogliesi, ch’egli è d’uopo ornare il rocchello delle cupole con colonne, corrispondenti a quelle del tempio, e in riguardo all’ordine, e in riguardo all’altezza. In questa guisa conservasi l’analogia di tutto l’edificio, né si veggono colonne di troppo picciolo diametro sostenere una vasta mole, né s’incorre l’altro difetto di sovrapporre ad un Corintio un Toscano. Egli è vero, che le colonne della cupola non stanno a piombo di quelle della Chiesa; ma non può negarsi altresì, ch’essendo collocate in maggior altezza, non debbano farsi più gracili, non altrimenti che nella facciata di un palagio costumasi.

Quando si voglia accrescere il lume, costruiscasi una lanterna nel mezzo della volta della cupola, la quale lanterna altro non è che una picciola cupola sovrapposta alla grande col rocchello ornato, e con le finestre, la quale servirà principalmente per illuminare tutto ciò, che sta di sopra della cornice dell’ordine della cupola. Non tralascio di avvertire, che accorciandosi gli oggetti veduti dal basso in alto, sarà lodevole, che la sezione verticale della cupola, che passa pel centro, sia un’ellisse in piedi, ovvero, quando vi abbia la lanterna, un arco di sesto acuto, il quale si descrive con due centri, che più o meno si avvicinano alla estremità del diametro, secondo la intenzione dell’Architetto. In questa guisa da Filippo Brunelleschi, e da Michelangelo Buonaroti furono costruite le cupole di S. Maria del Fiore in Firenze, e di S. Pietro in Roma, che avendo diametri a un di presso eguali a quello del Panteon, ad una sorprendente altezza sono state innalzate.

Abbiamo finora fatto parola di ciò, che riguarda la vista, e presentemente alla solidità conviene far transito. Le cupole sono una specie di volte che per dire il vero hanno dell’ardito, particolarmente quando vi abbia il rocchello; poiché se sono di pietra, e non di legno, o di altra materia leggiera, col loro sfiancamento tentano continuamente di far uscire il rocchello dalla linea del piombo. Peggio ancora succederebbe, se le colonne, che servono di ornamento al detto rocchello, fossero isolate, e vuoti gl’intercolunnj; imperciocché certamente non reggerebbero né allo sfìancamento, né al peso. Per opporsi a tali disordini, bisogna far sempre il rocchello pieno, e forarlo soltanto colle finestre, ed in oltre munirlo coi contrafforti; il che si vede bastantemente effettuato nella cupola di S. Liberale, perché la volta è leggera, e con molto maggior vigore nella cupola solida della Salute in Venezia, i cui contrafforti sono costruiti tanto pulitamente, che il loro aspetto fa nell’occhio un effetto maraviglioso. Posto che i contrafforti non si giudichino sufficienti, fa di mestieri armar la cupola con cerchi di ferro formati di pezzi con arte fina insieme congiunti, i quali si collocano nella parte superiore del rocchello un po’ al di dentro della superficie esteriore. Dei cerchi per altro non possiamo molto fidarci, ed io certamente non mi terrei sicuro della durevolezza di una cupola, alla quale anche più di un cerchio fosse applicato. In fatti due robusti cerchi non impedirono il moto nella cupola di S. Pietro in Roma; dimodocché sotto il pontificato di Benedetto XIV antecessore del Regnante ve ne sono stati aggiunti altri due. Nella mentovata cupola della Salute non so, che sia seguito alcun moto; ma egli è d’uopo riflettere, ch’è doppiamente munita, e col cerchio di ferro, e con de’ validissimi contrafforti. Il ferro per dire il vero è atto a resistere, purché qualche occulta imperfezione non contenga. Prima di porlo in opera, sarà bene percuoterlo per udirne il suono, e da questo comprendere, s’è senza crepature, e da per tutto omogeneo. Ciò non pertanto io consiglierei di costruire le cupole con rocchello a volta leggera; perché nelle cupole, e negli archi solidi scarsi di spalla dopo molti, e molti anni si sono veduti dei tristi effetti. E vaglia il vero; nel mezzo della facciata di S. Marco in Venezia ci è una grande arcatura con pochissimo fianco atto a cedere allo sfiancamento. L’Architetto accortosi del difetto, armò l’arco con due grosse travi di ferro, che dopo aver resistito per qualche centinajo di anni, tutt’e due ad un tratto si ruppero, e la facciata sarebbe caduta, se subito non si fosse posto rimedio. Se avessimo il potere del Re Teodorico, sarebbe in nostra balia il far iscavare in un gran masso di marmo una cupola simile a quella, che si ammira in Ravenna, la quale non esercita sfiancamento veruno contro il rocchello. Ma formandosi la cupola con piccioli pezzi di pietra, egli è d’uopo molto ben fiancheggiarla, e strignerla fortemente con cerchi di ferro; onde possa illesa conservarsi per molti Secoli.
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