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Ambiente e società nell’Alta Padovana ai tempi di Andrea Giacinto Longhin

Ambiente e società nell’Alta Padovana ai tempi del Longhin

(relazione tenuta da Paolo Miotto il 22 Novembre 2013 a Campodarsego in occasione del 150° anniversario della nascita del vescovo Andrea Giacinto Longhin)

Alcune precisazioni sull’espressione “Alta Padovana”.

Mons. Longhin è senza dubbio uno dei figli più illustri e studiati dell’Alta Padovana. Un territorio che oggi ha una valenza e un’estensione territoriale ben diversa da quando egli visse. Per questo motivo si rende necessaria una precisazione su quest’area geografica. Oggi con la formula “Alta Padovana” si fa riferimento a un territorio molto vasto, etichettato in questo modo nella seconda metà del Novecento, che riguarda tutto il territorio che si trova a nord della provincia di Padova. Se si prende come termine di riferimento il territorio che fa capo all’azienda sanitaria Ussl 15, denominata appunto “Alta Padovana”, i comuni che vi rientrano sono quasi una trentina, ventotto per la precisione.

Due sono i distretti allargati nei quali è suddiviso il territorio dell’Alta Padovana: quello a sud-est di Padova, denominato di Camposampiero-Vigonza, e quello a nord-ovest del capoluogo, detto di Cittadella-Piazzola sul Brenta.

In realtà fin dall’annessione del Veneto all’Italia del 1866, quella che noi definiamo “Alta Padovana” fa riferimento a un territorio meno esteso e diviso nei soli distretti di Cittadella e Camposampiero, uniti nell’unico collegio elettorale di Cittadella-Camposampiero, ben presto denominato collegio di Padova 1.

I comuni che fin dal 1866 fanno parte del distretto di Camposampiero sono 13: (Borgoricco, Campodarsego, Campo San Martino, Camposampiero, Curtarolo, Loreggia, Massanzago, Piombino Dese, San Giorgio delle Pertiche, Santa Giustina in Colle, Trebaseleghe, Villa del Conte, Villanova di Camposampiero).

Quelli che rientrano nel distretto di Cittadella sono 10: (Carmignano di Brenta, Cittadella, Fontaniva, Galliera Veneta, Gazzo Padovano, Grantorto, San Giorgio in Bosco, San Martino di Lupari, San Pietro in Gù, Tombolo).

La situazione che si presenta nell’Alta all’indomani del trapasso politico del 1866, è facilmente desumibile da alcuni dati che emergono dalle statistiche sul territorio e la popolazione risalenti al 1871.

A quella data, nel distretto di Camposampiero si contano 37.331 abitanti, contro gli oltre 111.000 dei nostri giorni, distribuiti su un’area di circa 283 Kmq. Mantenendo come riferimento i dati del 1871, si osserva che la popolazione sparsa nella campagna toccava ben il 90,7% contro il 9,3% di quella agglomerata nei centri urbani. Nel 1881 il tasso di crescita rispetto al decennio precedente era dell’11,7%, le famiglie erano 6.721, con un numero medio di 6,1% persone per nucleo.

Nel distretto di Cittadella, invece, nel 1871 c’erano 32.528 abitanti, contro gli oltre 85.000 dei nostri giorni, disseminati su circa 199 Kmq. Nello stesso anno la popolazione sparsa corrispondeva al 47,5% del totale contro il 52,5 dell’agglomerata. Nel 1881 il tasso di crescita rispetto al decennio precedente era del 9%, le famiglie erano 6.472, con un numero medio di 5,4 elementi per ciascuna.

Il dato più evidente è dato dalla maggiore concentrazione della popolazione nei centri urbani del distretto di Cittadella rispetto a quello di Camposampiero, con una maggiore vocazione agricola di quest’ultimo.

Situazione politica

Il Longhin nasce nel 1863, durante l’ultimo periodo della dominazione austriaca, ma a differenza dei vescovi veneti nati nello stesso periodo non nutrirà mai nostalgie asburgiche. Tre anni dopo diviene cittadino del regno d’Italia sabaudo, in seguito all’annessione del Veneto all’Italia. Il suo paese natale dal 1866 rientra nel collegio elettorale di Cittadella-Camposampiero, come del resto tutti gli altri comuni dell’Alta Padovana, ma il passaggio delle consegne dall’Austria all’Italia, a livello locale, non sembra portare alcuna novità politica ed economica di rilievo. Per la gente comune il passaggio delle consegne politiche avviene nella più totale indifferenza perché non è in grado di incidere nella vita quotidiana.

I segnali più evidenti di questo trapasso indolore si evincono dai dati politici, economici e sociali. Sotto il profilo politico e amministrativo nulla cambia nel nuovo Regno d’Italia. Dopo il clamoroso e poco credibile risultato del plebiscito del 1866 che nella provincia di Padova, così come per il resto del Veneto, raccoglie oltre il 99,9 % dei voti a favore dell’annessione, le famiglie al potere continuano a rimanere sedute al loro posto tanto a livello distrettuale che comunale.

La principale famiglia aristocratica della zona – i conti Cittadella Vigodarzere – comanda prima sotto l’Austria con il conte Andrea, ciambellano di corte dell’arciduca Massimiliano, e poi, dal 1866, con il figlio Gino eletto senatore del Regno d’Italia. Questa situazione era resa possibile da almeno tre fattori principali: 1) Il potere economico che i Cittadella Vigodarzere esercitavano incontrastati da secoli nel cittadellese, dove vantavano palazzi e vasti latifondi. In altre parole chi comanda continua a comandare; 2) La presenza di un corpo elettorale estremamente ridotto ai maggiorenti (grandi latifondisti, notai, avvocati e farmacisti), per la maggior parte uniti a doppio filo da legami sociali ed economici con i Cittadella Vigodarzere; 3) La presenza di un elettorato moderato, legato alla terra, teso al mantenimento del collegio politico di tipo feudale e restio a introdurre innovazioni industriali.

La parabola dei Cittadella-Vigodarzere dura per cinque legislature e si conclude nel 1892, quando inizia quella dell’outsider  Leone Wollemborg, e quindi dei liberali progressisti, destinata a durare fino al 1913. La contestata elezione del Wollemborg avviene in un clima avvelenato da brogli elettorali e corruzione che, nell’Alta, registrerà episodi singolari come l’annullamento di tutti voti dei maggiorenti di Galliera Veneta che gli erano avversi nelle elezioni politiche del 1909. In ogni caso, l’elezione del Wollemborg rappresenta una ventata di novità, non solo per una politica personale favorevole all’attuazione di riforme economiche a vantaggio delle classi popolari, ma anche perché il suo laicismo liberale lo pose in contrasto con il mondo cattolico per tutta la durata della sua carriera parlamentare. Per coerenza, nel 1913, eviterà di firmare il Patto Gentiloni, perché conteneva sette richieste che i cattolici sottoponevano ai candidati che pretendevano il loro appoggio elettorale. Pur evitando di candidarsi nel collegio bianco di Cittadella-Camposampiero, nelle elezioni del 1913 Wollemborg non sarà eletto nel collegio di Ascoli Piceno.

Grazie all’introduzione del suffragio universale maschile dei sudditi del Regno di età superiore ai trent’anni, nel 1913 a fare la parte del leone nell’Alta ormai sono i cattolici che fanno eleggere Sebastiano Schiavon, meglio conosciuto come lo “strapazza siori”, ormai famoso sindacalista che aveva dato un contributo rilevante al sindacato rurale nella difesa dei contadini e dei patti agrari nella feconda stagione delle leghe. Personaggio in profonda sintonia con gli uomini del Longhin, in particolare i fratelli Corazzin, il cappuccino di Fiumicello nel frattempo (1904) era divenuto vescovo di Treviso adempiendo, talvolta con qualche riserva, il disegno politico di Pio X (si veda la contrastata vicenda di Mons. Angelo Brugnoli del 1910, accusato di modernismo da una parte del clero conservatore).

In poco meno di cinquant’anni (1866-1913) la situazione politica dell’Alta Padovana, grazie all’ampliamento del suffragio e dell’entrata in campo di nuove forze – cattolici e socialisti – che si contrappongono e talvolta alleano ai liberali, è attraversata da nuovi fermenti che cercano di dare risposta ai problemi concreti della nazione partendo però da visioni ideologiche diverse.

Situazione economica

L’Alta Padovana nel 1866 – in linea con la più generale situazione presente nel Veneto – presentava un’economia povera, imperniata su un’agricoltura di sussistenza, legata in gran parte a modalità di conduzione e proprietà che risalivano ancora alla dominazione veneziana. Pochi latifondisti di estrazione nobile, borghese e soprattutto mercantile, si spartivano buona parte della torta, seguiti a ruota da un discreto numero di piccoli proprietari e dalla massa dei conduttori, con numero esiguo di lavoratori a giornata e avventizi.

La campagna era caratterizzata dalla classica “piantada”, con i campi coltivati a seminativi delimitati da filari di viti sostenuti da gelsi, pioppi, noci, orni, salici e piante a legno ceduo. Mentre nel cittadellese erano previsti circa 50 alberi per campo, con una media di due viti per pianta, nel camposampierese si distinguono due zone: quella che comprende i comuni di Campodarsego, Trebaseleghe e Villa del Conte con una trentina di alberi per campo, ciascuno dei quali sostiene tre viti; quella più a sud con 60 alberi per campo in presenza di filari semplici e 120 nel caso di filari doppi che prevedono viti a “trame” cioè incrociati sopra i due filari.

Quando nasce il Longhin, la ripartizione delle colture nell’Alta Padovana era la seguente: il distretto di Cittadella era coltivato per il 77% a seminativi (cereali), il 16% a prati, il 3% a boschi, l’1% a pascoli e il rimanente 3% con altre colture ortofrutticole e risaie.

A tale proposito giova ricordare che secondo Antonio Augusto Salvagnini, autore della “Statistica della Città e Provincia di Padova” pubblicata nel 1841, il frumento di “ultima qualità” si raccoglieva proprio “nei Distretti di Camposampiero e Piazzola”, notizia confermata dieci anni più tardi da Ferdinando Cavalli. Sulla scarsa produttività del suolo nel distretto di Camposampiero si veda anche A. Sette, “L’agricoltura veneta. Saggio”, Padova 1843: secondo l’autore esso era “Sabbioso e sterile, eccetto il comune di Marsango, a cui tengono dietro Loreggia e Rustega”.

Il distretto di Camposampiero, invece, aveva l’85% dei terreni coltivato a seminativi, il 13% a prati, l’1% a pascoli, zero boschi e il 3% con altre colture marginali.

Mentre nella Bassa Padovana, è prevalente il latifondismo e quindi l’assunzione di braccianti, giornalieri e infine di operai, nell’Alta si diffuse soprattutto l’affittanza di appezzamenti che variavano da 2 a 30 campi (condotti dai coltivatori diretti e dai massarioti, cioè dei locatari di vasti appezzamenti) e il contratto a mezzadria – preferito dalle famiglie di estrazione nobiliare – che per sua natura spronava il contadino a rendersi più partecipe e attento alla conduzione per avere maggiori profitti. Una differenza, questa, che sarà alla base della successiva vocazione politica dei due territori della provincia di Padova: nella Bassa “rossa”, bracciantile e operaia, prevarrà il ceto proletario attratto dalla nascente industrializzazione e quindi diverrà terreno favorevole per l’attecchimento prima dell’anarchia, poi del socialismo e, infine, del comunismo; nell’Alta “bianca”, contadina e clericale, prevarrà prima il partito Popolare e poi la Democrazia Cristiana. Due mondi confinanti che si fratturano dando luogo nel 1910 alle rivendicazioni sindacali delle leghe bianche e rosse che saranno eliminate in modo violento dal fascismo appoggiato dagli agrari e dagli industriali.

In ogni caso la vita era grama e la sussistenza quotidiana era il cruccio di ogni capofamiglia perché gli oneri contrattuali d’affittanza e l’annuale scadenza degli stessi l’11 Novembre (S. Martino) rappresentavano per molti una sfida continua per la sopravvivenza. Miseria, malattie epidemiche (nel biennio 1884-1886 tornano il vaiolo e il colera, si diffonde nuovamente l’endemica e mai debellata pellagra che nel 1890, nella sola provincia di Padova, colpisce ufficialmente 22.000 persone), abitazioni umide e malsane – lo stesso Longhin nasce in un casone – scarsa propensione per l’investimento agrario da parte dei padroni, ma anche dei fittavoli e dei mezzadri, deprezzamento dei generi in natura per la concorrenza delle altre regioni italiane, troveranno un naturale sfogo prima nell’espatrio verso l’America Latina e nel Novecento anche verso gli Stati Uniti e l’Europa, con flussi consistenti di migrazione interna definitiva e stagionale nel primo e secondo dopoguerra.

Il fenomeno dell’emigrazione fu favorito dal governo e dalle autorità civili locali, molto meno dal clero, preoccupato com’era che i vuoti lasciati fossero riempiti da gente poco religiosa e fomentatrice di novità. Nel 1876, sia pure in misura minore che nella Bassa dov’era maggiore la povertà, l’espatrio colpisce anche l’Alta. Nel periodo 1876-1900, i dati ufficiali riferiti ai soli espatri all’estero, quindi senza contare l’emigrazione interna o provvisoria, registrano la seguente situazione: dal Distretto di Camposampiero nei 24 anni considerati espatriano 10.868 individui, cioè 246,83 persone ogni 1.000 abitanti; dal Distretto di Cittadella espatriano invece 6.333 persone, con una media sul periodo di 168,16 persone ogni 1.000 abitanti. Dal solo comune di Campodarsego, che riguarda da vicino il Longhin, in un solo anno – il 1891 – emigra quasi il 13% della popolazione. La maggior parte degli emigranti proveniva dai lavoratori della terra ed espatriava per soddisfare l’atavica fame di possedimenti fondiari. Brasile, Stati Uniti, Canada e Argentina sono gli stati che accolgono la prima emigrazione a cavallo fra Ottocento e Novecento, seguiti nel XX secolo dalle nuove destinazioni dei paesi europei. In ogni caso il fenomeno dell’espatrio definitivo fu minoritario rispetto all’emigrazione temporanea.

Il settore industriale, assente fino al 1866, stenta a decollare anche nella seconda metà del secolo rimanendo spesso a conduzione familiare. Accanto alle tradizionali filande, che sfruttano il mondo femminile e danno risorse alle famiglie che allevano il baco da seta, nel 1890 nell’Alta si registra la seguente situazione ufficiale: laboratori manifatturieri nel settore serico (224 dipendenti che vanno sommati a più di un migliaio di minorenni e donne impiegati a vario titolo) e tessile (58 dipendenti) ai quali si devono aggiungere 1.276 telai a conduzione familiare (484 nel distretto di Camposampiero e 792 nel distretto di Cittadella), fornaci da laterizi e calce (210 operai), vari mulini e brillatoi di riso lungo i principali corsi d’acqua (una ventina di dipendenti), segherie e mobilifici (27 dipendenti). Nel complesso i vari rami dell’industria e del commercio nel cittadellese, nello stesso anno, impegnavano una media annua di 309 dipendenti stabili, pari appena allo 0,81% della popolazione, il camposampierese solo 299 operai, pari allo 0,66% della popolazione. Quasi tutto il resto della popolazione attiva era dedito all’agricoltura.

La presenza di una modesta rete ferroviaria non incideva ancora granché sui trasporti di merci e persone. Occorrerà arrivare al primo conflitto mondiale per avere un incremento esponenziale dell’uso delle ferrovie. Nel 1890 la provincia di Padova poteva contare su 157 km di binari che si snodavano su 5 tratte, fra queste le due linee Padova–Bassano  via CSP – Cittadella fu inaugurata l’11 ottobre 1877 e Vicenza-Treviso, aperta completamente il 12 settembre dello stesso anno.

Altro storico problema dell’Alta, e più in generale della provincia di Padova e del Veneto, era l’altro tasso di analfabetismo. Nel 1871 i dati ministeriali offrono dati impietosi riferiti ai maggiori di 6 anni: nel camposampierese l’80,95% della popolazione è analfabeta mentre nel cittadellese non sa leggere e scrivere il 73,5% degli abitanti. Il motivo è presto detto, oltre ai tradizionali ritardi della diffusione dell’istruzione primaria e alla scarsità di assunzioni di personale docente da parte delle amministrazioni comunali, permane il fenomeno dell’abbandono scolastico dovuto all’utilizzo dei minori nel lavoro dei campi e quindi la loro sottrazione all’obbligo scolastico. Anche in questo settore, come in quelli economico, sociale e religioso, si registra una profonda frattura fra i centri urbani o comunque dotati di nucleo residenziale consistente, “il centro”, e il territorio della campagna. Sono due mondi contigui ma con retroterra culturale, peso politico ed economico diversi. Nel primo dominano artigiani, commercianti, imprenditori e possidenti, nel secondo i piccoli proprietari, i fittavoli e i mezzadri. I primi sono spesso liberali, socialisti e comunque meno inclini a collaborare col clero, i secondi, invece, rappresentano il terreno favorevole per ogni tipo di iniziativa del movimento cattolico. Poiché nella provincia di Padova oltre il 66% della popolazione viveva nelle campagne, è evidente perché l’azione sociale cattolica fosse particolarmente attiva verso il mondo rurale.

Situazione sociale

Nella prima fase postrisorgimentale, contrassegnata dai difficili rapporti con lo stato sabaudo laico e liberale, i cattolici non possono essere né eletti né elettori. L’impegno politico dei cattolici è vincolato dal “non expedit” proclamato da Pio IX nel 1874, che rimarrà in vigore formalmente fino al 1904 quando Pio X, per contrastare l’azione socialista, approverà molte alleanze con i liberali moderati.

Diverso l’atteggiamento nelle elezioni amministrative e provinciali dove i cattolici non hanno alcun veto pontificio. Il secondo Congresso dell’Opera dei Congressi che si tiene a Firenze nel settembre 1875, autorizza formalmente i cattolici a partecipare alle elezioni amministrative e provinciali scrivendo al punto 26: Considerando come nelle condizioni in cui si trovano attualmente i Cattolici in Italia il concorso alle Elezioni Amministrative sia uno dei pricipui mezzi, coi quali essi possono dare opera a restaurare nella vita pubblica il principio cristiano […] Il Congresso, plaudendo a coloro che coll’opera, colla parola o cogli scritti favorirono il felice risultato, ripete espressamente il voto che tutti i Cattolici Italiani con ogni attività, tempestivamente si preparino alle Elezioni Amministrative, vi concorrano numerosi e disciplinati, e se eletti non rifiutino di assumere con abnegazione e sostenere con perseveranza gli uffici cui siano chiamati.

In queste esortazioni alla partecipazione al voto dei cattolici non c’è ancora una preoccupazione politica, a interessare sono piuttosto i problemi concreti della religione, dell’istruzione, dell’economia a livello locale e familiare.

E’ il tempo nel quale si fa impellente l’azione sociale, la cooperazione e il mutualismo per contrastare i socialisti e i liberali. Il mondo cattolico veneto e poi lombardo si organizza nell’Opera dei Congressi. Il 2 ottobre 1871 il Consiglio Superiore della Società della Gioventù Cattolica si costituì in Comitato promotore del Primo Congresso Cattolico, che si svolse a Venezia dal 13 al 17 giugno 1874. Lo scopo primario di questa istituzione era così riassunto dalla Civiltà Cattolica nello stesso anno: Riparare i danni che la persecuzione fa alla Chiesa, e cooperare a promuovere praticamente colle opere il bene dei fedeli.

L’organizzazione dell’Opera dei Congressi è piramidale. Ogni parrocchia ha il suo Comitato parrocchiale, che dipende da quello diocesano. Il Comitato diocesano è subordinato a quello regionale. Sovrintende su tutto un unico Comitato Generale Permanente.

Nell’Alta Padovana, dove sono presenti parrocchie soggette alle tre diocesi di Padova, Vicenza e Treviso, i vescovi si muovono all’unisono essendo coordinati a livello regionale rispondendo, colpo su colpo, allo spirito filantropico e paternalistico delle iniziative liberali.

Il Wollemborg aveva intuito che il terreno di scontro e di azione politica si era spostato nei settori sociale ed economico. Fonda così nel 1883 la prima cassa rurale laica o neutra d’Italia a Loreggia e le Società di Mutuo Soccorso Liberali, delle quali sono note le vicende e l’ispirazione tedesca del borgomastro renano Federico Guglielmo Raiffeisen. Anche se, rispetto a questi, il Wollemborg sottrae alla sua creatura ogni valenza morale e religiosa, conferendole un significato puramente economico. I cattolici non perdono tempo e non solo mettono in campo le loro Casse rurali, che si innestano su una ricca rete di opere sociali, ma rivendicano contro il Wollemborg di essere loro i veri interpreti dell’intuizione di Raiffeisen perché, a loro modo di vedere, il benessere economico non poteva essere disgiunto da quello religioso.

Il successo dell’iniziativa creditizia cattolica e la maggior fiducia riposta dai contadini nelle canoniche piuttosto che nei palazzi dei liberali, è evidente confrontando la diffusione fra le casse rurali fondate da Wollemborg e quelle cattoliche. Nel decennio 1883-1892 le casse rurali laiche presenti in Italia sono 78 e nel 1894, concludendo la parabola massima della loro istituzione, raggiungono quota 88 fondazioni. Le casse rurali cattoliche, al contrario, sorgono più tardi, nel 1890, e in soli quattro anni, dal 1892 al 1894, si espandono nella penisola fino a raggiungere la cifra di 239 fondazioni. Fra queste sono da ricordare la Cassa rurale di S. Martino di Lupari, istituita nel 1892, e quella di Campodarsego nel 1896. La fusione di queste due banche avvenuta nel 1976 sarà all’origine alla Cassa rurale ed artigiana di Campodarsego e S. Martino di Lupari, denominata in seguito Banca di Credito Cooperativo Alta Padovana.

Potendo contare sulla capillare filiera cattolica, l’Opera dei Congressi in breve contrappone ai liberali e ai socialisti un efficace e capillare modello di cooperazione. Oltre alle casse rurali, i cattolici dispongono di cooperative agricole e zootecniche, di Società di Mutuo Soccorso e della secolare presenza di confraternite, Pie Unioni e sodalizi religiosi.

Nello stesso periodo si comprende l’importanza della formazione del mondo cattolico mediante la stampa nel tentativo di influire sull’opinione pubblica e di informare in modo capillare su ogni iniziativa del movimento cattolico. Nelle diocesi che interessano le vicende del Longhin, la stampa cattolica esordisce nel 1881 in diocesi di Padova col foglio “Padova Cattolica”, al quale seguiranno l’anno dopo “La Specola” e “La Sentinella”, dal 1894 “Il Popolo”, dal 1896 “Il Popolo quotidiano”, l’anno seguente “L’Ancora” nel 1902 “Per il Popolo” e, finalmente, nel 1908, l’ancora vitale “La Difesa del Popolo”. A Treviso la stampa cattolica fu promossa attraverso “L’Eco del Sile”, edito da Giuseppe Novelli dal 1878, che poi nel 1881 prese il nome de “Il Sile“, “La Marca” dal 1883 e, infine, “La Vita del Popolo” fondata nel 1892 e tuttora edita.

Questa feconda stagione di riformismo non era però destinata a durare a lungo. La progressiva spinta di molti cattolici verso una maggiore apertura sociale e politica e alla formazione dei gruppi cristiano-democratici liberali (si vedano in proposito le contrastate vicende politiche di don Romolo Murri) provocherà una crisi interna all’Opera dei Congressi fra le generazioni dei larghi e dei rigidi, cioè fra i giovani e i vecchi, per usare la distinzione adottata dal Crispolti nell’Assemblea plenaria del Comitato generale permanente dell’Opera dei Congressi tenuta a Bologna il 2 e il 3 luglio 1904.

Il 28 luglio 1904 Pio X scioglierà l’Opera eliminando in un solo colpo le frequenti beghe interne alla direzione, il progetto politico dei democratici cristiani e ogni forma di azione sociale e politica che non discendesse direttamente dal pontefice; per questo fu preferita e rafforzata l’Azione Cattolica. In ogni caso l’imponente e capillare fioritura di opere cattoliche aveva creato il terreno favorevole per la nascita di quel Veneto bianco che contraddistinguerà le scelte politiche e l’azione sociale anche nel Novecento.

Molte delle opere fondate a fine Ottocento, come le Casse Rurali e le Società di Mutuo Soccorso, sopravvissero allo scioglimento dell’Opera dei Congressi e poi al periodo fascista, giungendo fino ai nostri giorni.

Conclusioni

Da quanto osservato, appare evidente che il periodo storico nel quale il Longhin muove i primi passi è tutt’altro che ininfluente sulla sua formazione. Essendo nato povero e in un paese sperduto nella campagna qual era Fiumicello, ha modo di vivere fino in fondo la vita dura dei contadini: la fame, la malattia, la miseria, il duro lavoro nei campi e l’emigrazione non gli erano certo sconosciuti. E’ una lezione di vita che porterà sempre con sé tanto nella sua prima formazione religiosa, piegandosi alla dura vita austera dell’Ordine, quanto nella successiva direzione di una diocesi dove erano forti i contrasti sindacali e il desiderio di riscatto del ceto contadino. Le origini sono tutt’altro che marginali e si trasformano in un bagaglio di esperienze e di conoscenze che permetteranno al Longhin di reggere la diocesi di Treviso nei 32 anni cruciali della fine dell’Opera dei Congressi, dei rischi del modernismo, della stagione sindacale cattolica, dello scontro fra anticlericali e cattolici, delle conseguenze della prima guerra mondiale e dell’opposizione al fascismo. Mussolini non esiterà a considerarlo il vescovo più pericoloso d’Italia.
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