Storia Dentro la Memoria


4 commenti

Don Antonio Bonaventura Costantini: parroco di Tombolo dal 1857 al 1873 e formatore di Giuseppe Sarto

Il nuovo parroco di Tombolo

Sulla singolare figura dell’agordino d. Antonio Bonaventura Costantini, che ha avuto tanta parte nella formazione giovanile di d. Giuseppe Sarto, finora aveva scritto il primo e più completo profilo Mons. Angelo Marchesan, nella famosa pubblicazione Papa Pio X nella sua vita e nella sua parola,[1] seguito a ruota da tutti quelli – e sono tantissimi – che si sono occupati a vario titolo della biografia del Sarto. Per evitare inutili ripetizioni, in questa sede si tenterà di mettere in luce quello che si è scoperto di nuovo e di verificare le fonti utilizzate dal Marchesan, riportando in nota i documenti completi.

Chiuso il caso relativo al pensionamento anticipato del parroco Tentori con una lira e mezza austriaca al giorno, la curia di Treviso predisponeva gli atti necessari per la nomina del sostituto, ovvero del Costantini.[2] Il 15 settembre 1856 in ogni parrocchia giungeva l’Editto col quale le autorità preposte invitavano tutti quelli che vantassero diritto di patronato sopra il detto Beneficio di Tombolo contro la signora Adelaide Sangaletti Mogno a presentare i documenti entro un mese avvertendo, che scorso il detto termine, si passerà alla nomina senza riguardo ad ulteriori insinuazioni.[3]

Inizia così l’iter che porterà il Costantini ad essere eletto parroco di Tombolo nel 1857.

Antonio Bonaventura era nato a Cortina d’Ampezzo, diocesi di Bressanone, il 10 luglio 1821 da Giammaria Constantini e Catterina Dimaj, dov’era stato battezzato dal cappellano d. Giovanni Battista Huber.[4] Il percorso scolastico e formativo che segue fino al 1857, è il sacerdote stesso a descriverlo in occasione del concorso per la sede di Tombolo: Esigendosi per l’ammissione agli Esami di concorso, l’indicazione dei servizi prestati nell’esercizio dell’Ecclesiastico ministero, il sottoscritto si trova nella necessità di compiere da sé medesimo quest’ufficio, per quanto specialmente riguarda il periodo di tempo trascorso come sacerdote nella Diocesi originaria di Belluno, all’appoggio degli Attestati, che quali documenti si uniscono in copia. Ordinato Sacerdote nell’8bre 1845 e compiuto lo studio Teologico nel successivo 1846 nel Seminario Ves[covi]le di Belluno, dove già da tre anni esercitava l’uff[ici]o di Maestro di Coro nella Veneranda cattedrale, e da due quello di maestro dei Chierici pel canto Gregoriano nell’Istituto predetto, veniva destinato Cooperatore Parr[occhia]le in Canal d’Agordo; ufficio che sosteneva dal 26. Agosto 1846 all’8bre 1850, durante il quale copriva interinalmente le funzioni di Amministratore Eccles[iasti]co Dist[trettua]le pel periodo di 9. mesi circa.[5] Della condotta tenuta dall’8bre 1850. fino all’Agosto successivo, risponde l’Attestato del R[everendissi]mo P[ad]re Provinciale de’ Minori Riformati, de’ quali avendo vestito l’abito, gli era forza dimetterlo per sopraggiunta gravissima infermità di quasi 5. mesi.[6] Dal 9bre 1851. a tutto xbre 1854. Mons[igno]r Ill[ustrissi]mo e R[everendissi]mo Vescovo Antonio Gava, si degnava nominarlo Mansionario in Agordo e Maestro di Coro in quella Chiesa Arcidiaconale, durante il quale impiego come anche prima mentre era Cooperatore in Canal d’Agordo gli veniva affidata la Quaresimale Predicazione due volte per Settimana negli anni 1849, 1851, 1852, e tre volte per settimana nel 1854.[7] Entrato in questa Diocesi in sul finire del 1854. e destinato Cappellano Curato di Venegazzù, ivi restava fino al 26 Febb[aio] del 1856. e nella Quaresima di quell’anno gli si accordava la predicazione nella Chiesa Arcipretale di Biadene.[8] Col 16. Febbr[aio] del cessato 1856 veniva spedito a Noale in qualità di Sacerdote Assistente a quel R[everendissi]mo Arciprete e Vic[ario] For[ane]o D[o]n Andrea Velo, dove il devoto sottoscritto si reca ad onore di prestare tuttavia i propri servigi, e adempiendo come sà, e può meglio i doveri che gl’incombono, si studia di rendersi non inutile a questa Diocesi, che lo accoglie qual Madre e non indegno di quella bontà di cui lo fanno lieto i suoi superiori.[9]

Don Antonio Bonaventura Costantini, parroco di Tombolo dal 1857 al 1873 e formatore del Sarto nel periodo 1858-1867.

Don Antonio Bonaventura Costantini, parroco di Tombolo dal 1857 al 1873 e formatore del Sarto nel periodo 1858-1867.

Nello stesso giorno della presentazione dei documenti che attestavano i precedenti servizi, il Costantini invia alla curia di Treviso una lettera allegata con la quale si iscrive ufficialmente al concorso per le quattro sedi vacanti di S. Angelo sul Sile, Zenson, Visnadello e Tombolo, chiedendo che sia segnato il suo nome fra quelli dei concorrenti, ove altro non fosse.[10] A giudicare dalla classe di concorso alla quale fu assegnato c’è da ritenere che fosse preso in parola, essendo assegnato per Tombolo assieme ad altri due sacerdoti extradiocesani. La parrocchia di Tombolo non era molto appetibile a causa del beneficio impoverito dalla pensione vitalizia assegnata all’ex parroco Tentori, la lontananza da Treviso, la dipendenza dal giuspatrono e la fama di paese trasandato e povero.

Il 23 marzo 1857 ebbero luogo gli esami del concorso pubblico dal quale scaturì tre giorni dopo la seguente graduatoria:[11] primo il Costantini, secondo d. Benedetto Da Pos,[12] terzo d. Jacopo Moda.[13]

Il giudizio espresso dalla curia sul Costantini è lusinghiero, e questo nonostante che dei tre candidati fosse quello con minore esperienza in diocesi di Treviso: Ricevuto in questa Diocesi il 4. giugno 1855 mediante Discesso del proprio Ordinario 24. D[ice]mbre 1854,[14] fu destinato Cappellano Curato in Venegazzù; ivi restò fino al 16. febbraio 1856, poscia venne trasferito nell’importante parrocchia di Noale in qualità di sacerdote assistente quel vecchio e cadente M[olto] R[erevendo] S[igno]r Arciprete e Vicario Foraneo, e dovunque dimostrò una condotta irreprensibile, un edificante zelo pel maggior zelo delle anime ed una pronta capacità, cosicché si meritò sempre la giusta stima e benevolenza di tutti, e in modo particolare dei suoi Superiori.[15]

Il Marchesan suppone che la patrona abbia scelto il sacerdote fra i tre candidati proposti soprattutto per essere Noale, dove allora il Costantini era cappellano, vicino a Camposampiero, luogo di residenza della signora Sangaletti-Mogno.[16] Non va però dimenticato che da tempo esisteva un accordo fra la curia e i giuspatroni di turno; tutti, persino il potere civile, sapevano che il primo nominativo indicato nella tabella proposta era quello che, a giudizio del vescovado, il patrono doveva scegliere. I giudizi espressi dalla curia sui tre candidati, infatti, differiscono poco e a rigor di logica sarebbe stato più logico scegliere il sacerdote con maggiore esperienza pastorale, il Moda, e non quello con meno anni di esercizio presbiterale in diocesi – il Costantini – ma il suggerimento nascosto nell’ordine di presentazione dei candidati è ciò che fa la differenza e la Sangaletti ne è cosciente. Si spiega così la scelta del Costantini che la patrona notifica alla curia con una lettera datata 15 aprile 1857, nella quale mette subito in chiaro che il beneficio è gravato dalla pensione vitalizia assegnata al conterraneo d. Giuseppe Tentori.[17] La nomina è ratificata dall’autorità austriaca il 30 maggio dello stesso anno nulla ostando alla scrivente che al medesimo sia rilasciata la bolla di canonica istituzione, dando inizio al periodo pastorale del Costantini a Tombolo.[18]

In paese il sacerdote si fa subito benvolere, come attestano numerosi documenti ed episodi riportati in gran parte anche dal Marchesan. Fra questi è di primaria importanza l’inedita visita pastorale del 22 settembre 1858, che avviene due mesi prima dell’arrivo in parrocchia di Giuseppe Sarto. A sorprendere è subito il latino forbito che il parroco utilizza per rispondere ai quesiti vescovili, mentre i suoi predecessori avevano sempre risposto in volgare.

La situazione rispetto alla precedente visita del 1833 appare assai migliorata per i 1.378 parrocchiani: c’erano le scuole elementari dove s’insegnava con lodevole sollecitudine garantendo le visite del parroco, si predicava ad ogni funzione, il popolo accorreva numeroso alle celebrazioni e solo in autunno molti uomini si assentavano per recarsi nei mercati. Si insegnava la dottrina cristiana nel modo migliore possibile, con l’aiuto del cappellano d. Giovanni Battista Pigatto e del chierico Giovanni Costantini, tutto il clero si asteneva da ogni attività politica ed era suddito devoto verso il potere civile austriaco. Il numero degli inconfessi era diminuito ed erano assenti gli scandalosi e i divorziati, nelle osterie durante le messe si fermavano solo viandanti e l’autorità pubblica vigilava attentamente sul rispetto delle norme. Tanti cambiamenti subentrati appena dopo un anno dall’entrata in paese del Costantini sono riconosciuti dal vescovo austriacante Giovanni Antonio Farina che il 14 ottobre 1858 invia il decreto con gli ordini e le lodi dovute al parroco e ai fabbricieri: dopo di aver esternato ai medesimi il Nostro contentamento, altro non ci rimane, che raccomandare con tutto il fervor dello spirito la pace, la carità, l’osservanza della Legge divina, e l’avvanzamento sempre maggiore nelle virtù cristiane e religiose, dando a tutti con paterno affetto la Nostra Pastorale Benedizione.[19]

Arriva a Tombolo il cappellano Don Giuseppe Sarto

Un mese dopo esatto, la sera del 13 novembre 1858, prende ufficialmente servizio come cappellano cooperatore in parrocchia d. Giuseppe Melchiorre Sarto. Ma della permanenza del sacerdote si dirà oltre. Nonostante gli entusiasmi giovanili che avevano portato il Costantini a proporsi e quindi ad accettare qualsiasi beneficio vacante, la nomina a Tombolo rappresenta uno scoglio sotto il profilo delle entrate economiche. Ne fa fede un carteggio dell’inverno 1860 che mette in luce una situazione particolarmente difficile che chiama in causa anche la deputazione comunale e la curia.

Nel novembre di quell’anno il Costantini – immaginiamo dopo ponderata riflessione – decide di contestare l’assegno vitalizio di 547 lire e mezza che deve consegnate in tre rate annuali al predecessore Tentori. L’alzata di scudi è generale in paese perché il parroco fa perorare la causa alla deputazione comunale che si sente parte lesa e lo appoggia. I deputati comunali Fabbian, Crivellaro e Bernardi con rescritto 10 novembre trasmettono il reclamo alla curia difendendo il sacerdote e ricordando la di lui economia altamente bistrattata oggidì dalla pensione vitalizia assegnata al Tentori non si sà con quale giustizia […] lo stragrande aumento delle pubbliche imposte, e le falcidiate reviste del Beneficio, per le vicissitudini dei tempi che corrono. Si ricordava pure che Monsignore Barone di Farina, allorché nell’anno 1858 visitava la chiesa parrocchiale di Tombolo, invitato da questa Deputazione a voler attentamente occuparsi della triste situazione economica del beneficiato, dopo di averla già riconosciuta, promise con franche e decise parole di migliorarla, pagando appunto quella vitalizia pensione […] anche per allontanare così qualsiasi pericolo di perdere forse in seguito una persona la quale si è oggimai guadagnata la pubblica benevolenza, e che ha già raggiunto in Comune il più nobile intendimento, quello cioè di insegnare all’amore di Dio e del Prossimo.[20]

L’incarico di risolvere la situazione fu affidato al canonico Giuseppe Biadene (1801-1861) che scriveva al Tentori una lusinghiera lettera con quale proponeva di abbassare la pensione ad una lira austriaca al giorno. L’ex parroco rispondeva il 23 dicembre 1860 con una lunga comunicazione con la quale si opponeva a qualsiasi cambiamento, minacciando che, in caso di rottura del patto per parte del Costantini si trascina seco la perdita di tutti i diritti di cui fù investito, ed io per conseguenza ritorno de jure paroco di Tombolo senza contare che mi si porrebbe nella neccessità di esercitare con tutta fermezza il mio buon diritto e presso le Autorità Ecclesiastiche e presso i Tribunali civili. Si chiedeva il Tentori: Pare a V[ostra] S[ignoria] che questo giovine Sacerdote non possa vivere de’ medesimi proventi, di cui ha vissuto per ben trent’anni il suo antecessore?[21] Dimenticava però l’ex parroco di non aver mai dovuto sobbarcarsi l’onere di un assegno vitalizio, ma non c’era nulla fare se non attendere il trapasso celere del Tentori, confidando nel fatto che il sacerdote aveva un’età se non decrepita, certamente grave e il Benefizio Parr[occhia]le di Tombolo, come risulta dallo stato attivo e passivo dell’Amministrazione eccl[esiastic]a, rimane tuttavia sufficiente anzi superiore alla Congrua di legge ultimamente prescritta.[22] Un altro e forse più importante problema che affliggeva il Costantini sulla scia dei predecessori, era la salute malferma che iniziò a peggiorare fra il 1859 e il 1860,[23] conducendolo prima a cedere progressivamente le redini della parrocchia al Sarto e poi a morire giovane di tisi o forse di enfisema polmonare.[24]

Don Giuseppe Sarto cappellano di Tombolo in un'iimmagine che lo ritrae nel 1859.

Don Giuseppe Sarto cappellano di Tombolo in un’iimmagine che lo ritrae nel 1859.

Fu questa situazione ad aiutare il Sarto a farsi le ossa sotto lo sguardo interessato e amorevole del Costantini che spesso non poteva scendere dal letto. La salute malferma del parroco in ogni caso non gli impediva di far valere le proprie ragioni, come documenta una singolare lettera inviata alla deputazione comunale il 18 novembre 1864 per fare arrestare il militare Giovanni Moretto che forse in preda ai fumi dell’alcol e nel pieno della notte aveva minacciato il parroco.[25]

Sul versante politico il parroco e il cappellano sembrano avere idee diverse. Per il Costantini, che era nato e vissuto in giovinezza sotto l’Austria, l’impero era un nemico, per il Sarto un potere permesso da Dio e quindi legittimo. Il Costantini non nascondeva le proprie simpatie per l’Italia liberale contribuendo a rafforzare in paese il partito antiaustriaco. Si spiega forse per questo clima filo piemontese presente in paese il diniego da parte del commissario distrettuale di Cittadella di concedere il porto d’armi al Costantini che l’aveva richiesto nel gennaio del 1866. Rifiuto motivato dalla necessità di ottenere il consenso curiale che il parroco respinge con un rescritto del 20 febbraio 1866 indirizzato al vicario generale scrivendo: Non vagheggia a capriccio di possedere un’arma, ma reale bisogno di sicurezza nei tristi tempi che corrono, determinavano lo scrivente ad innalzare rispettosa preghiera all’Imp[erial] Reg[ia] delegazione Prov[incia]le di Padova perché si degnasse accordargli il permesso di porto-d’armi.[26]

Due anni dopo il cambiamento politico avviene la visita pastorale dello Zinelli. Il profilo della parrocchia che esce dalla visita, un anno dopo la partenza del Sarto per Salzano, è ancora una volta positivo, eccettuate le lamentele del parroco riguardo le entrate del beneficio parrocchiale.[27]

Al posto del Sarto era subentrato per qualche mese d. Giovanni Filippetto e poi il ventisettenne d. Francesco Miotto di Padernello, che era entrato a Tombolo il 15 gennaio 1868 e del quale il parroco aveva grande stima, un segnale evidente dell’attenzione che il Costantini nutriva per tutti i suoi cooperatori. La popolazione ascendeva a 1.476 residenti, esclusi gli abatini, con cinque inconfessi, un concubinario, gli altri frequentavano regolarmente con maggior concorso durante il tempo invernale e qualcuno si fa licenza di tener aperto le osterie durante i giorni di festa.

Il rapporto fra i tombolani e il Sarto non si era comunque spento e mentre il parroco osservava pieno di speranza il cammino del suo pupillo, non mancavano le occasioni per qualche sporadico ritorno a Tombolo, come il 3 maggio del 1872 quando i fabbricieri annotarono: Pagato al R[everen]do per altrettanti pagati al R[everen]do D[o]n Giuseppe Sarto Panigerista per Solennità S. Croce con 21 lire austriache e 25 soldi.[28]

La fine

Gli ultimi anni del suo mandato il parroco li passa soprattutto a letto, presagendo la fine imminente. Il vicario foraneo d. Domenico Rossi il 2 febbraio 1873 scriveva alla curia ritengo mio dovere di avvisare questa Ill[ustrissi]ma Curia, che il M[olto] Reverendo Parroco di Tombolo D. Antonio Costantini si trova tanto oppresso dal male, che si credette necessario di confortarlo collo amministrargli gli estremi Sacramenti: sembra che ad ogni momento abbia a mancargli la vita; per altro è sempre presente a se stesso, e prega del continuo il misericordioso Iddio a volergli donare la pazienza e la rassegnazione ai Divini voleri.[29] Il parroco teneva duro un altro mese finché il 3 marzo 1873,[30] consumato dalla tubercolosi o dall’enfisema, decedeva senza che il Sarto riuscisse ad arrivare in tempo a Tombolo.[31]

Il ricordo del Costantini fu eternato dai nipoti con una lapide un tempo infissa sul lato sinistro della porta maggiore e ora addossata all’interno del campanile, che recita:

 

AD

ANTONIO COSTANTINI

PARROCO PER III LUSTRI A TOMBOLO

ESEMPIO RARO DI UNA FEDE

CHE TRA LUNGHI E INEFFABILI DOLORI

L’ANIMA SERBA RASSEGNATA E SERENA

RAPITO ALLA STIMA ED ALL’AFFETTO

DI QUANTI IL CONOBBERO

IL DI’ III MARZO MDCCCLXXIII

QUESTA PIETRA

CHE AI POSTERI RICORDI

LE VIRTU’ LO ZELO LA DOTTRINA DI LUI

I NIPOTI CON DESIDERIO

P.P.

Singolare prospettiva della chiesa di Tombolo all'inizio del '900. La stradina conduceva nella campagna dei Morello.

Singolare prospettiva della chiesa di Tombolo all’inizio del ‘900. La stradina conduceva nella campagna dei Morello.


[1] A. Marchesan, Papa Pio X nella sua vita e nella sua parola, Einsiedeln 1904 e 1905, pp. 106-108.

[2] ACVTV, Personale ecclesiastico, b. 16, D. Antonio Bonaventura Costantini, 13 maggio 1856, lettera del delegato provinciale di Padova alla curia con la richiesta di notificare alla patrona Sangaletti che il Tentori si era ritirato solo previa concessione della pensione vitalizia e di inviare la pratica anche a Padova.

[3] Ibidem, Personale ecclesiastico, b. 46, D. Giuseppe Tentori, 15 settembre 1856, editto.

[4] Ibidem, b. 16, D. Antonio Bonaventura Costantini, allegato A, fede battesimale.

[5] Ibidem, allegato D. Don Agostino Costantini era fratello di d. Antonio. Si veda il documento n. 14. A Tombolo si conserva ancora la copia di una lettera scritta dal Sarto alla comunità di Cortina il 20 agosto 1864, dopo la morte di d. Agostino, che reca la firma del fratello d. Antonio Bonaventura.

[6] Ibidem, allegato E, In Nomine C[ris]ti Amen. Lo sottoscritto attesta che il S[igno]r D.n Antonio Costantini da Cortina di Ampezzo, in tutto quel tempo che dimorò fra noi, cioé dal giorno 23. Ottobre 1850 a tutto 5 Agosto 1851, si diportò con esemplare condotta, lasciandoci dispiacenti per la sua partenza; si certifica pure che lo stesso trovasi libero da qualunque pena canonica. Tanto in fede. Dal nostro Convento di S. Lucia di Vicenza lì 5. Agosto 1851. Fr[ate] Amadeo da Monselice M.r R.to Ministro Provinciale.

[7] Ibidem, allegato F, Si veda il documento n. 15.

[8] Ibidem, allegato G, Forania di Montebelluna, Parrocchia di S. Andrea Ap[ostolo] di Venegazzù. Certifico io infrascritto che il Sig[no]r D.n Antonio Costantini mio Cooperatore si diportò sempre lodevolmente nell’esercizio de suo ministero, dando prove non dubbie di capacità, attività, e spirito sacerdotale. Vestì sempre da ecclesiastico, portando sempre e dapertutto il Capello da Prete, sicché la di lui condotta morale fu, sotto ogni aspetto irreprensibile. In confermazione di che Dalla Canonica di Venegazzù Oggi 28. Genn[ai]o 1856 Luigi Quaggetto Parroco di propria mano e col sig[ill]o di Chiesa. Veduto e confermato nelle singole dichiarazioni del M[olto] R[everendo] Parroco di Venegazzù a favore del suo Cooperatore D.n Antonio Costantini il Vicario For[aneo] A. Brunello.

[9] Ibidem, 16 marzo 1857, stato dei servizi ecclesiastici inviati alla curia vescovile di Treviso dalla canonica di Noale firmato D.n Antonio Costantini Coad. Parr.le.

[10] Ibidem, 16 marzo 1857, lettera del Costantini alla curia vescovile di Treviso per l’iscrizione al concorso per quattro sedi parrocchiali vacanti, dalla canonica di Noale. Si veda il documento n. 16.

[11] Ibidem, Tabella dei Concorrenti al Benefizio Parrocchiale di S. Andrea di Tombolo, 26 marzo 1857.

[12] Ibidem, D. Benedetto Da Pos, di Anni di Età 51, dei quali 3 e sette mesi di servizio in diocesi di Treviso, era nativo di Canale d’Agordo, aveva svolto regolari studi teologici nel seminario di Belluno e la curia di Treviso così si esprimeva a suo riguardo: Accettato in Diocesi il dì 11. agosto 1853, in appoggio alle Lettere Commendatizie 25. luglio 1853, del proprio Ordinario, venne assegnato Cappellano Curato, in Ponte di Piave e poi S. Lazzaro ove nella vacanza di questa Parrocchia esercitò le mansioni di Vicario Parr[occhia]le indi fu destinato Curato in Vetrego, e in ultimo Cappellano in Riese, i quali uffici poi vennero da esso disimpegnati con distinto zelo, con lodevole prudenza, e con esemplare contegno.

[13]     Ibidem, D. Jacopo Moda, di 36 anni, dei quali circa 13 di servizio in diocesi, era nato a S. Stefano di Rovigo e come gli altri concorrenti aveva svolto regolari studi di teologia ad Adria. Poiché il padre aveva domicilio in diocesi di Treviso al tempo degli ordini maggiori del figlio, lo si ritenne diocesano pur provenendo da altra diocesi. Il giudizio di presentazione della curia lo descrive in questi termini: Ordinato Sacerdote nel 1844 ai 2. di marzo di detto anno fu successivamente Cappellano Curato nelle Parrocchie di S. Maria di Castelfranco, Chirignago e di Ponte (di Piave), e poi sostenne l’Uffizio di Vicario Curato nelle Parrocchie di Trivignano, di Mestre e di Murano: fu poscia nuovamente Cappellano Curato in Ponzano da dove venne destinato Vicario Par[rocchi]ale in Fossalta di Piave e finalmente in Preganziol, nel disimpegno delle quali mansioni diede sempre saggi di ottima condotta, di zelo apostolico, e di capacità lodevole.

[14] Ibidem, in realtà il vescovo Giovanni Renier aveva concesso il passaggio del Costantini dalla diocesi di Belluno a quella di Treviso il 24 aprile 1857, come appare dal documento originale conservato nel fascicolo del sacerdote.

[15] Ibidem.

[16] A. Marchesan, 1905, cit., p. 109.

[17] ACVTV, Personale ecclesiastico, b. 16, D. Antonio Bonaventura Costantini, 15 aprile 1857 lettera della patrona Adelaide Sangaletti al vescovo di Treviso. Si veda il documento n. 17.

[18] Ibidem, 30 maggio 1857, nota del delegato provinciale alla curia di Treviso.

[19] Ivi, Visite Pastorali, b. 66, Giovanni Antonio Farina, Tombolo, 22 settembre 1858.

[20] Ivi, Parrochie, b. 235a, fasc. Fabbriceria, 10 novembre 1860, lettera della deputazione comunale di Tombolo alla curia vescovile di Treviso.

[21] Ibidem, 23 dicembre 1860, lettera di d. Giuseppe Tentori al canonico Giuseppe Biadene.

[22] Ibidem, 31 dicembre 1860, risposta del canonico Biadene alla deputazione comunale di Tombolo.

[23] Ivi, Congregazione di Godego, 5 marzo 1873.

[24] Romana beatificationis et canonizationis S. D. Pii Papae X positio super introductione causae, Roma 1942, p. 581, (d’ora in poi si citeranno solo i testimoni) teste CLV Serafino Pilotto sacrestano (classe 1844): L’Arciprete Costantini, affetto da tisi, si ridusse al punto di non poter più celebrare e di aver bisogno di continua assistenza. Lo stesso Costantini ricordava speso lo stato continuo di salute malferma e a proposito dello stato tubercolare che l’aveva colpito così si esprimeva in una lettera all’amico Tositti: Don Beppi volle farmi credere di non essere tanto malcontento dei fatti miei; non so se dica davvero; quello che o è che bolseggio a più non posso; che perdo il fiato fino a trenta volte al giorno; ma con tutto questo non ho nessuna voglia di tirare gli spaghi, né di far ridere il becchino! Dell’essere ridotto un baccalà poco mi curo. Nell’atto di morte si dice che morì per enfisema polmonare.

[25] APT, Cartellina rossa, 18 novembre 1864.

[26] ACVTV, Personale ecclesiastico, b. 16, cit., 7 febbraio 1866, lettera del commissario distrettuale di Cittadella con la negazione del porto d’armi al parroco; 20 febbraio 1866, risposta del Costantini al vicario generale adducendo la necessità di un’arma per scopo di difesa.

[27] Ivi, Parrocchie, Tombolo, b. 235b, 9 settembre 1868, Notizie fornite dal parroco in occasione della visita pastorale di Federico Maria Zinelli, n. IX.

[28] APT, Registro fabbriceria 1855-1920, alla data.

[29] ACVTV, Personale ecclesiastico, b. 16, cit., 2 febbraio 1873, lettera del vicario foraneo alla curia vescovile di Treviso.

[30] APT, Registro Defunti, 5 marzo 1873: Costantini Rev[erendissi]mo D. Antonio-Bonaventura figlio delli furono Gio. Maria e Caterina Di Maj nato in Cortina d’Ampezzo li 10 luglio 1821, fu Parroco di questa Cura per 16 anni, dove, mercé la divina assistenza, fece risplendere le virtù tutte che si addicono a vero Sacerdote cattolico ed in mezzo alle lagrime de’ suoi Parrocchiani lasciava la vita lì 3 corr[ente] alle ore 3 a[nti] m[eridiane] in causa di Enfisema polmonare, e il suo cadavere venne oggi 5 suddetto sepolto in questo Cimit[er]o Parr[occhial]e Com[unal]e coll’assistenza dei Rev[erendissi]mi suoi Conf[ratell]i Parrochi e di altri Sacerdoti. D. Enrico Ferd[inand]o Morelli Cancell[ier]e. Sotto il necrologio si trova la dedica racchiusa in una cornice rettangolare lasciata dal vicario parrocchiale d. Francesco Miotto: Ad/ supra descripti defuncti/ memoriam/ + ETERNA REQUIE E LUCE PERPETUA/ ALL’ANIMA BENEDETTA/ DI/ ANTONIO BONAV.A COSTAN/TINI/ SACERDOTE DOTTO ZELANTE INTEGERRIMO/ PER XVI ANNI PAROCO A TOMBOLO/ DESIDERATISSIMO/ CHE NEL SUO LII ANNO.O/ DOPO TRE LUSTRI D’INFERMITA’/ XXX GIORNI DI AGONIA PENOSISSIMA/ TOLLERATE COLLA COSTANZA DEL MARTIRE/ COLLA SERENITA’ DEL GIUSTO/ AI III DI MARZO DEL MDCCCLXXIII/ RIPOSAVA NEL BACIO DEL SIGNORE/ D. Fran[ci]scus Miotto ipsius cooper/ ac inde/ huius ecclesiae Vicarius. Parroch[ial]is.

[31] ACVTV, Personale ecclesiastico, b. 16, cit., 6 marzo 1873, il vicario foraneo De Rossi avvisa la curia che il giorno precedente si erano svolti i funerali del Costantini, alla presenza dei sacerdoti della Congregazione foranea. Per il necrologio si veda il documento n. 21.