Storia Dentro la Memoria


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Due confraternite laiche a S. Giorgio in Bosco nel 1742

di Paolo Miotto

Priuli

Il cardinale e vescovo di Padova Antonio Marino Priuli.

Il 27 ottobre 1742 di buon mattino – Horis matutinis – il cardinale e vescovo padovano Antonio Marino Priuli giunge a S. Giorgio in Bosco per un’importante visita pastorale provenendo da Villa del Conte. È accolto dal parroco d. Girolamo Serpe con tutta la delegazione vicentina formata da D. Gaspare, conte di Valmarana, D. Giuseppe Troncato, canonico della cattedrale, dal cancelliere vescovile D. Giovanni Francesco Zanadio e da alcuni familiari del Priuli. Fu accompagnato processionalmente in chiesa sotto il baldacchino sostenuto da quattro uomini del paese Sub Baldachinum a quattuor viris comunitatis ejusdem villa(e) sustentatum. Qui celebrò la messa solenne, terminata la quale in mitra, et cum Baculo Pastorali, cambiò i paramenti liturgici e iniziò l’ispezione della chiesa interrogando i massari delle confraternite che reggevano i due altari principali.. L’altare maggiore, dedicato a S. Giorgio martire come la chiesa, era sostenuto dalla confraternita del Santissimo della quale era massaro responsabile Giacomo Franceschetto. Questi rispose alle domande del presule affermando: La nostra Fraglia è antica, regolata colli suoi Capitoli, registrati in libro nuovo formato l’anno 1732; ma non si vede l’approvazione di Mons(igno)r Ill(ustrissim)o e Rev(erendissim)o Vescovo; è numerosa di confratelli 100 c(irc)a, li quali nel primo loro ingresso pagano soldi sei, come pure altri soldi sei ogni anno, li quali s’impiegano in cere p(er) l’accompagnamento del Venerabile agl’Infermi, e nelle spese p(er) l’esposizione, e in fare celebrare Messe due p(er) ogni confratello, che muore; non ha alcun Legato, ne entrata, ma si mantiene oltre le suddette oblazioni de’Confratelli colla cerca solita farzi in Chiesa, e fuori di Chiesa di formento, e sorgo a suoi tempi […] Detta scuola fa celebrar Messe n.° 8 an(n)ue p(er) il q(uonda)m Sforza Fada.
Il Priuli comandò che fossero presentati in cancelleria vescovile i capitoli della confraternita per la loro definitiva approvazione e di predisporre le opportune verifiche per appurare chi dei suoi predecessori li avesse confermati. Quindi passò all’altare della Madonna del Rosario, nel quale era custodita, in un bellissimo (pulcherrimo) reliquiario d’argento, un pezzetto della sottoveste della Vergine, già approvata e sigillato dal vescovo padovano Giovanni Minotto Ottoboni (vescovo di Padova dal 1730 al 1742) e riconosciuta dalla curia vicentina il 10 giugno 1733. Questo altare era privilegiato con breve apostolico del 18 agosto 1739, vi si commemoravano i defunti ed era sostenuto dalla confraternita del Rosario. Il massaro era Giacomo Ceccato che, interrogato dal vescovo, rispose: La nostra Fraglia è antica, è canonicamente eretta, numerosa di Confratelli n.° 250; li quali ogni anno pagano soldi otto, quali s’impiegano in mantenere l’Altare, e fare celebrare messe n.° 4 p(er) ogni Confratello, che muore. Sono stati affrancati tre Legati L’anno 1740; il primo lasciato da D. Anselmo Anselmi di £. 36 con obbligo di messe n° 6 annue pervenute alla scuola l’anno 1655 22 Maggio […]; il secondo lasciato da D. Gio: Batta Forni di £. 127 l’anno 1665 19 Giugno, come in suo Testamento […] con obbligo di far celebrare in perpetuo una messa tutti li sabbati dell’anno, e spendere p(er) la solennità dell’Assunzione di Maria Vergine, con messe cinque in esso giorno da celebrarsi dalli M(ol)to R(everendi) Rettori della Villa del Conte, di Lobia, S. Giorgio in Bosco, di S. Anna Morosini, e curato di Paviola; il terzo Legato lasciato dal q(uonda)m D. Gio: Batta Bagnara di £. 80; l’anno 1656 21 Gennaro, come in suo Testamento […] con obbligo di messe n° 48 an(n)ue.
Erano ancora attivi vari legati di messe celebrate nei vari altari secondo le disposizioni testamentarie lasciate dai fondatori ed erano il legato Lodovica Anselmi, istituito il 13 giugno 1653 con 34 lire e 2 soldi, che prevedeva 12 messe annue; il legato Bartolomeo Bordin l’11 dicembre 1653, con 6 lire per 3 messe annue; il legato Salvador Ceccato istituito nello stesso giorno e anno del precedente, con un importo di 6 lire per 3 messe annue; il legato Domenico Rebelin nel 1654 per 6 messe annue; il legato Domenico Galeotti il 10 ottobre 1689, di 10 messe annue.


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Proprietari a proprietà a Paviola nel 1797

Paviola

di Paolo Miotto

Con l’avvento dell’era napoleonica i cambiamenti nel nord Italia furono molti e in gran parte protesi a sfruttare le risorse locali mediante un’attenta ricognizione delle ricchezze immobiliari. A Paviola di S. Giorgio in Bosco (PD) il personaggio più in vista è il patrizio veneziano Alessandro Marcello ma, a dispetto delle apparenze, non si tratta certamente del più ricco. Nel 1797 dichiara di possedere nella località una trentina di campi, compresi i fondi edificati. Scorrendo le polizze del governo provvisorio instaurato da Napoleone in quell’anno, emergono alcune sorprese. Il villaggio è, infatti, posseduto da extrapaesani, padovani e veneziani in prevalenza, con una ridottissima quota, meno dell’1%, in possesso di qualche elemento del luogo. Ne consegue che quasi tutta la popolazione di Paviola era locataria e quindi sottoposta alle regole imposte dai pochi possidenti.
Il maggior proprietario a Paviola è un ente religioso, il convento dei Carmelitani di Padova, che può contare su 163 campi e mezzo affittati a tre locatari: 108 sono concessi ad Angelo Martini, detto Baldante, per 2.266 lire circa, 54 a Domenico Carturo in cambio di 921 lire e 1 campo e mezzo a Giuseppe Caramella (Zaramella) per 37 lire. Al secondo posto troviamo il marchese Tommaso degli Obizzi, che a Paviola dichiara di possedere 107 campi, ai quali vanno aggiunti 26 campi a Lobia, 78 a Carturo di sotto e Presina, e 40 a Villa del Conte, per un totale di 251 campi. In realtà gli Obizzi a Paviola avevano avuto fin dal ‘500 molti più campi, che però avevano parzialmente alienato nel corso del ‘600. Alla fine del ‘700, i terreni di Paviola erano stati assegnati ad Antonio Boratto che li aveva subaffittati a Giuseppe Bellato, d. Davide dalla Pozza, Giacomo Maso, Giuseppe Cacaro e a Valentin Loregiola, con l’ennesimo casone.
I bassanesi imparentati Giuseppe Perli e Antonio Remondini avevano acquistato unitamente 64 campi: 31 erano stati concessi in affitto ad Antonio Battistella per 1.027 lire e 11 soldi, 33 a Giovanni Zanarella per 973 lire e 19 soldi.
Un altro possidente di primo piano era il padovano Gabriele Carboni, con 56 campi e mezzo, che aveva locato ad Angelo Fuzzi, Giovanni Maria Pasinato, Mattio Lucon, Antonio Zarpellon, detto Scarparo, e Angelo Maso.
Il cittadino di Montagnana Antonio Diodati poteva contare su 45 campi, tutti affittati al già noto Giuseppe Caramella (Zaramella), per un’obbligazione annua di 1.638 lire.
Altri 45 campi, ma di qualità inferiore rispetto a quelli posseduti dal Diodati, appartenevano ad Antonio Checchini di Padova che li aveva locati a Francesco Dalla Via per appena 1.156 lire.
S’incontra poi un Filippo Giacomo Rochi di Cittadella, probabile discendente del Bartolomeo protetto da Angelo Morosini nella seconda metà del ‘600, con 23 campi: 15 locati a Zamaria Bevilacqua per 398 lire e 8 a Paolo Cacaro per 265 lire.
Sette campi a testa erano intestati ai parenti Giovanni Battista ed Antonio Bolzetta di Padova, che li avevano affittati al possidente sangiorgese Francesco Dalla Via, rispettivamente per 232 e 160 lire.
Cinque campi erano dichiarati dal cittadellese Gaspero Benazzato, dopo essere stati ceduti in affitto ad Antonio Scarparo, seguono quindi i proprietari minori: Luigi Conti di Padova con 4 campi e mezzo affidati al solito Francesco Dalla Via, Gerardo Grigij da Treviso con 3 campi affidati a Giuseppe Caramella, Zuanne Zanzarin da Villa del Conte con 3 campi locati a Giuseppe Moretto, l’eredità del defunto Andrea Cappello di Galliera annoverava fra i moltissimi fondi sparsi in tutto il Padovano, anche 1 campo e tre quarti “in Villa Di Paviola, ossia Paviolon”, concesso in enfiteusi a Francesco Zorzi, Natale Brodeghati di Padova con 1 campo e un quarto, affittato a Mattio Luccon, le sorelle Cattarina e Teresa Brunori con 1 campo, Natale Brunoro, detto Battistella, con 1 campo locato al Dalla Via, Marco Brunoro e i cugini di Campo San Martino con tre quarti di campo, Marco Cosma di Padova (?) con mezzo campo ceduto al Dalla Via.
Un caso a parte è rappresentato dal curato d. Francesco Marini (1719-1815), che dichiara le proprie rendite solo riguardo alla riscossione del quartese perché i fondi agricoli e gli immobili appartengono alla parrocchia di S. Giorgio in Bosco. Il “Curatto di Paviolla” dichiara le rendite del quartese consistenti in: 30 staia di frumento, 48 di frumentone, 1 e mezzo di fagioli e 12 mastelli di mosto, per un controvalore complessivo di 405 lire, dalle quali erano da detrarre 24 lire di spese di riscossione, “per Risguattare”, dei generi.
Il parroco di S. Giorgio in Bosco, d. Domenico Olivieri, denunciando le risorse economiche della prebenda parrocchiale, si premura di segnalare anche i terreni posti a Paviola, che ha suddiviso in due affittanze: la prima, formata da 14 posti nella contrada della chiesa, 2 nella stessa zona, ¼ di campo e 76 tavole nella contrada del Ronco, era locata a Giuseppe Martini, che l’ha subaffittata ad Antonio Berti, con una resa annua di 620 lire; la seconda, di appena un campo e mezzo quarto, era affittata al solito Francesco Dalla Via in cambio di 37 lire e 10 soldi.


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Gli esercenti del comune di S. Giorgio in Bosco nel 1807

Oggi, come nel passato, si discute molto di tasse governative giudicate spesso troppo esose. Nel passato non era diverso. Francesi e austriaci, ben prima dell’annessione del Veneto allo stato sabaudo, avevano idee chiare sull’argomento. Censire gli esercizi pubblici non serviva a studiare il flusso economico locale, bensì a imporre balzelli a colpo sicuro e a controllare lo “spirito pubblico” cioè l’ordine sociale. Nelle numerose osterie e bettole sperse per i paesi, si nascondevano infatti i veri focolai di opposizione al regime. Lì si discuteva animatamente dell’andamento dei prezzi, di come sbarcare il lunario, dei problemi familiari e personali e si sbraitava contro i governanti sperando di non essere spiati e denunciati.

La ricerca di dove fossero dislocati e da chi fossero gestiti tali esercizi pubblici inizia dal documento intitolato “Traffici soggetti alla Contribuzione de Dazi di consumo che sono esercitati nelle infrascritte Comuni”. Questo consente di verificare il numero e l’identità degli esercenti esistenti nel 1807 su tutto il territorio comunale sangiorgese. Va osservato che la compilazione delle tabelle dei liberi professionisti è effettuata sul finire del 1807, quando la municipalità sangiorgese aveva affossato quella della vicina Sant’Anna Morosina. Perduta ogni dignità amministrativa, quest’ultima per qualche tempo riesce a mantenere dei propri rappresentanti ai quali il sindaco deve rivolgersi con gentilezza se intende raggiungere l’obiettivo. È per questo motivo che Pietro Mion deve scendere a patti con Marco Guarnieri, il deposto primo cittadino di Sant’Anna. Questi, inviandogli i dati relativi alla località santanina, gli scrive: “Amico Carissimo. È scritto male assai, ma Voi intenderete tutto. Non vi ho potuto spedire oggi questa nota, perché senza mio Fratello [Giuseppe] non era possibile il farla, ed Egli era a Padova. Tosto venuto ho procurato servirvi, e vi assicuro, ch’è tutto esatto. Vi saluto di cuore. Addio il mio Sindico terribile. Amatemi e, credetemi.”

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Ditta Ubicazione Periodo d’attività Esercizio
       
Anselmi Francesco S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa 20 anni Oste, pizzicagnolo, venditore di legname, casse da morto, d’acquavite “al ingrosso”, mattoni e calce
Basso Paolo Sant’Anna Morosina, nella piazza   Pizzicagnolo, macellaio, negoziante di filati e merciaio
Benozzato Domenico S. Giorgio in Bosco, contrada della Bolzonella 2 anni Panettiere
Bettiati Mattio Sant’Anna Morosina   Calzolaio
Boffo Domenico detto Coconello S. Giorgio in Bosco, contrada del Palazzo Rosso 20 anni Oste di bettola
Boldrin Alvise S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa   Sarto
Calzavara Marco Sant’Anna Morosina   Cappellaio
Castella Giuseppe S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa   Sarto
Cauzzo Angelo Sant’Anna Morosina   Sarto
Cauzzo Giovanni Sant’Anna Morosina   Barbiere
Cavinato Francesco S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa 3 anni Oste di bettola
Cazzavillani Giovanni Lobia, contrada alla Chiesa   Proprietario di un filatoio
Favretto Nicolò detto Semolo Sant’Anna Morosina, nella piazza   Venditore di vetri e stoviglie
Frasson Gioachino Sant’Anna Morosina, contrada della Sega   Conduttore della Sega
Grifalconi Giacomo (sacerdote) Lobia, contrada della Stradella di Lobia 5 anni Oste di bettola
Grifalconi Stefano Lobia, contrada del Molin 15 anni Oste di bettola
Loregiola Giacomo detto Battiston Lobia, stradella del Castellani   Oste di bettola
Marangon Domenico Sant’Anna Morosina, nella piazza   Oste e fornaio
Marangon Giuseppe Paviola, contrada di Ca’ Marcello 20 anni Falegname
Miatelli Francesco S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa 40 anni Fabbro
Miatelli Giovanni Sant’Anna Morosina   Fabbro
Miatello Giuseppe Paviola, contrada Sopra alla Strada Regia o Ca’ Marcello 1 anno Fabbro
Monici Gio. Batta (cadorino) S. Giorgio in Bosco,

contrada della Fornace

25 anni Calzolaio per 10 mesi l’anno
Nicolasso Alvise S. Giorgio in Bosco. contrada della Bolzonella   Sarto
Pietrobon Bortolo detto Muto Sant’Anna Morosina   Falegname
Romanello Giuseppe detto Zanzarello Sant’Anna Morosina   Calzolaio
Saetta dr. Giuseppe S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa   Medico condotto
Tofanin Eugenio Paviola, contrada della Strada Regia o Ca’ Marcello 2 anni Calzolaio
Tombolato Giovanni Paviola, contrada della Strada Regia 30 anni Oste, pizzicagnolo, macellaio e fornaio
Zambon Olivo detto Taglialargo Sant’Anna Morosina   Sarto
Zampa Domenico S. Giorgio in Bosco, contrada della Chiesa   Sarto
Zava Francesco Sant’Anna Morosina   Sarto
Zeccato Nicolò S. Giorgio in Bosco   Venditore d’acquavite e rosoli