Storia Dentro la Memoria


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La Battaglia di Castelfranco (24 novembre 1805) e la Casona di S. Martino di Lupari

di Paolo Miotto

Scrivendo della Strà, l’arteria stradale principale che un tempo collegava Cittadella a Castelfranco, si è fatta menzione degli eserciti che vi sono passati durante i secoli. Rimangono tutti episodi pressoché anonimi, relegati ai grandi avvenimenti che hanno coinvolto la Castellana e il Cittadellese e difficilmente documentabili per i fatti accaduti alla Casona, fatta eccezione per alcune rare circostanze. Una di queste riguarda la poco nota Battaglia di Castelfranco, avvenuta il 24 novembre 1805. Si tratta di un episodio bellico poco rilevante per la storia con la “S” maiuscola, ma non così trascurabile per il generale Napoleone Bonaparte, poiché decise di inserirla sull’arco di trionfo a Parigi, fra la serie delle sue vittorie più importanti.

La battaglia di Castelfranco si inserisce nello scontro fra i francesi e le vecchie monarchie, alleatesi nella Terza coalizione (Gran Bretagna, impero austriaco, impero russo, regno di Napoli e Svezia). Nell’autunno del 1805 la nostra zona è sotto il controllo austriaco e la pressione francese si fa sempre più forte. Napoleone va verso Vienna e riporterà una grande vittoria ad Austerliz (2 dicembre 1805) contro gli eserciti austriaco e russo. In Veneto rimane il generale Andrea Massena al comando dell’Armata del Regno d’Italia (Lombardia, la Romagna e parte dell’Emilia).

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24 Novembre 1805. La cavalleria dell’esercito francese, cerchio rosso, ha da poco oltrepassato la Casona e si dirige verso Castelfranco attraverso la Strà per dare man forte alle truppe comandate dal generale Saint-Cyr che, pur essendo in minoranza, vinceranno contro quelle austriache capeggiate dal principe di Rohan. 

Le ostilità iniziano con l’offensiva dei francesi che il 28 ottobre sconfiggono gli austriaci sull’Adige a Caldiero. In aiuto di Massena arrivano le truppe del generale Laurent de Gouvion-Saint-Cyr, stanziate prima nel Regno di Napoli.

La controffensiva austriaca non si fa attendere. Il principe di Rohan per arrestare la possibile avanzata francese lungo la Valsugana, scende da Bolzano. Il 23 occupa Bassano con alcune migliaia di austriaci, deciso a spazzare via i francesi che avevano posto sotto assedio Venezia. Scende verso Castelfranco per affrontare il nemico. Il generale francese de Gouvion-Saint-Cyr fa schierare i suoi uomini a Resana: le divisioni francesi del generale Reynier e del generale Verdier, la divisione italiana comandata dal generale Lechi, la cavalleria polacca dei generali Grabinski e Clopinski.

La mattina del 24 novembre i due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro tra Castelfranco e Resana. Caricano per primi gli austriaci con tre attacchi successivi. I francesi sono inizialmente in difficoltà, ma mettono in atto una strategia che si rivelerà vincente. Attraverso la Strà convergono da Cittadella a Castelfranco ben mille cavalieri della brigata del generale Peyri, che attaccano alle spalle l’ala destra austriaca. Gli austriaci sono costretti a combattere su due fronti. Indebolito lo schieramento centrale, la cavalleria polacca sfonda e mette in fuga 700 corazzieri. Nel vano tentativo di spronare i suoi soldati, il principe austriaco di Rohan interviene personalmente sul campo di battaglia, ma viene ferito. Deve riparare all’interno del castello di Castelfranco, dove in breve tempo è costretto ad arrendersi con tutto il suo stato maggiore.

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La battaglia di Castelfranco ricordata da Napoleone nell’Arco di Trionfo a Parigi.

Secondo le tarde memorie del generale Gourion-Saint-Cyr, nell’occasione caddero nelle mani francesi 7.125 fanti, 1.066 cavalieri, 12 cannoni, 125 muli e 27 vetture per il trasporto delle vettovaglie.

Che parte ebbe la Casona nella battaglia?

La riposta giunge osservando la mappa del campo di battaglia fatta disegnare dal generale Gourion-Saint-Cyr nelle sue memorie militari. In questa, sono rappresentate con i colori blu e giallo, rispettivamente le truppe francesi e austriache. Con la lettera K sono raffigurati tre gruppi di cavalleria della brigata del generale Peyri, fissati nel momento in cui sopraggiungono da Cittadella lasciandosi alle spalle la Casona e dirigendosi verso Castelfranco. Si tratta della brigata di cavalleria Jaquet, inizialmente assegnata alla divisione Peyri, e formata dai dragoni di Napoleone, dal 1° squadrone Cacciatori e da una batteria a cavallo. Oltre un migliaio di soldati a cavallo passano al galoppo, a poca distanza dai due edifici della Casona, pronti a combattere per Napoleone. Gli stessi che di lì a poco tornano vittoriosi verso Cittadella con una parte del bottino strappato agli austriaci, che per breve tempo è depositato negli edifici della Casona mentre i cavalli e i loro cavalieri si rifocillavano in attesa di disposizioni.

Se i muri potessero parlare…


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Per un tozzo di pane! Piccole storie di reduci affamati

Nel giugno del 1946, S. Martino di Lupari è un paese duramente provato dalle vicende belliche e ancor più dai lutti derivati dall’efferata strage nazifascista che si era consumata in paese il 29 aprile 1945. La povertà e la disoccupazione mettono a dura prova molte famiglie che si lagnano con gli amministratori. L’amministrazione comunale cerca come può di sopperire alle numerose richieste di lavoro che arrivano in municipio ma senza grandi risultati. La conseguenza immediata è la partenza in massa verso altre regioni d’Italia e per molti l’espatrio. Sembra di tornare ai tempi dell’epopea già vissuta dalla nazione fin dal 1878. Esplorando le carte dell’archivio comunale relative al 1945, è emerso un plico di documenti inerente la richiesta di un posto di lavoro temporaneo da assegnare ad un reduce di guerra. Il carteggio è parso interessante almeno per tre motivi: da una parte la conservazione dei temi della prova scritta somministrata ai candidati che rievoca un episodio di guerra o di prigionia di compaesani; dall’altra il clima di tensione epistolare che emerge fra un aspirante e l’amministrazione municipale, accusata di non fare abbastanza e di assicurare lavoro impiegatizio a chi, secondo il candidato, ne ha meno bisogno; infine, si ripropone a 70 anni di distanza il tema del lavoro difficile e spesso impossibile.

Ma veniamo alla vicenda e ai documenti.

Il 14 giugno 1946 il sindaco fa emanare la seguente circolare pubblica:

Oggetto: assunzione reduce

Dovendo quest’Amministrazione procedere alla assunzione, in via provvisoria, di un reduce, in sostituzione di altro avventizio attualmente in servizio, ed al fine di procedere alla scelta dell’elemento più idoneo per capacità e meriti acquisiti, invito la S.V. a presentare a quest’ufficio segreteria, entro e non oltre lunedì 17 corrente, il titolo di studio in suo possesso e tutti quegli altri documenti che ritenesse dedicarlo al fine di dimostrare eventuali benemerenze. Quest’Amministrazione si riserva eventualmente di sottoporre i candidati ad una prova scritta.      Il sindaco

All’offerta aderiscono più candidati, ma alla fine accedono alla prova scritta solo in quattro: Gasparin Vittorio, classe 1915, coniugato con due figli, privo di titoli di studio, Tombolato Dante, classe 1922, celibe, con licenza di avviamento presso la scuola di Cittadella, Milani Mario, classe 1919, celibe, con certificato di frequenza al secondo anno della scuola di avviamento di Cittadella, Ruffato Erminio, classe 1915, celibe, con compimento corso supplementare di tipo agrario e un corso di dattilografia.

Tre delle richieste presentano un curriculum brevemente autobiografico dai toni pacati, la quarta, invece, palesa toni polemici nei confronti degli amministratori:

Al Consiglio Comunale.

San Martino di Lupari 11/5/946

Sono un reduce dal Sud, da ben 10 anni ho prestato servizio militare nel regio esercito, dall’8 settembre 943 con il Corpo Italiano di Liberazione ho combattuto contro il tedesco. Allego encomio solenne ricevuto dalle mani del generale Cadorna. Congedato il 20 settembre 945 in seguito ad un ordine ministeriale. Sono sposato e con una bambina carico, in seguito a tale congedamento o ripetutamente chiesto a molte ditte industriali di San Martino, e fuori, lavoro onde procurare quel necessario alla mia famiglia, da notare che mio padre ben poco può venirmi incontro, sanno, anche per lui la guerra ha causato la distruzione della casa ed uccisione di animali, così che anch’egli si trova in difficoltà. A molte ditte industriali di San Martino, e fuori, lavoro onde procurare quel necessario alla mia famiglia, da notare che mio padre ben poco può venirmi incontro, sanno, anche per lui la guerra ha causato la distruzione della casa ed uccisione di animali, così che anch’egli si trova in difficoltà. La ditta Bertolo Gino sin dal novembre scorso gli aveva dato formale assicurazione di assunzione, ma ora dopo tanti rinvii ha reciso ogni ulteriore promessa. Ho avuto diversi colloqui con il sindaco, onde sopperire, almeno con qualche giornata di lavoro nel municipio, al bisogno di famiglia, ancora vani riuscirono tutti i miei sforzi. Considerino loro signori se ad un reduce con una famiglia a carico privo di ogni mezzo di sostentamento deve essere lasciata in considerata la sua condizione. Le recenti disposizioni del Consiglio dei Ministri a favore dei reduci quando saranno applicate? Il personale avventizio impiegato nel municipio, specie femminile, è insostituibile? La signorina ***, nubile, impiegata municipale. La signora ***, coniugata con il signor ***, calzolaio presso la ditta ***. Sono tutti insostituibili? Prego, più ancora scongiura il sopraccitato consiglio di prendere a cuore la presente, e nei limiti del possibile venirmi incontro avendo pure la moglie in stato di avanzata gravidanza. Voglio sperare che la presente esposizione di critiche condizioni, nonché supplica trovi comprensione.

Toccati sul vivo, i consiglieri nominano una commissione per la verifica del candidato più idoneo da assumere. La terna è capeggiata dal socialista Giovanni Todeschini, che il 2 luglio 1946 convoca i candidati e somministra loro una prova scritta dal titolo: Lettera di un amico al quale narrate uno degli episodi più salienti della vostra vita di guerra o di prigionia.

Ecco i testi dei temi nella versione corretta dai quali trapelano alcune notizie inedite sulla vita di prigionia dei quattro candidati.

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Prima pagina del tema del reduce Vittorio Gasparin.

 

Gasparin Vittorio

San Martino di Lupari li 2-7-46

Svolgimento

Lettera ad un amico al quale narrerete uno degli episodi più salienti della vostra vita di guerra di prigionia

Amico carissimo, da poco tempo sono ritornate in famiglia: per te questa sarà una notizia inaspettata, giacché sapevi la mia posizione dell’esercito cioè in Carriera Continuativa.

Pensa che per ben due anni ho combattuto a fianco delle valorose truppe alleate, del non dimenticare che tutti i reparti italiani si sono battuti con coraggio, ardore, sostenendo grandi sacrifici e con tutto ciò ora non si tiene conto di tali sforzi compiuti: non dimenticherò mai le famose giornate che dal 1 luglio all’8 dello stesso 1944, in provincia di Ancona e precisamente a Filobianco, Santa Maria Nuova, Belvedere in cui un’intera brigata di S..S Voleva arrestare la nostra vittoriosa marcia.

Mi trovavo con il mio reparto, facente parte del corpo Italiano di Liberazione, su di un’altura denominata q. 44; occupammo tale quota il 1 luglio alle 9:00 circa, mio capitano, comandante e il reparto, deve subito gli ordini di sistemazione difesa, chiesa materiale atto per la difesa, filo spinato, sacchetti a terra. Giunto tutto ciò incominciammo a scavare trincee, postazioni in armi ecc. Nel frattempo incominciò un fortissimo di artiglieria avversaria che ben sai che l’artiglieria attiri di disturbo, però il più delle volte quando l’artiglieria spara con tiri intensi è preludio di un’offensiva e tale fu in quel giorno. Tale azione ci causò molte perdite non sia col morale di noi tutti; resistemmo al fuoco delle artiglierie, più ancora resistemmo l’attacco della fanteria che durò per più ore. Terminata anche questa azione, di fronte a noi il terreno era cosparso di cadaveri tedeschi impiegati del fuoco delle nostre armi. Questo è solo un episodio di quel 1 luglio 44, ma devi pensare che per ben otto giorni durò dall’inferno e le perdite nostre furono gravi, ma per il nemico furono assai maggiori. Molti furono i premiati ed elogiati dello stesso generale Clark. Tutto bene, auguro a te e famiglia ogni bene.

Affezionatissimo Gasparìn Vittorio

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Prima pagina del tema del reduce Dante Tombolato.

 

Tombolato Dante, San Martino di Lupari, 2 luglio ‘46

Svolgimento

Carissimo amico, dopo aver combattuto in una guerra piena di errori, dopo aver fatto 35 mesi di prigionia, finalmente dopo tanto pellegrinare sono giunto a casa, nella speranza di trovare la felicità, ma, purtroppo, anche questa felicità fu vana, perché, la rappresaglia tedesca ha segnato con il suo marchio d’infamia è anche la mia casa.

Ti voglio narrare brevemente il mio battesimo del fuoco avvenuto il 3 dicembre 1941 a Bir El Gabi- Africa Settentrionale.

Siamo in 500 giovani, forti e pieni di spirito combattivo; la sera del 3 dicembre il mio battaglione si trova nei pressi di Bir El Gabi ed improvvisamente veniamo attaccati dalle artiglierie inglesi; siamo completamente allo scoperto e alle prime granate il nostro comandante viene ferito; altri compagni trovano la morte, per il resto della notte calma e approfittando di questa calma, ci stendiamo cerchio.

Il quattro mattino incominciano da parte degli inglesi una serie di attacchi con carri armati e fanterie composte di truppe di colore, ma nulla vale contro la nostra tenacia, contro il nostro coraggio. I cari entrano nel cerchio fanno opera di schiacciamento, ma nessuno di noi molla anche a costo di morire.

Abbiamo parecchie perdite siamo senza viveri e senza acqua, ma malgrado questo si resiste ad oltranza. Gravi perdite subiscono queste truppe di colore, mercenari partiti dei domini inglesi che s’imbattono nella lotta ubriachi come un gregge privo del controllo del pastore.

Questa lotta continua per tre giorni e tre notti finalmente la divisione Ariete ci rompe cerchio ci libera. Così fu il mio battesimo chiamato la battaglia della carne contro l’acciaio. In questo giorno ho pianto calde lagrime non di dolore ma di gioia. Ti voglio inoltre illustrare cosa voglia dire prigionia e le sue conseguenze. Quale tristezza il primo giorno di prigionia! Tutto intorno desolazione completa, vasti incendi all’orizzonte, armi fatte saltare, camion sventrati. Pian piano incolonnati da truppe francesi ci avviciniamo ai primi campi di concentramento e dalla incominciano le prime umiliazioni. Riviste sopra riviste, denaro rubato, fotografie dei genitori strappate, percosse e tutto questo bisognava subire senza dar segno di ribellione altrimenti veniva il peggio.

Quale triste parola sei tu, o prigionia! Chi non ha provato non può comprendere la vastità di questo nome che vuol dire: abbandono completo alla tristezza e alla desolazione e disperazione. Perché si è privi di qualsiasi libertà. Scusami caro amico sentì esposto questi tristi ricordi.

Caramente ti saluto il tuo affezionatissimo amico Dante Tombolato.

IMG_1477 Milani Mario

Prima pagina del tema del reduce Mario Milani.

 

Milani Mario, 2-7-1946

Soluzione

Dovrai perdonarmi, se ti invio dopo una decina di mesi e dettagliate notizie. Voglio descriverti un po’ della mia vita in tutto questo passatempo. Nel 1939 e nel 1940, come clima generale, vita di caserma non fu dura, bensì un po’ noioso. Nel 1941 entrammo con il reggimento G. A. F nella Jugoslavia dopo qualche giorno di combattimento, non dico aspro, ma nemmeno divertente. Non ti pare? Nel mese di luglio ci hanno inviati come truppe d’occupazione nella zona di Nervo Mesto (fra i confini della Serbia) e li potemmo sostare qualche mese, fu poi di nuovo incamminarci verso Welike Bloke (Croazia), perché oramai eravamo diventati il battaglione mobile. Dopo qualche giorno, le truppe partigiane comandate da Tito Timosic ci attaccarono di sorpresa e lì abbiamo avuto 15 morti e una trentina di feriti, la maggior parte gravi. Dopo questa perdita ci siamo ritirati a Lungatico (Lubiana) per rinforzare il battaglione (e questa è la fine dell’episodio del 1941). Nel 1942, il battaglione ha sostato sino il mese di ottobre; io in quel frattempo mi ammalai di deperimento organico, in seguito a ciò mi inviarono all’ospedale militare di Lubiana. Di feci 45 giorni di iniezioni e poi mi inviarono in licenza di convalescenza per 15 giorni immagina tu la mia gioia dopo tre lunghi anni nel rivedere la famiglia. Terminata la convalescenza entrai alla comando G. a F. e lì rimasi sino il giorno dell’inizio della prigionia dopo aver sostenuto dei combattimenti a Postumia, dove abbiamo dovuto cedere le armi per mancanza di ordini precisi da parte degli ufficiali superiori. Da lì è cominciata la nostra prigionia. Dopo qualche giorno ci inviarono con carri bestiame verso i campi di concentramento. Questo viaggio è durato sette lunghissimi giorni di fame perché non ci hanno dato un pezzo di pane durante questo frattempo. Siamo arrivati in una cittadina della vecchia Prussia e poi al campo di concentramento. Gli facemmo due mesi con due patate è un mestolo d’acqua calda prima di essere inviati al campo di lavoro. Caro amico, non potrei mai immaginare a quali sofferenze siamo stati sottoposti, sia materiali che morali. Nel mese di novembre 1943 partimmo per il campo di lavoro eravamo 132 e siamo rimasti 38, gli altri morti e malati. Io pregavo iddio che mi potesse dare grazie di morire senza mollarli, per non soffrire di nuovo insomma, ero talmente giù di morale, che non potevo immaginare! Questa vita insomma è durata fino al gennaio 1945 finché c’hanno inviato in un’altra fabbrica bellica e lì, caro, dopo tre mesi fui punito per avere sabotato una Canna 152 millimetri. È stata per colpa mia, ma ormai non mi importava più della morte mi fecero il processo in inviarono per punizione nel campo di Mattause. Nel lungo viaggio, per arrivare a destinazione, trovai altri quattro italiani i quali quasi tutti i quattro avevano fatto pressappoco uguale come me. Entrammo in quel campo innanzi a dei cadaveri viventi che si cibavano con soli 50 g di pane mezzo litro di acqua al giorno. Pensa tu allora, in quali situazioni ci trovavamo, allora io pensai subito di fuggire d’accordo con gli altri quattro e dopo nove giorni di quell’orribile vitaccia ci siamo dati alla fuga, la quale è riuscito ottimamente. Dopo cinque giorni il 24 aprile (non dimenticherò mai questa data perché per me è una vita) fummo liberati dalle truppe del generali Generalissimo Stalin e quali ci hanno accolti discretamente. Come vedi, la guerra ci ha rovinati, perché oggi mi ritrovo disoccupato e mi trovo solo in famiglia con la mamma e due sorelline… Spero di non averti annoiato con questa mia. E l’attesa di ricevere un tuo lungo scritto dandomi pure due dettagliate notizie circa la tua vita che è condotto in Italia, ti saluto caramente e ti giunga un forte abbraccio da chi non ti ha mai dimenticato.

Mario Milani

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Prima parte del tema di Erminio Ruffato.

 

 Ruffato Erminio, S. Martino di Lupari 2-7-946

Svolgimento

Carissimo amico; colgo l’occasione per narrarti qualche episodio della vita triste di prigioniero trascorsi in terra da Africa (francese) per tre anni: che pur non volendo (perché doloroso) mi torna alla mente. Quello che più mi è rimasto impresso è il giorno della cattura da parte delle forze armate nemiche, quando c’è un imposto di deporre le armi, rinchiudendoci nel campo che pareva fosse fatto per le bestie feroci. La tragedia fu dolorosa e duratura. Chi mai avrebbe detto che le umiliazioni si sarebbero susseguite una peggio dell’altra? Il morbo della fame continuamente si faceva sentire rodendomi a stomaco giornalmente in peggiori condizioni. Oh, che fine ha fatto il popolo italiano, portatore di civiltà ora schiavo è oppresso! Auguriamoci che tale sconfitta non cercare più, ma possiamo rialzarci e riacquistare le glorie perdute che il giovane Italiano non è degno. Sono fiero è fiducioso di giorni più belli. Cordialmente ti saluto unita la famiglia tuo amico Ruffato Erminio.

Lo stesso giorno la commissione corregge le prove ed emette il verdetto.

San Martino di Lupari, li 2 luglio 1946

I sottoscritti, incaricati dalla amministrazione comunale di sottoporre gli aspiranti al posto di reduci ad una prova di coltura (sic!) generale, esaminati gli elaborati dei singoli candidati ad unanimità decidono di classificarli nel merito come segue:

Gasparini Vittorio: classificato primo

Tombolato Dante, Milani Mario: classificati secondi pari merito

Ruffato Erminio: classificato terzo.

Quanta soddisfazione per il reduce Gasparin! Assunto a tempo determinato in barba ai pretendenti più giovani, e per di più senza titoli di studio, ma col carico familiare più importante al quale assicurare un tozzo di pane. Il lavoro che crea dignità, ma allora come oggi, per molti rimane ancora una chimera senza risposta e svuota ogni pretesa costituzionale del primo articolo (L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro).


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Il culto di S. Martino di Tours in Lupari

di Paolo Miotto da “Comunità in Servizio”, 2016, 4, Luglio-Agosto, pp. 28-29.

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El Greco, San Martino divide il mantello.

 

L’11 novembre ricorre la festività di San Martino, devozione di antica e lunga memoria che affonda le radici nel mondo rurale abituato a darsi scadenze improrogabili di pagamento d’affitti. Chi non poteva saldare il debito era costretto a fare S. Martin, cioè a lasciare casa e campi per cercare un nuovo padrone. Nella tradizione religiosa S. Martino di Tours (Sabaria, 330 – Candes, 397), militare dell’esercito romano e in seguito vescovo cristiano della Gallia, è invece generalmente ricordato come il cavaliere che dona un lembo del suo mantello all’indigente perché si ripari dal freddo. E’ con questo episodio che Martino entra nell’immaginario popolare per la frequenza con cui il tema artistico compare nell’iconografia cristiana. È stato uno dei primi santi che non hanno subito il martirio ad avere fortuna e diffusione nel mondo cristiano. In Francia, dove trascorse la vita adulta, gli sono state dedicate quasi 4.000 chiese, ma anche in Italia non si scherza, essendo Martino patrono di 136 fra comuni e località e di circa 912 chiese. Fra queste vi è la nostra parrocchia di S. Martino di Lupari. La propagazione del culto di Martino nella diocesi di Treviso avviene in due momenti distinti. Il primo al tempo del vescovo trevigiano Felice (VI sec.). Questi, mentre era ancora studente, si recò in pellegrinaggio a Ravenna per sciogliere un voto col compagno di studi Venanzio Fortunato. Giunto nella capitale dell’esarcato bizantino, Venanzio ebbe la vista risanata per intercessione di S. Martino. Per ringraziare il santo, i due pellegrini decisero di recarsi in Francia presso la tomba di Martino, che si venerava nella città di Tour. Dopo qualche tempo Venanzio fu eletto vescovo di Poitiers e rimase il resto dei suoi giorni in Francia, dove morì nel 607 in odore di santità. Felice, invece, tornò in Italia e presto fu acclamato vescovo di Treviso diffondendo il culto del suo santo protettore in tutta la diocesi. Il secondo periodo di diffusione del culto di S. Martino, che riguarda da vicino le origini della pieve di S. Martino di Lupari, è quello della dominazione dei franchi nel nord Italia che inizia nella seconda metà dell’VIII secolo. E’ l’epoca nella quale i franchi attribuiscono alle chiese che fondano i cosiddetti santi guerrieri che sono venerati nel mondo militare. Il primo santo franco a essere assegnato al nostro territorio è S. Leonardo, nell’oratorio di Lovari, seguito da S. Martino, attribuito alla chiesa parrocchiale, e da S. Giorgio conferito all’oratorio di Campretto. Si va così formando la pieve (dal latino plebs, popolo) con la chiesa madre dedicata a S. Martino che funge da punto di riferimento sacramentale per un vasto territorio che in origine comprendeva anche Abbazia Pisani, Galliera, Tombolo e una parte dell’odierna Sant’Anna Morosina.

stemma del comune di S. Martino di Lupari del 1849

Anche il comune di S. Martino di Lupari adottò nel proprio emblema comunale il soldato Martino che affronta il lupo.

 

La pieve di S. Martino dipendeva dall’arcipretato di Godego, che, per l’importanza che ricopriva, aveva lo stesso patrono della cattedrale di Treviso (S. Pietro). Gli arcipreti godigesi fino al 1245 concorrevano, infatti, con i colleghi di Cornuda, Quinto e Mestre all’elezione del vescovo trevigiano. Nel 1152 la pieve di S. Martino è documentata per la prima volta in una bolla pontificia di Eugenio III, con le sue pertinenze ecclesiastiche, e da quel momento la sua storia si arricchisce di nuovi tasselli. Poco più di un secolo dopo, la nascita delle fortezze di Castelfranco (1198) e Cittadella (1220) provoca a S. Martino la separazione civile del paese nelle due comunità contrapposte di Padovana e Trevisana. Nel Trecento insorgono annose controversie con i curati di Galliera, Crefanesco e Tombolo e nel 1425 il vescovo trevigiano Giovanni Benedetti concede a queste chiese lo status di semiparrocchie, provocando anche in altre comunità, come Monastiero, il desiderio di ritagliarsi spazi di autonomia. L’unità civile e religiosa che per secoli aveva caratterizzato la comunità luparense, sembra svanire in poco tempo. La riposta religiosa al periodo di degrado e frantumazione della pieve è rapida. Si afferma con forza la rinascita del culto di S. Martino, unito a quello della Madonna, che divengono i patroni di nuove confraternite e i soggetti preferiti di pregevoli produzioni artistiche. S. Martino torna a essere, come nel passato, l’emblema dell’unità e dell’identità di un popolo disorientato. Nella chiesa parrocchiale e nell’oratorio della Madonna che si elevava in Piazza XXIX Aprile, gli altari dedicati al santo di Tours e alla Vergine accolgono nuove generazioni di fedeli in preghiera che tramandano ai posteri la speranza che ogni anno possa ritornare l’estate di S. Martino. Un periodo di luce e speranza che precede il freddo dell’inverno e aiuta a superare le intemperie della vita.