Storia Dentro la Memoria


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Don Giuseppe Sarto e l’elogio a Elisabetta Viani in Duomo

di Gisla Franceschetto

Don Giuseppe Sarto, l’umile cappellano di Tombolo che, salendo nella gerarchia ecclesiastica, da vescovo di Mantova a patriarca di Venezia e cardinale nel 1893, venne eletto papa nel 1903 e proclamato santo nel 1954, il cappellano di Tombolo, dunque, era uno di noi, ”al popolo al quale io stesso presentemente appartengo”, diceva nel Duomo di Cittadella, facendo l’elogio funebre nel primo anniversario della morte di Elisabetta Viani il 24 novembre 1863: da ricordare il pulpito dal quale ha predicato e che ora si trova conservato.

Sarto

Don Giuseppe Sarto quand’era cappellano a Tombolo.

I Viani sono nominati nelle nostre carte di archivio del 1700 in poi quali notabili e possidenti ricchi e Giuseppe Sarto, facendo l’elogio di Elisabetta Viani, mette in evidenza la sua virtù di essere vissuta da povera, pur disponendo di grossa eredità che l’aveva distribuito largamente poveri, alle opere di carità, alla chiesa. Nell’ambiente di allora i poveri erano spesso miserabili in condizioni oggi incredibili e cappellano di Tombolo che li conosceva e amava, nelle logge suddetto, egli scrisse e qui se ne da un ampio brano. ”A nome di un popolo cui io stesso appartengo” egli dava”una pubblica testimonianza di povera sì, ma cordiale riconoscenza …

Elisabetta Viani

A una donna (Elisabetta Viani)” veramente evangelica” che aveva fatto”i consigli del Vangelo sua vita e il suo fine … L’essenza della vita di chi vuole seguire da vicino Gesù Cristo, Consiste nella perfetta rinuncia di tutto ha di lusinghiero il mondo, le passioni, noi stessi … Ella fu povera … Tra tanti generi di povertà, ne esaminiamo alcune specie: chi nasce povero e sotto luridi cenci d’accatto si vede errare per i nostri paesi il più delle volte sotto vere apparenze della povertà, nasconde una ricchezza di desideri (mondani) … Vero povero si chiama parentesi (invece) chi anche nella dovizia di tutto … Rinuncia a quanto di bene può offrirgli la terra … Rampollo di doviziosa famiglia … Tanti coltivati poderi che ogni anno producono abbondevole messe vedendola che ormai più non distinguevasi dagli stessi poverelli … E la che avrebbe potuto usare vesti sfarzose di serici drappi e gemme brillanti e nastri e fiori, e la compariva sempre nero vestita senza alcun segno di distinzione … In casa non codazzi di servi inoperosi, non splendidi cocchi dorati, non palafreni animosi, non mense squisite, niente degli agi, delle comodità di nobile famiglia, ma in tutto il puro necessario. La sua casa era ritrovo degli poveri ai quali si impartivano granaglie, carni, pane, denaro, vesti senza eccezione … Le sue porte erano aperte ai tapinelli … generose erano le oblazioni agli altari … Efficace l’aiuto del lei porto a tanti perché giungessero alla meta dei loro studi … Agevolava ad altri la strada nelle missioni della umanità, della religione … Volle i poveri padroni della porzione migliore della sua eredità …;

monumento Viani

Monumento funebre di Elisabetta Viani.

Questa è la povertà che ripete la sua origine dagli esempli e dalle dottrine di Gesù Cristo, povertà che nel divino sermone tenuto nel monte, ottenne fra le beatitudini e primo seggio e i primi onori; povertà che con le vaghe sue forme seppe innamorare l’anima grande di Elisabetta Viani”. Don Giuseppe Sarto in fine invitava i cittadellesi ad amarla nei poveri: ”Continuate generosamente nella via che splendidamente ella v’ha insegnata per partecipare al merito sublime di erigere quel tanto desiderabile Asilo che accoglierà i vecchi impotenti e dove troveranno in coppia quei soccorsi che aspettarsi possono dai fratelli i fratelli”. Per il ”tanto desiderabile asilo” Elisabetta Viani lasciava parte rilevante del suo patrimonio nel quale il Comune costruiva la Casa di Ricovero alla cui funzione concorrevano le offerte dei cittadellesi: nella facciata stavano i nomi degli offerenti più generosi e per primo quello di Elisabetta Viani. Di questa donna ”che onorò la patria nostra collo splendore di luminose virtù” resta nell’ingresso del cimitero quale suo monumento, l’iscrizione in latino con il busto e decorazioni che il Comune aveva posto nella tomba e che è stato recuperato dalla dispersione. Iscrizione riassume in breve l’elogio di Don Giuseppe Sarto e pone l’accento sulla beneficenza ai poveri” per la quale ella splendeva”. La Casa di Ricovero, modificata e ingrandita, è ora conosciuta come il Pensionato.

busto Viani

Il busto funebre di Elisabetta Viani


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Il Duomo di Cittadella (1^ parte)

di Gisla Franceschetto in Cittadella a Mons. Aldo Pesavento, Cittadella 1968

Continua la rassegna di approfondimenti relativi alla storia di Cittadella e del Cittadellese attraverso gli scritti di Gisla Franceschetto. Da allora – anni ’50 e ’60 – le ricerche sono continuate e hanno approfondito e corretto alcuni riferimenti di questi scritti pionieristici che, tuttavia, rimangono una pietra miliare nella storia della cittadina padovana. 

Il Duomo, che la comunità di Cittadella decise di edificare nel 1774, è stato consacrato dal vescovo di Padova, Modesto Farina, nel 1826. Tanto lasso di tempo – dovuto alle vicende politiche e militari del periodo napoleonico – fu la causa dell’avvicendarsi alla direzione dei lavori di tre architetti i quali tutti interferirono, volta a volta, nella costruzione. La pianta del Duomo – a quanto riferisce la tradizione – è stata disegnata da Domenico Cerato (1720 – 1792), autore della Specola e del Prato della Valle in Padova, ma in seguito l’edificio riceve l’impronta di Ottavio Bertotti Scamozzi (1726 – 1790), vicentino, al quale segue l’allievo Carlo Barrera, a lui si attribuiscono gli eleganti altari della navata.

pianta nuovo duomo 1774 di Domenico Bertoldi

Il progetto del nuovo duomo di Cittadella (1774) con le adiacenze da conservare sulla destra.

 

Il tempio, dalle potenti e solenni membrature conchiuse dalla volta imponente e dalla cupola del presbiterio, è un bell’esempio di architettura neoclassica, filtrata attraverso l’influenza del Palladio che gli artisti vicentini avevano riscoperto. La facciata del Duomo, che nei disegni del secolo scorso si presentava semplice e sobria, è stata compiuta e anche sovraccaricate verso il 1913, il Redentore del tondo è opera dell’artigiano Attilio Fabbri, i bassorilievi e le statue sono di Giovanni Fusaro di Bassano.

tondo Cristo

Il tondo del Cristo di Attilio Fabbri.

 

All’interno, l’altare maggiore fu più volte sostituito prima della sistemazione attuale; fino alla metà del secolo scorso esso era simile a quelli della navata, poi vi fu sistemato l’altare settecentesco della vecchia parrocchiale che più tardi venne cambiato con un altro del quale i documenti non danno la descrizione; finché nel 1891, su disegno di Agostino Rinaldi di Padova. Nel tondo dell’abside, l’affresco con la Madonna e i santi Prosdocimo e Donato è stato fatto prima del 1826 da Giovanni De Min e l’opera risulta con piacevoli effetti decorativi sulla parete chiara. Nell’ampia navata si allineano i sei altari di gusto neoclassico, tre per parte, e di questi solo quattro hanno dipinto ad olio, come porta la loro firma architettonica. Il primo a sinistra dell’ingresso è dedicato a S. Valentino ed ha la tela di Lattanzio Quarena (1768-1853), continuatore dei settecentisti veneziani; l’altare di fronte è quello dei santi Pietro e Paolo, opera di Sebastiano Santi (sec. XIX), veneziano che si ispira alla scuola neoclassica dell’arte sacra. A metà navata la pala di S. Antonio abate e altri santi e di Michele Fanoli, Cittadellese (1807 – 1876); elegante e raffinato, il dipinto porta il segno di una delicata sensibilità romantica che la cattiva luce non sempre mette in risalto. Di fronte, un tempo, stava la Madonna del Rosario vestita di raso e oro, ma l’altare venne rinnovato per voto dopo la guerra del 1915 – 1918 e così si è rotta la corrispondenza fra gli altari che dava unità alla chiesa. Più oltre, da una parte sta la tela di Leandro Bassano (1557-1622) che rappresenta la vergine, San Giovanni e altri Santi e non si sa di dove provenga, di fronte all’altare la S. Cuore attende o una palla almeno una statua decorosa: verso il 1826 una tela, che doveva rappresentare San Michele Arcangelo, era stata commissionata al pittore De Min, lo stesso che aveva fatto l’affresco del presbiterio, ma l’artista dopo molti ripensamenti aveva rifiutato. Il tempio, che nel 1927 era stato decorato fino alla saturazione con ornati e oro deterioratisi in poco tempo, è stato ripulito e ripristinato nel 1964 ad opera di Monsignore Aldo Pesavento e l’iscrizione presso la porta della sacrestia ricorda il fatto.

duomo

La facciata del duomo col campanile e sullo sfondo il massiccio del Grappa.


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Storie di altri tempi nel Cittadellese

Di Gisla Franceschetto (Bollettino parrocchiale di Cittadella, novembre 2001)

D’inverno quando alle cinque è già buio e la nebbia si impiglia fra le siepi, sotto il cielo luminoso di gelido cristallo, in campagna una volta, ad uno ad uno – dal cortile dai campi dal paese – ciascuno dal suo lavoro si rifugiava nella stalla che densa di ombre e di vapori, offriva il calore della ritrovata intimità dopo la dispersione del giorno. Si mangiava presto allora restava tanto tempo dopo il Rosario che non si mancava mai di recitare devotamente: così presso il bestiame che con la sua mole e il lento ruminare induceva un senso di tranquillità di sicurezza, si raccoglievano in tanti a filò, le donne che continuavano a lavorare – c’erano i telai di legno con la spola che a mano passava tra i fili al muovere del pedale – e gli uomini appoggiati con la sedia al muro che dava loro comoda posizione. Era il ristoro dopo una giornata di fatica dal quale si ritraeva il godimento pacifico che dava il sentirsi in compagnia. La confidenza avviava i discorsi e si passava dai fatti del giorno ai ricordi di un tempo e via via era alle storie che si arrivava, alle storie vere, inventate non si sa da quando alle quali ogni generazione aveva contribuito con qualche aggiunta o variante; storie ripetute chissà quante altre volte delle quali l’uditorio non si stancava mai, tanto partecipava al racconto come a una rappresentazione, perché la fantasia era fervida allora è pronta ad accogliere il meraviglioso come parte della realtà e la notte conservava il suo misterioso potere che trasfigurava le cose. Difatti è di notte che si animavano le ombre addensate dal buio le quali, elaborate dall’immaginazione, offrivano tanta materia ai conversari.

satuiro rosso antico

Una volta – e non troppo tempo fa – proprio da chi l’ha visto, si parlava spesso del Sanguanello, questa curiosa creatura, che, tutto rosso della punta del berretto dal fiocco legato con uno spago agli stivali di cuoio, piccolo come un nano ma che poteva anche allungarsi tanto da mettere le gambe sopra i rami di alberi ad arco sulla strada, si divertiva a far ammattire la gente, pur non avendo mai fatto male a nessuno. Era con i cavalli che aveva da fare più spesso il Sanguanello, come’è capitato a uno di S. Donato, vicino Cittadella, quando aveva la cavalla rossa che era il suo orgoglio e quante volte lo spiritello maligno, di notte, scioglieva e la aizzava per i campi al chiaro di luna, riportandola all’alba tutta sudata, quando anche per soprappiù non le intrecciavano così la coda e la criniera che quanto ci voleva districargliela. Anche i bambini portava via il Sanguanello, adescandoli con una mela – i semplici bambini di allora – come è capitato a uno di Fontaniva che chissà se avrebbe potuto raccontarla, non ci fosse stata la madre a rincorrerlo verso il Brenta.

satiro riletture in chiave epica

E a Massanzago non c’è chi tornando dall’amorosa gli capitò di trovare proprio sul cavino, un bel cappone che sembrava offrirsi? Prende egli è tanto pesava la bestia che non poté trattenersi dal dire, come parlando fra sé: “Ma come pesi!”. E il cappone di rimando: “Perché su un grasso, ciò!”, lasciandolo di sasso per lo spavento. E quante volte il Sanguanello faceva incontrare di notte scrofe e maialini che, portati a casa e chiusi stalotta, erano scomparse al mattino, come le uova trovate nel prato della padrona che stava andando al pollaio e che non ritrovava più nel grembiule quando faceva per deporre sulla tavola; o come capitò a Riccardo che sta di casa Loreggia, il quale venendo con il carretto, d’inverno per i campi che faceva quasi buio e inciampando in un bel trave, lo carica ma quando fa per deporlo nel cortile si sente dire esterrefatto, proprio così dal trave che si dissolve: “Bravo merlo!”. E poi basta, perché troppi avrebbero la loro da dire e non si finirebbe più.