Storia Dentro la Memoria


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Le nuove parrocchie di Tombolo e Galliera nell’arbitrato vescovile del 1425

Approfittando delle beghe interne fra l’arciprete di S. Martino di Lupari e i beneficiari dei due chiericati presenti in parrocchia, le cappelle rurali e i villaggi di Tombolo e Galliera-Crefanesco si preparavano per il colpo di mano finale che doveva servire per raggiungere la tanto agognata indipendenza spirituale e temporale dalla parrocchia luparense.

I primi a cominciare furono i tombolani stanchi di veder eletto il loro curato dagli abati dell’abbazia di S. Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani). Questi il 12 aprile del 1407 erano riusciti a conseguire una parziale autonomia capeggiati da Joannis q. Petri Marici communis, et hominum dictae villae de Tombolo contro il perdente presbiterum Guidonem de pisis Tunc Plebanum dictae Plebis S. Martini de Luparo.

Non conosciamo i termini precisi di questo documento che non é giunto fino a noi, ma quel che appare certo é che la gente di Tombolo in qualche modo era riuscita a strappare qualche rivendicazione al pievano, probabilmente legata alla riscossione dei quartesi.

 La parziale vittoria dei tombolani seguiva di qualche tempo un altro passo importante fortemente voluto dalle confinanti chiese di Galliera e Crefanesco che, con atto notarile del 10 agosto 1368 redatto dal notaio Bartolomeo Righi da S. Zenone,si erano unite in un’unica realtà territoriale ma non ancora anche spirituale.

I tempi sembravano dunque maturi per sferrare un attacco unito e frontale da parte dei tre villaggi contro il pievano. Tanto più che l’anziano arciprete Giovanni del fu Giorgio da Recanati non aveva le forze per provare a resistere alle richieste dei secessionisti.  I tre villaggi pretendevano le chiese di Tombolo e Galliera fossero staccate definitivamente dalla pieve luparense ed innalzate al rango di parrocchie autonome anche sotto il profilo economico, grazie alla rinuncia di riscossione del quartese da parte dell’arciprete.

Il rifiuto di pre’ Giovanni di accondiscendere alle richieste dei frazionisti provocò una lunga vertenza giuridica che si concluse con l’intervento di un comune compositore supra partes individuato nella persona il vescovo di Treviso Giovanni Benedetti.

Correva il 21 aprile 1425 e il vescovo trevigiano, informato “Universis factibus ipsorum Villarum informatione, et declaratione auditis et examinatis per Nos intervenientibus super causis, et deferentiis ipsarum partium, et super consuetudinibus observatis pro Tempore […] et visis, ac auditis non semel, sed pluries omnibus, et singulis juribus, et allegationibus quae, et quas dictae partes […] allegare volverunt tam aretemus quam inscriptis ipisque partibus […] Sedentes pro Tribunali Tarvisii in Episcopali Nostro Paltio super saletta Parva (…), convocava in episcopio l’arciprete da Recanati, pre’ Andrea, procuratore del chierico Giovanni Andrea de Ursinico, i sindaci di San Martino Pietro di Almerico da Castelfranco, Pietro del fu Giacomo Carraro e Pietro Risiato del fu Giovanni, il rettore della chiesa di Tombolo Giovanni dalla Germania (de Alemania), i sindaci di Tombolo Domenico del fu Marco e Vanzo del fu Peregrino, il sindaco di Galliera e Crefanesco Zambonino del fu Peregrino.

La chiesa medioevale di S. Giacomo di Crefanesco, nel comune di Galliera Veneta, dopo gli ultimi restauri. Nel 1425 i suoi abitanti si unirono a quelli di Galliera e Tombolo contro l'arciprete di S. Martino di Lupari per ottenere l'indipendenza parrocchiale.

La chiesa medioevale di S. Giacomo di Crefanesco, nel comune di Galliera Veneta, dopo gli ultimi restauri. Nel 1425 i suoi abitanti si unirono a quelli di Galliera e Tombolo contro l’arciprete di S. Martino di Lupari per ottenere l’indipendenza parrocchiale.

Dopo aver sentito le varie parti, emanò la seguente sentenza:

1) la chiesa di S. Andrea di Tombolo poteva essere elevata al rango di parrocchiale, ma non a quello di sacramentale e il rettore Henricus de Allemania e i suoi successori erano autorizzati a esercitare liberamente la cura d’anime a Tombolo;

2) il rettore di Tombolo doveva continuare ad essere proposto ed eletto dall’abate di S. Eufemia  con l’assegnazione della dote in eodem Ecclesia, cioè previa concessione perpetua del beneficio annesso alla chiesa, mentre il presule trevigiano avrebbe concesso di volta in volta il diritto della cura d’anime;

3) il rettore di Tombolo guadagnava in tal modo il diritto perpetuo di riscuotere tutti i quartesi nel territorio della nuova parrocchia costituita;

4) la chiesa di San Martino “de Luparo sit […] Matrix della Capella dictae di Tombolo, per cui tutti i nati dovevano essere battezzati solamente nella matrice, ad eccezione dei casi di necessità e a discrezione dell’arciprete;

5) il rettore delle chiese unite di Crefanesco e Galliera doveva essere proposto e nominato dal vescovo per la cura d’anime sulle due Villarum e non più dal pievano;

6) la chiesa di S. Giacomo di Galleria doveva essere annexa et unita alla chiesa di S. Maria Maddalena di Crefanesco, pur restando l’obbligo per il rettore di amministrare anche la chiesa di S. Giacomo;

7) il quartese di Galliera e Crefanesco spettava interamente all’unico rettore eletto di volta in volta;

8) la chiesa di San Martino di Lupari rimaneva matrice e punto di riferimento obbligato per il fonte battesimale per entrambi i villaggi di Galliera e Crefanesco;

9) i rettori delle due filiali (Tombolo e Galliera) in segno di sottomissione e di riverenza al pievano, avevano l’obbligo di recarsi al sabato santo e al sabato vigilia di Pentecoste nella chiesa matrice e con loro dovevano convenire anche i loro parrocchiani coadiuvando il pievano nelle cerimonie liturgiche cantate;

10) nella solennità di San Martino vescovo di Tours (11 novembre), i rettori dovevano recarsi nella chiesa arcipretale con le loro croci, gli stendardi e i parrocchiani, per concelebrare con l’arciprete;

11) in caso di negligenza o di infrazioni relative agli obblighi previsti per i parroci, ognuno di loro doveva pagare una multa di dieci lire piccole da consegnare al pievano;

12) i nuovi parroci dovevano invitare il pievano nelle loro chiese per le messe per i defunti e in caso contrario essere ammendati con venti lire piccole;

13) come segno di riconoscenza per la cessione dei quartesi nelle loro parrocchie, i parroci dovevano versare al pievano un censo annuo differenziato che per Tombolo equivaleva a sei ducati d’oro e due paia di galline, per Galliera,  invece,  un ducato e mezzo e un paio di galline.

Questa tradizione si conserverà sino al 1940 circa, quando il parroco di Tombolo versava al pievano 51 lire e quello di Galliera 6 lire.

 Di conseguenza al pievano luparense spettavano solamente i quartesi della villa S.ti Martini, et in villa Monasterii, Campreti, Luperi (Lovari), fatte salve naturalmente tutte le eccezioni costituite dalle aree di pertinenza dei vari monasteri o spettanti alla curia vescovile.

Il prezioso atto veniva rogato dal notaio imperiale Giovanni Donato de Corona alla presenza di vari prelati della diocesi trevigiana e fra questi dell’arciprete Giovanni da Recanati, di pre’ Amedeo, procuratore del chierico Giovanni Andrea de Ursinico che aveva un chiericato nella pieve, del sindaco di Galliera e di Crefanesco Zambonino di Pellegrino, di alcuni rappresentanti di San Martino, Tombolo, Galliera e Creffanesco, mentre era assente e personalmente ammonito dal vescovo il curato di Tombolo, Enrico Giovanni di Germania. Evidente il sacerdote non era soddisfatto delle concessioni ottenute, anche perché, a differenza del collega di Galliera e di Crefanesco, quello di Tombolo rimaneva comunque vincolato non solo al pievano, ma anche all’abate di S. Eufemia.

Complessivamente le chiese di Galliera, Crefanesco e Tombolo erano riuscire a raggiungere una grande vittoria, ma non su tutti i fronti.

L’imposizione di dovere continuare a dipendere dalla chiesa matrice per l’impartizione dei sacramenti e l’obbligo di adempiere ai vari atti simbolici di sudditanza, crearono tutte le premesse per l’insorgere di continue tensioni. Tanto più che alcuni arcipreti successivi ritennero l’accordo un atto di debolezza del da Recanati e perciò fecero di tutto per rendere la vita difficile ai parroci delle filiali. L’opposizione pressoché costante fra le due spinte contrarie che miravano da una parte ad ottenere maggiori concessioni di autonomia e dall’altra a ridimensionare e a limitare ogni impulso di indipendenza, sfociarono nei secoli successivi in continue liti fino al concordato del 1735.
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La chiesa parrocchiale di Santa Lucia di Campigo nel XIX° secolo

Il progetto dell’ingegnere Antonio Barea (1842)

La prima vera novità ottocentesca nella chiesa di S. Lucia si ha nel 1842, quando il parroco e i fabbricieri interpellano l’ingegnere castellano Antonio Barea per individuare una soluzione al problema del dissesto statico provocato dal piccolo campanile settecentesco presente nell’angolo sud-ovest dell’edificio.

La proposta del professionista è strettamente vincolata alle scarse possibilità economiche della parrocchia, che allora contava circa 500 abitanti, e pertanto più che una soluzione, il Barea propone un espediente.

La proposta è di svincolare il campanile dalla chiesa senza demolirlo, retrocedere la facciata della chiesa e recuperare la superficie persa aprendo due cappelle mediane laterali. L’operazione interessava direttamente i due altari laterali al presbiterio che nel progetto erano rimossi e trasferiti nelle due nuove cappelline.

Tutto il resto rimaneva invariato, con particolare riferimento al presbiterio e all’altare maggiore, prevedendo la predisposizione per i nuovi altari laterali solamente dei basamenti in cotto, da rivestire con i parapetti ed ornati attuali di legno dorato in attesa che tempi migliori permettessero di sostituirli con rivestimenti di pietra viva[1].

Contrariamente ad ogni attesa il progetto non fu attuato. I registri della fabbriceria non segnalano particolari interventi sulla struttura della chiesa in quell’anno e neppure nei successivi fino alla metà del secolo.[2]

Altri indizi documentari e il testo della seconda lapide infissa all’interno della chiesa confermano che il progetto del Barea rimase lettera morta per qualche decennio. La proposta di arretrare la facciata e di salvaguardare il campanile non era piaciuta né al parroco né ai fabbricieri, perché l’area dell’edificio diminuiva senza risolvere il problema del campanile pericolante che in ogni caso andava ricostruito.

Per questo motivo si ritenne utile puntare direttamente sulla rimozione del problema principale raccogliendo il denaro utile per innalzare il nuovo campanile ancora esistente, ma non subito.

A. Barea, Pianta della chiesa di Santa Lucia di Campigo (TV).

A. Barea, Pianta della chiesa di Santa Lucia di Campigo (TV).

L’ampliamento della seconda metà dell’Ottocento

La sintesi dei nuovi lavori sulla chiesa e la cronologia degli stessi è così ricordata dalla lapide inferiore affissa sopra la porta interna della parete meridionale:

ERETTI DA FONDAMENTI IL CAMPANILE

ACCRESCIUTI GLI ARMONICI BRONZI

FURONO MURATE LE QUATTRO CAPPELLE

RINNOVATI GLI ALTARI LE PARETI RIFORMATE

DALL’ANNO 1844 AL 1867

PER CURA DÈ PII SACERDOTI

D.G.B. BATTISTUZZI PARROCO

D. JAC. DE MARCHI COAD.

E DEGLI OPEROSI FABBRICIERI

TOGNON ANT. DE GRANDIS G. B. DIDONÈ GIUS.

A SPESE DÈ POPOLANI.

L’assetto attuale della chiesa deriva, dunque, dagli interventi edilizi che secondo la lapide sono iniziati nel 1844 protraendosi fino al 1867. Purtroppo i documenti rimasti non consentono di verificare cosa avvenne di preciso nel 1844 giacché di quell’anno si ricordano solamente 5 fiorini e 55 centesimi spesi ad ajustar 6 lastre, con sei crocette per le balconate e l’acquisto di 15 passi di corda per la campana maggiore[3].

È certo, però, che la prima parte dei lavori riguardò la costruzione del campanile, come avremo modo di vedere in un altro articolo.

A. Barea, Prospetto della facciata della chiesa parrocchiale di Santa Lucia di Campigo (TV).

A. Barea, Prospetto della controfacciata della chiesa parrocchiale di Santa Lucia di Campigo (TV).

 


[1] ACV, Archivio del comune di Albaredo, b. 1844, fasc. Finanze, progetti e relazione tecnica sulla chiesa di Campigo di Antonio Barea, 15 marzo 1842.

[2] ACVTV, Parrocchie, b. Campigo, fasc. 5A, Cassa Fabbrica (1808-1864); APC, Cassa Fabbrica (1831-1889), alla data. L’unica voce di spesa del 1842 che riguarda la struttura della chiesa, è la registrazione del pagamento di 8 fiorini e 57 centesimi al muratore Giovanni Basso per ristauro della Chiesa nel coperto del 19 marzo.

[3] APSLC, Cassa Fabbrica (1808-1864), cit., 31 ottobre 1844.
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Storia della Parrocchia di Borghetto (PD)

 Origini controverse

La nascita di Borghetto come parrocchia risale al XX secolo e avvenne attraverso una genesi piuttosto travagliata dovuta alla ripartizione del territorio in tre diversi comuni (S. Martino di Lupari, Villa del Conte, S. Giustina in Colle) e di varie parrocchie (Fratte, S. Martino di Lupari, Abbazia Pisani, Tombolo) e due diocesi: Padova e Treviso.

Tutto era iniziato col tentativo fallito di creare una parrocchia ad Abbazia Pisani prima della morte dell’ultimo commendatario, deceduto nel 1772, nella quale s’intendeva includere anche l’oratorio semipubblico di Borghetto. Il progetto fu sempre osteggiato dal Priuli e in seguito dalla parrocchia di Tombolo alla quale la curazia di Abbazia, che era sorta nel 1742, fu assegnata fin dal primo Settecento. Nel secolo successivo le lotte fra i vari curati di Abbazia Pisani e i parroci di Tombolo continuarono, ma fu tutto invano, sebbene le continue lamentele avessero prodotto la concessione alla chiesa abatina del battistero nel 1834 e della celebrazione dei matrimoni nel 1873. Di conseguenza, se la curazia di Abbazia Pisani non riusciva a trasformarsi in parrocchia, figurarsi quella di Borghetto che in quegli anni era ridotta al rango di semplice succursale[1]. Tra l’altro la creazione di una parrocchia ad Abbazia Pisani non era molto gradita neppure ai vari giuspatroni perché in tale modo avrebbero perso il diritto di eleggere in proprio i vari curati e soprattutto avrebbero dovuto rinunciare a una parte dei loro beni necessari per creare il beneficio indispensabile per erigere la nuova parrocchia.

Passarono gli anni e finalmente, nel 1936, la chiesa di Abbazia Pisani fu elevata al rango di parrocchia dopo travagliate vicende legate al fallimento Trevisan. Solo da quel momento l’oratorio di Borghetto poté sperare in qualche cambiamento.

L’aumento demografico della zona e la progressiva formazione di un centro abitato borghettano all’inizio del Novecento non poterono che sortire vivaci proteste tese ad ottenere almeno la messa domenicale.

Erano le voci della popolazione di Borghetto e di alcune famiglie di S. Martino di Lupari, Abbazia Pisani e Fratte che chiedevano un sacerdote fisso e l’apertura definitiva dell’oratorio di S. Massimo. Fin dal dicembre del 1920 si decise di istituire per l’occasione un comitato di capifamiglia che si proponeva di raggiungere l’obiettivo della messa domenicale e l’insegnamento della Dottrina Cristiana. I promotori del comitato furono Serafino e Giuseppe Zanella, Battista Lago, Vilnai Guerrino, Zanchin Ebe “Ebe Sandra” e pochi altri coraggiosi. 

Sulle prime si decise di scrivere ai vescovi di Padova e di Treviso, ma mentre quello di Padova “in linea di massima” si dimostrava favorevole all’idea, quello di Treviso non si degnò neppure di rispondere alla missiva[2]. Amareggiati, ma disposti a tutto, i membri del comitato pensarono di inviare altre due lettere ai presuli firmate dai 138 capifamiglia (41 soggetti alla curazia di Abazia Pisani, 32 alla parrocchia di S. Martino di Lupari e 65 a quella di Fratte, per un totale di 1220 persone residenti a Borghetto e dintorni)[3], ma il risultato non cambiò. Si chiese e si ottenne allora un’udienza presso il vescovo di Treviso al quale furono nuovamente esposte le richieste della messa e del catechismo domenicale, ma più il comitato borghettano sosteneva le sue tesi, più il vescovo si poneva sulle difensive rispondendo picche a ogni richiesta avanzata. Alla fine i nostri dovettero battere in ritirata amareggiati e delusi nelle proprie attese[4]. Decisi a non mollare, nel mese di marzo de 1921 i borghettani ritennero che fosse giunta l’ora di giocare un’ultima carta dichiarandosi disponibili a pagare ogni messa celebrata nell’oratorio e a procurare il calesse necessario per il trasporto del sacerdote.

Presentendo nuovi dinieghi vescovili, la missiva inviata al presule trevigiano fu chiusa con toni accesi e minatori: “la popolazione o con o senza che i suoi desideri furono respinti é fortemente indignata e la fede viene minacciata”[5]

La risposta ovviamente fu ancora una volta negativa e non se ne fece nulla perché le parrocchie e la curazia abatina soffiavano contro la creazione del nuovo centro spirituale temendo di perdere il controllo di quella fetta di popolazione. Intanto maturava l’idea di ripristinare l’oratorio di S. Massimo, abbandonato da tempo, per creare l’habitat più idoneo per la realizzazione del sofferto progetto di erigere una curazia.

L’occasione propizia avvenne il 28 aprile 1927 quando, in occasione della visita pastorale del vescovo Giacinto Longhin, i capifamiglia rinnovarono al presule la supplica che fosse possibile celebrare almeno una messa festiva.

Il prelato visitò l’oratorio trovandolo in ordine e prima di partire promise di “sentire il voto dell’Ordinario di Padova nei riguardi della messa festiva, implorata in atto di questa visita”.

La notizia di un interessamento al problema da parte delle due curie di Padova e Treviso fece in breve il giro del circondario e giunse alle orecchie dei parroci direttamente interessati i quali cominciarono a preoccuparsi nuovamente.

Fra questi, il più inquieto di tutti, era quello di S. Martino di Lupari che avrebbe dovuto cedere la quota maggiore di territorio, seguito a ruota da quello di Fratte e dal curato di Abbazia Pisani. Quello che invece si divertiva di più ad osservare le pene e le ansie dei primi era il parroco di Tombolo. Quest’ultimo, infatti, avendo già perso di fatto ogni diritto sulla curazia di Abbazia Pisani, che era ormai prossima all’elevazione parrocchiale, non rischiava di rimetterci nella questione di Borghetto. Tanto più che che l’antica ruggine esistente fra i parroci di Tombolo e gli arcipreti luparensi a causa della secolare elevazione a parrocchiale della chiesa di tombolana non era ancora del tutto sopita.

I parroci tombolani infatti, in segno di sottomissione e di omaggio alla pieve luparense, furono obbligati per vari secoli, dal 1425 fino alla metà del Novecento, a versare un contributo simbolico in denaro agli arcipreti luparensi. Quale occasione migliore dunque per cercare di scalzare l’autorità dell’arciprete luparense su una fetta del suo territorio per prendersi una piccola rivincita?

Già il Marconato[6] e poi lo Spagnolo[7] hanno scritto varie e puntuali pagine sulla nascita della curazia e della parrocchia di Borghetto, motivo per cui il nostro apporto riguarderà soprattutto la documentazione rimasta inedita e inesplorata.

I primi documenti esistenti riguardano proprio le preoccupazioni dei parroci e dei curati direttamente interessati alla questione di S. Massimo. Cosi, il 31 maggio del 1927[8], il Bernardi[9] scriveva: “Gli abitanti di Borghetto fanno pressione per avere un sacerdote nel loro oratorio alla festa. La Curia di Treviso accoglie la domanda senza pensare alle conseguenze.” Anche il futuro parroco di Abbazia Pisani, d. Pietro Andreatta, che arriva in paese nel mezzo della questione, non sembra più tranquillo del Bernardi quando scriveva al preposto di Asolo, Mons. Angelo Brugnoli: “Il 30 novembre 1928 venne in Abbazia il sottoscritto. Ma intanto un fatto nuovo era avvenuto. Le Rev.me Curie di Treviso e di Padova di comune accordo avevano assegnato all’oratorio di S. Massimo di questa Curazia, sito in località Borghetto, un sacerdote coll’intenzione di costituire un nuovo centro religioso a vantaggio degli abitanti dei confini dei 3 paesi di S. Martino di Lupari – Abbazia Pisani e Fratte di S. Giustina in Colle (Dioc. di Padova). Il sottoscritto intuì subito la situazione difficile in cui era caduto. Infatti!”[10].

Il parroco di Tombolo Mons. Fortunato Cavallin,[11] invece, era di tutt’altro avviso e non perse l’occasione per sollecitare i borghettani affinché le curie di Padova e Treviso giungessero ad un accordo. Il Cavallin infatti poteva permettersi il lusso di muovere alcune pedine senza di fatto rimetterci alcunché.

Assicurava così ai borghettani la più completa disponibilità per quanto riguardava la celebrazione delle messe festive delegando però allo scopo non i suoi cappellani, bensì il curato di Abbazia Pisani D. Giacomo Zardo il quale, si può ben capire, tentò di opporsi ad una simile incombenza.

Il Cavallin dovette quindi ben presto ricorrere per il servizio della messa domenicale a S. Massimo ad un sacerdote della congregazione dei padri Camilliani di Galliera Veneta e dall’ 11 settembre ad uno dei padri Conventuali di Camposampiero.

Dopo tanti tentativi, finalmente, il 17 luglio del 1927, Borghetto poteva avere la sua messa festiva nell’oratorio restaurato senza che si parlasse esplicitamente di erezione di una qualche curazia o parrocchia.

L'oratorio di S. Massimo di Borghetto, chiesa medioevale che servì da chiesa curaziale prima dell'edificazione della nuova chiesa.

L’oratorio di S. Massimo di Borghetto, costruzione medioevale che servì da chiesa curaziale prima dell’edificazione della nuova chiesa parrocchiale.

Ma il 25 dello stesso mese, l’arciprete luparense fiuta il pericolo e annota: “Ho saputo che a Borghetto, dove una camarilla di alcuni interessati vorrebbe far sorgere una Curazia, il curato di Abbazia va a dir la messa nelle domeniche, per ordine del Vescovo di Treviso, e di quello di Padova; ma le cose non vanno bene, perché disordini avvengono in Curazia, dove la gente perde messa e i fanciulli la dottrina. Né riparlerò”. Non meno preoccupato, era il parroco di Fratte d. Francesco Donazzan che nel mese di novembre del 1927 scriveva al vescovo di Padova lamentando che alcuni suoi parrocchiani si recavano a messa a Borghetto dando “luogo a parecchi inconvenienti degni di considerazione […] manca l’ordine e la devozione, l’istruzione religiosa é insufficiente, eppure serve di pretesto a fanciulli e adulti per abbandonare la loro Parrocchia”. Sicché il presule padovano, preoccupato, il 22 novembre del 1927, scriveva al collega di Treviso perché prendesse misure precauzionali “tenendo presente che l’Autorità Ecclesiastica di Padova non sarebbe aliena dal cedere alla Diocesi di Treviso quella parte della parrocchia di Fratte che usufruisce dell’Oratorio di S. Rocco”[12]. In questo modo era superata la potestà decisionale del Donazzan, purché la questione trovasse una sistemazione definitiva. Il vescovo di Treviso vedendo l’arrendevolezza e la disponibilità del presule padovano decise di affidare ogni questione all’arciprete di Vedelago d. Giuseppe Mattara.

Questi, il 12 dicembre del 1927, consegnava la sua ambigua relazione alla curia trevigiana affermando che l’oratorio in questione “dista dalla Curazia di Abbazia Pisani circa tre chilometri, da S. Martino di Lupari circa sette e da Fratte cinque (cancellato) quattro? fare centro colà di una nuova curazia non é provvedere bene a quella popolazione perché le famiglie di Abbazia Pisani non hanno quel certo bisogno eccetto alcune ed a quelle di S. Martino e Fratte non si provvede che per metà. E’ più opportuno fabbricare la nuova chiesa vicino al mulino di Borghetto verso la così detta Sandra […] non vale il dire che a Borghetto c’é una chiesa; é questa del tutto insufficiente né si presta in alcun modo ad ampliamenti, neppure il campanile si presta ai bisogni. Sarà questo un lavoro un po’ radicale, che diminuirà l’entusiasmo degli abitanti di Borghetto il quale nasce più dal fatto che hanno un piccolo oratorio ed un campanile, che dal vero bisogno di aiuti spirituali”. In altre parole il Mattara escludeva l’utilità di creare una nuova curazia ma visto che si era già in barca, tanto valeva continuare a remare cercando di costruire la chiesa in posizione equidistante dai diversi fruitori. Il parroco di Tombolo invece era entusiasta dell’idea che potesse sorgere una curazia a S. Massimo e così, nello stesso giorno nel quale il Mattara consegnava la sua relazione, il Cavallin  scriveva alla curia di Treviso che a “S. Rocco” procedeva tutto a meraviglia: ogni domenica si recavano alla messa celebrata dal suo cappellano, e talvolta da lui stesso, non meno di 500 persone e subito dopo si teneva l’insegnamento della catechesi[13]. Il giorno successivo (13 dicembre), giunsero in visita segreta a Borghetto gli ordinari diocesani di Padova e Treviso, il parroco di Fratte Donazzan e il parroco di Vedelago Mattara. Lo scopo del sopralluogo era quello di visionare l’ampiezza e lo stato della chiesetta di S. Massimo per vedere se era possibile “riciclarla” per la nuova curazia.

Dalla relazione riportiamo il passo riguardante la descrizione dell’oratorio stesso: “in misere condizioni con una casuppola a ridosso su un fianco e un casone vicino, misura m. 13,50 x 5= 67,50 che diminuiti dello spazio occupato dall’altare restano mq. 60. Aggiunto uno spazio di m. 6 x 5= 30, totale spazio mq. 90. Calcolando 4 persone per mq. ci stanno mq. 90 x 4= 360 persone”[14]. Dunque la chiesetta non era sufficiente per fare fronte alle esigenze di una nuova curazia e si doveva badare a costruire qualcosa di nuovo. Come potessero poi assistere alle messe domenicali 500 persone, come asseriva il Cavallin, resta un mistero! Pochi giorni dopo, il 16 dicembre, il parroco di Fratte scriveva direttamente al vescovo di Treviso dando indicazioni metriche sulle distanze della zona Sandra da Fratte affinché la nuova chiesa che doveva sorgere, fosse la più lontana possibile da Fratte, auspicando che la decisione fosse presa al più presto[15].

Conflitti d’interesse fra parroci

Il primo passo però era compiuto e ormai rimaneva solo da convincere le autorità ecclesiastiche perché inviassero non più un sacerdote saltuario, ma uno fisso, un ecclesiastico dedito esclusivamente a Borghetto.

Vista la malaparata, l’arciprete luparense Bernardi cercò in tutti i modi di scongiurare il pericolo dello strappo definitivo di una parte della sua pieve tentando di convincere la curia di Treviso affinché la nuova curazia sorgesse all’interno del territorio luparense, ma rimanendo comunque soggetta alla sua giurisdizione, in modo che non si trasformasse mai in parrocchia e rimanesse invece un’appendice della pieve luparense. Per altri motivi più tardi sarà dello stesso avviso anche il curato di Abbazia Pisani Andreatta, il quale riteneva che si dovesse “risolvere la questione di Borghetto nel senso che la chiesa sia edificata in località Sandra di S. Martino in maniera che solo le famiglie della località debbano per vicinanza servirsi e non le altre”[16]. Le pressioni scritte, verbali e dirette contrarie all’erezione della nuova curazia che giunsero al vicario generale di Treviso Mons. Gallina furono decisamente molte e in netto contrasto con quelle prodotte dal Cavallin e dai borghettani.

Il Bernardi, infatti, per evitare di perdere la cura d’anime sulla maggior parte della popolazione di Borghetto rimise la questione all’amico e predecessore vicario generale Mons. Gallina. Il 20 dicembre 1927 l’arciprete luparense annotava le intenzioni del vicario e si dimostrava disponibile ad accoglierle “(fui a) Treviso per alcuni affari e per parlare con Mr. Gallina riguardo Borghetto. E’ intenzione sua di trasportare l’Oratorio sotto S. Martino, in modo da diventarne curazia. Ci penserò !”.

Alla fine degli anni Venti erano progressivamente venute a determinarsi almeno due tendenze opposte. I borghettani da una parte volevano una parrocchia autonoma ed erano appoggiati dal parroco di Tombolo e dal Vescovo di Padova che avrebbe potuto così allargare la sua diocesi conglobando l’oratorio di S. Massimo e la nuova parrocchia che eventualmente fosse sorta.

Dall’altra, l’arciprete luparense e i parroci e curati di Fratte e Abbazia Pisani, invece, speravano di limitare i danni che sarebbero derivati dagli inevitabili strappi prodotti a svantaggio delle loro chiese. Tutti e tre concordavano per motivi opposti su un punto: se una nuova chiesa doveva sorgere, che almeno fosse eretta alla Sandra, in territorio luparense. La curia di Treviso da parte sua era della medesima idea, mentre a quella di Padova bastava che la questione fosse risolta al più presto.

Fu così che si pose sul tavolo la possibilità di un nuovo centro spirituale che sarebbe dovuto sorgere nella località luparense detta “Sandra”. Per questo, il 5 gennaio del 1928, l’arciprete luparense si recava a Treviso dove “Parlai […] di Borghetto, perché l’intenzione dei superiori (è) di far della Sandra centro di una futura Curazia o chiesa ufficiata da sacerdote stabile.”.

La questione tornò alla ribalta quattro mesi più tardi, quando il Vescovo convocò l’arciprete luparense per definire la questione, così ricordata senza mezzi termini dal Bernardi: “Il vescovo mi chiamò in Episcopio per l’affare di Borghetto: sollecitato dal Vescovo di Padova a sciogliere quella vessata questione, mi avvisò che verrebbe a determinare forse uno smembramento della parrocchia: all’idea di voler far costruire la Chiesetta sotto S. Martino, risposi che non posso occuparmene, perché ho il pensiero della nuova Parrocchiale. Si vede che non si sa come darne fuori e quasi quasi si vorrebbe affibbiare a me il peso dell’assestamento di quella situazione un po’ involuta trattandosi di tre parrocchie cointeressate. Prima si è fatto senza che io venissi interrogato da chi meno di ogn’altro conosceva la situazione: oggi costui se ne lava le mani e obbliga i superiori a rimediare uno sbaglio iniziale, perché laggiù si è agito con poca ponderazione da alcuni scalmanati che si sono imposti per far un dispetto al Curato di Abbazia”.

In tutte le faccende umane subentrano i sentimenti, le simpatie e le antipatie e anche questa situazione non fa eccezione. Fra il Bernardi e il Cavallin, come si é detto, non correva certo buon sangue e così le iniziative dell’uno o dell’altro potevano essere variamente interpretate, sostenute o avversate. Così, invece di appianarsi la questione s’ingarbugliava sempre più. Il Cavallin e i borghettani premevano, chiedevano, speravano e nel mese di agosto credevano di aver conseguito l’obiettivo: avere un prete residente in paese, ma le cose all’inizio andarono in modo diverso. Il 16 agosto 1928 il Bernardi scriveva, non senza una punta di ironia: “A Borghetto si discute, si parla, si questiona, si fa ridere per la questione del sacerdote che vi dovrebbe andare. Il Parroco di Tombolo, pars magna, del movimento secessionista, pareva sicuro del fatto suo, indisse una adunanza di frazionisti per concretare le feste che si dovrebbe fare al sacerdote veniente: invece i superiori risposero che un sacerdote verrà si, ma non subito […] chi sa quando adunque; e di qui disanima dei frazionisti ed il pasticcio si fa ancor più pasticcio!”.

I borghettani dovevano continuare ad accontentarsi delle sole messe domenicali, celebrate per lo più dal poco felice curato di Abbazia Pisani, e così, per accelerare un cambiamento di rotta, qualcuno pensò di mettere in cattiva luce l’operato di D. Zardo per avvantaggiarsene. Il 22 agosto il Bernardi scriveva: “Il curato di Abbazia passò un brutto quarto d’ora. Sembra gli sia stato intentato un processo Canonico da parte di alcuni, e, si dice, capeggiati dal Parroco di Tombolo che con quello di Onara è il principale accusatore; i fatti di Borghetto sono un episodio: morale = quanta poca sincerità anche nel clero; che don Zardo sia un semplicione cui piaccia un po’ il vino e sia un po’ impulsivo e imprudente, ammetto; ma perché non avvisarlo!? Anche da noi, riferendomi a Tombolo, vale il proverbio: Guardati da un cattivo vicino e da un principiante di violino!”.

Il campanile Borghetto in costruzione accanto alla nuova chiesa nel 1948.

Il campanile Borghetto in costruzione accanto alla nuova chiesa nel 1948.

La situazione stava precipitando e la posizione del curato era compromessa, non rimaneva altro da fare che sostituirlo con un prete nuovo, magari filo luparense. Il giorno successivo il pievano avvicinò Mons. Agostini di Treviso perché facesse leva presso il vescovo affinché al posto al curato di Abbazia Pisani fosse nominato il suo cappellano D. Piero Andreatta. In questo modo l’arciprete avrebbe potuto controllare meglio la situazione di Borghetto. Scriveva, infatti, nel suo diario: “Ho interessato oggi m.r G..Agostini di Treviso, qui venuto, perché don Piero Andreatta possa avere il posto di Abbazia Pisani, dato che quel curato necessariamente deve andare via. Gli ho esposte anche due difficoltà, cioè la probabilità che Mr Gallina pensi di collocarvi un suo nipote ora cappellano a Loria, e l’opposizione che si prospetta farà per fare il Parroco di Tombolo che in causa della vessata questione Abbazia – Borghetto tacitamente ha rotto i ponti con noi, che crede troppo uniti coll’attuale Curato di Abbazia.” Nel frattempo, durante tutto il 1928, continuarono a piovere  a Treviso lettere del parroco di Tombolo al quale si rivolgevano sistematicamente i capifamiglia borghettani e lo stesso comitato di rappresentanza allo scopo di accelerare le pratiche[17]. Il 30 ottobre l’ordinario diocesano era ormai deciso a creare la nuova curazia[18] dopo che nello stesso giorno il collega di Padova gli ribadiva che non esistevano problemi a cedere una fetta della parrocchia di Fratte alla diocesi di Treviso, evitando comunque di unire, per quanto possibile, i residenti di Fontane Bianche perché non volevano saperne di passare sotto Treviso. Provvedesse il vicario generale trevigiano comunque a definire dei confini sperimentali della curazia di Borghetto, dopo di che si sarebbe deciso come tracciarli definitivamente[19]. Il vicario Gallina non indugiò sulle prime ad inserire nei confini della diocesi trevigiana anche gran parte del territorio di Fontane Bianche, attirandosi subito le ire della popolazione ivi residente, nonché del parroco di Fratte Donazzan. Si dovette allora ridimensionare il territorio della futura curazia abbandonando il progetto di inserire nello stesso la zona di Fontane Bianche che rimase in diocesi di Padova[20].

Don Fortunato Favaro: primo sacerdote cappellano di Borghetto

Ben presto avvennero i tanto auspicati ricambi: il 24 novembre 1928 entrava a Borghetto, in qualità di cappellano residente e dipendente da Tombolo, D. Fortunato Favaro da S. Andrea Oltre il Muson e pochi giorni dopo, il 30 novembre, faceva il suo ingresso ufficioso il nuovo curato di Abbazia che era il pupillo e conterraneo del Bernardi: D. Pietro Andreatta[21].

Il Favaro era stato inviato per accontentare i borghettani, ma soprattutto per creare le condizioni ideali per la fondazione di un nuovo centro spirituale nella località Sandra: gli si chiedeva cioè di comporre quelle due tendenze opposte che continuavano a coesistere in un equilibrio precario, ma senza che quest’ultimo riuscisse ad ottenere dei risultati apprezzabili.

Il 28 febbraio 1929, infatti, il Bernardi scriveva: “A Borghetto la questione si intorbida: Mons. Cavallin di Tombolo la vuole spuntare: raggirando le cose e le ragioni, pel tramite della Curia di Padova, ha ottenuto la binazione delle messe, mentre Mons. Gallina Vic. Gen. era assai contrario: ma quando vi mette le mani il Cancelliere vescovile che è il vero padrone della Diocesi, allora anche il Vicario Generale deve cedere. Intanto la soluzione più ragionevole sta naufragando, per la poca prudenza del Cappellano di Borghetto e per la albagia di quel di Tombolo. Le castagne dal fuoco se le caverà a chi tocca, ma temo che in seguito mi veda costretto a cavarle per conto mio. (n.b. ultimi dispacci – la binazione non fu concessa).”.

E il 21 marzo puntualizzava: “Fui a Treviso per molti affari: con Mons. Vicario Generale parlai a riguardo a Borghetto, dove le cose si aggrovigliano per colpa del cappellano ufficiante che lavora per costruirsi un piedestallo e non ottempera agli ordini dategli, di persuadere la gente che si faccia l’oratorio alla Sandra: mentre finora, o fino a pochi giorni fa non ne ha parlato.”

La matassa si aggrovigliava sempre più e gli interessi particolari si scontravano nella ricerca di una soluzione che sembrava irraggiungibile. Nel frattempo la burocrazia avanzava e il 1 maggio del 1929 veniva stilato il preliminare di compravendita del terreno sul quale edificare la chiesa[22].

I borghettani decidevano allora di calcare la mano eleggendo un comitato che si recasse in visita al vescovo Longhin per chiedere ancora una volta l’autorizzazione di erigere una curazia autonoma. E così il 7 giugno il Bernardi annotava: “A Borghetto si spunta la tenacia di mons. Gallina: una commissione andò dal Vescovo sabato e trovò porta aperta per la condiscendenza di Mr Agostini.” Da quella visita al Vescovo, i borghettani ritornarono con dei risultati lusinghieri ottenendo la sospirata binazione delle messe che con Mons. Gallina non si era potuta precedentemente ottenere e l’arciprete luparense con amarezza constatava che “Riguardo a Borghetto, quei frazionisti, aiutati da C. A. e T., hanno dato scacco matto a Mons. Gallina Vicario Generale, ottenendo la seconda messa: in barba ai superiori si fa quel che si vuole – finisco col rimettere la parrocchia nelle mani dei superiori perché Sandra e Maglio mi vengono tolti da Borghetto e siccome l’esempio è endemico anche Case Brusae e Pila passeranno sotto abazia, perché già l’opinione pubblica e montata.”

Le preoccupazioni del Bernardi erano dunque non solo di perdere parte della parrocchia in direzione Borghetto, ma anche di rimetterci nella vecchia questione della curazia di Abbazia Pisani.

Quindici giorni più tardi, si recava a Treviso “per parlare con Mons. Gallina circa Borghetto. La Chiesa si farà sotto S. Martino e l’acquisterà la mia fabbriceria – darò un’occhiata circa i confini – la futura Curazia sarà soggetta a S. Martino purché si faccia la Chiesa. In caso che i frazionisti non intendano ragione, tutto andrà a monte. Venne questa sera a parlarmi in proposito il Parroco di Fratte”.

La fermezza dell’arciprete acuì le divergenze e incendiò gli animi dei più facinorosi che tentarono, riuscendo ad attuarlo, un “embargo” nei confronti del curato di Abbazia Pisani, del parroco di Fratte e del pievano negando agli inservienti delle varie chiese la questua consueta.

I disordini che ne derivarono provocarono l’intervento delle autorità civili di Villa del Conte e d. Favaro, sempre più isolato e in difficoltà, chiedeva l’appoggio incondizionato dei borghettani.

Il 27 luglio l’arciprete scriveva amareggiato: “A Borghetto per le imprudenze di don Fortunato Favaro, coadiuvato e consigliato dal parroco di Tombolo, avvengono cose deplorevoli.

I padroni sono alcuni menatoroni che girano il sacerdote come vogliono. Hanno negato la questua a tutti gli inservienti di Chiesa; il curato di Abbazia ebbe le porte chiuse, la dove andava per diritto.

 Questi di S. Martino (Sandra) tanto furono sottomessi che domenica dissero ai fabbricieri di non presentarsi nemmeno alla questua per la chiesa: e a me “ne verbum quidem” avendomi lagnato che prima dovevano parlar con me, vennero alcuni e dietro garanzia che il Parroco di Fratte non farebbe questua, acconsentìì acchè i fabbricieri non andassero, ma gli inservienti di chiesa ebbero assai male parole. Il clamore di questi incidenti arrivò al punto che don Favaro non si vergognò di dire che i parroci vicini lo vogliono far morir di fame, “si vera sunt exposita”. Sembra che il Podestà di Villa del Conte, sotto la cui giurisdizione civile sta Borghetto, si interessi dei disordini e non è improbabile che domani ci siano dei provvedimenti. Intanto don Favaro va dicendo che lo si vuol mandare via e che il popolo tenga duro perché andato via lui non si manda altro prete a Borghetto. Quando si ha da fare con gente gretta e di poco comprendonio le cose non possono mai andar bene.”

Era ormai impossibile rinviare un incontro fra i principali responsabili della faccenda e così il vicario generale Mons. Gallina li convocava tutti in Curia, mentre il solito comitato di borghettani compiva un’azione diversiva chiedendo al parroco di Vedelago di intercedere per loro affinche non si costruisse la chiesa in località Sandra.

Il Bernardi era intanto venuto a sapere che alcuni “secessionisti” si erano accordati per demolire di notte ciò che sarebbe stato eventualmente costruito di giorno della nuova chiesa alla Sandra.

Il 10 agosto l’arciprete scriveva nei suoi diari “il Curato di Abbazia col parroco di Tombolo e col sacerdote di Borghetto ebbe un lungo colloquio con Mons. Gallina, e fu soddisfatto nel vedere che il Vicario Generale faceva buone tutte le sue ragioni e disapprovava le disposizioni arbitrarie prese da quella popolazione che già comanda al sacerdote.

Contemporaneamente una commissione di borghettani si presentava a don Mattara parroco di Vedelago (sempre osteggiato dai frazionisti come colui che contrariava i piani loro – ma oggi, per il bisogno, pregato ad intercedere) affinché si prestasse presso i superiori per ottenere che si abbandonasse l’idea di far la Chiesa[23] alla Sandra, perché su 1600 persone, quante essi giudicano costituire il nuovo centro religioso, appena venti sono contente, le altre contrarie e disposte di tutto contrariare, se la chiesa non va fatta a Borghetto. E chi suborna il popolo sono quattro menatoroni, capitanati da C., istigati da F. e a tanto arriva l’istigazione che sono disposti di distruggere la notte quanto si farà di giorno nella costruzione della Chiesa alla Sandra e con questi sentimenti e con questi precedenti, vedremo che cosa verrà fuori: Poveri superiori !! […] A Borghetto le cose si aggrovigliano e prendono una piega poco ottimista.”

Ma a Borghetto si cominciava a gustare l’eco di qualche vittoria e il Bernardi continua il 16 agosto: “S. Rocco: celebrò don B.A. di Paderno. Poca gente – a Borghetto si ballò nell’osteria di (trinca) M. Il sacerdote di Borghetto volle far sfoggio di inviti: un calcio all’economia e col resto si fabbricherà la chiesa.”

Il giorno dopo l’arciprete si recò a Treviso dove ebbe “un lungo colloquio con mons. Gallina circa i confini del nuovo centro religioso di Borghetto, o meglio si deve dire della Sandra perché il centro si sposta. – spero che i Superiori ci accontentino di quanto ho fissato e accontentino il Curato di Abbazia”.

 Il 4 settembre il vicario generale giungeva per effettuare un nuovo sopralluogo allo scopo di delineare i confini della curazia “Mons. Gallina Vicario Generale venne per ispezionare i confini del nuovo centro religioso di Borghetto con don Piero d’Abbazia e don Favaro Fortunato attuale funzionante quella Chiesa; lo condussi in auto laggiù perché si facesse un’idea di quanto territorio mi priverò per la futura Curazia o parrocchia.”

Il 18 febbraio 1930, invece, furono chiamati all’appello dal Vescovo di Treviso il curato di Abbazia, don Fortunato Favaro e l’arciprete luparense che ricorda così quella giornata: “Con un tempo indiavolato, per pioggia e vento, fui a Treviso, ivi chiamato dal Vescovo per trattare la questione di Borghetto: c’era anche il Curato di Abbazia e don Fortunato Favaro, addetto a Borghetto stesso. Finalmente si spera di venire ad una conclusione: il Vescovo si è dimostrato a far presto: ha dato patente di imprudente a don Fortunato, perché col suo parlare non ha fatto altro che imbrogliare le cose ed è colpa sua, se finora non si approdava alla soluzione, perché, volendo acquistare popolarità titillava le cattive voglie di alcuni menatoroni i quali cercano di confondere la situazione contrariando la volontà dei Superiori che vogliono che la Chiesa si faccia alla Sandra.”.

Le acque però restavano torbide e il 4 maggio Bernardi, dal pulpito dell’arcipretale pronunciava dure parole nei confronti dei frazionisti: “Stamane per la prima volta ho detto in chiesa parole forti contro coloro che menomano l’opera del parroco: in particolare contro coloro che a Borghetto fanno opera di disgregazione, e contro coloro che in paese a base di calunnie o di lettere anonime, fanno opera contraria al sacerdote. L’impressione è stata buona e salutare: vedremo gli effetti in seguito.”

Ma l’impressione era sbagliata e i frazionisti per tutta risposta, il 9 settembre, boicottarono la ripresa dei lavori della parrocchiale che si stava inalzando in centro a San Martino opponendosi di collaborare: “La Sandra si distingue per il suo distacco velenoso dalla Parrocchia: all’unanime consenso dei parrocchiani, circa il modo di proseguire il lavoro della chiesa, hanno risposto nettamente e recisamente con un bel no!”.

A questo punto la questione di Borghetto fu rimessa nelle mani dell’ufficio amministrativo diocesano, ossia nelle mani del preposto di Asolo Mons. Brugnoli, affinche si cercasse di sciogliere in breve tempo la vessata questione e si approdasse a qualcosa di concreto.

Il 30 gennaio del 1931 questi scriveva al Bernardi “I Superiori desiderano che la pratica relativa a Borghetto riprenda il suo cammino […] e che io continui ad occuparmene. Ho bisogno quindi anzitutto del Suo consiglio e del Suo aiuto. Verrei perciò a S. Martino, per proseguire per Borghetto il 9 o il 10 o l’11 febbr. verso le 9 e mezza. Lei scelga il giorno e mi scriva, ed avverta il sacerdote di Borghetto perché ci attenda. Dovremmo vedere il minimum di territorio di cui ci si possa accontentare (se si vuole fare di Borghetto un centro religioso conveniente e sufficiente a sé stesso), specialmente verso le Fratte. Meglio tenere la notizia riservata, per non destare curiosità degli interessati. Noi procederemo quasi in incognito.”[24]

Pochi giorni dopo, il 3 marzo, prima che avvenisse la visita del Brugnoli, si verificò uno sfogo deplorevole dell’opinione pubblica avversa ai borghettani che trovò la sua punta di esasperazione in alcune scritte volgari che furono appese e dipinte sui muri di alcune case del circondario contro i propagandisti borghettani[25]. I progetti della chiesa comunque erano a buon punto e venne incaricato della prima stesura il luparense Antonio Baggio che però, in data 12 novembre del 1931, ebbe l’amara sorpresa di vedere bocciato il proprio progetto dalla commissione d’arte sacra di Treviso. I borghettani però, senza attendere la risposta della curia trevigiana, già da qualche tempo avevano già iniziato i lavori gettando le fondamenta della chiesa e dei pilastri. Sicché, al sopraggiungere del veto trevigiano, non rimase altro da fare che bloccare i lavori e costruire all’interno del perimetro delle fondamenta una cappella improvvisata in muratura dotata di un campanile fatto di tavole di legno sul quale suonavano le due campanelle di S. Massimo e una campana più grande. La situazione era talmente paradossale che venne coniata per l’occasione una eloquente filastrocca[26] che ben sottolineava la disparità fra le attese dei frazionisti e lo stato reale delle cose:

Borghetto detto Sandro che ghe xe la via

la xe na veneranda

ma el ga na campana soeo che comanda

pa aver la borsa voda

el ga el campanil de toea

co tutto el so fare,

co tutto el so dire

el ga ancora la ciesa da stabiire

Curazia di Borghetto nel 1932 e parrocchia nel 1953

Solo nel 1932 la situazione sembrò sbrogliarsi grazie all’emanazione del Decreto di erezione della curazia di Borghetto, avvenuto il 15 agosto di quell’anno, che disponeva i nuovi confini della curazia e sanzionava il passaggio di Borghetto padovano e Fontane Bianche in diocesi trevigiana[27].

La nuova chiesa di Borghetto conclusa nel 1945 per interessamento dell'arciprete di Tombolo Mons. Fortunato Cavallin e e di Mons. Costante Chimenton che raccolse denaro in tutta la diocesi di Treviso.

La nuova chiesa di Borghetto conclusa nel 1945 per interessamento dell’arciprete di Tombolo Mons. Fortunato Cavallin e e di Mons. Costante Chimenton, che raccolse denaro in tutta la diocesi di Treviso.

La nuova curazia denominata “Borghetto Sandra”, con decorrenza a partire dal 1 settembre 1932, doveva aveva i seguenti confini:

– a sud, in territorio comitense, una linea ideale che parte dal punto dove si incontrano la strada del Maglio con quella Commerciale sino all’imbocco della strada Militare con direzione sud-est ed est-sud- est sino all’incontro con la strada della Sandra;

– ad est, dall’incrocio della strada Militare con quella della Sandra sino alle case Golfetto e Smania con direzione nord-ovest, quindi si segue il fosso fino al confine tra il comune di San Martino e quello di Santa Giustina in Colle. Da qui la linea segue la strada interna che entra nella strada che finisce nella strada di Fontane Bianche e risalendo questa in direzione est-nord-est e poi nord-ovest fino alla località Tre Ponti sulla strada denominata Sanguettara.

– a nord, da Tre Ponti, seguendo per la strada che va alla Sandra, si risale fino ala strade dei Coretti e seguendola si arriva al fosso Vanzo. Seguendo il fossato in direzione sud si arriva al Rio Grande e ancora verso sud il corso conduce alla strada che dalla località Barichello porta alla strada Maglio.

– ad ovest, dal sito Maglio verso sud, la strada prosegue fino all’incontro con la strada commerciale di Villa del Conte che è il punto di partenza[28].

Naturalmente la nuova curazia non essendo parrocchia non poteva essere completamente autonoma, almeno sul piano formale; per questo motivo la curia stabilì che per metà (sud) fosse soggetta alla parrocchia di Tombolo e per la rimanente parte (nord) a quella di S. Martino di Lupari.

Ottenuto quanto sperato, ci fu chi propose di cambiare lo stesso nome di Borghetto sostituendolo definitivamente con quello di “Borgo Sandro” per adeguarlo al nome della nuova curazia, ma non si arrivò a tanto[29].

Non tutti videro di buon occhio la neonata curazia di Borghetto e così alcune famiglie chiesero alla curia vescovile di Treviso di passare alla curazia di Abbazia Pisani e altre, ancora nel 1932, da quest’ultima a S. Martino di Lupari. La curia cercò di sistemare le due questioni separatamente. Nel primo caso la curia in un primo momento rispose negativamente (4 gennaio 1937)[30] alle richieste di rettifica dei confini fra Borghetto e Abbazia Pisani, ma in seguito, l’8 dicembre 1956, permise a queste di essere direttamente curate “ad personam” dal parroco di Abbazia Pisani[31]. Nel secondo caso si tentò ripetutamente di fare trovare compromessi direttamente fra i due sacerdote in lite[32].

Definiti dunque i confini, diversamente da quanto era stato stabilito nel preliminare del 1929, il 22 marzo 1933 si procedette all’acquisto di due campi padovani di proprietà di Zorzo Romolo, per la somma di dodicimila lire, sui quali costruire la nuova chiesa, la canonica e il campanile con le offerte della diocesi. Questi si trovavano sempre lungo la via Sandra ma “trecento metri più a sud del sito (presso l’osteria) dove era stato fermato, a mezzo di preliminare, un campo di terreno per lo stesso scopo”[33]. La scelta cadeva su questi due campi per il loro minore costo e perché si presentava la possibilità futura di “altri acquisti di terreno attiguo per un futuro assetto del beneficio curaziale”[34]. La scelta però non costituì solamente un indubbio vantaggio economico, ma comportò lo spostamento della sede della chiesa in territorio parrocchiale di Fratte privando il Bernardi di ogni possibile ingerenza come, invece, sarebbe accaduto se la chiesa fosse stata edificata in località Sandra.

Due anni più tardi, e precisamente il 16 agosto del 1935[35], Mons. Costante Chimenton benedice la posa della prima pietra della chiesa con progetto elaborato dallo stesso architetto che da tempo seguiva i lavori dell’arcipretale di S. Martino di Lupari: Luigi Candiani di Treviso. Le fondazioni precedenti e la cappella improvvisata furono eliminate perché l’architetto le ritenne inadeguate al nuovo progetto e così si ricominciò da capo grazie alle offerte raccolte per tutta la diocesi. Persino Mons. Bernardi, nonostante lo smacco ricevuto per l’erezione della chiesa nella località posta a sud della Sandra e fuori della sua parrocchia, decideva di contribuire personalmente con un’offerta di 500 lire.

La chiesa che si andava a costruire avrebbe dovuto essere lunga 33 metri e larga 17. Mentre la nuova canonica fu inaugurata il 23 aprile del 1938[36], i lavori della chiesa rimasero sospesi per il sopraggiungere del secondo conflitto mondiale. Solo il 29 settembre del 1946 il Vescovo Mons. Mantiero poté consacrarla e in quell’occasione il presule benedì anche la prima pietra del campanile che avrebbe dovuto essere alto 52 metri e che verrà benedetto sei anni più tardi da Mons. Chimenton (5 ottobre 1952)[37].

 Nel 1951 iniziarono i lavori per la costruzione del cimitero borghettano alla cui spesa concorsero per metà il Comune di San Martino di Lupari e per l’altra metà i Comuni di Santa Giustina in Colle, sul cui territorio si trova l’edificio, e di Villa del Conte. Il nuovo cimitero fu benedetto dal solito di Mons. Chimenton il 31 gennaio del 1952[38].

Solamente il 24 dicembre 1953, la curazia di Borghetto divenne parrocchia grazie allo smembramento completo dalle parrocchie di Tombolo e S. Martino di Lupari per Decreto del Vescovo Mantiero, assumendo il titolo di S. Giovanni Bosco[39].

29 agosto1954 festeggiamento per la promozione di Borghetto da curazia a Parrocchia. Da sinistra appaiono don Nereo Spagnolo, don Fortunato Favaro e l'arciprete di Tombolo Mons. Fortunato Cavallin.

29 agosto1954 festeggiamento per la promozione di Borghetto da curazia a Parrocchia. Da sinistra appaiono don Nereo Spagnolo, don Fortunato Favaro e l’arciprete di Tombolo Mons. Fortunato Cavallin.


[1] C. Miotto, P. Miotto, Il territorio di Villa del Conte nella storia. L’abazia di S. Pietro e S. Eufemia, S. Massimo di Borghetto e la Contea del Restello, Noventa Padovana 1994, pp. 787-816; P. Miotto, Abbazia Pisani, Storia di un monastero millenario e della sua gente, Villa del Conte 2006, pp. 313-339.

[2] ACVTV, Parrocchie, b. 3, Borghetto, lettera riassuntiva dei capifamiglia borghettani del 14 marzo 1921.

[3] Ibidem, richiesta firmata dai 138 capifamiglia per ottenere la messa e l’insegnamento della Dottrina Cristiana.

[4] Ibidem, 14 marzo 1921.

[5] Ibidem. Qualcuno della curia, giunta la lettera, prima di inoltrarla al vescovo ha cancellato la parola “esacerbata” e l’ha sostituita con quella più dolce di “indignata”.

[6] C. Marconato, Storia di Borghetto, a cura del comitato organizz. Festeggiamenti. 1954, tip. Andretta Camposampiero, pp. 13-25.

[7] E. Spagnolo, Borghetto Curazia e Parrocchia, Cittadella 1976.

[8] APSML, Diari o memorie di G. Bernardi, alle date relative.

[9] Sul personaggio si veda P. Miotto, L’arciprete che osò sfidare i fascisti, Mons. Giovanni Bernardi San Martino di Lupari (1919-1940), Limena 2012.

[10] APAP, fasc. Varie 2, minuta della lettera inviata a Mons. Angelo Brugnoli, preposto di Asolo e incaricato di definire la questione di Borghetto, da d. Pietro Andreatta curato di Abbazia Pisani senza data ma riferibile per il contenuto al biennio 1931-32.

[11] Sul personaggio si veda C. Miotto, Tombolo e la sua antica comunità cristiana, Limena 2008, pp.154-164.

[12] ACVTV, Borghetto, alla data.

[13] Ibidem, 12 dicembre 1927. Il Cavallin, con una punta d’orgoglio personale, dichiara che generalmente ogni domenica erano comunicate circa 60 persone, ma quando celebrava lui la messa le comunioni salivano a 250. In quel periodo le persone situate nel raggio di un chilometro e mezzo dall’oratorio erano circa 1200.

[14] Ibidem, 13 dicembre 1927.

[15] Ibidem, 16 dicembre 1927.

[16] Diari, cit., alla data.

[17] ACVTV, cit, lettere del Cavallin e del comitato di Borghetto alle date 23 febbraio, 27 aprile, 12 maggio, etc.

[18] Ibidem, 30 ottobre 1928, lettera del vicario generale Gallina.

[19] Ibidem, 30 ottobre 1928, lettera del vicario generale di Padova al collega di Treviso.

[20] Si veda in proposito la cartina con il progetto dei confini originari della curazia.

[21] La presa di possesso ufficiale avvenne il 1 dicembre dello stesso anno.

[22] APSML, B. 9, fasc. H, “Preliminare di Compravendita L’anno 1929 VII (dell’era fascista) questo giorno di mercoledì 1 del mese di maggio i S. Martino di Lupari, fra i Sigg.ri Sac. Don Fortunato Favero, per sé o per persona od ente da stabilirsi, e il Sig. Zorzo Antonio fu Giuseppe fu Convenuto quanto segue:

1) Il Sig. Zorzo Alfonso chiamato Antonio cede e vende al Predetto Sig. Don Fortunato Favaro il quale acquista per sé o per persona od ente da dichiarare, un appezzamento di terreno in Comune di S. Martino di Lupari descritto in Censo al Foglio XX, Sez. A, N. di Ett. 0.38.62.

2) Il prezzo viene convenuto fra le parti il £. 12.000 – per campo padovano – da segnarsi sul terreno in base a misura. Detto prezzo verrà pagato per intero il giorno della stipulazione del regolare atto Notarile il quale però dovrà essere fatto non prima dell’11 novembre 1929.

3) Detto preliminare sarà nullo di fatto per ambedue le parti ove la competente autorità Ecclesiastica non avesse da approvare il presente atto. Il venditore quindi esplicitamente dichiara che nulla pretenderà per tale annullamento.

4) La vendita é fatta con ogni servitù passiva e attiva, apparente o meno con ogni occassione o pertinenza ed é garantita libera da ogni vincolo ipotecario o livellario escluse le pubbliche e semipubbliche imposte e o il quartese in quanto sussidiata.

5) Tutte le spese inerenti e conseguenti del presente Contratto sono assunte dal Sac. Don Fortunato Favero o chi per esso. Letto, confermato e sottoscritto. Zorzo Alfonso, Don Fortunato Favaro, Mons. Fortunato Cavallin Testimonio, Ing. Guglielmo Cerato teste.”

[23] Il gesto fu accolto da Mons. G. Mattara che si schierò per la nuova parrocchia. Il 27 settembre 1946 egli si prodigò per regalare a sue spese alla nuova chiesa i quadri della Via Crucis. (E. Spagnolo, 1976, p. 18).

[24] APSML, B. 9, fasc. H, 30 gennaio 1931.

[25] Ibidem, p. 49.

[26] Il sig. Albino Zanella, di felice memoria, ci ha raccontato la filastrocca negli anni Novanta del XX secolo. Traduzione: Borghetto Sandro che si trova in prossimità dell’osteria é un’istituzione, ma ha una sola campana che si fa sentire in lontananza. A causa della scarsità di denaro ha ancora il campanile di legno e nonostante i tanti fatti e il molto parlare della gente, ha ancora la chiesa da improntare.

[27] Il decreto della Congregazione Concistoriale che sancisce il passaggio del territorio soggetto alla parrocchia di Fratte (diocesi di Padova) alla diocesi di Treviso é del 22 aprile 1932.

[28] Ibidem, pp. 50-51; Elenco delle famiglie passate dalla parrocchia di S. Martino di Lupari alla Curazia di Borghetto: Favarin Antonio, Fuga Pietro, Fuga Carlo Favarin Francesco, Montesso Sante, Barichello Sante, Barichello Virginio, Milan Antonio, Stocco Giovanni, Milan Maria ved. Fioravante, Milan Sebastiano, Milan Guerrino, Milan Giacomo, Milan Emilio, Marcon Vettorino, Fiorin Luigi, Frasson Riccardo, Frasson Emilio, Barichello Giacomo, Barichello Luigia, Rosa Luigi e Angelo, Robin Costante, Rosa Giuseppe, Gioppo Vittorio, Mason Giuseppe, Rebellato Giuseppe, Milan Vittorio, Casonato Carlo, Bergamin Pietro, Franceschi Catterino, Franceschi Giovanni, Franceschi Angelo, Franceschi Antonio, Salvalaggio Olinto, Salvalaggio Luigi, Salvalaggio Giuseppe, Serato Luigi, Guarda Giuseppe, Milani Angelo, Milani Giuseppe, Zambon Giuseppe, Lucato Michele, Gallieri Giuseppe, Milani Evaristo, Milani Luigi, Ceccato Luigi, Mometto Domenico, Cherubin Antonio, Sartore Pietro, Sartore Antonio, Sartore Luigi, Sartore Domenico, Alessi Eugenio, Zorzo Anselmo, Zorzo Romolo, Pallaro Francesco, Pinton Guglielmo, Pillinzon Giovanni, Zorzo Alfonso, Fuga Napoleone, Bortolin Assunta, Caeran Natale, Rebellato Luigi.

Elenco delle famiglie passate da Abbazia Pisani a Borghetto: Baccega Natale, Baccega Giulio, Ballan Antonio, Geron Giuseppe, Bettetto Angelo, Miotti Agostino, Barisa Luigi, Zanella Serafino, Tonellotto Giuseppe, Zanella Pietro, Carollo Domenico, D’Agostini Maria, Zoccarato Antonio Cesare, De Biasi Pietro, Vilnai Querino, Dengo Giuseppe, Sartori Attilio, Ruffato Giuseppe, Panozzo Giuliano, Stocco Giovanni, Stocco Emilio, Stocco Virginio.

Elenco delle famiglie di Fratte passate in territorio di S. Martino di Lupari e assegnate alla curazia di Borghetto: Smania Massimiliano, Lago Gio. Battista, Pinton Angela, Salvalaggio Riccardo, Baesso Rinaldo, Baesso Geremia, Salvalaggio Francesco, Ceccato Angelo, Salvalaggio Giacomo, Pettenuzzo Biagio, Cecchin Sante, Cecchin Luigi, Rizzolo Giuseppe, Cauduro Emilia, Frasson Giacinto, Biasibetti Massimo, Piazza Gaetano, Pasqualotto Sergio, Beltrame Pietro, Lunardon Sebastiano, Baccin Giuseppe e fratelli, Fiorin fratelli fu Luigi, Toniato Virginio, Sabbadin Antonio, Marconato Giuseppe, Marconato Filippo, Gallo Giuseppe, Zaniolo Giuseppe, Negrello Nichita, Vedovato Natale, Zorzi Luigi del fu Domenico, Golfetto Giuseppe, Smania Antonio. Complessivamente passarono alla curazia di Borghetto ben 118 nuovi nuclei familiari.

[29] Ibidem, p. 13 alla data 30 agosto 1933.

[30] Ibidem, p. 14 alla data 4 gennaio 1937.

[31] Ibidem, p. 22 alla data 8 dicembre 1956; A.P.AP., fasc. Varie 2, carteggi agli anni 1932-1934.

[32] APSML, lettere della curia del 1 e 12 settembre 1932.

[33] Ibidem, 29 dicembre 1932.

[34] Ibidem.

[35] ACVTV, Sez. Parrocchie, b. Borghetto, nota del 1935 con l’iscrizione della prima pietra: “Anno 1932. Con consenso unanime e con l’approvazione ecclesiastica del popolo e delle autorità i parroci delle chiese circonvicine deliberarono che in questa posizione denominata volgarmente BORGHETTO SANDRA, fosse costituita una curazia interparrocchiale e interdiocesana per poter così provvedere in modo efficace e diretto al bene spirituale delle anime”.

[36] Quando giunse in paese nel 1928, d. Fortunato Favaro andò ad abitare presso la casa di Favarin Antonio, situata in prossimità dell’oratorio di S. Massimo e fino allora abitata dai Pivetta. Qui il sacerdote rimase in affitto fino al 1938 quando fu costruita l’attuale casa canonica. Da notare che la stessa nuova canonica e parte della chiesa di S. Giovanni Bosco furono edificate utilizzando il materiale edilizio e le travature ricavate dai grandi edifici ad uso essiccatoi di tabacco posseduti dai Negrello in via Commerciale (ora Reginato). Nel 1936 questi edifici furono regalati al paese e, una volta demoliti, tutto il materiale da costruzione che si poté recuperare fu impiegato per le nascenti opere curaziali.

[37] Per i dettagli sulla chiesa, campanile e canonica si vedano i già menzionati Marconato, cit., pp. 19-25 e Spagnolo, cit., pp. 18-34.

[38] C. Marconato, cit., pp. 19-25.

[39] ACVTV, b. Borghetto, Decreto vescovile del 24 dicembre 1953. L’erezione della parrocchia di Borghetto avvenne tenendo completamente all’oscuro di ogni cosa l’arciprete luparense, tanto che in una lettera del cancelliere vescovile del 23 dicembre 1953, diretta all’arciprete luparense Mons. Giovanni Favaro, gli si notificava a cose già fatte che occorreva il suo parere favorevole. Con incredibile faccia di bronzo il cancelliere giustificava le proprie negligenze e omissioni scrivendo: “A te invece non fu mai fatta parola di questo progetto. A dirti il vero la cosa mi é sfuggita. Lo faccio ora pregandoti di esprimere il tuo parere, che ritengo favorevole, e ti sarei grato se volessi compiacerti di datarlo oggi stesso […] ti chiedo scusa dell’involontaria dimenticanza”. A quanto pare era proprio finita l’era del battagliero Mons. Giovanni Bernardi!
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