Storia Dentro la Memoria


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Jacopo II, il Carrarese amato dalla gente

monumento-intero

Il 19 dicembre 1350 Jacopo II da Carrara è pugnalato a morte da Guglielmo da Carrara, figlio illegittimo di Giacomo I. Cade nello stesso modo con cui cinque anni prima si era impadronito del potere con la violenza. A comporne l’epitaffio è l’amico Francesco Petrarca, che ancora si legge ai piedi del monumento funebre presente nella chiesa degli Eremitani di Padova.

petrarca

Giacomo o Jacopo II da Carrara nasce a Padova agli inizi del ‘300. Figlio di Nicolò si trovò fin da giovane a vivere le vicende politiche della città natale. Nel luglio del 1327 fu fatto prigioniero e inviato in Germania insieme al fratello Giacomino a causa della rivolta promossa dal padre contro la propria famiglia e a favore di Cangrande della Scala. Due anni dopo ottenne la liberazione grazie al cospicuo riscatto pagato da Nicolò con il quale si trasferì prima a Chioggia e poi a Venezia. Infine fu ospitato dai Gonzaga a Mantova, dove rimase fino al 1340, quando il cugino Ubertino gli concesse il ritorno a Padova. Le ostilità familiari però non erano venute meno e così il 27 marzo 1345 Ubertino lo escluse dal governo conferendo la signoria a Marsilietto Papafava da Carrara che la notte del 6 maggio 1345 fu ucciso da sicari di Jacopo. Con l’appoggio degli ufficiali e dei capitani delle principali fortezze soggette a Padova, Jacopo riuscì in breve a farsi eleggere signore della città dal consiglio cittadino. Negli anni successivi seppe mantenere il potere alleandosi con Mastino Della Scala, il marchese Obizzo d’Este e soprattutto con la Repubblica veneta. Nel giugno del 1348 ottenne dall’imperatore Carlo IV di Boemia due privilegi a favore di Padova e della sua famiglia. Modesto cultore delle lettere (Vergerio) cercò di favorire l’Università patavina e nel marzo del 1349 convinse il Petrarca a stabilirsi in città, ottenendogli il mese successivo l’investitura del canonicato di S. Giacomo. Il 19 dicembre 1350 il carrarese muore sotto i colpi inferti da Guglielmo da Carrara, uomo violento che a sua volta fu subito trucidato.

sarcofago

Il corpo di Jacopo II fu sepolto con solenni esequie nella chiesa di S. Agostino di Padova. In seguito alla demolizione della chiesa, avvenuta verso il 1820, il sepolcro fu trasferito nella chiesa degli eremitani con quello del cugino Ubertino da Carrara. I due monumenti furono realizzati nel 1345 e 1351 dallo scultore veneziano Andriolo de Santi, in collaborazione con altri due scultori e il lombardo Bonino da Campione a cui si sono attribuite le due Madonne con il bambino poste nelle nicchie centrali dei sarcofagi.

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Sotto il monumento funebre di Jacopo si trova l’iscrizione in sedici versi elegiaci latini dettata dal Petrarca che recita nel seguente modo:

HEU MARMO DOMUS ARCTA VIRO SUB MARMORE PARVO

HEU PATER HIC PATRIAE SPESQUE SALUSQUE JACENT.

QUISQUIS AD HOC SAXUM CONVERTIS LUMINA LECTOR

PUBLICA DAMNA LEGENS JUNGE PRECES LACRYMIS.

ILLUM FLERE NEFAS SUA QUEM SUPER AETHERA VIRTUS

SUSTULIT HUMANO SI QUA FIDES MERITO.

FLERE GRAVE PATRIAE CASUM FRACTAMQUE BONORUM

SPEM LICET ET SUBITIS INGEMUISSE MALIS.

QUEM POPULO PATRIUSQUE DUCEM CARRARIA NUPER

ALMA DEDIT PATAVO, MORS INIMICA TULIT.

NULLUS AMICITIAS COLUIT DULCEDINE TANTA.

CUM FORRET HORRENDUS HOSTIBUS, ILLE SUIS.

OPTIMUS INQUE BONIS SEMPER STUDIOSUS AMANDIS.

NESCIUS INVIDIAE COSPICUUSQUE FIDE.

ERGO MEMOR JACOBI SPECIOSUS CREDULA NOMEN.

NOMINIBUS RARIS INSERE POSTERITAS.

ANNO DOMINI MCCCD. DIE XVIIII. DECEMBRIS.

iscrizione

Traduzione di Mons. Claudio Bellinati:

O freddo marmo: pietra troppo esigua!

Gran padre della Patria: qual sciagura!

E tu, che passi in fretta, volgi lo sguardo;

unisci alle tue lacrime una prece.

Piangi colui, che indomito valore

fra gli astri collocò. Fu gran merito!

Non mi vergogno piangerne la morte,

e gemiti innalzar per tanto padre.

Nemica sorte ci rapì improvvisa

il Carrarese amato dalla gente.

Nessuno, come lui, fu dolce amico.

Nessuno, come lui, a nemici inviso!

Di cuore grande e di virtù sincera,

invidia mai conobbe o tradimento.

E tu, posterità, cotanto nome

qual stella fa brillare in firmamento!


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Giuseppe Meratti da Venezia (1774-1821): primo giuspatrono laico di Abbazia Pisani

Contrariamente a quanto avveniva per altri monasteri e conventi che erano stati acquistati per interposta persona da comunità ecclesiastiche, l’abbazia di Villanova, a causa del suo consistente valore economico e della mancanza secolare di una comunità monastica, fu ceduta all’asta ad un nobile veneziano che si aggiudicò gli stabili dell’abbazia e una parte del patrimonio abbaziale, circa 665 campi padovani, il 28 settembre 1774, per 116.000 ducati.

Prima di arrivare all’acquisto, si procedette col metodo del pubblico incanto, che vide contrapposti per tre volte al rialzo il sig. Bortolo Amelio e l’avvocato Antonio Testa.Alla fine, durante la seduta del quarto incanto, l’avvocato tagliò la testa al toro proponendo una cifra inaccessibile per l’Amelio. Solo a giochi fatti, il primo ottobre del 1797, si seppe che l’avvocato Testa era solo il prestanome del conte Meratti.

In questo modo il conte Giuseppe Meratti del fu Tommaso da Venezia divenne il primo giuspatrono laico di Abbazia Pisani, con tutti i diritti e i doveri che d’un tratto si trovava ad ereditare dalla secolare gestione commendataria precedente.

La scelta del Furietti di attivare la curazia di Abbazia Pisani nel 1742 comportava per il nuovo padrone il diritto di nomina del curato, ma anche il dovere di provvedere al suo mantenimento, come da accordi stipulati il 1 luglio del 1742. Non diversa appariva la situazione a Tombolo e a S. Floriano di Marostica, dove al Meratti spettava il diritto di elezione dei rispettivi parroci. Mentre quest’ultimi, una volta eletti, possono godere di una totale autonomia in relazione alla cura pastorale e al loro sostentamento, il curato di Abbazia Pisani, invece, può sopravvivere solamente grazie alle elargizioni economiche del giuspatrono e alla concessione della riscossione delle decime su alcuni poderi ex abatini che permettevano un raccolto annuo di cereali e leguminose non trascurabile.

Al momento dell’acquisto si faceva obbligo al Meratti di rispettare le clausole economiche stabilite il 1 luglio del 1742 e gli s’intimava di non dare mai ricetto negli stabili dell’abbazia a religiosi regolari o trasformarli in convento “in pena di rimaner privo dell’investitura predetta”.Il passaggio delle consegne in mani laiche non sortì in ogni caso l’effetto desiderato dalla popolazione di Abbazia Pisani, perché il Meratti non fece nulla per elevare la chiesa abbaziale al rango di parrocchiale.

Era già molto che rimanesse curata, anche se i curati eletti dopo il 1772 potevano esercitare liberamente le loro funzioni senza fungere da vicari, come accadeva, invece, al tempo dei commendatari. Per quanto concerne il patrimonio della prebenda abbaziale, le cose appaiono radicalmente mutate. Se fino alla morte del Priuli la composizione della mensa abbaziale appare sostanzialmente invariata, con il Meratti, la situazione appare notevolmente ridimensionata.

Dipinto murale nella chiesa che fu dell'abbazia di Villanova (Abbazia Pisani) con S. Bedetto da Norcia.

Dipinto murale nella chiesa che fu dell’abbazia di Villanova (Abbazia Pisani) con S. Benedetto da Norcia.

I terreni e gli edifici immobili che il nobile veneto acquista riguardano, infatti, solamente gli ex beni abatini dislocati ad Abbazia Pisani, Tombolo, Borghetto, S. Martino di Lupari (con le frazioni poste a sud del capoluogo) e Loria.

Tutto il resto, con particolare riferimento ai possedimenti goduti un tempo dall’abbazia nella zona pedemontana, bassanese e asolana, nel 1774 non esistono più nel novero della prebenda abbaziale. Che fine hanno fatto? Dal momento che molti di questi immobili erano stati concessi in locazione o a livello a famiglie della nobiltà veneziana, appare logico dedurre che al momento della soppressione siano stati loro ceduti a prezzo puramente simbolico, ma non si può escludere che una parte del patrimonio immobiliare sia stato fagocitato dalle famiglie patrizie con sottrazioni indebite, rese possibili dall’assenza secolare della contribuzione dei canoni previsti.

Il colpo mortale al patrimonio abbaziale cade come una scure nel momento propizio, prima che passasse in blocco nelle avide mani di privati, facendo la ricchezza di molti e soprattutto di Venezia che, nel 1777, pubblicava i conti consuntivi del denaro ricavato dalla vendita di alcune abbazie e, fra queste, quella di S. Eufemia.

Dei 116.000 ducati incassati tre anni prima, solamente 2.824 erano stati devoluti a favore di alcune non meglio identificate mense parrocchiali trevigiane e padovane, tutto il resto era stato speso dal governo veneziano. In seguito alla caduta di Venezia, avvenuta senza colpo ferire per mano delle truppe napoleoniche nel 1797, la storia di Abbazia Pisani, almeno per quanto concerne la presenza del Meratti, non subisce modifiche di sorta. Nemmeno quando, nel 1798, fu la volta dell’occupazione austriaca che si protrasse fino al 1805 e il successivo ritorno del Regno d’Italia con Napoleone fino al 1814, per poi dare luogo al lungo periodo di dominio ininterrotto degli austriaci fino al 1866.

Eppure, nel 1806, accadeva qualcosa di nuovo: la trasformazione dei distretti o ex podesterie, cedeva il posto ai dipartimenti e ai cantoni. In questo modo tutto il territorio di Abbazia Pisani (Abbazia di S. Eufemia, Borghetto, Granze di S. Eufemia e Restello) era annesso in via definitiva al comune di Villa del Conte, dipartimento del Brenta e cantone di Camposampiero, pur continuando a mantenere la propria dipendenza ecclesiale dalla diocesi di Treviso e nonostante l’appartenenza medioevale al territorio luparense. Le dominazioni straniere non influiscono minimamente sui diritti acquisiti dal Meratti in periodo di dominazione veneta, nemmeno quando sono in gioco interessi economici legati a concessioni di sfruttamento idrico che rimarranno inalterate fino al primo Novecento, passando di proprietario in proprietario.

Il Meratti, infatti, con supplica rivolta al Magistrato dei Beni Inculti, il 30 aprile 1779 otteneva l’uso per cinque anni “dell’acqua di alcuni fossi per coltivare a riso” poco più di sedici campi confinanti a nord con il Rio Figàro. Il 31 maggio del 1785 il Meratti, non solo otteneva il rinnovo dell’investitura che sarebbe divenuta perpetua, ma anche una maggiorazione della portata d’acqua che saliva di “8 once” per coltivare a riso altri 34 campi padovani.

Evidentemente l’introduzione della coltura del riso, che aveva contagiato nelle immediate vicinanze anche i Remondini di Bassano, i Morosini e altri nobili veneziani, oltre a costituire un elemento di novità agraria per la zona, rappresentava un’entrata economica di tutto riguardo. Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro dei numerosi coloni e dei problemi derivati dallo sfruttamento agricolo della tenuta, il Meratti si serve del procuratore camposampierino Giovanni Tentori, già al servizio del cardinale Priuli, il quale è coadiuvato dai parenti Marangoni che risiedevano negli stabili dell’ex abbazia.

Tutt’intorno all’ex complesso monastico si stendevano le proprietà delle solite famiglie veneziane, con in testa a tutte quella padovana dei Capodilista, ma il nucleo residenziale abbaziale stentava a decollare: esistevano decine di casoni sparsi nella campagna e alcune fattorie coloniche di spettanza abbaziale o di proprietà nobiliare. Nel 1781 il Tentori passa il testimone al giovane Marcellino Marangoni, che continua la tradizione familiare di agente del Meratti, trovandosi subito di fronte ad alcuni problemi generati dalla nomina del nuovo parroco di Loria.

Nel 1784, infatti, il parroco d. Felice Navaja, ritenendo che la sua chiesa fosse stata truffata da vari nobili, Piovene e Manfrotto in particolare, ma anche dagli abati commendatari, chiese al Meratti di ripristinare l’antico diritto della chiesa di Loria di riscuotere la decima suoi campi di Loria che appartenevano alla mensa abbaziale. Tentando vie conciliatorie e mettendo in cattiva luce il lavoro del suo predecessore, ritenuto incapace di fare rispettare i diritti della chiesa di Loria, il Navaja operò per ritornare in possesso dell’antico privilegio riuscendo nell’intento nel 1803, seppur con molta fatica.

Nel 1806 fu stesa una prima relazione storica sull’abbazia, oggi conservata presso l’archivio comunale di Cittadella,sulla quale mi pare utile soffermare brevemente l’attenzione per verificare la tipologia di notizie storiche allora in possesso del parroco di Tombolo d. Giangiuseppe Poli.

Reliquiario in legno dorato con reliquie di S. Teodora e S. Eufemia nella parrocchiale di Abbazia Pisani.

Reliquiario del XVIII secolo in legno dorato con reliquie di S. Teodora e S. Eufemia nella parrocchiale di Abbazia Pisani.

Il sacerdote, dopo essersi soffermato sul documento di donazione del 1085 e su quello del 1184, relativo alla bolla pontificia di Lucio III, espone informazioni che egli stesso definisce “più per Tradizione posso rassegnar di cognizione, e di lumi sull’argomento, poiché mancano affatto i monumenti (documenti) da cui con certezza poterli ritrarre”. La tradizione asseriva, infatti, erroneamente “che sotto il Pontefice Paolo V, circa il 1600, sia stata eretta questa Abbazia in Commenda” fino alla soppressione veneta, quando, secondo il Poli, l’abbazia “era retta allora da Mons. Giuseppe Alessandro Cardinale Furietti”.

Quanto poi ai motivi che erano all’origine dell’elezione dei parroci di Tombolo da parte degli abati di Villanova, il Poli tira in ballo una strana storia del tutto inverosimile. Asserisce, infatti, che originariamente gli abati di Villanova avevano il diritto di eleggere il parroco di S. Pancrazio di Treviso, mentre dopo il 1425 il vescovo di Treviso aveva acquisito il diritto di eleggere quello di Tombolo. Da buon amico del vescovo, un imprecisato abate avrebbe chiesto di permutare il diritto di nomina assicurandosi l’elezione del parroco di Tombolo e cedendo il diritto su quello di S. Pancrazio. Da allora “in poi, gli Abbati pro tempore elessero sempre il parroco di Tombolo”.

Il Poli però dimostra di non conoscere il testo del documento del 1085, che pure menziona ripetutamente all’inizio del suo memoriale, perché la contraddizione con quanto asserisce si trova proprio in quel testo. Il diritto di elezione del curato di Tombolo spettava fin dal 1085, e probabilmente anche prima, agli oblatori dell’abbazia, come del resto appare anche in tutta la documentazione relativa dei secoli successivi. Tanto più che, almeno fino al Seicento, il parroco di S. Pancrazio di Treviso era ancora eletto dall’abate commendatario di S. Eufemia.

Si tratta di una svista o di una notizia aggiustata ad arte? Osservando la premura che il parroco dimostra nelle righe conclusive per ribadire la sudditanza della chiesa abbaziale nei confronti di quella di Tombolo, viene quasi da pensare che il Poli intendesse fare passare l’idea che originariamente (prima del 1425) la sua chiesa era indipendente dall’abbazia e dall’elezione giuspatronale e che pertanto quella avrebbe dovuto essere la vera vocazione di Tombolo e dei suoi parroci, anche nei i secoli successivi. Ritornando alla storia vera, assistiamo ad un fatto nuovo, l’incontro fra il Meratti e Benedetto Sangaletti, detto Sangalli, del fu Carlo da Padova per motivi di debiti.

I due danno luogo a rapporti di compravendita, che sfoceranno gradualmente nel completo passaggio di proprietà della tenuta abbaziale nelle mani del cittadino residente a Camposampiero.
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Personaggi Duello Macola – Cavallotti (6 marzo 1898) (2^ Parte)

Commemorazione del deputato Cavallotti

alla Camera dei Deputati lunedì 7 marzo 1898

 Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 55, 8 marzo 1898, p. 821

 PRESIDENTE [Biancheri]. (Segni d’attenzione). Coll’animo straziato, partecipo alla Camera l’infausta notizia del decesso dell’onorevole nostro collega, Felice Cavallotti, avvenuto ieri per funestissimo caso che gli troncò instantaneamente la vita.

            Di Felice Cavallotti, deputato da più di 20 anni, già eletto a Milano, a Pavia, a Piacenza, ora rappresentante del collegio di Corteolona, dell’uomo politico, dello scrittore insigne, del valente pubblicista, dello splendido oratore non mi accingo a dirne i pregi e le lodi; la mia parola non potrebbe non riuscire inadeguata ai meriti suoi, né, oggi, mi regge l’animo parlar di lui lungamente, come vorrei; le amarezze quanto più profondamente sono sentite, tanto meno possono essere espresse. Oggi è giorno di pianto e di cordoglio; oggi, niun altro sentimento può uscirmi dall’animo oppresso che non sia di vivo dolore e di amaro rimpianto.

            Oggi, dinanzi a così inattesa sciagura, tace ogni sentimento che non sia di profondo rammarico, e la mente addolorata si raccoglie in un solo pensiero, nel mesto ricordo dell’altissimo ingegno che, d’un tratto, s’è spento, del generoso filantropo, che sempre accorse in sollievo della pubblica calamità, del valoroso milite che combatté nelle schiere dei prodi volontari di Giuseppe Garibaldi, e dall’animo contristato erompe il lamento di sì grave perdita.

            La infausta notizia subito diffusa solleva ovunque, generale compianto; giungono da ogni parte solenni attestazioni di cordoglio e di lutto. Ma la dolorosa dipartita di Felice Cavallotti è sovratutto una sventura ed un lutto pei numerosi suoi amici che gli ricambiavano affetto caldissimo; è un lutto per la Camera che soleva ammirare la sua inspirata eloquenza; è pure un lutto per la patria ch’egli strenuamente difese sui campi di battaglia ed illustrò con gli scritti; per la patria da lui sì fortemente amata, che consacra alla di lui memoria un tributo di vivo rimpianto, di perenne riverenza e di nazionale gratitudine. (Vivissime approvazioni – Applausi).

            Comunica quindi che hanno espresso sentimenti di condoglianza:

            gli onorevoli Giunti, Vendemini, Rampoldi, De Nobili, Lagasi, Ruffoni, Calvi, Budassi, Del Buono e Moscioni ex deputato;

            i sindaci di Corteolona, Dolo, Cremona, Scansano, Fucecchio, Pordenone, Casalpusterlengo, Treviglio, Casalmaggiore, Pistoia, Villimpenta, Arezzo, Gavirate, Pescara, Milano e Vittorio;

            ed i seguenti sodalizi: Elettori Collegio di Corteolona; Società Esercito Italiano di Genova; Associazione democratica di Verona; Reduci garibaldini di Firenze; Associazione progressista di Trieste; Società Operaia di Cittaducale; Cittadini della Spezia; Insegnanti e scolari di Sassari; Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano; Reduci di Como e Università di Sassari; Società Operaia di Cologna Veneta; generale Turrr (da Nizza).

            Interprete dei sentimenti di tutta la Camera propone che ad onorare la memoria del compianto Cavallotti:

            si sospenda la seduta odierna della Camera;

            sia abbrunata per otto giorni la bandiera di Montecitorio;

            sulla tomba di lui sia posta una corona di bronzo;

            sieno inviate le condoglianze della Camera alla città di Corteolona.

            DI RUDINI’, presidente del Consiglio, consente in tutte le proposte fatte dall’onorevole Presidente. L’animo suo commosso non gli permette di aggiungere parole di compianto. (Approvazioni).

            PRESIDENTE. Sento il dovere di annunziare che il Governo aveva proposto che i funerali del compianto Cavallotti fossero fatti a spese dello Stato; e soggiunge che eguale proponimento aveva fatto la Presidenza della Camera.

            Ma gli amici dell’onorevole Cavallotti hanno esternato il desiderio di volersi riservare l’ultimo tributo di affetto al compianto amico e collega.

            Avverte che i funerali avranno luogo domani alle 10 e invita tutti gli onorevoli deputati ad unirsi alla Presidenza per rendere l’ultimo tributo d’affetto alla memoria del compianto collega. Annunzia poi che una Commissione speciale ne accompagnerà la salma a Milano.

            Mette a partito le proposte fatte per onorare la memoria di Felice Cavallotti.

            (Sono approvate all’unanimità).

Il secolo illustrato

 L’origine della vertenza

 La Stampa, 7 marzo 1898, p. 2

Da parecchio tempo il corrispondente da Roma della Gazzetta di Venezia mandava al suo giornale alcune notizie riguardanti la vita parlamentare dell’on. Cavallotti, che a questi parvero assolutamente inesatte. Tanto che Felice Cavallotti, in una lettera datata da Roma, 23 febbraio 1898 al Secolo, scriveva:

            Cari amici,

            Non iscrivo alla Gazzetta di Venezia perché non ci è sugo né buon gusto a polemizzar coi mentitori di mestiere. Ma, poiché, come antico giornalista più volte ho trattato della questione morale nei riguardi della stampa, non mi pare privo di interesse istruttivo il porre in luce in che modo certi giornali del partito dell’ordine, che la pretendono a educatori delle masse, intendano la dignità del proprio ufficio e il rispetto dei propri lettori. Si tratta di un caso semplicemente patologico, che nel suo genere è perfino divertente.

            Un bel dì la Gazzetta di Venezia, portabandiera dei conservatori veneti, trovandosi a corto di frottole e di argomenti per difendere il domicilio coatto, e le leggi restrittive del voto, scopre e inventa che anche Cavallotti ne aveva espresso a Rudinì il suo parere favorevole!!! Era grottesco, né v’avrei dato peso; ma nossignori, la Gazzetta di Venezia sente anche il bisogno di rimarcare la dose, aggiungendo che la notizia non temeva smentite! e allora per rispetto di me stesso e degli amici, la smentita ho dovuto stampargliela sul muso.

            Pareva – nevvero? – che la lezione potesse bastare. Gnornò! lo scorso dicembre, nei giorni della crisi, avendomi il predetto Di Rudinì fatto l’onore di pregarmi per iscritto di un colloquio al quale acconsentii e i giornali avendone parlato, la Gazzetta di Venezia si fa mandare un telegramma specialissimo, in caratteri distinti da Roma, per annunziare ai suoi lettori che la cosa era tutt’altra, che, cioè, io aveva domandato un’udienza e che il presidente del Consiglio si era visto, poveretto, nella impossibilità di rifiutarmela!!

            Il buffonesco telegramma ( e dico buffonesco per tutti quelli che mi conoscono e sanno se io sono tipo da chieder udienza a chi non mi cerca e dar consigli a chi non me ne chiede) mi venne sott’occhi per caso molti giorni dopo; allora, non francando neanche la spesa di una smentita e trovandomi di buon umore mi limitai ad avvertire, per cartolina, il direttore che nelle bugie su di me non aveva proprio la mano felice; che per quest’altra volta glie la passavo per non comprometterlo coi lettori suoi ma badasse a non incappare in una terza. Credete che il monito lo abbia guarito? Neanche per sogno!

            Ecco capita l’adunanza della Giunta parlamentare incaricata di riferire sulla domanda di autorizzazione a procedere contro di me.

            E subito la Gazzetta ad annunciare  testualmente, per dispaccio telegrafico da Roma, in prima pagina ed in posto distinto:

            “Il deputato Cavallotti volle intervenire alla seduta della Commissione, benché non invitato, per dare spiegazioni sugli articoli incriminati.

            L’on. Bonacci, che fa parte della Commissione, non consentì alla pretesa del Cavallotti, essendo estranee alle funzioni della Commissione discutere in merito alla domanda.

            E il deputato Cavallotti dovette ritirarsi senz’altro.

            Dopo di che la Commissione ha all’unanimità deliberato di proporre alla Camera l’autorizzazione a procedere contro il deputato Cavallotti, nominando relatore Curioni.”

            Cosa vuol dire essere disgraziati!

            Più bugie in meno parole non si potevano impastare. Ma siccome il sior Lello io l’avevo ammonito, stavolta merita ch’io mi diverta a sue spese.

            Diciamo dunque al povero sior Lello che io andai in seno alla Commissione non già non invitato, ma, ahimè! solo quando uno dei membri della Commissione stessa venne in persona, [parola illeggibile] e a nome di tutta la Giunta e del suo presidente, a invitarmi, e, recatomi allo chiamante, il presidente Bonacci a nome dei colleghi, con una cordialità squisita e affettuosa di parole, di cui gli son grato, mi spiegò come la Giunta, appena appreso ch’io desideravo essere udito, fu unanime immediatamente nel pensiero di chiamarmi.

            Ringraziato che ebbi il presidente e i colleghi diedi alla Giunta che onorommi dell’attenzione per cortese spiegazionenon già sugli articoli incriminati, – i quali, viceversa, non sono che poche parole della mia unica lettera a Vassallo (!!) intorno al caso Perrone Mosconi, ma sul perché io desiderava che il processo si facesse, avendo dal primo giorno che entrai nella Camera combattuto sempre il privilegio dell’art. 45 e parendomi che nel caso concreto meno che mai ci fossero ragioni di servirsene e di rifiutare l’autorizzazione: sicché la Commissione aderì a prender atto, come fece l’egregio relatore espressamente, del mio desiderio, avendo accondisceso alla mia preghiera anche quei commissari che l’autorizzazione volevano rifiutarla.

            Esposi poi particolareggiatamente ai membri della Commissione il perché, rispetto alle origini dell’articolo, per il quale li pregavo a non negar l’autorizzazione, mi era caro più che mai rivendicare con orgoglio la loro stima e quella dei miei colleghi della Camera. Ed espostolo minutamente, e – illustrato che ebbi in Commissione nelle origini dei fatti – come dice testualmente la relazione, e rinnovata che ebbi in base a ciò, la mia dichiarazione che il relatore trascrisse, “che esulava dal fatto la garanzia statutaria”, il presidente, a nome dei colleghi, con nuove parole cordialissime ci tenne a ringraziarmi, e su questo ringraziamento, a mia volta ringraziando mi accomiatai.

            Ed è in questo modo che il presidente Bonacci “non consentì alle mie pretese” e che io “dovetti ritirarmi senz’altro”.

            Oh povera Gazzetta di Venezia! – Ma servirà la lezione?

            Che, che! a rivederci alle bugie prossime. Un po’ di spasso, in mezzo alle noie della politica non guasta mai.

                                                                                                                                                                FELICE CAVALLOTTI

L'onorevole Felice Carlo Emanuele Cavallotti (1842-1898), già garibaldino, etichettato il bardo della democrazia, morì nel duello contro Macola dopo aver vinto numerosi altri scontri ad armi bianche.

L’onorevole Felice Carlo Emanuele Cavallotti (1842-1898), già garibaldino, etichettato il bardo della democrazia, morì nel duello contro Macola dopo aver vinto numerosi altri scontri ad armi bianche.

A questa lettera la Gazzetta di Venezia, nel numero del 23 stesso, rispondeva chiamando Cavallotti “paglietta della democrazia secolina “ e diceva: “Sappiamo che il nostro direttore, quantunque all’oscuro dell’origine della notizia data dal corrispondente perché assente da Venezia, chiederà al bardo ragione delle parole contro la Gazzetta di Venezia non avvezza ad incensare i ciarlatani.”

            Infatti, l’onorevole Macola, il 25 febbraio mandava i deputati Santini e Valle a sfidare l’onorevole Cavallotti il quale li metteva in comunicazione con gli onorevoli Giampietro e Marazzi.

            I padrini, di comune accordo, preso atto che le notizie pubblicate dalla Gazzetta di Venezia erano del corrispondente ordinario Miaglia e non di Macola, considerando la condotta di Macola e Cavallotti corrotta, considerando inoltre che la ragione della vertenza veniva a cessare, perché Miaglia si assumeva la paternità dei telegrammi, dichiaravano esaurita la vicenda, invitando gli avversari a stringersi la mano.

            Ma la vertenza si riaprì subito nuovamente perché, mentre a Roma i padrini l’avevano risolta, la Gazzetta di Venezia pubblicava la risposta data sopra alla lettera di Cavallotti al Secolo.

            Si riunirono poi nuovamente i padrini il 27 febbraio e constatarono che questa risposta della Gazzetta di Venezia risaliva a una data anteriore al primo loro abboccamento, quindi si dichiarava nuovamente risolta la vertenza.

            Questo al 27 febbraio.

            La questione pareva definitivamente chiusa, quando l’on. Macola, allo scopo di rettificare alcune notizie sulla vertenza pubblicate dal Don Chisciotte, faceva inserire a pagamento sulla Tribuna il verbale firmato il 27 febbraio, aggiungendovi qualche sua osservazione.

            L’on. Cavallotti, in una lettera al Don Chisciotte, in data 2 marzo, lamentava, tra l’altro, che nella Gazzetta di Venezia, di cui Macola è direttore, fosse stata commentata la questione d’onore pendente con linguaggio che basta a qualificare cavallerescamente chiunque lo adoperi e non lo sconfessi.

            La polemica s’inasprì ed il 4 marzo l’onorevole Macola mandava i deputati Donati e Fusinato a sfidar di nuovo Cavallotti, il quale nominò suoi padrini Bizzoni e Compans. L’onorevole Compans, colto da forte febbre, dovette mettersi a letto, e pregò Cavallotti di sostituirlo. Questi nominò Tassi.

            I padrini, riunitisi, convennero che il duello avesse luogo ieri nel pomeriggio, fuori Porta Maggiore.

            L’esito dolorosissimo del duello è noto.
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