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ELEMENTI DI ARCHITETTURA DEL SIGNOR FRANCESCO MARIA PRETI (8^ parte)

CAPITOLO XVI.

Delle Ragioni Ottiche.

Anche le leggi ottiche hanno luogo in Architettura, dovendosi aver mira a ciò, che nascondono all’occhio gli agetti delle cornici, ed accorciandosi, e restringendosi un oggetto, quando si mira dal basso. L’estimativa supplisce, è vero, ma soltanto in parte, e perciò bisogna ajutarla. Un edificio lo posso vedere in più siti. Ridotte a computo le porzioni dagli agetti nascoste, e presane una media, dovrò questa aggiugnere per secondare la estimativa. Sia per esempio una Chiesa ornata coll’Ordine Attico, e potendo mirarlo all’estremità, o alla metà della lunghezza, all’estremità, o alla metà della larghezza, trovo col calcolo le parti coperte all’occhio nelle quattro stazioni dallo sporto della cornice dell’ordine, e la loro somma divisa per quattro determina la misura, per cui devo accrescere l’altezza dell’ordine Attico. La parte nascosa in un dato sito, esempigrazia all’estremità della lunghezza, si trova così. Come la lunghezza della Chiesa meno l’agetto della cornice all’altezza dell’ordine meno quella dell’uomo fino agli occhi, così l’agetto della cornice al quarto termine proporzionale, che si eguaglia alla parte nascosa, di cui si va in traccia. Dalle cose dette dipende la ragione, per cui si danno i dritti degli archi. Non si discosterà gran fatto dal giusto, chi stabilirà il dritto uguale allo sporto della cornice negli archi maggiori, ed a quello della imposta negli archi dell’ordine. I Romani, che facevano le fabbriche di una somma grandezza, accrescevano alquanto il plinto della base della colonna collocata sul piedestallo, e diminuivano meno le colonne più alte, benché appartenenti all’ordine stesso, a cagione che un oggetto apparisce più picciolo veduto da lontano, che da vicino. Essendo i nostri edifici di misure assai limitate, non abbiamo bisogno di questi riguardi. Si eccettuino le torri, le quali ascendendo a grande distanza, vanno assai poco diminuite. La diminuizione per altro le rende più resistenti, e robuste, accadendo difficilmente, che uscir possano dalla linea del piombo.

CAPITOLO XVII.

Delle Volte.

Data la pianta artificiale di un edificio, è data per conseguenza la volta, traendo questa l’origine da quella, e perciò ad una buona o cattiva pianta corrisponde una volta degna di lode, o di biasimo. Per ispiegare qualmente nasca una volta, supponiamo, che un arco cammini sempre parallelo a se stesso per la direzione normale al suo diametro, e che il circolo esteriore dell’archivolto generi una superficie semicilindrica, ci metterà essa sotto degli occhi una volta a due venti.

Abbiasi una tribuna quadrata formata con quattro archi maggiori, negli angoli della quale ci siano i cantoni, ovvero le colonne isolate. La intersecazione di due volte a due venti determina la volta di questa tribuna, dovendosi concepire levate le parti intersecate inferiori, che ingombrerebbero gli archi. Con tale artificio è costruita la volta della tribuna di S. Liberale, la quale è sostenuta dalle quattro colonne isolate qualmente il loro ufficio richiede.

Se si levassero le parti intersecate superiori, e si lasciassero le inferiori, nascerebbe una volta a quattro venti, che può del pari generarsi colla intersecazione di due volte eguali a due venti o circolari, o ellittiche. Una volta ellittica a quattro venti sopra una pianta quadrata si tagli per metà con una linea parallela a due lati opposti, e la sezione, che ne proverrà, sarà quella stessa ellisse, da cui è stata prodotta la volta. L’una delle due metà si allontani dall’altra, movendosi orizzontalmente per la direzione normale alla sezione predetta, e si supponga, che questa generi una volta a due venti. Con tal artificio ci si presenta una volta parte a due venti, e parte a quattro conveniente ad una pianta di figura rettangola, la quale si adattarebbe alle Chiese ad una sola nave, se non ci fossero lunule.

Ora è da vedersi come si generino queste lunule. Il diametro o asse maggiore dell’ellisse, che ha prodotto la volta della Chiesa si eguaglia alla larghezza della stessa meno due agetti delle colonne diminuite, l’una delle quali sta in faccia all’altra. Il semiasse minore dee superare la somma del raggio dell’arco maggiore più il suo archivolto per tale misura, che la progezione nel sottoposto piano orizzontale del contorno della lunula, che cinge l’arco predetto, sia un triangolo, i cui lati facciano colla larghezza della Chiesa, due angoli semiretti. Stabilita la mentovata misura, e supponendo descritta la volta della Chiesa senza lunule, dalla sommità dell’archivolto dell’arco maggiore si tiri la tangente all’ellisse, che passa pel centro dell’arco stesso, e si congiunga la detta sommità col centro dell’arco con una linea, che formerà un angolo ottuso colla tangente. Si giri quest’angolo intorno al centro dell’arco, e la tangente genererà la superficie di un frusto conico, che intersecandosi colla volta determinerà la lunula, la progezione del cui contorno nel piano orizzontale sarà un triangolo isoscele, che avrà alla base gli angoli semiretti.

Collo stesso metodo si stabilirà la superficie delle lunule, che cingono le mezze lune poste al di sopra degli archi dell’ordine, e si darà compimento alla volta della Chiesa a una sola nave. Le lunule corrispondenti alle mezze lune nella Chiesa del Redentore in Venezia riescono depresse, e poco graziose, perché la loro progezione nel piano orizzontale non è un triangolo, ma bensì una iperbole conica. È nato questo disordine (io suppongo senza il consenso del Palladio) a cagione che nel costruire la volta solida, le sommità delle lunule in vece di farle toccare l’ellissi, si sono determinate orizzontali. La teorica di queste lunule, che sono porzione della superficie di un frusto conico, è stata inventata dal Sig. Co: Giordano Riccati.

La volta sopra il semicircolo di un coro si genera col girare esso semicircolo intorno al suo diametro, e la superficie di essa si eguaglia alla quarta parte di quella della sfera, o sia all’aja del circolo generatore. Due di tali volte congiunte insieme formano quella di una cupola.

F. M. Preti, Spaccato per lungo del teatro accademico di Castelfranco Veneto.

F. M. Preti, Spaccato per lungo del teatro accademico di Castelfranco Veneto.

Determinaremo le vele di una cupola di base quadrata, sostenuta da quattro archi, se condurremo la diagonale di un quadrato, ch’è situato nel piano orizzontale, che passa pei centri degli archi stessi, e servendosi di essa in qualità di diametro, descriveremo una sfera. La superficie di questa intercetta fra due archi collocati in angolo, la figura delle vele ci somministra. Nella sommità degli archi formano le quattro vele un circolo, che tocca gli archi medesimi, supponendosi in quel sito tagliata orizzontalmente la sfera delineata.

Avendo questa cupola di S. Liberale la pianta ottangolare, il principio delle vele al di sopra della cornice dell’ordine attico si accomoda alla detta figura, ed il loro fine si adatta al circolo della cupola. La struttura di queste vele è frutto dello studio del mentovato Sig. Co: Riccati.

Giacché ho nominato la pianta ottangolare, dirò due parole della volta, che le compete, quando sia ugualmente larga, che lunga. Sopra le quattro coppie di lati opposti si formino altrettante volte a due venti di pari altezza, e dalla intersecazione di queste ne nascerà la volta a otto venti, che riuscirà ottangolare corrispondentemente alla pianta. Se la pianta fosse bislunga, detratta dalla lunghezza la metà della larghezza da una parte e dall’altra, sulla porzione, che resta dei due lati più lunghi, si dee costruire la volta a due venti.

 Ho stabilito di sopra, che le colonne debbono sostenere le volte, e che un maggior peso richiede le risalite. La volta di un coro, o di una cupola, e quelle a due, a quattro, a otto venti ricusano le risalite, perché il loro peso è da per tutto uniforme. Che se saranno interotte dalle mezze lune, la trabeazione sotto di queste dee ritirarsi, onde soltanto sporti dalla muraglia quanto i centri delle colonne; acciocché chiaro apparisca, essere le lunule, e la volta sostenute dalle colonne, che risaliscono. Anche le vele delle cupole sono specie di volte, o perciò in questa Chiesa di S. Liberale vengono rettamente sostentate dalle colonne, sopra le quali la trabeazione ha una risalita.

Resta, che io dica qualche cosa di quelle volte, che specialmente si costumano nei palagi, e riescono assai graziose. Abbiasi per esempio una pianta rettangola. Nella sommità della volta si forma un rettangolo, i cui lati distino alquanto da quelli del vaso, e intorno ad esso la volta a quattro venti si costruisce. Tali volte devono farsi leggiere, perché se fossero solide, le superficie piane collocate nelle loro sommità non potrebbon sussistere.

CAPITOLO XVIII.

Delle Cupole.

Trattandosi delle volte ho ragionato ancor delle cupole, delle quali per altro presentemente mi accingo, a farne particolare distinta menzione. L’uso delle cupole venne a noi dall’Oriente, essendo quei popoli anche al giorno di oggi inclinati molto per un tal genere di ornamento, il quale quantunque pecchi di soverchia arditezza, fa nulladimeno così bella comparsa, che non verrà bandito giammai dall’Architettura. E tanto meno ciò accadrà, quanto che spesse fiate è d’uopo introdurlo per rimediare ad una soverchia sonorità, e perché un qualche sito, che senza questo ajuto sarebbe scarso di lume, lo possa ricever dall’alto. Per liberare la Chiesa di S. Giustina di Padova dalla eccedente sonorità chiamaron que’ Monaci il famoso Vincenzo Scamozio. La nave di mezzo ha la sua larghezza di un arco maggiore, e la lunghezza di tre fino alla cupola, la qual lunghezza essendo divisa in tre quadrati, sopra ciascuno il rinomato Andrea Ricci Brioschi vi avea formato una volta con quattro lunule eguali, che al parere dello Scamozio cagionava il difetto. Levate dunque tali volte, vi sostituì con ottimo successo altrettante cupole schiacciate o catini. La cupola di S. Liberale è molto opportuna per togliere il mentovato inconveniente, e serve per illuminare l’ottangolo, che le somministra la pianta. Per la qual cosa ogni parte della Chiesa ha il suo lume, né altro difetto io ci trovo, se non che la tribuna lo ha un poco eccedente, il che si scopre entrando in Chiesa, veggendosi le volte negli altri siti meno illuminare di quella della tribuna. Il rimedio per altro è facilissimo, bastando cangiare le mezze lune in balconi simili a quelli delle picciole cappelle.

Ora egli è d’uopo, che io passi a far menzione delle varie specie di cupole. La prima, se pure può dirsi tale, è fornita delle sue quattro vele, e della cornice circolare al di sopra, a cui succede un soffitto piano a figura di lacunare: in questa maniera il Battistero di Vallà è stato da me costruito. La seconda sostituisce al soffitto piano una cupola col suo dritto, la quale può essere o circolare, o ellittica colla saetta maggiore, o minore del raggio del circolo. Dell’ultima foggia sono le cupole suggerite dallo Scamozio per la Chiesa di S. Giustina volgarmente dette catini. La terza specie ha un rocchello, che s’innalza sopra degli archi, sostenente la cupola, ornato con cornice, balaustri, ed ordine di Architettura, negl’intercolunnj del quale stanno alternativamente disposte finestre, e statue collocate nello loro nicchie. Tutte e tre le descritte maniere di cupole vengono in concio, quando l’opportunità di usarle rettamente s’intenda. Il Battistero di Vallà ha quell’altezza, che al detto vaso conviene, e perciò non ci era bisogno di maggiormente innalzarlo con una cupola, non permettendolo le circostanze, ed il buon gusto della struttura. I catini della Chiesa di S. Giustina vanno ottimamente; perché molto non si allontanano dalla volta prescelta dal Brioschi, e perché un maggior lume non è necessario. Al contrario nella Chiesa di San Liberale, essendo la cupola fondata sopra un ottangolo, e non tanto picciolo, riuscirebbe assai diffettosa, se del rocchello fosse mancante. Ottiene questo l’effetto, che la larghezza della cupola abbia alla totale sua altezza, quale apparisce vedendola in iscorcio, la stessa proporzione, che compete agli archi Jonici della Chiesa, onde resti conservata una perfetta unità.

F. M. Preti, Prospetti del Teatro accademico di Castelfranco Veneto.

F. M. Preti, Prospetti del Teatro accademico di Castelfranco Veneto.

Il bisogno del lume persuase gli Architetti di concedere i rocchelli alle cupole, ed acciocché queste non ascendessero a soverchia altezza, li determinarono assai depressi. Sembrando loro troppo gracili le colonne, colle quali le adornavano, se le facevano dell’ordine della Chiesa, o più svelte; perciò Longhena alla Salute, Palladio a S. Giorgio maggiore, ed al Redentore di Venezia hanno scelto l’ordine Toscano, onde avere nella picciola altezza il massimo diametro. Non così si adoperò il Brioschi nelle tre cupole di S. Giustina di Padova, che sono nella crociera, mettendo in opera le colonne Corintie, che contengono bensì l’imperfezione di aver i loro diametri assai tenui, e meschini; ma come le Toscane non sono poi tanto tozze. Da quanto abbiam detto facilmente raccogliesi, ch’egli è d’uopo ornare il rocchello delle cupole con colonne, corrispondenti a quelle del tempio, e in riguardo all’ordine, e in riguardo all’altezza. In questa guisa conservasi l’analogia di tutto l’edificio, né si veggono colonne di troppo picciolo diametro sostenere una vasta mole, né s’incorre l’altro difetto di sovrapporre ad un Corintio un Toscano. Egli è vero, che le colonne della cupola non stanno a piombo di quelle della Chiesa; ma non può negarsi altresì, ch’essendo collocate in maggior altezza, non debbano farsi più gracili, non altrimenti che nella facciata di un palagio costumasi.

Quando si voglia accrescere il lume, costruiscasi una lanterna nel mezzo della volta della cupola, la quale lanterna altro non è che una picciola cupola sovrapposta alla grande col rocchello ornato, e con le finestre, la quale servirà principalmente per illuminare tutto ciò, che sta di sopra della cornice dell’ordine della cupola. Non tralascio di avvertire, che accorciandosi gli oggetti veduti dal basso in alto, sarà lodevole, che la sezione verticale della cupola, che passa pel centro, sia un’ellisse in piedi, ovvero, quando vi abbia la lanterna, un arco di sesto acuto, il quale si descrive con due centri, che più o meno si avvicinano alla estremità del diametro, secondo la intenzione dell’Architetto. In questa guisa da Filippo Brunelleschi, e da Michelangelo Buonaroti furono costruite le cupole di S. Maria del Fiore in Firenze, e di S. Pietro in Roma, che avendo diametri a un di presso eguali a quello del Panteon, ad una sorprendente altezza sono state innalzate.

Abbiamo finora fatto parola di ciò, che riguarda la vista, e presentemente alla solidità conviene far transito. Le cupole sono una specie di volte che per dire il vero hanno dell’ardito, particolarmente quando vi abbia il rocchello; poiché se sono di pietra, e non di legno, o di altra materia leggiera, col loro sfiancamento tentano continuamente di far uscire il rocchello dalla linea del piombo. Peggio ancora succederebbe, se le colonne, che servono di ornamento al detto rocchello, fossero isolate, e vuoti gl’intercolunnj; imperciocché certamente non reggerebbero né allo sfìancamento, né al peso. Per opporsi a tali disordini, bisogna far sempre il rocchello pieno, e forarlo soltanto colle finestre, ed in oltre munirlo coi contrafforti; il che si vede bastantemente effettuato nella cupola di S. Liberale, perché la volta è leggera, e con molto maggior vigore nella cupola solida della Salute in Venezia, i cui contrafforti sono costruiti tanto pulitamente, che il loro aspetto fa nell’occhio un effetto maraviglioso. Posto che i contrafforti non si giudichino sufficienti, fa di mestieri armar la cupola con cerchi di ferro formati di pezzi con arte fina insieme congiunti, i quali si collocano nella parte superiore del rocchello un po’ al di dentro della superficie esteriore. Dei cerchi per altro non possiamo molto fidarci, ed io certamente non mi terrei sicuro della durevolezza di una cupola, alla quale anche più di un cerchio fosse applicato. In fatti due robusti cerchi non impedirono il moto nella cupola di S. Pietro in Roma; dimodocché sotto il pontificato di Benedetto XIV antecessore del Regnante ve ne sono stati aggiunti altri due. Nella mentovata cupola della Salute non so, che sia seguito alcun moto; ma egli è d’uopo riflettere, ch’è doppiamente munita, e col cerchio di ferro, e con de’ validissimi contrafforti. Il ferro per dire il vero è atto a resistere, purché qualche occulta imperfezione non contenga. Prima di porlo in opera, sarà bene percuoterlo per udirne il suono, e da questo comprendere, s’è senza crepature, e da per tutto omogeneo. Ciò non pertanto io consiglierei di costruire le cupole con rocchello a volta leggera; perché nelle cupole, e negli archi solidi scarsi di spalla dopo molti, e molti anni si sono veduti dei tristi effetti. E vaglia il vero; nel mezzo della facciata di S. Marco in Venezia ci è una grande arcatura con pochissimo fianco atto a cedere allo sfiancamento. L’Architetto accortosi del difetto, armò l’arco con due grosse travi di ferro, che dopo aver resistito per qualche centinajo di anni, tutt’e due ad un tratto si ruppero, e la facciata sarebbe caduta, se subito non si fosse posto rimedio. Se avessimo il potere del Re Teodorico, sarebbe in nostra balia il far iscavare in un gran masso di marmo una cupola simile a quella, che si ammira in Ravenna, la quale non esercita sfiancamento veruno contro il rocchello. Ma formandosi la cupola con piccioli pezzi di pietra, egli è d’uopo molto ben fiancheggiarla, e strignerla fortemente con cerchi di ferro; onde possa illesa conservarsi per molti Secoli.
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