Storia Dentro la Memoria

Proprietari a proprietà a Paviola nel 1797

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Paviola

di Paolo Miotto

Con l’avvento dell’era napoleonica i cambiamenti nel nord Italia furono molti e in gran parte protesi a sfruttare le risorse locali mediante un’attenta ricognizione delle ricchezze immobiliari. A Paviola di S. Giorgio in Bosco (PD) il personaggio più in vista è il patrizio veneziano Alessandro Marcello ma, a dispetto delle apparenze, non si tratta certamente del più ricco. Nel 1797 dichiara di possedere nella località una trentina di campi, compresi i fondi edificati. Scorrendo le polizze del governo provvisorio instaurato da Napoleone in quell’anno, emergono alcune sorprese. Il villaggio è, infatti, posseduto da extrapaesani, padovani e veneziani in prevalenza, con una ridottissima quota, meno dell’1%, in possesso di qualche elemento del luogo. Ne consegue che quasi tutta la popolazione di Paviola era locataria e quindi sottoposta alle regole imposte dai pochi possidenti.
Il maggior proprietario a Paviola è un ente religioso, il convento dei Carmelitani di Padova, che può contare su 163 campi e mezzo affittati a tre locatari: 108 sono concessi ad Angelo Martini, detto Baldante, per 2.266 lire circa, 54 a Domenico Carturo in cambio di 921 lire e 1 campo e mezzo a Giuseppe Caramella (Zaramella) per 37 lire. Al secondo posto troviamo il marchese Tommaso degli Obizzi, che a Paviola dichiara di possedere 107 campi, ai quali vanno aggiunti 26 campi a Lobia, 78 a Carturo di sotto e Presina, e 40 a Villa del Conte, per un totale di 251 campi. In realtà gli Obizzi a Paviola avevano avuto fin dal ‘500 molti più campi, che però avevano parzialmente alienato nel corso del ‘600. Alla fine del ‘700, i terreni di Paviola erano stati assegnati ad Antonio Boratto che li aveva subaffittati a Giuseppe Bellato, d. Davide dalla Pozza, Giacomo Maso, Giuseppe Cacaro e a Valentin Loregiola, con l’ennesimo casone.
I bassanesi imparentati Giuseppe Perli e Antonio Remondini avevano acquistato unitamente 64 campi: 31 erano stati concessi in affitto ad Antonio Battistella per 1.027 lire e 11 soldi, 33 a Giovanni Zanarella per 973 lire e 19 soldi.
Un altro possidente di primo piano era il padovano Gabriele Carboni, con 56 campi e mezzo, che aveva locato ad Angelo Fuzzi, Giovanni Maria Pasinato, Mattio Lucon, Antonio Zarpellon, detto Scarparo, e Angelo Maso.
Il cittadino di Montagnana Antonio Diodati poteva contare su 45 campi, tutti affittati al già noto Giuseppe Caramella (Zaramella), per un’obbligazione annua di 1.638 lire.
Altri 45 campi, ma di qualità inferiore rispetto a quelli posseduti dal Diodati, appartenevano ad Antonio Checchini di Padova che li aveva locati a Francesco Dalla Via per appena 1.156 lire.
S’incontra poi un Filippo Giacomo Rochi di Cittadella, probabile discendente del Bartolomeo protetto da Angelo Morosini nella seconda metà del ‘600, con 23 campi: 15 locati a Zamaria Bevilacqua per 398 lire e 8 a Paolo Cacaro per 265 lire.
Sette campi a testa erano intestati ai parenti Giovanni Battista ed Antonio Bolzetta di Padova, che li avevano affittati al possidente sangiorgese Francesco Dalla Via, rispettivamente per 232 e 160 lire.
Cinque campi erano dichiarati dal cittadellese Gaspero Benazzato, dopo essere stati ceduti in affitto ad Antonio Scarparo, seguono quindi i proprietari minori: Luigi Conti di Padova con 4 campi e mezzo affidati al solito Francesco Dalla Via, Gerardo Grigij da Treviso con 3 campi affidati a Giuseppe Caramella, Zuanne Zanzarin da Villa del Conte con 3 campi locati a Giuseppe Moretto, l’eredità del defunto Andrea Cappello di Galliera annoverava fra i moltissimi fondi sparsi in tutto il Padovano, anche 1 campo e tre quarti “in Villa Di Paviola, ossia Paviolon”, concesso in enfiteusi a Francesco Zorzi, Natale Brodeghati di Padova con 1 campo e un quarto, affittato a Mattio Luccon, le sorelle Cattarina e Teresa Brunori con 1 campo, Natale Brunoro, detto Battistella, con 1 campo locato al Dalla Via, Marco Brunoro e i cugini di Campo San Martino con tre quarti di campo, Marco Cosma di Padova (?) con mezzo campo ceduto al Dalla Via.
Un caso a parte è rappresentato dal curato d. Francesco Marini (1719-1815), che dichiara le proprie rendite solo riguardo alla riscossione del quartese perché i fondi agricoli e gli immobili appartengono alla parrocchia di S. Giorgio in Bosco. Il “Curatto di Paviolla” dichiara le rendite del quartese consistenti in: 30 staia di frumento, 48 di frumentone, 1 e mezzo di fagioli e 12 mastelli di mosto, per un controvalore complessivo di 405 lire, dalle quali erano da detrarre 24 lire di spese di riscossione, “per Risguattare”, dei generi.
Il parroco di S. Giorgio in Bosco, d. Domenico Olivieri, denunciando le risorse economiche della prebenda parrocchiale, si premura di segnalare anche i terreni posti a Paviola, che ha suddiviso in due affittanze: la prima, formata da 14 posti nella contrada della chiesa, 2 nella stessa zona, ¼ di campo e 76 tavole nella contrada del Ronco, era locata a Giuseppe Martini, che l’ha subaffittata ad Antonio Berti, con una resa annua di 620 lire; la seconda, di appena un campo e mezzo quarto, era affittata al solito Francesco Dalla Via in cambio di 37 lire e 10 soldi.

Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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