Storia Dentro la Memoria

Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (5^ parte)

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di Paolo Miotto

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7 ottobre 1603. La lapide ricorda la consacrazione dell’altare maggiore della chiesa del monastero castellano.

La Regola agostiniana e le Costituzioni moliniane

Agostino non ha mai voluto un ordine monastico, ma attraverso i suoi scritti di carattere filosofico e religioso ha lasciato ciò che i posteri hanno ritenuto la sua regola. Tracciando le direttive di vita per i chierici che vivevano con lui e per le monache del monastero d’Ippona retto da sua sorella, creò un corpus normativo semplice che fu preso come riferimento. A questi documenti fu assegnato il nome di Regola di Sant’Agostino. In essi si trova un equilibrio tra le esigenze del ministero pastorale e il culto liturgico, nonché la netta indicazione a seguire i suggerimenti del Vangelo senza rigorismi formali. Al tempo di Carlo Magno la Regola divenne particolarmente famosa e nel medioevo fu assunta come codice di vita per molti ordini e congregazioni religiose di ambo i sessi e fra questi l’ordine domenicano.

Obbedendo alle richieste del concilio Lateranense IV (1215) riguardanti gli ordini religiosi, anche i domenicani dovettero adottare e uniformarsi a una regola preesistente. Scelsero quella agostiniana[1], ma essendo troppo generica fu necessario unire una serie di norme particolari chiamate Costituzioni che regolano e danno forma organica all’intero ordine.

La regola adottata dall’Ordine domenicano è Regula ad servos Dei, breve ma ricca di contenuto. I suoi precetti sono pochi ed essenziali. La sua originalità sta soprattutto nell’aver interpretato il monachesimo non come solitudine, ma come perfetta unione dei fratelli: la radice “monos” della terminologia monastica continua a significare “solo” come per gli anacoreti, ma con riferimento al dettato apostolico un sol cuore e un’anima sola (Atti 4,32).

I capitoli contenuti nella Regola agostiniana sono i seguenti: Prologo; I) Scopo e fondamento della vita comune (carità e povertà); II) La preghiera; III) Fragilità e mortificazione (le forme di ascesi); IV) Oggetti d’uso quotidiano e loro custodi (distacco dalle cose e da se stessi); V) Il condono delle offese (il perdono); VI) Spirito dell’autorità e dell’obbedienza; VII) Osservanza della regola.

La versione della Regola usata a Castelfranco presenta tutti i capitoli tradizionali, ma è compilata in forma discorsiva e più dettagliata di quella tradizionale. Nella prima parte insiste sulla necessità di eliminare ogni forma di distinzione fra monache ricche e povere, sane e malate, proseguendo con le argomentazioni liturgiche, il rispetto assoluto dei tre voti di castità, povertà e obbedienza. Il tema del dominio della carne e degli sguardi impudichi ritorna di frequente, come quello della necessità della carità e dei beni comuni. Non mancano argomentazioni spicciole che risentono dei gusti dell’epoca, come la pulizia dell’abito e del corpo che dipendono dagli ordini della superiora e del medico: non vi si nega il bagno se qualche infirmità lo ricerca, ma per consiglio de medici.

La mano di un’anonima priora ha poi evidenziato il capoverso che riguarda l’atteggiamento che la superiora deve tenere con le consorelle in circostanze critiche: ma quando la necessità della disciplina ricerca che per mantenere i buoni costumi, e calciar i tristi si dicano aspre parole oltra misura, non si conviene che ne dimandiate perdono a’ soggette, acciocché del troppo humiliarvi a’ quelle che dovete reggere non scema la vostra autorità, ma tutto si dimandi perdono al Signore.

L’esortazione finale è di leggere una volta la settimana tutta la Regola perché possiate specchiarvi in questo libretto[2].

La regola agostiniana per il monastero castellano funge da sfondo e punto di riferimento dell’Ordine domenicano, ma il presule trevigiano con le proprie Costituzioni intende precisare le norme e uniformarle al monastero trevigiano di S. Paolo. In quest’ultimo erano state adottate le Costituzioni piuttosto rigide del vescovo Giorgio Corner (1538-1577), riviste nel 1596 dello stesso Alvise Molin.

Le Costituzioni adottate dalla comunità castellana pertanto non sono originali, ma derivano da modelli precostituiti ai quali il Molin aggiunge particolari derivati dalla propria sensibilità e dal rispetto di alcune consuetudini già introdotte a Castelfranco dalla comunità agostiniana di S. Maria di Betlemme. Queste Costituzioni escludono tutte le altre osservate in precedenza e il Molin è dell’avviso che si tratti di poche cose, et facili in comparatione di quelle, alle quali erano già obbligate le monache trevigiane[3], ma proprio per questo devono essere osservate alla lettera sotto la sorveglianza della priora.

Esistono due versioni sostanzialmente uguali delle Costituzioni moliniane: la prima redatta nel 1603 è conservata nell’archivio della curia vescovile di Treviso, la seconda, in copia dello stesso anno, è custodita nell’archivio abbaziale di Castelfranco Veneto. Entrambe furono introdotte prima della visita pastorale avvenuta nella parrocchia del duomo di Castelfranco il 5 ottobre 1603[4]. La più completa è quella dell’archivio abbaziale del duomo di Castelfranco Veneto[5], la meno integrale e ammendata in più punti è quella dell’archivio della curia di Treviso[6]. I due testi furono elaborati a breve distanza l’uno dall’altro, il primo fu quello trevigiano.

I capitoli presenti nella versione definitiva sono i seguenti: Prologo; I) Del numero delle monache; II) Delle Novitie; III) Della maestra delle Novitie; IV) Di quelle che entreranno per essere ammaestrate; V) Della elettione della madre Priora, et altre officiali; VI) Dell’Ubidienza; VII) Delle sorelle Converse; VIII) Del farsi Capitolo; IX) Dell’Officio Divino; X) Dell’udir la Santa Messa; XI) Del Confessarsi, et Communicarsi; XII) Della Santa Orazione; XIII) Del digiuno; XIV) Del silentio; XV) Del parlar con secolari; XVI) Dello scriver lettere; XVII) De danari communi, et particolari, et del ricever presenti; XVIII) Della clausura; XIX) Di non usar habiti secolari; XX) Dell’uso delle cose necessarie; Conclusione.

[1] La Regola agostiniana si riferisce a tre scritti attribuiti a S. Agostino: la Consensoria monachorum (chiamata anche Regula prima o Regulae clericis traditae fragmentum); l’Ordo monasterii (detta anche Regula seconda); il Praeceptum (denominata anche Regula tertia o Regula ad servos Dei).

[2] ASTv, CRS, Monastero S. Chiara e del Redentore, b. 5, Regolamento e costituzioni. Il fascicolo è composto da 25 carte senza data. E’ suddiviso in tre parti: a) Parere inviato al monastero dal servita Lorenzo Maria Colonna, professore di Sacra Teologia, sul diritto a lucrare privilegi e indulgenze dell’Ordine domenicano; b) Regola del Beato Agostino Vescovo de Hippona; c) Ordini, et Constitutioni da osservarsi dalle Monache dell’Ordine di S. Dominico nel dir l’Ufficio Divino.

[3] AACV, b. Documenti importanti, fasc. Documenti sul monastero del Redentore, Costituzioni dell’arcivescovo Luigi Molin, conclusione.

[4] ACVTv, Visite pastorali, vescovo Alvise Molin, b. 10, vol. 4, cc. 21r-23r.

[5] AACV, b. Documenti importanti, fasc. Documenti sul monastero del Redentore, Costituzioni dell’arcivescovo Luigi Molin.

[6] ACVTv, Corporazioni Soppresse, b. 21, fasc. Costituzioni date alle monache di Castelfranco. Le Costituzioni custodite a Treviso contengono 19 capitoli più la conclusione, manca l’articolo 11 Del Confessarsi, et Communicarsi, ma ne hanno uno numerato 23 intitolato Accertementi per i Deputati sopra il Monasterio che è stato interamente depennato. Cfr. il documento numero 1.

Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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