Storia Dentro la Memoria

Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (3^ parte)

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di Paolo Miotto

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Il monastero padovano di Santa Maria di Betlemme.

La comunità agostiniana da Padova (1598-1602)

Ultimata la struttura in oltre vent’anni di lavoro, nel 1598 giunge il momento di istituire la comunità monastica, non prima però di eternare l’iniziativa con una lapide affissa nella chiesa del monastero[1].

In quell’anno questa Communità fece supplica a Mons. Vescovo di Padova per aver sei monache del monastero di Bettelemme di quella città, cioè quattro de Officio e due Converse, quali havessero cura del Monastero et instruissero le figliole ch’erano per entrarvi, quali Monache vennero l’anno seguente, come si osserva da l’istromento de dì 11 Novembre di detto anno[2].

Ripetendo l’originaria esperienza delle clarisse, che nella seconda metà del ‘300 e nella prima metà del ‘500 erano giunte a Castelfranco provenendo da Padova[3], anche la prima comunità agostiniana arriva dalla città di Antenore. Appena le canonichesse si stabilirono in città, il consiglio cittadino cercò subito di regolare ciò che gli stava più a cuore: l’entrata nel monastero delle giovani castellane. Il 16 gennaio 1600 i maggiorenti di Castelfranco decretavano l’ammissione decennale nel monastero di una giovane della Terra ben natta[4], da bene, virtuosa, et de vita esemplare per Monacha da officio […] con quella Dotte però, che potrà per le sue forze havere. Per questo motivo si invitavano i contendenti con figlie di almeno sedici anni a chiedere il nulla osta al vescovo di Treviso e a segnalare i nomi delle aspiranti ai deputati al monastero per permettere al consiglio cittadino di votare la prescelta.

Il 23 gennaio dello stesso anno il consiglio si riuniva per scegliere la migliore delle due candidate provenienti fra le famiglie più in vista della città: Laura Petrobelli del fu Giacomo e Laura Piacentini di Girolamo. La prima ottenne 152 voti favorevoli e 27 contrari, la seconda 78 voti a favore e 100 contrari. Inutile rilevare che i voti erano attribuiti secondo simpatie e alleanze familiari. Approfittando dell’entrata in monastero della Petrobelli, il capitolo delle monache rivendicò il diritto di dettare le regole economiche delle converse utilizzate da secoli nel monastero padovano di S. Maria di Betlemme

Nella seduta del 14 febbraio si approvava la richiesta scritta delle monache che poneva le seguenti condizioni: a) Le aspiranti monache dovevano essere di ogni conditione di questa Terra, cioè Figlie de Ricchi, Mezani, e Poveri; b) Per il loro sostentamento si chiedeva una dote di 300 ducati in contanti, il mobilio e un vitalizio di 12 ducati annui; c) In cambio accettavano gratis e per l’Amor di Dio delli Poveri una Figliuola da bene, et de’ buoni Parenti di questa Terra, che sia stata abbracciata dal Magnifico Consilio in loco della già accettata, et così successivamente, et in perpetuo, si che sempre ve ne sia sempre una di tal conditione[5].

Le condizioni poste dal capitolo furono accolte, ma i requisiti economici richiesti per accogliere le novizie favorirono i ceti più abbienti, non certo i Mezani, e Poveri. E’ per questo motivo che da quel momento invalse la consuetudine perpetua di accogliere nella comunità religiosa una novizia a titolo gratuito.

La stagione padovana a Castelfranco fu breve e destinata a durare fintanto che l’arcivescovo trevigiano Alvise Molin (1595-1604) non intervenne per fare sostituire le prime monache con quelle della diocesi trevigiana. L’arcivescovo, infatti, si appellò alla Sacra Congregatione de Cardinali, ossia alle disposizioni del Concilio di Trento, che nel 1563 avevano sottoposto alla giurisdizione vescovile i conventi fondati dopo quella data che non erano di pertinenza della curia pontificia[6].

Incalzato dall’intentione ferma dell’Illustrissimo et reverendissimo Vescovo nostro di Treviso, nella tarda estate del 1602 il consiglio dovette prodigarsi affinché le Monache, che venero di Padova del Monasterio di Beteleme in questo nostro Monasterio, ritornino nel medesimo Monasterio di Beteleme, ovviamente con quella minor spesa, che sarà possibile[7].

La comunità domenicana da Treviso (1602)

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Il  monastero di S. Paolo di Treviso.

Nel 1602 partirono le Monache di Padova e vennero quattro di Trevigi del Monastero di S. Paulo di quelle città, come chiaro si vede dall’istromento de dì 16 Settembre 1602[8].

Il documento riportato dal Melchiori e presente in originale anche nel fondo archivistico delle monache è la fonte ufficiale, ma non l’unica, che ci informa dell’arrivo della nuova comunità trevigiana. L’ordine di cambiare le monache padovane era giunto all’arcivescovo Molin il 18 giugno di quell’anno direttamente dal cardinale fiorentino Alessandro de’ Medici, che nel 1605 sarebbe stato eletto papa col nome di Leone XI. Le nuove monache provenivano dall’antico monastero di S. Paolo di Treviso[9] obbedendo all’accordo stipulato fra il presule e la Moderna Priora Sor Isabetta Discalza ed erano: suor Saula Castello Abbadessa, suor Elena Vonica da officio, suor Arcangela David da officio e la conversa suor Vincenza Benetti.

La celleraria suor Arcangela David ricorda con queste parole l’ingresso del gruppetto trevigiano nel monastero castellano: Nel Mille sie cento do alli 19 settembrio giorno di zobia a hore 16 che nel divin hoficio si celebrava la festa di sam giammario et compagni Noi suore che la Reverenda madre madona suor Saula Castello per nostra superiora et la Reverenda madre suor Hellena Vonica per sotto priora et suor Arcangella David con suor Vicenza sorella conversa fusemo levatte del Sacro Monesterio di Sam Paulo di Treviso et condotte per comissione de mosignor illustrissimo Molino vescovo di Treviso a Castel Franco nel sacro Monasterio di Santa Chiara Del Redentor per instituirlo et regularlo secondo lordine del glorioso Padre nostro Sam Dominico de lordine dei predicatori a laude e gloria de lonipotente iddio e della gloriosa Vergine Maria et con lintercession de tuti li sancti del paradiso che cosi sia[10].

Il compito della comunità è così riassunto nelle Costituzioni moliniane: indriccino nel servitio di Dio, e nella loro regola informino, et allevino diverse Donzelle Cittadine d’esso Castello, e le facino Monache nel Monasterio da essa Magnifica Communità fabricato, et apparecchiato sotto il titolo del pretiosissimo Redentore Signor Nostro. Le monache dovevano considerarsi a tutti gli effetti suditte di questo Monasterio di Treviso […] come se mai dette Monache si fossero partite ne si partissero e rinunciare espressamente ad ogni diritto vantato sulla casa madre, in sostanza in prestito al monastero castellano per quel tempo che parerà ad esso Illustrissimo e reverendissimo Vescovo.

Alla nuova comunità la superiora del monastero trevigiano accordava 60 ducati per sei anni, da ritornare se nel frattempo si fossero verificate le seguenti condizioni: ritorno delle monache alla casa madre, morte parziale o totale del gruppo, trasferimento da Castelfranco. L’atto fu stilato nel parlatorio esterno del monastero di S. Paolo e alla presenza di numerosi testimoni che assistettero al giuramento delle quattro pioniere sul vangelo tenuto aperto dall’arcivescovo, che promisero di osservare con scrupolo tutte le clausole presenti nell’instrumento notarile[11].

Inizia in questo modo la storia della nuova comunità, formata da quattro monache trevigiane e cinque novizie provenienti dalle famiglie più in vista di Castelfranco (Meneghini, Barbarella, Spinelli, Bresolato e Petrobelli)[12]. Nel monastero le sacre verginelle con la direzione delle suddette monache di Treviso furono ammaestrate sotto la Regola di S. Agostino con l’abito di S. Domenico e presero il nome delle Monache Domenicane e di S. Chiara, forse per memoria delle primiere Monache Francescane[13].

Nei progetti dell’arcivescovo Alvise Molin l’istituzione domenicana avrebbe dovuto farsi carico anche dell’ospedale cittadino, aprendo nuovi scenari sulla storia di questa istituzione, ma le autorità e le pressioni dei Serviti fecero arenare il progetto. Una nota del 1616 ricorda infatti la venuta di Monsignor Vescovo a’ castel franco per la ochasione di veder che fose confirmata al monastero la posesione del Ospital ma la chosa non reusì chome el desiderio di Sua Signoria Illustrissima[14].

Le monache domenicane (in latino moniales ordinis predicatorum) sono religiose che s’impegnano con voti solenni e costituiscono il secondo ordine dell’Ordine dei frati predicatori. Rappresentano un ordine di clausura dedito principalmente alla preghiera contemplativa e allo studio: accompagnano con la preghiera e la penitenza la predicazione dei fratelli del ramo maschile dell’ordine e partecipano dello stesso carisma. Hanno lo stesso abito, regola e liturgia dei monaci domenicani.

Il carisma dell’Ordine è sintetizzato da S. Tommaso d’Aquino con questa frase: Contemplari et contemplata aliis tradere, contemplare e portare agli altri le cose contemplate. Lo stesso dono al quale sono chiamate anche le monache di clausura. Il chiostro è il mezzo tradizionale utilizzato dalle monache per vivere in intima unione con Dio e a dare spazio alla vita soprannaturale. Quella monastica è una scelta assoluta che comporta rinunce radicali e profondi sacrifici.

Il successo delle adesioni e il livello qualitativo della vita spirituale e morale che si conduceva nel monastero castellano fecero di questa istituzione religiosa un punto di riferimento importante per l’èlite della città, anche se non mancarono situazioni problematiche[15]. Qui trovava accoglienza il fior fiore della nobiltà e della borghesia femminile castellana destinata allo stato religioso o in attesa di contrarre matrimonio.

[1] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, il Consiglio generale si riunisce il 10 agosto 1597 e il 1 marzo 1598 per deliberare in merito alla conclusione dei lavori del monastero e alla nomina di deputati idonei che habbino carico di ritrovar Monache di quella Religione, che meglio le parerà. L’iscrizione della lapide, che in origine si trovava nella parete sinistra entrando in chiesa, ora è collocata nell’andito della penitenzieria del duomo di Castelfranco Veneto, recita come segue: NE DIRA PESTIS IMAGO DIUTIUS INTUERETUR/ SED IRA DEI EX PIETATE PIETAS EFFICERETUR/ COMMUNITAS HAEC/ TEMPLUM REDEMPTORI, MONASTERIUM VIRGINI/ BUS A FUNDAMENTIS EREXIT, PERPETUISQ./ COMMUNIBUS PRAEDIIS DOTAVIT./ EX VOTO/ PIENTISS.I SENATUS V. CONSENSU, ET/ IMITATIONE MON: TUM HOC AERE PUB./ FIDEI, GRATIAR. ACTIONIS, AUCTO-/ RITATISQU. TESTIMONIUM/ P. C. / ANNO DNI MDXCVIII. Traduzione: Questa comunità, affinché il ricordo della pestilenza non sia rivolto più a lungo verso i presagi funesti, ma perché, in seguito alla collera di Dio, la pietà sia compiuta attraverso la devozione, eresse per voto dalle fondamenta una chiesa al Redentore, un monastero di vergini e lo dotò in perpetuo di terre di proprietà comunale, con il consenso del pietosissimo Senato Veneto e a immagine di ciò procurò che fosse posto a spese pubbliche questo monumento, testimone delle ricompense della fede, dell’azione e della volontà, nell’anno del Signore 1598 (AA.VV., Castelfranco Veneto, una storia scritta sulla pietra, Liberali editore 2008, p. 110).

[2] N. Melchiori, Catalogo historico cronologico, 1724-1735, ms. 158 della BCCV, c. 339.

[3] L’antico monastero padovano non esiste più. La chiesa di Betlemme con l’annesso convento delle monache agostiniane sorgeva in Prato della Valle, nell’area del giardino di Palazzo Fiocco.

[4] Ben nata significa generata da matrimonio legittimo.

[5] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, c. 133, 16 febbraio 1600.

[6] Concilio di Trento, Sessione XXV, (3-4 dicembre 1563), Decreto sui religiosi e sulle monache, cap. 3 in particolare. Il mandato episcopale trevigiano del Molin, ricordando le parole del Pesce, si può riassumere in un solo termine: ordine! Fu Il Molin a voler applicare rigorosamente le norme tridentine grazie alle due visite pastorali che eseguì in diocesi negli anni 1597-1598 e 1603-1604 (L. Pesce, Nell’ambito della Serenissima, in Storia religiosa del Veneto, Diocesi di Treviso, Padova 1994, p. 111).

[7] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, c. 137, 25 agosto 1602.

[8] Idem, Catalogo historico cronologico, 1724-1735, ms. 158 della BCCV, c.339.

[9] I. Sartor, Le origini e le vicende del Convento di San Paolo di Treviso, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, n. 14 (1996/97), pp. 81-112.

[10] ASTv, CRS, Monastero S. Chiara e del Redentore, b. 33, reg. unico (1602-1663), c. 1r.

[11] I. Sartor. cit., cc. 137-140, 16 settembre 1602, notaio Angelo Bassano.

[12] Ibidem, Catalogo historico cronologico, 1724-1735, ms. 158 della BCCV, c. 340.

[13] Ivi.

[14] ASTv, CRS, Monastero S. Chiara e del Redentore, b. 33, reg. unico (1602-1663), cc. 54v-55r.

[15] ACVTv, Corporazioni Soppresse, b. 21, fasc. Visitatio Monialium de Castrofranco, la presenza di tante giovani appartenenti al ceto più abbiente di Castelfranco che conducevano una vita morigerata è attestata da molteplici documenti. Ovviamente non mancarono dei casi problematici, derivati soprattutto dalla consuetudine di certe famiglie di obbligare le giovani a consacrarsi senza che vi fosse un’autentica vocazione claustrale. Cfr. in proposito il capitolo intitolato: Una monaca dannata per passione o per suggestione diabolica.

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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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