Storia Dentro la Memoria

Alle origini delle fondazioni religiose femminili a Castelfranco Veneto (1^ parte)

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di Paolo Miotto

La prima esperienza conventuale femminile

Il più antico convento femminile di Castelfranco sorse all’inizio del Trecento all’interno della parrocchia della Pieve di S. Maria Nascente, quasi di fronte alla chiesa. Era dedicato a S. Antonio abate e abitato dalle terziarie Francescane che il 3 maggio 1360 fecero consacrare la chiesa dal vescovo di Bugdua Giovanni Luciani[1]. In epoca imprecisata il convento fu abbandonato dalle terziarie. Ne presero possesso nel 1419 i francescani Osservanti con lo scopo di ricostruirlo. Per cause ignote subentrarono i conventuali di S. Antonio che ampliarono la struttura nel 1436. Ebbe così inizio la storia antoniana castellana, durata fino agli esordi del XIX secolo[2].

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Il convento delle clarisse alle Fossette (1530-1544)

Circa l’anno 1530, fu dato principio alla fabricha d’una Chiesa e Convento ad uso di Monache, a spese di questa Comunità sopra un terreno di ragione di Francesco Guidotio, nel loco detto dietro le Fossette, cioè poco discosto dove ora sono i Padri Cappuzzini, e poco dopo lo stabilimento di essa fabbrica fu spedita da Padova Suor Maria Bellata col titol di Abbadessa e suor Cecilia con altre due compagne per istruire quelle donzelle che fossero entrate nel medesimo[3].

E’ con queste parole che il cronista Melchiori, all’inizio del Settecento, ricorda la seconda esperienza conventuale femminile francescana a Castelfranco[4]. La matrice padovana, piuttosto che trevigiana, di questa fondazione sembra del tutto occasionale e riferita alla popolarità del santuario antoniano.

Il luogo di provenienza delle clarisse si deduce da due riunioni del consiglio cittadino ad utilia[5].

Il 19 gennaio 1536 il podestà Alvise de Mulla comanda che essendo stà fatto uno certo logo per condur certe Monache, le quale ben non si conosce si provvedesse alla nomina di tre cittadini (Rocco Piacentino, Girolamo Spinelli e Battista Dotto) perché dovessero andar a Padoa, et praticar, et parlar con il Padre ministro dell’ordine de fratti minori di San Francesco, et intender chi siano queste Monache dieno venir de qui, et saper de che sorte, condition, et fama sonno[6].

Nella successiva riunione del 30 gennaio 1536, alla quale partecipano 74 consiglieri, si eleggono sette rappresentanti della comunità perché si rechino a Padova per conferire col ministro dei minori Martin da Treviso riguardo al trasferimento delle suore havendo sua Reverenda Paternità offertosi di metter il tutto in man della Spettabile Communità[7].

Le francescane giungono dal convento dedicato alla beata Elena Enselmini. Qui si erano ritirate nel 1520 occupando il posto degli olivetani in seguito all’abbandono del convento dell’Arcella avvenuto nell’agosto del 1509 per sfuggire alla guerra di Cambrai[8].

Un documento del 27 settembre 1536 informa che le clarisse a quella data erano già arrivate a Castelfranco e che il convento era dedicato a S. Chiara. La prima castellana a entrare nel convento proprio in quel giorno fu Bona del fu Rado da Cattaro[9]. Fu accolta dalla superiora suor Maria Bellato, dalla consorella suor Cecilia et aliarum sororum e da un nutrito gruppo di testimoni convocati all’ingresso del convento per rendere più solenne l’incontro.

La piccola comunità francescana poté dotarsi di una modesta ma preziosa prebenda, perché la novizia assegnò al convento più di cinque campi di terra disseminati fra la Pieve di S. Maria di Castelfranco e Resana, una casa in muratura e tre filari di viti[10].

La fondazione francescana sorse per volontà della comunità di Castelfranco e non trasse origine da iniziative private, assecondando in questo modo una precisa scelta politica della dominazione veneziana anche in tema di fondazioni religiose. Il fatto religioso è una questione collettiva e pubblica, quindi politica, e per questo non può essere lasciata in mani private. I singoli cittadini sono tutt’altro che estranei allo sviluppo e alla partecipazione delle vicende conventuali tramite l’invio delle figlie nel convento e la protezione dello stesso. Su questa linea si pongono anche le altre chiamate di tutti gli ordini religiosi castellani.

Trattandosi di Monache mendicanti francescane il problema maggiore riguardava la sopravvivenza quotidiana della piccola comunità conventuale perché dipendeva dalle elemosine secondo le prescrizioni originarie di S. Francesco e S. Chiara. Uno stile di vita che poco si addiceva alle giovani dell’alta società castellana. La mancanza di vocazioni e la morte nel 1544 di Bona, l’unica clarissa castellana, segnarono il destino del convento. Le consorelle essendo povere dovettero chiedere aiuto al locale Monte di Pietà.

Nonostante la concessione del sopravanzo dei censi, o bagattino, la comunità si sciolse quattro anni dopo nel 1548 e le suore padovane furono costrette a ritornare nella città del Santo, inducendo la comunità ad affidare temporaneamente al Monte dei Pegni tutti i beni del convento in attesa della rifondazione e ingrandimento dello stesso.

[1] P. Miotto, P. Cosmo Pettenari (1647-1715): un castellano per l’Europa, in Vita di Marco d’Aviano frate cappuccino e Appunti di viaggio, Parrocchia del Duomo di Castelfranco Veneto 2005, pp. 140-141.

[2] Ibid., p. 144.

[3] N. Melchiori, Catalogo historico cronologico, 1724-1735, ms. 158 della BCCV, c.336; G. Bordignon Favero, Castelfranco Veneto e il suo territorio nella storia e nell’arte, Cittadella 1975, I, pp. 85-86, nota 10; G. Cecchetto, La podesteria di Castelfranco, Banca Popolare di Castelfranco V. 1994, p. 36; P. Miotto, 2005, cit., p. 142.

[4] Ibid., pp. 140-141.

[5] Magistratura collettiva costituita da dodici membri eletti ogni anno che si alternavano a turno nella carica, in numero di quattro, per un periodo di quattro mesi. Assieme ai consigli presiedevano all’amministrazione civica e fungevano da consiglieri del podestà.

[6] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, c. 72.

[7] Ibid., 30 gennaio 1536, cc. 72-73. I sette rappresentanti della comunità erano: Rocco Piacentino, Girolamo Almerico, Sebastiano Zucca, Girolamo Riccato, Girolamo Spinelli, Battista Dotto e Girolamo Lorenzetto.

[8] Abbandonato il convento dell’Arcella a causa della guerra di Cambrai, le clarisse si rifugiarono provvisoriamente in una casa di Prato della Valle. Da qui si trasferirono nel convento di S. Maria degli Armeni o di S. Basilio, rimanendovi dal 1520 al 1806 e dedicando il convento alla beata Elena Enselmini. Il convento primitivo dell’Arcella fu adibito a lazzaretto, resistendo al guasto ordinato dal Senato veneziano per un miglio intorno a Padova e negli anni 1515-19, fu definitivamente demolito.

[9] Bona era rimasta vedova due volte: la prima di Michele Bettinato e la seconda di Michele da Cattaro.

[10] N. Melchiori, Repertorio di cose appartenenti a Castel Franco nostra Patria fedelmente, e con diligenza raccolte da me, 1715-1718, ms. 166 della BCCV, 27 settembre 1536, cc. 73-75. I testimoni convocati sono: Bernardino de Zaghi, figlio del defunto notaio Francesco, Lorenzo de Leniaco, figlio del defunto fornaio Pietro, Zanino Toseto del fu Pietro e Filippo Almerico olim Hebreo. A proposito di presenze ebraiche nella castellana, si segnala a Resana la presenza dei cugini ebrei Sebastiano e Giuseppe che avevano possedimenti presso la contrada Le Roche, dove si trova uno degli appezzamenti di terreno che Bona dona al convento.

Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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