Storia Dentro la Memoria

IL DIARIO DI MONS. GIOVANNI PASTEGA (1858-1929), ARCIPRETE DI CASTELFRANCO VENETO (5^ parte)

2 commenti

[Prime azioni pastorali]

            Sono nella pianura. Qui mi ha voluto la Divina Provvidenza, qui lavoriamo finché, dopo il pondus diei et estus, vadam ad montem Domini.

            Per un anno intero (dal Settembre 1901 al 9 Settembre 1902) più che Pastore, fui esploratore della mia Parrocchia e della Città intera. La trovai fatta di liberali incancreniti, di massoni – rari nantes, ma autentici – di socialisti, di ricchi avari, di artigiani, di contadini (questi i più cristiani di tutti) di … tutto.

            Pregai e predicai verbum bonum savium senza toccare, in particolare, nessuno. Introdussi l’uso del Catechismo (predicazione pomeridiana delle Feste) e non senza opposizione per la novità che non aveva precedenti. Predicai in questa e nella Chiesa succursale di S. Giacomo facendovi il Mese Mariano, l’Ottavario dei Morti – più tardi – o facendovi predicare dal Cappellano o da altri Preti venuti dal di fuori, fra i quali resterano [sic] memorandi Monsignor Caldana di Vicenza, Don Giovachino Raponi, toscano, il Padre Magni S.J. e altri.

            Bisognava guadagnare i bambini e le bambine. Istituii regolare istruzione per queste e per quelli, coadiuvato molto dai Sacerdoti della Parrocchia e dalle Madri Canossiane, e anche, dalle Suore della Beata Capitanio. Trovai i fanciulli irrequietissimi, insubordinati anche perché viziati da Don Ugo d’Alessi, il già Vicario parrocchiale, passato poi dalla Curia a Fietta, ove, quasi ogni festa riceveva visite di qualche mio parrocchiano!… Impongo alla mia penna di non far commenti su questo punto!

            L’opera mia di infiltrazione nella Parrocchia fu lenta, dura. Conforti? scarsi; ma non cercati perché per tutti valeva il pensiero che non io aveva cercata questa Parrocchia, ma Dio, per mezzo de’ Superiori, mi avea mandato qua. Con grande dispiacere notai che il rispetto umano teneva lontani dalla Chiesa e dai Preti molte persone, specie i giovani. Quanta pazienza, quante industrie per far qualche po’ di bene fra quelli che, giunti al terzo lustro, abbandonano Chiesa e Sacramenti!…

            Cercai di fare col maggior decoro possibile la prima Comunione dei fanciulli d’ambo i sessi, istruiti, prima diligentemente, da me, dai Cappellani, dalle Rev. Suore e dalle Madri Canossiane.

            Il giorno della Iª comunione, ogni anno, distribuii ricordi (immagini, medaglie, corone) e, dopo la bella funzione del mattino, marsala e biscotti. Dopo la funzione vespertina, gita di piacere dei soli maschi (le femmine si adunavano nell’Istituto Canossiano) in campagna con tappa esilarata da frutta e bibite. Le sei domeniche di S. Luigi, seguivano sempre la Iª Comunione. Legai anche in sodalizio la gioventù, mia con magro successo.

Bambini dell'Asilo infantile Umberto I di Castelfranco Veneto in posa nell'estate del 1914. La scuola d’infanzia comunale fu inizialmente affidata alle cure delle suore per iniziativa di don Pastega.

Bambini dell’Asilo infantile Umberto I di Castelfranco Veneto in posa nell’estate del 1914. La scuola d’infanzia comunale fu inizialmente affidata alle cure delle suore per iniziativa di don Pastega.

 [Al capezzale dei moribondi]

            Anche da qualche moribondo si può far una idea della mia posizione alla Pieve.

            Il giorno 18 gennaio 1902 moriva l’unico figlio del Sig. Gualtiero Nob. Corner, d’anni 23. Era un piccolo mostro, alto meno d’un metro, con testa enormemente grande, gambe arcuate, mani lunghe, orecchie idem e voce cavernosa. Fu assistito dal M. R. Don Valentino Bernardi; ma, quand’era in gravissima condizioni, domandai e ottenni di poter visitarlo anch’io. Presentato a lui dal mio cappellano, con l’insieme dei suoi atteggiamenti e delle cupe parole diede l’impressione che la mia visita gli tornava sgradita. Io feci finta di non capire, gli diedi la benedizione e lo lasciai. Giova notare, che sua madre era del bel numero una fra coloro che non mi volevano parroco qui e a significarmi il suo stato d’animo nei miei riguardi, il giorno del mio arrivo a Pieve, tenne chiuse tutte le finestre e le porte di casa sua prospicienti il cortile di Canonica. Abitava in fatti nella Casa di proprietà Giacomelli-Moresco, vicinissima alla Canonica.

Un caso più classico e più significativo mi toccò nello scorcio autunnale dello seguente anno 1902.  Malato di tisi stava da parecchio tempo, a letto, un certo Ivone Calzavara, morto poi l’otto Gennaio 1903.  Avvisato che il poveretto si trovava in gravi condizioni di salute, mi presentai a casa sua.  I parenti mi lasciarono libero il passo e io potei penetrare nella stanza del malato, che, al primo vedermi, spalancò gli occhi, e subito dopo ebbe luogo questo dialogo:

– Chi è Lei?

– Sono l’Arciprete di questa Pieve, sono …

– Chi lo ha mandato a chiamare?  Come è qui? perché?

– Son passato per questo Borgo (Borgo Treviso) e sapendo che sta poco bene …

– E Lei è venuto qua senza che nessuno lo inviti? Dove ha imparato la creanza?

– Speravo farle un piacere; se no …

– Un piacere? Un piacere? Ma si può essere più male educati di così? Vada per la via che lo ha portato qui.

– Domando scusa, ho sbagliato.

– Scusa, sbagliato? Ma se fosse una persona qualunque … ma uno che studiò tanti anni!…  Perché studiò se non imparò né meno la creanza!…

– Scusi, scusi .. Vado via.

– Vada.

– Se mi permette Le do, prima, la benedizione.

– Non ne abbisogno … eppoi da un prete come Lei …

– Tuttavia, se non Le dispiace …

– Faccia come vuole.

            Lo benedii e mi ritirai.

            Il giorno appresso il Calzavara mandò in cerca di me e quando entrai in camera sua, il poveretto con commossa voce mi domandò scusa del malo trattamento del giorno innanzi e mi strinse amorosamente la mano. Io colsi l’occasione per riceverne la sacramentale confessione e, più tardi, dargli tutti i conforti religiosi prima della morte avvenuta l’8 gennaio 1903. Così finì santamente il disgustoso episodio. Anche l’altro episodio (quello del Corner) ebbe un felicissimo seguito, perché la Signora Luigia Puglierin in Corner cambiò rotta e verso di me e di mia sorella Lucia ebbe sensi di vera amicizia dimostrata in mille modi, finché quella porta e quelle finestre di casa sua, tenute chiuse il giorno del mio arrivo, restarono sempre aperte per riceverci e (dalle finestre) mandarci saluti cordiali.

Un terzo malato voglio ricordare. È il Sig. Angelo Lamonato d’anni 32, registrato a pag. 122 di questo libro. Malato da lungo tempo preoccupava il pensiero che quell’anima era lontana da Dio e non sapeva trovar modo di portar il prete al fianco di lui. Morì in Maggio 1902, ma il pericolo di morte si presentò qualche mese prima. Studiai e misi in pratica uno spediente.

            D’accordo con i suoi parenti, mi presentai a Lui in cotta e stola, con l’aspersorio in mano e, salutatolo, gli dissi: “Son qui a benedire la casa; ho caro che mi si sia presentata quest’occasione per salutarlo e benedir anche Lei”. Così feci, e prima di lasciar la stanza del malato ansimante, gli dissi così:  Questa volta è stata la combinazione che mi à portato qui; ma, se a Lei non dispiace io posso venir di quando in quando a salutarlo. Accettò ilaremente.

            Pregai e feci pregare. Conclusione: Il Lamonato fu confessato da me stesso, ebbe il Viatico e tutti gli altri conforti religiosi, sorretto dai quali pazientemente, eroicamente sostenne tutti gli orribili dolori che, fino alla morte, lo tormentarono. Particolare: Un pomeriggio delle ultime settimane di malattia, entrai nella sua camera quando i famigliari credevano ch’egli avesse preso un po di sonno. La stanza era vuota d’assistenti, e il malato stava sieduto [sic] sulla sponda del letto, con le gambe penzolanti. Al vedermi esclamò: “Bravo, Arciprete, venga, benedetto, venga a confortarmi. Già sono agli ultimi giorni del mio Calvario. Scusi se lo ò spesso incomodato esigendolo ogni giorno a fianco a me. Grazie dei suoi aiuti, dei suoi conforti…”. Taque [sic] pochi istanti finché io lo confortai, poi continuò: “Lei è stato il mio angelo confortatore, Povero Arciprete, quante cose brutte furon dette di lei prima che venisse qua! Quante calunnie! Tutto falso, tutto falso!” Io risposi cristianamente, ed Egli taque [sic]; ma, dopo pochi minuti, lentamente svincolandosi da me che lo sorreggeva, aprì un cassettino del comodino posto a uno dei lati del letto, vi estrasse una rivoltella (un arma da fuoco) e mostrandomela, disse: Senza di Lei, quest’arma avrebbe posto fine alla mia vita. Ripose l’arma e mi baciò la mano destra. Quella sera, prima di andare a letto, ebbi una ragione di più di ringraziare Dio benedetto.

            N.B. Questo fatto del def.to Angelo Lamonato cronologicamente va posto prima di quello del Calzavara.
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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

2 thoughts on “IL DIARIO DI MONS. GIOVANNI PASTEGA (1858-1929), ARCIPRETE DI CASTELFRANCO VENETO (5^ parte)

  1. Finalmente il testo integrale del colloquio Pastega-Calzavara nella sua interezza. Urettini,nella sua storia di Castelfranco veneto, riportando solo la prima parte del colloquio, aveva dato una versione parziale e quindi distorta della vicenda. Un tipico esempio di come si può usare e abusare della storia estrapolando solo quello che si vuole. Grazie!

  2. In effetti, andando alla fonte dei documenti si scoprono cose che non sono scontate.

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