Storia Dentro la Memoria

ELOGIO di P. Giovambattista da San Martino scritto da Ippolito Pindemonte (1^ parte)

Lascia un commento

(Ricevuto il dì 9 Dicembre 1801)

 (Memorie di Matematica e di Fisica della Società Italiana, Tomo IX, Modena 1802, pag. LXXI-LXXXIX)

            Non è chi non sappia quanto le arti d’ogni maniera, e quelle scienze, che a regolar si fanno le operazioni dell’arti, possano al bene degli uomini, ed al comodo loro in questa difficile e scoscesa vita contribuire. E però non saranno mai ringraziati abbastanza quelli, che tali scienze coltivano, e fatiche incontrano, e affanni, accioché i lor simili più agiati abbiano ad essere , e più felici. Vero è che da quelle cose, che utili tornano agli altri, trae la stessa utilità a un tempo chi le inventò: come colui, che illuminando agli altri la oscura strada notturna, viene ad illuminarla anche a se medesimo. Ma che direbbesi di quell’uomo, che passando volontariamente i suoi giorni nell’austerità, e nella privazion quasi totale di quanto i sensi lusinga, pur facesse di accrescere e di moltiplicare i piaceri onesti degli uomini; che s’occupasse nel renderli più doviziosi, benchè consapevole di non dovere uscire mai della povertà; che si studiasse di abbellire un mondo, di cui egli non gode? Non meriterebbe forse d’esser rassomigliato a un celeste spirito, che tra gli abitatori d’un qualche pianeta si contentasse di soggiornare, promovendo tra essi quella felicità, che non può per la diversa natura sua divider con essi, e quindi altro compenso non ricevendo, che la nobile compiacenza di porre in miglior condizione, che nol trovò, quel fortunato pianeta? Tale agli occhi miei si presenta Giovambattista da San Martino, che non avrà né meno il compenso d’un buon lodatore, poiché fu imposto a me il carico di lodarlo.

            Se non vogliam pensare col volgo, poco rileva per un grande uomo, che a lui manchi una patria illustre. Ma non rileva già poco per un luogo picciolo, e per sé oscuro, che in esso nasca quell’uomo, dal quale, come da face, che ivi s’accenda subitamente, venga in singolar guisa illustrato. Tanto può dirsi di quel villaggio della marca Trivigiana, che detto è San Martino di Luperi, e gode ora d’una celebrità, che non osava prima né sperar pure. In sen di questo fu Giovambattista da un buon Sacerdote per la carriera degli studj prima guidato; e tra le cose, che meglio imparò, il pericolo fu d’una vita libera e indipendente. Quindi cercò rifugio tra una compagnia religiosa, ed in Bassano, d’anni ancor fresco, vestì con l’abito di Cappuccino quell’amor d’evangelica perfezione, che solo può render leggera, e molle qual veste è più ruvida, e più pesante. Sino a quel tempo però, ed appresso ancora non si vide scoppiar da lui favilla d’ingegno: intanto che quegli ottimi Padri, riguardandosi scambievolmente, diceano come di poca utilità all’Ordine il nuovo compagno riuscirebbe. Ma non poté nascondersi, io credo, agli occhi più acuti d’un Padre Filippo da Verona, che frequentò, essendo ancor Prete dell’Oratorio, la casa, per non dire la scuola, di quel lume d’Italia Scipione Maffei, da cui sappiamo che fu grandemente pregiato; e certo, uomo com’era non men di accortezza fornito, che di Dottrina, veduto avrà in quell’aurora di nuvoli ricoperta il giorno più chiaro e scintillante. Nelle sue ,ani posto venne il giovine cenobita, fatta ch’ebbe questi la solenne sua professione. Poco nondimeno nelle scienze sacre avanzavasi, e non molto nelle teologiche disputazioni spiccava: Egli andava crescendo come quegli alberi, che son di fibra tanto più forte, quanto crescono, e s’infrondano più lentamente.

            Dopo anni sette di studio si rivolse alla predicazione. Ma non avea lena bastante, e deiderar lasciava quegli esterni doni della persona, che parvero sì gran cosa a un Demostene, e che certamente fan tanto: onde quel celebre Areopago, che ne conoscea l’efficacia, e temeane la seduzione, udiva, come ciascun sa, nelle tenebre gli Oratori. Dunque nell’arte ancora del dire affaticò egli con poca fortuna l’ingegno: del che io non voglio punto meravigliarmi. Conciossiaché ove distinto si fosse nella erudizione sacra, e nella sacra eloquenza, veduto si sarebbe in lui ciò, che videsi, eziandio a questi tempi, in altri Religiosi di quel rispettabile Ordine, i quali e per erudizione sacra, e per sacra eloquenza non debolmente risplendono. La natura dunque non avrebbe allora formato di lui un uomo straordinario, come a me parve sempre ch’ella di fare intendesse: quindi creollo per quelle discipline appunto, delle quali tutto ciò ch’egli vedea, che ascoltava, e la mancanza massimamente d’ogn’incoraggiamento, d’ogni comodo, d’ogni sussidio dovea rimuoverlo. Quindi mentre tutto alla predicazione il chiamava, nelle scienze fisiche il gettava ella. È vero, che l’Orator sacro non ha per avventura uno scopo così diverso, come sembrar può su le prime, da quello in cui mira il coltivatore delle scienze suddette. Certo ambidue, comecché per via differente, e in differente modo, pur tendono alla stessa meta, cioè allo scoprimento de’ secreti della natura. L’uno cerca questi ne’ diversi corpi e nelle parti più intime de’ medesimi. L’altro adopera soventi volte lo stesso negli animi, dal fondo de’ quali cava que’ secreti, che non di rado agli occhi nostri ancora si celano; ei dà a conoscere il nostro cuore, facendone quelle analisi, delle quali non so se il Chimico ne abbia di più difficili e delicate; notomizza, per dir così, le passioni, e la ragione medesima, che cerca scusarle, e spesso, come sì elegantemente s’esprime Aristotele, a filosofar s’unisce con quelle. Ambidue la natura cercano dunque; ma questa volea essere dall’osservator nostro anzi, che negli animi, investigata ne’ corpi, ed in questi disposta era a disvelargli alcuno di que’ suoi arcani, che il desiderio sono, e la disperazione di tanti investigatori.

            Furon pertanto bene ispirati i Superiori suoi, quando il fecero discender dal pulpito, ed entrare nell’ospital pubblico di Vicenza, che alla sua umanità e religione venne affidato. Quivi potè meglio attendere a quelle scienze, che prima stavano troppo a disagio nella ristretta sua cella. La Meccanica particolarmente non potea quasi muoversi, e già temea non fosse costretta d’abbandonarlo. Quel soggiorno di miserie umane divenne dunque per lui un luogo desiderabile e bello, nel quale soddisfacea ai doveri del proprio stato e coltivava ad un tempo gli studj più cari, con un passaggio dagli uni agli altri tanto più naturale e facile, che il bene della sua spezie era così negli uni, come negli altri, l’oggetto suo principale. Quindi ora il veggo al letto degli infermi, e de’ moribondi, confortar quelli nelle lor pene, e sostener questi in quel terribile salto col quale da un mondo all’altro l’uom passa: ed ora il trovo, che l’occhio della mente rivolge alla condizione, ai bisogni, e ai desiderj ancora degli uomini tutti, ed or pensa a chi tuttodì s’affatica, ma non sempre col debito frutto, e quando a chi gode delle altrui fatiche, ma con sì poco discernimento sovente, che sembra voler coloro, che più che al piacere, al travaglio nacquero, consolare.

            Tra questi tengono il primo luogo gli agricoltori: gli agricoltori del cammino pur troppo ignari, come chiamolli Virgilio, che per compassion di loro, se a lui crediamo, dettò le sue immortali Georgiche. Ma le immortali Georgiche servon bensì al diletto di alcuni spiriti privilegiati, all’utilità de’ rozzi coloni non servono; e lo stesso dicasi d’altri infiniti libri per niuno così men fatti, come per coloro, in grazia de’ quali si vantano d’esser fatti. Conveniva pertanto pensar d’un mezzo non meno agevole, che sicuro, onde ammaestrare i contadini così radicati nelle antiche loro abitudini, che nol son più nel terreno quelle piante, tra le quali esi vivono. E perché, dicea il Padre da San Martino, non si potrebbe prendere da ogni terra, villaggio, e borgata uno o più direttori agrarj così ne’ principj, come nella pratica d’una buona agricoltura bastamente versati, ai quali dati fossero da istruire tutti que’ giovani del distretto, che nella importante arte loro esercitar dovranno le naturali lor forze? Si temerà, che manchino tali direttori? Un premio alla fatica proporzionato non li farebbe là nascere, dove mancassero? Basterà dunque persuader coloro, che al timone son delle cose pubbliche, nel cui numero molti certamente si trovano in questa età, che magnifici sogni non chiamano i progetti tutti degli scrittori, forse per non aver l’incomodo di porre il loro studio in alcuno.

            Punto essenzialissimo nell’arte agraria è la debita ripartigion de’ terreni tra le praterie, e i seminati. Il Padre Giovambattista, trascorrendo dal fondo del suo ritiro con occhio erudito le nostre provincie, vide non senza dolore, che troppo spicciolo spazio lasciano gli orzi e i frumenti alla pingue medica, ed al fecondo trifoglio. Mancheran dunque al campo gl’ingrassi, all’aratro i buoi, ed anche al macello: molte materie prime, scarseggiando il bestiame, verran meno a non poche arti, ed uscirà l’oro fuor dello stato per l’acquisto pericoloso di quegli Animali stranieri, che una epidemia allo stato fatale recheran forse nelle contaminate lor viscere. Era facile l’avvedersi di questi mali dalla malvagità cagionati del ripartimento introdotto: ma facil non era il dimostrare con industriosi ed esatti calcoli qual esser dovesse il più vantaggioso a introdursi, e alle circostanze nostre locali più accomodato. Ed è vero, che la subita esecuzion d’un sistema, che i prati stendesse, e ad occupar li recasse due quinte parti di tutto il terreno fruttifero, incontrati avrebbe ostacoli non leggeri: ma era proprio d’una salutar novità l’incontrarli, come il fu dell’accorta e vittoriosa penna del nostro autore il distruggerli.

            Vide ancora quanto vantaggiosa riuscir potrebbe una coltivazion del frumento altra da quella, che oggidì tiene; e la bella dissertazione, ove il metodo si dichiara di prepararlo e piantarlo, piacque tanto ad una società Georgica della Dalmazia, che nella lingua Illirica recar la fece, volendo che alla pubblica instruzione servisse, quantunque di maestri nelle dottrine agrarie quella provincia non manchi. Nel che saviamente imitò, se m’è lecito un tal paragone, l’esempio del Senato Romano, il quale, benché di libri d’Agricoltura Roma non fosse priva, quelli possedendo già di Catone, sì nel Latino idioma volle trasportati i volumi, che delle cose della villa il Cartaginese Magone avea scritti.

Ippolito Pindemonte (1753-1828), poeta e letterato che si curò di perpetuare il ricordo di Padre Giambattista da San Martino di Lupari.

Ippolito Pindemonte (1753-1828), poeta e letterato che si curò di perpetuare il ricordo di Padre Giambattista da San Martino di Lupari.

            Vide quanto migliorar si potrebbero i vini Italiani, e non potendo sfuggirgli di quanta utilità tornerebbe alla nazion tutta questo miglioramento, così ben soddisfece alle domande su questo soggetto della Reale Fiorentina Accademia de’ Georgofili, e di quella importantissima operazione, che dicesi fermentazion vinosa, a lei ragionò così dottamente, che n’ebbe l’onor d’un accessit, se quello non riportonne d’una corona. E ben conobbesi poco stante, quanto ad una corona avvicinato allora si fosse. Conciossiaché domandato avendo la Società Patriotica di Milano agli studiosi Italiani la più acconcia maniera, e alle varie circostanze della Lombardia Austriaca la più adattata, di formare i vini, e di conservarli, così l’Autor nostro degli accurati suoi esperimenti, e delle acute osservazioni sue si giovò, così ordinatamente e ampiamente trattò il suo argomento, e con tanta cognizione ad un tempo le convenienze particolari della Provincia Lombarda, benché forestiero, discusse, che quel premio colse in Milano, al qual solamente avvicinato s’era in Firenze. Laonde io non mi meraviglio punto, se alcuni anni appresso un altro premio egli ottenne, che fu quello dell’Accademia di Belluno, la quale seppe da lui, perché i succhi della Bellunese uva sieno tartarosi e poco robusti, e l’arte imparò di levar via da essi quelle colpe, e di perfezionarli. Parecchi, nol niego, sarannosi in questa bella parte di rustica economia con felicità adoperati: ma non so se altri mai al suo fianco avesse una Fisica, ed una Chimica sì diligenti e sì destre, o se in mano uno strumento tenesse a conoscer le buone, e le ree qualità del mosto così perfetto, come l’Areometro, o sia Pesa-liquori da lui maneggiato, e che si fabbricò egli medesimo, non contento degli usitati, e né anche di quelli del Signor Beaumè più famosi. Chi non riconosce l’importanza di queste intraprese ed il pregio, è un barbaro, che né men vede quanto alla sanità degli uomini, non che alla delizia, il dono della vite contribuisca; e quanto ancora alla nazionale ricchezza, che verrebbe non poco accresciuta, se invece di seguire il caso, che in qualche luogo soltanto può far giungere i vini a un certo grado di squisitezza, o i falsi metodi, che non li faran mai giungere a verun grado in luogo veruno, volesse l’Italia le regole seguitare sì nel formarli, sì nel custodirli, da questo suo figlio prescritte: poiché allora non solamente sarebbero allegre senza bottiglia straniera le nostre mense, ma le altre nazioni chiamerebbero a sé la nostrale, che sino ad esse pervenir potrebbe, reggendo al trasporto, e alla navigazione, anzi traendo vigor dalle scosse, e grazia, direi quasi, dalle tempeste.

            Taluno crederà forse qui terminare i trionfi del nostro scrittore: ma non è vero. Ricevette una corona dall’Accademia ancor di Vicenza, e a buon dritto; quando, vincendo i suoi concorrenti, vinse ancora e debellò un nemico terribile delle piante, e di coloro, che le coltivano, cioè quella nebbia, che le offende non di rado e le uccide. Io non saprei per verità dichiarare, se più sagace e profondo egli si palesi o nel determinar la vera indole di tal malattia, o nello stabilire le cause, dalle quali deriva, o nell’indicar que’ rimedj, che possono superarla, o impedirla. Dirò bensì, che io più non incolpo di quel malore né, con pace del celebre Vallisnieri, i piccioli vermi, che alcuna volta appariscono, forse perché la materia della nebbia serve loro di nutrimento, e lo sviluppo favorisce de’ fermi loro; né, con pace dell’immortal Galilei, le gocciole di pioggia, o rugiada, che pigliando su i vegetabili la figura d’un emisfero, faccian le veci di altrettante piccioe lenti piano-convesse, veci che far non possono, non incendendo una lente i corpi, che alla distanza del fuoco suo, ed essendo, questa per quantunque si voglia poca, sempre più là dell’immediato contatto: ma non dubiterò di far consistere il malor suddetto in una ostruzione de’ vasi alla insensibile traspirazion destinati. Dirò che una tale ostruzione vien causata da quel misto di esalazioni e di vapori, che formano un malvagio stato di viscosa materia alla superficie de’ vegetabili. E finalmente ringrazierò l’Autore de’ rimedj che adopera, medicando il grano, seminandolo rado, ed altre avvertenze usando, onde preservar le piante, se ancora sono illese, o ben bene scuotendole, ma in diversi modi secondo i casi, e le spezie diverse, ed anche, quel che sembra più sicuro, inaffiandole, ove le piante sieno già guaste, e vicina sentano quella morte, che ritorna indietro ingannata.

            Si potrà dire pertanto, che se non ebbe il nostro scrittore altri premj, fu perché Accademia veruna gli argomenti non propose dell’altre sue opere: intanto che non mancò propriamente alle opere il premio, ma solo la condizione, che stati ne fossero gli argomenti da un’Accademia proposti. Non mancò dunque la corona, né a quello scritto, in cui cerca donde somministrata venga alle piante tutta quella quantità d’acqua, che al loro nutrimento è richiesta; né alle sue riflessioni su la maniera di preservar gli alberi dai tristi effetti del ghiaccio; né a quella memoria intorno al modo di conoscere il mefitismo, o sia l’irrespirabilità dell’aria; né a quelle ricerche a rintracciar dirette la causa del movimento della canfora alla superficie dell’acqua, e della cessazion del medesimo. Ma la vera, e più dolce ricompensa per lui, quella, cui egli particolarmente anelava, era il diletto puro e sublime d’aver insegnato cosa, che utile tornasse di qualche modo ai suoi simili, come lui, che tanto stimava impiegate bene le sue fatiche, quanto eran queste al comodo, ed al piacere della società tutta rivolte. Quindi or s’argomenta di rendere più economico il consumo di quel liquore, che arde continuo innanzi agli altari, e che le veglie illumina de’ Sapienti; or conferma con nuove sperienze il metodo di costringere il miele a far le veci di quel sale prezioso e dolce, che estratto vien da una canna. Mancano le legne ai camini, che dall’odierna mollezza così vehhiam nelle case moltiplicati, ed egli corre al riparo: il ghiaccio manca talvolta, ed egli un mezzo facile addita, onde procurarcelo artifiziale in qualunque tempo, correggendo, come studiò di fare quelli del verno, gli incomodi ancor della state: ed ora a costruire insegna una nuova stadera portatile ed universale: e quando rivolge l’animo anch’egli alla cura difficile di quella Epizoozia, che tanta parte attristava della miserabile Italia. Oggetto non v’era, che troppo tenue sembrasse a lui, e non degno di filosofica meditazione, sol che da quello prometter si vedesse, o dare almen la speranza di qualche pubblica utilità: e però lungi dal condannarlo, ch’egli talvolta a ricerche troppo picciole s’abbassasse, parmi anzi meritar lode grandissima, che avesse in dispregio pel vantaggio degli uomini quell’accusa, e si contentasse, per essere ancor più Filosofo, meno ad alcuni parerlo. Mi piaace quindi vederlo creare una nuova penna da scrivere, che sì comoda riuscir dovea ai viaggiatori massimamente. Mi piace vederlo esaminare qual sia il migliore di tutti que’ mezzi, che suggeriti vennero a procurarsi istantaneamente un lume, del che tanto gli artisti si giovano, e coloro che opera danno ai Fisici, e Chimici esperimenti. Non fabbricò forse le più ingegnose armi contra quegli insetti, che turbano i nostri sonni? Certo dileguò in parte i timori di alcune persone, liberando le campane dalla taccia di attrarre i fulmini, non solo col bronzo, onde son composte, ma col movimento ancora, che ad esse vien dato: giacché quanto al dileguar que’ timori in tutto, ciò solamente far puossi col munire ogni sacra torre di quel metallo, che i fuochi elettrici chiama, ma per estinguerli.

            Forse diranno alcuni, che se alcune delle opere, che io venni accennando sin qui, ricche sono di osservazioni sagaci e nuove su la natura, vuolsi attribuirlo in gran parte all’avere usato Giovambattista da San Martino un microscopio di tal perfezione, qual noto non era prima di lui. Ed a ciò io non contrasto. Ma chi recò a quella perfezione tale strumento? Giovambattista da San Martino. Né già d’un eccellente microscopio soltanto fece egli dono alla Fisica. Le fece dono ancora d’un Barometro portatile semplicissimo a cui confessa di dover cedere quelli d’un De Luc, e d’un Beccaria. Le fece dono d’un nuovo ingegno, con cui misurar comodamente le svaporazioni, o sia d’un nuovo Atmidometro. Dono le fece d’un Igrometro nuovo. Ella veramente avea già parecchi Igrometri a spugna, a corda di canape, o di minugia, a pelle, a carta, ed a paglia ancora, ed a penna, e ad avorio, ma l’averne appunto tanti mostrava, che soddisfatta non era d’alcuno. Comparve poi l’Igrometro a cappello [capello] del celebre de Saussure, ed ella sembrò contentarsene. Ma questo cominciò a divenirle non caro, presentato ch’ebbe l’Autor nostro il suo a tunica vellosa, ch’è la più interna delle cinque membrane, onde vestiti son gli intestini, e che, d’un terzo almeno, è più sensibile del cappello [capello]. Finalmente le presentò un nuovo Eudiometro, che a lei piacque, avvegnaché possedesse quello a gas nitroso del Signor Fontana, e l’altro a gas idrogeno del Signor Volta. Ho già indicato un Areometro, di cui veggiamo la descrizione tra le Memorie della Società Italiana: Areometro universale, servendo per ogni liquore, all’intelligenza di tutti adattato, e manesco per tutti; comparabile in guisa, che quanti costrutti vengano secondo i principj medesimi, sien consentanei a sé medesimi sempre, ed immersi nel fluido istesso, mostrino sempre lo stesso grado. Ma questo strumento non fu così dato alla Fisica, che altre scienze, ed alcune arti e manifatture l’uso non ne dividan con essa. Ne dividon l’uso la Chimica, la Farmacia, e quelle, che s’affaccendano intorno ai colori e alle droghe, e l’altre, che intorno ai sali, zuccheri, saponi, e nitri non cessano di travagliarsi.

            Men grato forse sarà riuscito alle scienze quel nuovo Termometro suo a Mercurio, il quale, mediante un indice, che gira sul proprio asse, viene indicando i gradi della temperatura alla circonferenza d’un quadrante notati: dico men grato quando convien confessarne, ch’è per gli sperimenti, da preferirsi l’antico. Ma convien confessare ancora, che il Termometro ad Indice vanta alcune doti sue proprie: lasciando che altri, se vuole, col Barometro a Indice del’Hook il confonda. Servo, potrebbe dire, a tutti gli usi della società, e della vita, ove non si esiga una estrema dilicatezza, né v’ha occhio, comeché indebolito ed infermo, al quale scortesemente io mi sottragga. E a non parlare del meccanismo nuovo, e ingegnoso, che pur merita lode, vengo ad ornare con la mia forma non poco elegante la stanza, ove son riposto. E non è forse da considerarsi laa bellezza negli strumenti? Non può forse anche questa allo studio invogliar della scienza? Non ha dunque essa pure la sua utilità?
Contatore siti

Annunci

Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...