Storia Dentro la Memoria

Eretici e inquisitori nell’Alta Padovana nella seconda metà del Duecento

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Paolo Miotto

in Alta padovana, Storia, Cultura e Società, 15, Giugno 2010, pp. 82-102.

Eresia ed eresie nel basso medioevo

Nel XIII secolo l’Italia conosce una lunga stagione inquisitoriale che prende il via dall’iniziativa di alcuni pontefici che intendono eliminare vecchie e nuove forme di deviazione dal percorso ortodosso. I tempi però erano cambiati rispetto ai primi secoli del cristianesimo e non era più possibile estirpare il pensiero eretico come in precedenza, con le armi dell’apologia e della difesa dialettica dei dogmi. Nel medioevo l’eresia non si riconosce più nella discussione dei dotti, ma si diffonde trasversalmente a macchia d’olio in tutti i ceti, dai meno abbienti ai più facoltosi, e si frantuma in tanti rigagnoli spesso irriconoscibili. Sicché non si può più parlare del catarismo, del valdismo o del dolcinismo, per citare i movimenti ereticali più diffusi, ma di catarismi, valdismi e dolcinismi.

Nel basso medioevo l’eresia per antonomasia da estirpare rimane il catarismo[1], ma non esiste più un pensiero unico da combattere. Come ricorda lo Zanella, la peculiarità del movimento ereticale consiste proprio nella gran varietà di variabili, di gruppo ed ancor di più individuali, non solo nei confronti di una dottrina, ma anche nei modi di ricezione, di attuazione, di proselitismo; al punto che proprio quest’estrema labilità s’impone come caratteristica saliente di quei movimenti, condannando all’insuccesso ogni tentativo di ridurli ad unità[2].

L’inquisitore deve imparare a discernere il catarismo da una selva intricata di varianti pseudoeretiche, che spaziano dai valdesi ai guglielmiti, passando attraverso i bestemmiatori ereticali. I casi da manuale sono quasi introvabili per gli inquirenti del medioevo perché l’adesione al mondo ereticale derivava dalla ricerca emotiva e confusa di salvezza personale, che poco si preoccupava del contenuto del credo proposto, tant’è che spesso ai processati non era chiara la differenza fra il credo cattolico e quello in cui dicevano di professare.

Questo fatto spiega la difficoltà degli inquisitori di classificare con precisione il profilo dell’eretico, di farlo rientrare nella casistica tradizionale dell’eresia e il progressivo scivolamento della censura ecclesiastica verso altre condotte considerate immorali. Se il catarismo fu il bersaglio principale del giudice della fede, non si può fare a meno di notare che nel basso medioevo vi era una grande varietà di tacciati di eresia, che spesso eretici nel senso proprio del termine non erano. Nella seconda metà del Duecento, per richiesta pontificia e soprattutto per iniziativa personale dei giudici della fede, l’inquisizione estende la propria azione anche ai reati della divinazione, del sortilegio, dell’immoralità connessa al matrimonio (adulterio e bigamia soprattutto) perché ne mette in discussione la natura, dell’interpretazione errata delle scritture da parte di ecclesiastici, dello spergiuro, dell’usura, della bestemmia di tipo imprecatorio o ereticale e talvolta se la prende anche con i contestatori dell’autorità ecclesiastica che subiscono il giudizio dell’officium fidei[3].

Il simbolo ufficiale dell’inquisizione.

In definitiva l’eresia inseguita dall’inquisitore medioevale non coincide con l’omonimo concetto teologico e di conseguenza i procedimenti difettano in parte o del tutto almeno su tre principi fondamentali: a) l’accusa spesso è priva del riferimento teologico oggettivo (la negazione di una verità rivelata proposta dalla chiesa); b) il presunto eretico spesso è privo della consapevolezza necessaria di ciò di cui lo si accusa; c) quasi sempre manca l’ostinata adesione a una dottrina eterodossa. E’, invece, spesso presente nei processati la vena polemica o il rifiuto nei confronti della chiesa come istituzione.

Ma allora chi è considerato eretico nel medioevo? Come distinguerlo nella massa di persone che viaggiavano ai margini e dentro la società dell’epoca?

Per riconoscere l’eretico, l’inquisitore doveva essenzialmente verificare se accettava o meno di fare parte dell’ordine precostituito impresso alla società dalla chiesa. Nei secoli XI e XIV si va realizzando il grande progetto di riorganizzazione della chiesa con una precisa gerarchia di ruoli e un riconoscimento sociale senza precedenti che si traduce in precise liturgie, pratiche di pietà, principi guida dell’agire individuale e collettivo. Una sorta di struttura rigida e uniformata alla quale si adegua anche la società laica. Gli eretici sono coloro che in modo consapevole o meno non accettano di fare parte di questa società. Tutto quello che un individuo poteva fare e pensare per essere un buon cristiano ora deve essere vagliato e approvato dall’ufficio inquisitorio. La soggettività in campo religioso è assolutamente bandita, rappresenta l’anticamera dell’eresia senza possibilità di appello.

Si poteva vivere la religiosità solo all’interno del percorso fissato in senso verticale: dall’alto al basso. Lo stesso Francesco d’Assisi e tanti altri nostalgici di un ritorno alla povertà evangelica del basso medioevo, finché non cercarono e ottennero un riconoscimento nell’istituzione chiesa, furono scambiati per pazzi e ingenui.

Chi si collocava al di fuori dell’unico spazio religioso e sociale permesso era automaticamente identificato come eretico, infatti, si riteneva che extra ecclesiam nulla salus. In questo senso il significato etimologico del termine è indicativo perché il vocabolo greco significa “scegliere”, “valutare” personalmente prima di decidere, ma la via era già stata tracciata. Di qui l’ostilità verso quanti pretendevano di vivere la radicalità evangelica, la lettura e l’interpretazione dei testi biblici, la carità fraterna e la povertà al di fuori dei canoni prefissati.

Per questo motivo il concetto “allargato” di eresia perseguito dall’inquisizione finisce per travolgere nello stesso ingranaggio rari eretici veri e propri (eterodossi), semplici simpatizzanti e una galassia di individui che in modo cosciente o insciente erano considerati fuori dagli schemi della chiesa, spesso senza che neppure loro ne fossero a conoscenza. L’ortodossia, intesa come aderenza a un sistema codificato e strutturato, era considerata il bene supremo per l’ordine sociale e la salvezza religiosa individuale, senza di essa si era banditi dalla Christianitas con la perdita di diritti, dei beni e talvolta della vita. 

Alcuni punti nodali

Qualche studioso ritiene che l’eresia medioevale abbia avuto lo status di una vera e propria chiesa alternativa a quella cristiana e alla società laica. Un’antichiesa gerarchica sommersa e parallela a quella cristiana, con circoscrizioni territoriali simili a quelle diocesane, ministri del culto e riti prefissati. Da qualche tempo, invece, il pensiero prevalente negli studiosi è che gli eretici del medioevo, fatte salve rarissime eccezioni, fossero privi di cultura, senza unità, sforniti di chiese di riferimento, poco edotti sui principi del catarismo e delle altre principali correnti eretiche e, soprattutto, ritenevano fermamente di essere cristiani.

Il punto di rottura di questa gente non è con il cristianesimo, inteso come pensiero fondato da Cristo, ma con la parte più detestabile della chiesa accusata di incoerenze, rigidità e interessi personali in nome della fede. Il distacco fra il messaggio evangelico predicato e l’incoerenza di vita praticata dai ministri di chiesa provoca il progressivo distacco di una parte dei cristiani. Questo è il fertile terreno nel quale si propaga l’eresia inseguita dagli inquisitori e non tanto la pianificazione di una chiesa alternativa.

I verbali dei processi pervenuti il più delle volte evidenziano proprio questo aspetto quasi paradossale: gli inquisiti non si rendono conto di essere eretici, non hanno mai sentito parlare delle sette e dei principi di cui sono accusati dai manuali degli inquisitori, sono devoti osservanti dei riti della chiesa, venerano i santi e la Madonna, si accostano ai sacramenti e ritengono di essere buoni cristiani, ma sono insoddisfatti del modo con cui i ministri del culto mediano la salvezza. Sentono il bisogno di porsi fuori da questa struttura che assimilano a una gabbia e di tornare alle origini, all’applicazione letterale del vangelo.

Gli eretici inquisiti sono dei cristiani alla ricerca di una via alternativa di salvezza che prende spunto dal radicalismo neotestamentario e per questo considerati degni di ascolto e talora santi dalla gente comune. Questi uomini – come osserva lo Zanella – che fanno penitenza, partecipano della vita del prossimo, raccolgono offerte per i bisognosi e visitano i prigionieri, affidano il proprio vissuto religioso alla pratica, stimano i buoni uomini e sono stimati come buoni, rispondono alla prepotente esigenza, individuale e di gruppo, di essere cristiani. La loro è una sfida sul piano della qualità della testimonianza cristiana in vista della salvezza personale; non giudicano, testimoniano il Cristo; non pretendono coerenze, cercano di essere degni della salvezza[4]. In definiva non si aderiva all’eresia per il quadro dottrinale, che spesso neppure era presente, ma per la credibilità delle persone, per la simpatia e la coerenza che ingeneravano.

Un altro punto importante è la valenza sociale dell’eresia medioevale. I numerosi studi sull’argomento sono ormai concordi nell’affermare che l’eresia fu certamente un fatto sociale per genesi ed estensione, riguardò uomini e donne che erano inseriti nella società, ma non fu per niente una rivolta sociale interclassista rivestita di religiosità come ipotizzò Gioacchino Volpe nei primi decenni del XX secolo, bensì la manifestazione, sul piano religioso, dell’inquietudine esistenziale di una larga parte delle masse, specialmente urbane, tra i secoli XII-XIV, in relazione alle difficoltà d’ogni genere, sociali, economiche e politiche relative alla formazione di una nuova società, quella che sarà poi la società del Quattrocento e dell’età moderna[5]. L’eresia sotto il profilo sociale fu il tentativo di dare una risposta al bisogno di redenzione personale e collettivo, un accumulo di malessere esistenziale che portò alla nascita confusa e irrazionale di strade diverse da quella istituzionale, seguendo le orme di “eretici” ritenuti coerenti e attendibili non in base alle parole, ma ai fatti. L’eresia era sociale perché s’interessava delle persone, degli ultimi, in una sorta di gara di solidarietà spontanea che sfuggiva e forse non interessava alle autorità civili e religiose. Anche questo era un comportamento che attraeva e creava interesse sociale attorno all’eresia.

L’ultima questione sostanziale riguarda l’eredità dell’eresia medioevale. Che cosa rimane di quel movimento di pensiero? Probabilmente nulla, se non la forza della repressione inquisitoriale e l’inizio del tempo dei sospetti. E questo perché gli eretici non hanno lasciato tracce nei settori della cultura e della politica, non hanno saputo dare una forma istituzionale al loro pensiero e proprio questo, più che gli inquisitori, valse a far cessare l’eresia; l’impossibilità di muoversi su un campo diverso da quello popolare e di ritagliarsi una presenza istituzionale. Tutti i settori erano monopolizzati dalla chiesa e l’ambito dove il catarismo avrebbe potuto dare il suo contributo, le pratiche di pietà e l’associazionismo religioso, fu paralizzato dalla nascita degli Ordini mendicanti e delle confraternite laicali.

Vita da eretici

 Gli haeretici compaiono senza alcuna specificazione negli atti processuali, quasi fossero tutti uguali. In realtà con questo termine gli inquisitori si riferiscono per lo più al catarismo nelle sue varie frange, ma non solo. I catari medioevali si distinguevano in perfetti, che erano entrati nell’eresia attraverso una lunga iniziazione che sfociava nel Consolamentum[6], e credenti, cioè i simpatizzanti del movimento che costituivano il terreno fertile per la propagazione dell’eresia e speravano un giorno di divenire perfetti.

I trattati inquisitoriali contro gli eretici asseriscono che nelle chiese più organizzate al di sopra vi erano dei diaconi e a capo di tutti un vescovo con un figlio maggiore che gli sarebbe succeduto e un figlio minore, ma forse questa lettura derivava dalla necessità di dare al nemico una struttura analoga alla propria. Le diocesi catare sarebbero state in tutto sette o otto, alcune più rigoriste, altre meno, ma accomunate dall’avversione contro la chiesa cristiana e improntate al dualismo bene-male. Si stimava che nella prima metà del Duecento nell’Italia Settentrionale vi fossero circa 4.000 catari fra perfetti e credenti, ma sono stime di parte.

Eretici per eccellenza erano anche i Patarini nati nel milanese nell’XI secolo quando il basso clero e i ceti meno abbienti si ribellarono contro la simonia[7], il nicolaismo[8] e la ricchezza della gerarchia ecclesiastica.

Discorso a parte merita Valdo, un ricco mercante francese che decide di cambiare vita come Francesco d’Assisi vendendo tutto e distribuendo ai poveri. Non sapendo né leggere, né scrivere, si fa tradurre in volgare una serie di brani biblici e si mette a predicare nella piazza continuando anche quando gli fu imposto il divieto dal vescovo di Lione e dai legati pontifici. Fino allora però non era stato ritenuto un eretico e la sua posizione era stata ben distinta da quella dei catari. Fu considerato eretico solo quando la predicazione dei suoi seguaci continuò senza permesso del vescovo, ma Valdo non volle mai sentire parlare di separazione dalla chiesa cattolica. Come si vede l’origine di questi gruppi considerati ereticali è la medesima degli ordini francescano e domenicano, per menzionare i più famosi, ma i primi si distaccano dal riconoscimento ufficiale della chiesa creando un’alternativa esterna ad essa, i secondi tentano una riforma della chiesa dall’interno. Ancora una volta preme rilevare come la linea di separazione fra l’eresia e l’ortodossia sia stata molto labile: bastava poco per salire agli onori degli altari o sprofondare nella dannazione.

Fino al XIII secolo l’eresia non sembra destare particolare preoccupazione nelle gerarchie cattoliche. Esempio ne è la costituzione Ad abolendam diversarum haeresium pravitatem, dettata a Verona nel 1184 da Lucio III, che indicava nei catari e nei patarini le due eresie principali da perseguire da parte dei vescovi. Solo i presuli avevano l’incarico di convincere gli eretici a desistere dal loro comportamento ed eventualmente a punirli.

Le cose cambiano negli anni 1231-1233 quando Gregorio IX istituì l’ufficio dell’inquisizione assegnandolo ai due ordini mendicanti senza esautorare del tutto i vescovi che però passarono in secondo piano. A quel punto le file dei movimenti eretici si erano ingrossate e anche i valdesi erano finiti alla deriva e posti all’indice; così erano finiti tutti per essere equiparati ai catari. Inizia così la storia ufficiale dell’inquisizione in Italia.

Ma cosa si conosce degli “eretici”? Solo quello che ci ha tramandato la cultura inquisitoriale perché l’eresia medioevale non ha lasciato alcuna cultura intesa come insieme di testi, pensiero, arte e filosofia, ma una variegata composizione di fermenti religiosi che si sono scontrati con l’ortodossia imposta dalla chiesa.

Coloro che si riconoscevano nel catarismo, sostenevano la tradizionale tesi della contrapposizione fra il bene e il male che permea tutta la storia del cristianesimo. Il catarismo medioevale si rifà ad alcuni passi del Nuovo Testamento che esaltano la contrapposizione fra il buono e il cattivo, il primo identificato nelle cose spirituali e il secondo in quelle materiali. Così tutto quello che è corporeo, compresa la natura umana di Cristo, è oggetto di negazione e rifiuto. Il matrimonio carnale, i rapporti sessuali, l’assunzione di cibi derivati dalla carne, la resurrezione del corpo e la chiesa quale “corpo di Cristo” sono visti con orrore. Il perfetto si astiene da tutte queste cose e cerca di combatterle costruendo la chiesa celeste contrapposta alla Babilonia romana. I perfetti vivevano di elemosine, rinunciavano a ogni proprietà e cercavano di uniformarsi a quello che ritenevano lo spirito della comunità apostolica. La componente gnostica è presente nella gelosa custodia dei principi dell’eresia da parte di pochi eletti, i quali talvolta non permettevano neppure ai perfetti di esserne a conoscenza e più difficilmente ancora potevano essere rivelati ai credenti. In genere i perfetti si limitavano a seminare il dubbio nei credenti sulla reale presenza di Cristo nell’eucarestia, giocando sull’indegnità di una parte del clero, sulla validità del vincolo del matrimonio, sulla legittimità dei giuramenti, delle pene di morte e sul valore dell’intercessione dei santi. Di qui la difficoltà degli inquisitori a individuare gli eretici eterodossi in mezzo a una massa di sostenitori, più o meno coscienti dei contenuti del catarismo e delle eresie minori a questo ricondotte.

Da parte loro i credenti s’impegnavano ad assistere e a nascondere i perfetti, ne ascoltavano le prediche, partecipavano alla frazione del pane e alla recita comunitaria del Padre nostro e soprattutto aspiravano a ricevere il Consolamento in punto di morte[9].

Accanto ai pochi perfetti e ai molti credenti si colloca il gruppo più numeroso e ai margini dell’eresia: quello dei favoreggiatori e dei simpatizzanti. In questa categoria rientrano i fiancheggiatori politici che hanno in comune con gli eretici l’avversione contro la chiesa, gli ammiratori legati da motivi personali ai perfetti (parenti, amici, colleghi di lavoro), le autorità (politiche e religiose) che secondo gli inquisitori non facevano abbastanza per stanare gli eretici. Mentre i perfetti raramente compaiono nei processi inquisitoriali, a cadere nella rete dei giudici sono di solito i credenti e i favoreggiatori perché era sufficiente il sospetto e la denuncia anonima.

 L’inquisizione veneta

L’inquisizione veneta inizia probabilmente verso il 1258 ed estende la propria giurisdizione su Venezia, la Marca Trevigiana, le diocesi di Aquileia e dell’Istria compreso il Friuli, Feltre, Belluno, Concordia, Ceneda, Asolo, Torcello, Caorle, Chioggia e Adria[10]. Alessandro IV ne affidò la gestione ai Minori francescani con l’obbligo di far rispettare le leggi antieretiche non solo per volere della Chiesa, ma anche dell’imperatore Federico II. Fa eccezione Venezia che, gelosa delle proprie prerogative, aveva una specifica inquisizione ducale che impediva agli inquisitori della provincia veneta di ingerirsi nelle questioni lagunari.

Dalla nutrita serie di documenti esaminati dal D’Alatri e da altri studiosi si evince che il deferimento dei recidivi al braccio secolare per l’esecuzione della pena di morte era assai raro, come pure l’esilio e il carcere[11], mentre erano frequenti le pene pecuniarie e le confische dei beni, che riguardavano soprattutto i defunti in odore di eresia. Va però rilevato che i beni messi all’asta potevano essere comprati dai parenti dell’espropriato e talvolta dallo stesso reo che aveva abiurato, mentre erano risparmiati i diritti dei consorti e dei figli innocenti. Le sedi degli offici dell’inquisizione erano i conventi francescani presenti nelle città e forse anche gli episcopi, ma non mancano casi di acquisti e locazioni di case pro tempore adibite allo scopo.

L’ufficio dell’inquisitore era costituito da uno o più giudici francescani, dal vicario, da notai, messi, periti e servi. Le spese erano sostenute con i proventi delle multe e dei beni requisiti alienati all’asta che dovevano essere divisi in tre parti uguali: una per le spese dell’ufficio, una al comune dove si era celebrato il processo per l’appoggio dato nella cattura dell’eretico, una per il vescovo da spendere concordemente con l’inquisitore.

La questione dei proventi costituisce l’anello debole del sistema perché quando la gestione passò nelle mani di inquisitori disonesti, produsse molti sconvenienti gravi denunciati dallo stesso Bonifacio VIII. La cupidigia di possedere sempre più denaro da parte di questi inquisitori mise sul lastrico interi casati e con questi le persone che gravitavano sui terreni estorti, creò clientelismi e prevaricazioni, alimentando sentimenti di rancore e astio verso la chiesa. Non fa meraviglia che in questa situazione le questioni politiche guidassero molte scelte degli inquisitori e che vendette personali, anche postume, ritornassero spesso in auge anche dopo anni. Singolare a questo proposito è l’intervento del trevigiano Benedetto XI nel marzo del 1304. Rispondendo al podestà di Vicenza, lo assicurava che i fautori del defunto Ezzelino III il Tiranno[12] che erano ritornati alla chiesa non avrebbero più avuto da temere dagli inquisitori e dai loro sostenitori. Quest’ultimi erano messi a tacere dall’intervento pontificio presso gli inquisitori di stanza a Padova e Vicenza che fece annullare tutti i processi e le pene inflitte grazie a testimonianze false e accuse fraudolente[13].

I processi agli inquisitori veneti

Nei primi mesi del 1302 il vescovo di Padova Ottobono de’ Razzi si recava a Roma con un’ambasceria che annoverava fra gli altri anche Albertino Mussato e Rolando da Piazzola contro li frati Minori per l’officio dell’inquisitione[14]. La delegazione era stata inviata dal Comune di Padova per invitare Bonifacio VIII a intervenire contro gli inquisitori francescani dell’officium fidei del Veneto[15].

Udite le rimostranze dei padovani, il pontefice, in via preventiva, il primo giugno 1302 aveva deciso di sospendere l’ufficio inquisitoriale veneto e invitava a Roma i principali indiziati, i frati Boninsegna da Trento e Pietrobono Brusemini da Padova, per discolparsi. I due furono messi in carcere con l’accusa di aver messo da parte somme cospicue di denaro estorte a eretici e persone innocenti, di averle fatte giurare di non rivelare le sottrazioni e di aver nascosto le prove, ossia i protocolli e le scritture del loro ufficio. Il 12 giugno Bonifacio VIII ordinava un’inchiesta sull’operato dell’inquisizione veneta a Guido de Neuville, vescovo di Saintes, col preciso incarico di fare luce sull’attività dei frati reclusi e più in generale dell’ufficio della fede, facendosi consegnare tutte le scritture inerenti l’attività inquisitoriale dell’ufficio e dei comuni che il legato avesse ritenute utili. L’inchiesta ebbe come epicentri i territori dei comuni di Padova e Vicenza, particolarmente interessati a eliminare i due frati incarcerati a Roma, permettendo ad alcuni inquisitori di sfuggire temporaneamente alla ricerca.

Il 22 gennaio del 1303 il pontefice sentenzia che i frati Minori siano esclusi per sempre dall’attività inquisitoria che è affidata all’ordine dei Domenicani, ma la morte di Bonifacio avvenuta l’11 ottobre dello stesso anno rimise in gioco i personaggi scarcerati. Il cambio di gestione nell’ufficio della fede veneto non sortì gli effetti sperati perché i domenicani si comportarono allo stesso modo dei francescani estromessi dalla curia romana[16] e nuovi processi si aprivano per vecchie e nuove discordie in seno all’ufficio[17].

Clemente V nel biennio 1307-1308 fu costretto ad aprire una nuova inchiesta sull’inquisizione della provincia veneta estendendola anche alla Lombardia sui nuovi e vecchi casi di denuncia agli inquisitori. Questa fu condotta dal canonico di Saint Astier Guglielmo di Balait che riuscì a racimolare 1.200 fiorini e 38 ducati trafugati dagli inquisitori veneti deposti e a citare in giudizio a Roma nove persone, cinque delle quali scomunicate[18].

I due processi segnano la ripresa del potere dei comuni e dei vescovi di Padova e Vicenza, seppure con motivazioni diverse[19]. Quest’ultimi durante il periodo inquisitoriale avevano esercitato le prerogative di giudici in sordina[20] e ora, nel 1308, erano delegati dal Balait ad assolvere dalla scomunica alcuni ex inquisitori a patto che entro il 23 dicembre avessero sborsato ragguardevoli somme alla curia romana[21].

L’inchiesta del Balait fu tutt’altro che semplice ed efficace, a causa delle connivenze degli ex inquisitori con i notai corrotti dell’ufficio e degli usurpatori dei beni sequestrati agli eretici e ai non eretici. L’inquisitore Gerardino da Reggio ebbe persino l’ardire di impugnare la competenza del nunzio allontanandosi dai giudici senza permesso e il Biscaro osserva che solo pensando a violenta costrizione da parte della schiera numerosa e potente di coloro che avevano interesse a rendere vane le rivendicazioni di Guglielmo di Balait, possiamo spiegarci l’attitudine riottosa di un frate inquisitore contro chi, agendo nel nome del Papa, che lo aveva munito dei più ampi poteri giudiziari, richiedeva il suo concorso per l’adempimento delle funzioni dai canoni conferite agli inquisitori dell’eretica pravità[22].

Gerardino fu processato nell’estate del 1308 per l’insolenza, ma i pochi documenti disponibili evidenziano che i processi intentati dai nunzi Neuville e Balait furono esclusivamente di carattere fiscale. Nonostante le accuse rivolte da Bonifacio VIII agli inquisitori veneti, e in primis a Boninsegna da Trento, togliendo il coperchio di un’attività inquisitoriale sconcertante non si riuscì a drizzare la strada.

I documenti contabili dell’inquisizione veneta richiesti dalla curia romana non furono mai consegnati, anzi molti di questi furono distrutti, per impedire alla camera apostolica di appurare l’entità dei proventi derivati dalle vendite degli immobili ereticali e non posti all’incanto e occultare le somme sottratte indebitamente dagli inquisitori. E’ curiosa la resistenza dei frati a vendere i beni sequestrati com’era stato loro imposto durante i due processi veneti. Se da una parte questa riluttanza può trovare spiegazione nel timore che il denaro ricavato finisse unicamente nelle casse apostoliche, dall’altra pare verosimile che i beni fossero rimasti invenduti per tanto tempo semplicemente perché erano stati sottratti indebitamente a fedeli e infedeli. Fu la scomunica a smuovere gli animi di Gerardino da Reggio e Ugo di Arquà affinché curassero la vendita dei beni rimasti invenduti a favore della camera pontificia[23].

Papa Benedetto XI con San Domenico e San Tommaso d’Aquino nel particolare della Sacra Conversazione di G. G. Savoldo e frate M. Pensaben (1520-1521). Il vescovo trevigiano nel 1304 frenò l’azione degli inquisitori contro i fautori del defunto Ezzelino III.

Il Liber contractuum e il Liber possessionum del territorio Padovano e Vicentino

I riflessi dell’ambasceria padovana a Roma del 1302 traspaiono da un documento fondamentale utilizzato per il primo processo ai frati inquisitori della provincia veneta e getta uno sprazzo di luce sull’inquisizione padovana e vicentina nella seconda metà del ‘200. Si tratta del Liber depositorum, emptionum et aliorum variorum contractuum factorum per fratre minores in civitatibus Padue et Vicencie[24] che con il più ristretto e tardivo Liber possessionum[25] permette di ricostruire una parte dell’attività inquisitoriale nelle due province venete portando alla luce l’attività economica sommersa dell’officium fidei contestata dal comune di Padova.

Il Liber contractuum e il Liber possessionum sono dei dossier di denuncia elaborati da alcuni notai su committenza della commissione di sapientes voluta dal comune di Padova per denunciare i frati inquisitori alla curia pontificia. Il primo libro raccoglie l’attività illegale dei Minori del Santo, il secondo, le proprietà e le rendite investite dei frati che sul piano teorico non avrebbero dovuto avere alcun bene perché poveri per definizione.

Com’è stato osservato, pur configurandosi come raccolta documentaria, il <<Liber contractuum>> contiene elementi che, dando informazioni su circostanze, caratteri, retroscena e conseguenze derivate dalle azioni documentate dai rogiti notarili e collegandoli fra loro con un filo di esplicita denuncia dei frati, ne mettono in luce la valenza narrativa[26]. In altre parole il codice raccoglie una vasta gamma di documenti di varia natura, preceduti da imbreviature e commenti che guidano il lettore a esprimere un giudizio di parte, non solo contro il gruppo ristretto degli inquisitori[27] ma più in generale contro i Minori del Santo.

E’ per questo motivo che i nomi degli eretici e la distribuzione dei loro beni confiscati in questi documenti emergono fortuitamente e solo quando servono a dimostrare gli illeciti dei frati sul piano amministrativo, religioso, dell’abuso di potere e della spregiudicata gestione degli incarichi pubblici e privati. L’indagine si limita dunque al riscontro dei nomi di alcuni eretici e delle località dove furono sequestrati i loro beni, mentre è impossibile conoscere i capi d’imputazione o gli atti processuali.

I nomi degli eretici segnalati nel territorio padovano che compaiono nel Liber contractuum sono: Giovanni da Arre, proprietario fondiario ad Arre e a Lendinara; Anna del fu Martino de Ianne, con beni immobili ad Abbazia Pisani; Domenico del fu Zolco da Rovolon; Rolando del fu Bertino da Scaltenigo; il toscano Raniero del fu Bonaventura de Losino da Firenze, fratello di un notaio e genero di un muratore possidente a Conegliano; Enrigeto, arciprete di Tremignon[28] e Tommaso del fu Silvestro da Verona.

Gli eretici “vicentini”, invece, sono: in primis i signori de Pileo; Vincenzo Finibosio; Giovanni dei Migliori; Ottonello a Legnamine; Guidone e Mondino Collie; Alberto del fu Lanfranco; Marco di Guecelo de Alonte; Olderico detto Padovano da Custoza; Guercio de Pitoco; Ivano de Paxolo e il defunto Bebono.

Alcuni di questi personaggi erano legati alla pars di Ezzelino III, ma non tanto quanto si era supposto in passato[29]. In ogni caso l’intervento di Benedetto XI contro gli inquisitori che continuavano a vessare famiglie già legate ai Romano la dice lunga sul clima di repressione presente agli esordi del XIV secolo.

Distribuzione geografica dell’attività inquisitoria e dei minori del Santo nell’Alta Padovana

L’esame dei documenti registrati nel Liber contractuum permette di tracciare una mappa del territorio interessato dall’attività dell’officium fidei affidato ai francescani del Santo. Nella maggior parte dei casi si tratta di atti che denunciano l’attività illegale degli inquisitori e dei Minori riferita alla gestione fraudolenta di lasciti testamentari e della vendita dei beni di condannati per eresia.

Abusando della loro autorità gli inquisitori e alcuni frati, in deroga alle disposizioni testamentarie, entravano in possesso dei lasciti destinati ai poveri di Cristo. Non potendo però possedere beni e denaro, i frati si servivano di prestanome occultando i proventi e i possedimenti illeciti mediante complicate formule giuridiche e passaggi di intermediari.

Le località dell’Alta Padovana coinvolte nell’inchiesta sono di seguito riportate in ordine alfabetico e accompagnate da regesti e informazioni sul contenuto dei documenti. Gli atti preceduti da asterisco (*) si riferiscono a documenti di natura ereticale, quelli col trattino (–) a eredità, compravendite, livelli e depositi gestiti dai Minori del Santo.

Abbazia Pisani (Villanova)

* Padova, 2 giugno 1296[30]. Guido da Lanzè, nipote del defunto maestro Ferrario a Scolis da Vicenza, elegge procuratori Vado batarius del fu Alberto e maestro Alfarisio sarto de Cavedomo, perché ricevano i terreni messi in vendita dal podestà padovano Corrado Novello a Villanova (Abbazia Pisani) e appartenuti all’eretica defunta Anna del fu Martino de Ianne, condannata dall’inquisitore Pietrobuono Brosemini.

* Padova, 8 giugno 1296[31]. Il podestà di Padova Corrado da Pistoia vende terreni e fabbricati appartenuti all’eretica col consenso dell’inquisitore Pietrobuono Brosemini al sarto Alfarisio, procuratore di Guido da Lanzè. Per 8 lire e 5 grossi il procuratore acquista due sedimi con case[32], corti e fienili e un appezzamento di terreno arativo iacente in confinio dicte ville in contrata que dicitur Honara.

Campo San Martino

– Padova, 8 novembre 1282[33]. Il minorita Nascimbene da Cerea, in veste di esecutore testamentario di Aica del fu Guecelo da Camino, impegna a livello perpetuo il notaio Pileo del fu Avanzo e Bartolomeo del fu Arnaldo Somenza, entrambi da Campo San Martino, su quattro mansi, vari appezzamenti di terreno e tutti i diritti feudali che la caminese vantava su Campo San Martino in cambio di 20 soldi grossi l’anno[34].

– Padova, 9 gennaio 1301[35]. Con un’abile mossa il guardiano dei Minori del Santo, Francesco da Trissino, dichiara poveri di Cristo, e quindi eredi di Aica, i frati Minori di Padova. Fra i testimoni presenti all’atto c’è l’interessato notaio Ugolino, figlio del notaio Pileo da Campo San Martino.

Canara (Villafranca)

– Padova, 12 dicembre 1293[36]. Tebaldo Conti, figlio di Cubitosa Conti, dona la parte dell’eredità materna al minorita Paolino da Milano quale rappresentante dei poveri di Cristo. Il guardiano sente il parere del capitolo del Santo che decide di vendere i beni ad Agnese da Carrara, nonna di Tebaldo, per 5.824 lire di piccoli. Fra le località interessate dall’alienazione vi è Canara.

– Padova, 12 dicembre 1293[37]. Tebaldo del fu Alberto Terzo dei Conti, dona ai poveri di Cristo l’eredità lasciatagli dalla madre Cubitosa Conti rappresentati dal guardiano del Santo Paolino da Milano. Come l’atto precedente.

– Padova, 12 dicembre 1293[38]. Paolino da Milano ordina a Enrico del fu Biagio degli Uccelli di prendere possesso della donazione di Tebaldo a Villafranca, Canara, Scintilla, Cicogna et in aliis villis circumstantibus.

– Padova, 25 dicembre 1293[39]. Il guardiano del Santo Paolino da Milano, esecutore testamentario di Cubitosa, vedova di Alberto Terzo dei Conti, vende ad Agnese da Carrara, vedova di Giacomo dei Conti e madre di Cubitosa i terreni ricevuti in donazione dal nipote Tebaldo del fu Alberto Terzo dei Conti per 5.824 lire di piccoli. Fra i beni che passano di mano, a Canara vi sono oltre un centinaio di campi e numerosi sedimi con case coperte da coppi e fienili[40].

– Padova, 27 dicembre 1293[41]. Agnese da Carrara rivende i beni acquistati dai Minori e per la stessa somma da lei pagata (5.824 lire) a Bartolomeo del fu Giordanino della contrada padovana di Santa Lucia e a Beatrice, vedova di Ferrario da Villa, trentanove mansi posti a Villafranca, Vaccarino, Canara, Scintilla, Cicogna, Cauledo, Campolongo, Refosco e Villaranza. 

Cicogna (Villafranca)

Stessi atti di Canara. Nel documento 123 (Padova, 25 dicembre 1293) nel villaggio di Cicogna Agnese da Carrara torna in possesso di circa 45 campi e alcuni sedimi posti in varie contrade[42] ma soprattutto in quella di Refosco[43].

– Curtarolo, 6 agosto 1287[44]. Severina di Giacomino Biscacerio, moglie di Enselmino da Tremignon, in mancanza di discendenza indica come eredi i pauperes Christi. Esecutori testamentari sono l’arciprete di Tremignon e il guardiano del convento di S. Francesco di Curtarolo, in assenza di frati doveva subentrare il guardiano del Santo. Fra i beni che Severina lascia al marito, vi sono due mansi posti a villa Cicogna.

Cittadella

– Padova, 22 settembre 1294[45]. Testamento di Alchenda, vedova di Zambonino da Cittadella, che dichiara eredi i poveri di Cristo che saranno scelti dagli esecutori testamentari, ossia i ministri dei frati penitenti di Padova, previo consenso vincolante del minorita Ermanno Teutonico e del guardiano del convento di S. Antonio.

– Padova, 30 settembre 1294[46]. L’inquisitore e guardiano del Santo Francesco Trissino e il minorita Ermanno Teutonico dichiarano povere di Cristo, e quindi eredi di Alchenda, Contessa del fu Rainerio da Vicenza e Panfilia del fu Domenico Bolpati.

– Padova, 30 settembre 1294[47]. Le due pauperes Christi nominano loro procuratore il frate penitente Federico detto Gambavara perché prenda possesso dell’eredità di Alchenda.

– Padova, 1 ottobre 1294[48]. Frate Federico, procuratore delle povere di Cristo, prende possesso per loro conto dell’eredità di Alchenda. L’imbreviatura comunale che precede l’atto del 22 settembre sottintende che Contessa e Panfilia fungeva da prestanome ai frati del Santo perché di quell’eredità multa habuerunt fratre minores.

Curtarolo

Padova, 14 gennaio 1275[49]. Guidota, vedova dello speziale Tebaldo che viveva in Piazza del Santo, promette al minorita e custode dell’Arca Antonio da Curtarolo di restituire entro tre anni 12 denari di grossi ricevuti in deposito dai Minori di Venezia.

– Padova, 12 marzo 1297[50]. Il notaio Enrico del fu Enrico da Curtarolo, ma residente a Padova, riceve in deposito 30 soldi di grossi dal notaio dell’inquisizione Andrea di Gennaro di Valle da restituire entro la successiva domenica delle Palme. Garante fideiussore della restituzione è il notaio Andrea del fu Pace Signoretti. Come recita l’imbreviatura comunale che precede l’atto, erano soldi provenienti da vendite di beni ereticali occultati dall’inquisitore Pietrobuono Brosemini che non potendo possedere denaro usava prestanomi compiacenti.

– Padova, 12 marzo 1297[51]. Il notaio Andrea del fu Pace Signoretti riceve in deposito 30 denari di grossi dal notaio dell’inquisizione Andrea di Gennaro di Valle da restituire entro la successiva domenica delle Palme. Ricambia il favore di fideiussione il notaio Enrico del fu Enrico da Curtarolo.

– Padova, 21 giugno 1302[52]. Il notaio Andrea di Gennaro Valle sotto giuramento ammette alla commissione di sapienti del comune di aver dato in deposito denaro al notaio Enrico del fu Enrico da Curtarolo fungendo da prestanome dell’inquisitore Pietrobuono Brosemini.

– Curtarolo, 6 agosto 1287[53]. Severina di Giacomino Biscacerio, moglie di Enselmino da Tremignon, in mancanza di discendenza indica come eredi i pauperes Christi. Esecutori testamentari sono l’arciprete di Tremignon e il guardiano del convento di S. Francesco di Curtarolo, in assenza di frati doveva subentrare il guardiano del Santo.

– Padova, 21 luglio 1299[54]. L’arciprete di Tremignon Enrigeto, quale esecutore testamentario di Severina da Curtarolo, dichiara poveri di Cristo i benestanti notai Domenico del fu Bartolomeo della contrada di Ponte dei Tadi e Pietro di Domenico Marigella della contrada Rudena, nonché Guido detto Guercio del fu Giovanni della contrada Ponte dell’Abbà e Benvenuto del fu Salomone da Montecchio. L’imbreviatura comunale precisa che l’arciprete dovette adeguarsi alla scelta dei nomi dei Poveri decisi al Santo su pressione dell’inquisitore.

– Padova, 21 luglio 1299[55]. I poveri di Cristo Guido detto Guercio del fu Giovanni della contrada Ponte dell’Abbà e Benvenuto del fu Salomone da Montecchio nominano eredi  e procuratori i notai Domenico del fu Bartolomeo della contrada di Ponte dei Tadi e Pietro di Domenico Marigella della contrada Rudena.

– Padova, 21 luglio 1299[56]. L’inquisitore Boninsegna da Trento comanda all’arciprete di Tremignon Enrigeto di rimanere a Padova e di presentarsi ogni giorno al suo cospetto fino all’arrivo del notaio dell’officii a salins Andrea (di Gennaro Valle?) per essere interrogato su questioni inerenti l’inquisizione. Sospetto di eresia o intimidazione per il destino dell’eredità di Severina da Curtarolo?

Fontaniva

– Curtarolo, 15 luglio[57]. Testamento di Fontana del fu Palmerio da Fontaniva, vedova di Parolfo dal Boschetto da Padova che vuole essere sepolta al Santo. Dopo aver beneficato chiese, conventi e monasteri, Fontana dichiara erede Dianisia detta Bontaosa a patto che rispetti le sue volontà, in caso contrario l’eredità doveva passare ai frati della penitenza di Padova. I tre esecutori testamentari devono agire col consenso dei minoriti Bartlomeo Mascara e Pietrobuono Brosemini, già inquisitori. La solita imbreviatura dei sapientes comunali allude alla gestione dell’eredità da parte del Brosemini. Alcuni dei beni concessi in eredità si trovavano a Fontaniva[58].

Limenella (Villafranca)

– Padova, 25 dicembre 1293[59]. Il guardiano del Santo Paolino da Milano, esecutore testamentario di Cubitosa, vedova di Alberto Terzo dei Conti, vende ad Agnese da Carrara, vedova di Giacomo dei Conti e madre di Cubitosa i terreni ricevuti in donazione dal nipote Tebaldo del fu Alberto Terzo dei Conti per 5.824 lire di piccoli. Fra i beni che passano di mano, a Limenella, sul confine con Villafranca, vi sono due campi di terra arativa e boschiva, due campi tenuti a prato.

Marsango e Marsangello

– Padova, 19 marzo 1289[60]. Il sindaco del convento del Santo Vitaliano di Galvano dei Basili investe Arnaldo del fu Giovanni Bianco da Marsangello e il figlio Andrea di un livello perpetuo su diciotto appezzamenti di terreno e due sedimi posti a Marsango e Marsanghello[61] in cambio di poco più di 10 lire.

– Padova, 19 marzo 1289[62]. Andrea del fu Alberto da Curtarolo dona al procuratore dei Minori del Santo Vitaliano dei Basili i diritti che vantava su dieci appezzamenti di terreno posti a Marsango e Marsangello. I beni immobili gli erano stati concessi a livello da Aica da Camino e dal guardiano minorita Fidenzio.

– Padova, 19 marzo 1289[63]. Il sindaco del convento del Santo Vitaliano di Galvano dei Basili investe Arnaldo del fu Giovanni Bianco da Marsangello e il figlio Andrea di un livello perpetuo su dieci appezzamenti di terreno e un sedime donati ai Minori da Andrea del fu Alberto da Curtarolo.

– Padova, 9 gennaio 1301[64]. Il custode dell’arca del Santo e sindaco dei Minori Sigfredo del fu Mucio vende al notaio Bonifacino del fu Pencio da Padova un sedime e diciassette appezzamenti di terra a Marsango per 170 lire de piccoli[65]. Il terreno apparteneva ad Aica da Camino e fu venduto, come recita l’imbreviatura comunale, per volere di frate Francesco da Trissino.

– Padova, 23 marzo 1290[66]. Il notaio Vitaliano dei Basili investe a livello perpetuo rinnovabile Albertino del fu Pietro da Villa del Conte, residente a Marsango, e il figlio Domenico di un sedime e sedici pezzi di terra a Marsango[67] in cambio di un canone di 10 lire, 16 soldi e 8 denari piccoli.

Santa Maria di Non

– Padova, 17 giugno 1295[68]. Il notaio dell’inquisizione Andrea di Gennaro Valle, in veste di sindaco dei Domenicani e degli Eremitani, e collega Enrigeto del fu Gerardo Scarabelli, sindaco dei Minori, alienano quindici campi e un sedime a Giovanni del fu Paolo da Santa Maria di Non posti nella località dell’acquirente per 3 lire e 15 soldi di grossi[69].

S. Pietro in Gu

* Vicenza, 22 giugno 1302[70]. I raziocinatori del comune di Vicenza Olderico di Zeno, Alberto de Panemcorpo e Ziraldo di Bertaldo, anche a nome del collega assente Ricio Salarolo, sottopongono al podestà Giovanni Capodivacca da Padova per l’approvazione il resoconto delle vendite, dei proventi e delle spese dell’ufficio inquisitorio al tempo dell’inquisitore Antonio da Padova. Fra i beni sequestrati ai signori de Pileo da Antonio da Padova vi sono tre confische a S. Pietro Hengude. La prima fruttò all’ufficio 1.000 lire in seguito all’alienazione dei beni a Iamfo da Padova; la seconda 100 soldi di piccoli versati dal mercante Giovanni da Angarano; la terza cinque lire di piccoli sborsati da Oria, vedova di Conte.

Tremignon

– Padova, 7 giugno 1292[71]. Prospero del fu Francesco della contrada di S. Biagio dona al prestanome Pace del fu Grazia da Tremignon, residente nel monastero del Santo, un sedime con casa e corte posto nella stessa contrada.

– Padova, 8 giugno 1292[72]. Pace del fu Grazia da Tremignon prende possesso del sedime.

– Padova, 12 ottobre 1292[73]. Pace del fu Grazia da Tremignon dona al guardiano del Santo Paolino da Milano il sedime in contrada S. Biagio.

– Per il testamento di Severina e l’arciprete di Tremignon si veda la voce Curtarolo[74].

Vaccarino

Premessa: Vaccarino, con Arquà, Grisignano, Villafranca, Canara, Scintilla, Cicogna, Campolongo e Villaranza, a fine ‘200 si trova al centro di un importante passaggio di poteri dalla famiglia dei Conti di Padova a quella dei Carraresi, grazie alla mediazione dei Minori e degli inquisitori. Gli atti che seguono documentano l’importanza di questo intreccio parentale e politico e il peso delle donne nella vicenda.

– Padova, 12 dicembre 1293[75]. Tebaldo del fu Alberto Terzo dei Conti, dona ai poveri di Cristo l’eredità lasciatagli dalla madre Cubitosa Conti, rappresentati dal guardiano del Santo Paolino da Milano.

– Padova, 12 dicembre 1293[76]. Tebaldo Conti, figlio di Cubitosa Conti, dona la parte dell’eredità materna al minorita Paolino da Milano quale rappresentante dei poveri di Cristo. Il guardiano sente il parere del capitolo del Santo che decide di vendere i beni ad Agnese da Carrara, nonna di Tebaldo, per 5.824 lire di piccoli.

– Padova, 12 dicembre 1293[77]. Tebaldo Conti dona alla nonna Agnese da Carrara venticinque appezzamenti di terreno e sedimi a Grisignano e Arquà.

– Padova, 12 dicembre 1293[78]. Paolino da Milano ordina a Enrico del fu Biagio degli Uccelli di prendere possesso della donazione di Tebaldo a Villafranca, Canara, Scintilla, Cicogna et in aliis villis circumstantibus.

– Padova, 25 dicembre 1293[79]. Il guardiano del Santo Paolino da Milano, esecutore testamentario di Cubitosa, vedova di Alberto Terzo dei Conti, vende ad Agnese da Carrara, vedova di Giacomo dei Conti e madre di Cubitosa i terreni ricevuti in donazione dal nipote Tebaldo del fu Alberto Terzo dei Conti per 5.824 lire di piccoli. Fra i beni che passano di mano, a Vaccarino vi sono due piccole cesure di terra presso la strada che si dirige a Marostica, una braida di 38 campi e mezzo e altri terreni[80].

– Padova, 25 dicembre 1293[81]. Il denaro ricavato dalla vendita dei terreni è lasciato in deposito alla stessa acquirente da Paolino da Milano con garanzia sul deposito di altri beni posseduti da Agnese a Padova (borgo delle Torricelle), Arquà e Grisignano.

– Padova, 27 dicembre 1293[82]. Agnese da Carrara affida in deposito una parte del denaro (87 lire e 15 soldi di grossi) a Bartolomeo del fu Giordanino, Buiamonte del fu Beltrame da Villa, il notaio Benedetto del fu Ferrario da Villa e Gerardo del fu Domenico de Yza per 25 giorni.

– Padova, 27 dicembre 1293[83]. Agnese da Carrara rivende i beni acquistati dai Minori e per la stessa somma da lei pagata (5.824 lire) a Bartolomeo del fu Giordanino della contrada padovana di Santa Lucia e a Beatrice, vedova di Ferrario da Villa, trentanove mansi posti a Villafranca, Vaccarino, Canara, Scintilla, Cicogna, Cauledo, Campolongo e Villaranza.

– Padova, 28 dicembre 1293[84]. Tebaldo Conti, abitante nella contrada delle Torricelle, investe Bartolomeo del fu Giordanino e Beatrice della decima e dei proventi su vari appezzamenti di terreno posti a Villafranca e Vaccarino[85].

Vigodarzere

– Padova, 28 giugno 1292[86]. Il guardiano del Santo e prossimo inquisitore Antonio da Lucca e il notaio Gerardo Scarabelli ricevono da Giovanni Pellegrino del fu Prissimbono de la Maza, dal giudice Pietro del fu Giovanni Rosso dei Murfi, da Giacomo da Vigodarzere, procuratore del figlio Zamboneto, e da Aicardino del fu Negro de Maiolis, tutti nipoti ed eredi del fu Donato di Salomone, 40 lire di piccoli che il testatore aveva lasciato ai poveri di Cristo come risarcimento della sua cattiva condotta[87].

– Padova, 28 giugno 1292[88]. Gli stessi attori e convenuti dell’altro precedente si scambiano 1.000 lire di piccoli lasciati al convento del Santo dal defunto Donato per un legato da messe.

– Padova, 31 ottobre 1295[89]. I giudici Pietro e Zamboneto del fu Giovanni Rosso dei Murfi e Zamboneto di Giacomo da Vigodarzere confessano di tenere beni appartenuti a Donato di Salomone per conto dei ministri dei Minori Arnaldino del fu Vito e Federico detto Gambavara, nominando il notaio Giovanni del fu Rodolfo Cigno loro procuratore.

– Padova, 27 aprile 1296[90]. Zamboneto da Vigodarzere acquista per 3.500 lire di piccoli dai minoriti Giuliano da Padova e Bartolomeo Mascara, già inquisitori del Santo, i beni dell’eredità Donato di Salomone.

Vigonza

– Padova, 26 marzo 1298[91]. Gli esecutori testamentari di Enrico di Giovanni di Naticherio da Vigonza, che sono il guardiano del Santo Giuliano da Padova e il giudice Antonio del fu Marsilio Frascati, vendono per due anni a Giovanni del fu Tebaldo da Vigonza e a Zilia del fu Padovano Sanguinacci, che agisce a nome dei figli Vando, Francesco, Antonio, Giovannino, Ruggero e Naticherio, i proventi dell’eredità del defunto. I due acquirenti promettono di pagare in tre rate il canone convenuto di 400 lire di piccoli e di versare altre 500 lire per compiere le ultime volontà del defunto.

– Padova, 26 marzo 1298[92]. Giovanni del fu Tebaldo da Vigonza e a Zilia del fu Padovano Sanguinacci ricevono tre quietanze di 100, 100 e 500 lire di piccoli da frate Giuliano da Padova e dal giudice Antonio del fu Marsilio Frascati, rispettivamente per le spese di sepoltura del fu Enrico di Giovanni, un legato a favore degli eredi di Alberto del fu Rolando Englesco e assolvere tutti gli altri legati lasciati in carico agli eredi.

* Vicenza, 27 aprile[93]. L’inquisitore Antonio da Padova rilascia quietanza al notaio e procuratore dell’inquisizione Domenico del fu Prosdocimo per 1.000 lire di piccoli ricevute dal podestà di Padova Basenzone di Apignano. Il denaro derivava dalla vendita dei beni dell’eretico defunto Rolando di Bertino da Scaltenigo a Giovanni da Vigonza del fu Tebaldo.

Villa del Conte

– Padova, 23 marzo 1290[94]. Si veda la data alle voci Marsango e Marsangello.

– Padova, 10 settembre 1295[95]. Agnese da Carrara, vedova di Giacomo dei Conti, dettando il proprio testamento dona quattro soldi grossi al minorita fra Rodolfo da Villa del Conte. Il frate compare spesso come testimone negli atti del capitolo del Santo della seconda metà del ‘200[96]. Nel 1279 è presente nel capitolo anche fra Natanaele da Villa del Conte[97].

* Padova, 23 marzo 1290[98]. Il notaio Uberto del fu Simone de Prosiliasio per diritto concesso dal signor Gerardo di Conte da Villa del Conte, vende per trenta denari grossi al sindaco dell’ufficio dell’inquisizione Andrea di Gennaro Valle tutti i diritti che aveva sul debito di Zenusio del fu Ronchello da Villafura.

Villafranca

– Padova, 2 marzo 1287[99]. dettando il proprio testamento, Cubitosa, vedova di Alberto Terzo dei Conti, libera dalla servitù Martellino del fu Fulcone da Villafranca che all’epoca viveva a Noventa Vicentina e con lui i suoi figli. Lascia alla chiesa di S. Cecilia di Villafranca un appezzamento di terreno di sette campi prativi.

– Padova, 12 dicembre 1293[100]. Si veda la data alla voce Canara.

– Padova, 25 dicembre 1293[101]. Si veda la data alla voce Canara.

– Padova, 25 dicembre 1293[102]. Si veda la data alla voce Vaccarino.

– Padova, 27 dicembre 1293[103]. Agnese da Carrara rivende i beni acquistati dai Minori e per la stessa somma da lei pagata (5.824 lire) a Bartolomeo del fu Giordanino della contrada padovana di Santa Lucia e a Beatrice, vedova di Ferrario da Villa, trentanove mansi posti a Villafranca, Vaccarino, Canara, Scintilla, Cicogna, Cauledo, Campolongo, Refosco e Villaranza. A Villafranca si trovano 12 sedimi e relative case, e circa 180 campi[104].

– Padova, 28 dicembre 1293[105]. Si veda la data alla voce Vaccarino.

Villaranza (Villafranca)

– Padova, 25 dicembre 1293[106]. Si veda la data alla voce Canara.

– Padova, 27 dicembre 1293[107]. Si veda la data alla voce Villafranca.

Particolare della città di Padova dipinto da Annibale Maggi nel 1449. Nel 1302 il vescovo e il comune di Padova denunciarono al papa l’operato degli inquisitori del convento di S. Antonio.

Gli inquisitori veneti del Duecento

Florasio da Vicenza                              1262-1263

Bartolomeo de Corradino                  1262-1263, 1269

Rufino                                                         1263

Nascimbene                                              1269

Timidio Spongati da Verona              1269, 1273-1275

Agostino                                                     1276

Filippo Bonacolsi da Mantova            1276-1289

Marco da Mantova                                   1275-1278, 1282

Alessio da Mantova                                 1279-1281

Bartolomeo Mascara da Padova         1282, 1285

Francesco da Trissino                              1282, 1287-1290, 1295-1298

Bonagiunta da Mantova                          1289-1292

Giuliano da Padova                                   1291-1292

Alessandro Novello da Treviso            1293-1294

Antonio de (o da) Lucca                         1293-1298

Pietrobuono Brosemini da Padova     1296-1298

Costantino da Vicenza                              1297

Dondedeo da Mantova                              1298

Pietro da Bassano                                        1298

Boninsegna da Trento                               1298-1302

Antonio da Padova                                     1300-1302     


[1] Come ha evidenziato lo storico dell’eresia Gabriele Zanella (Educazione e cultura degli eretici, secc. XII-XIV, in Culture italiennes XIIe-XIVe siècle, Paris 2000, p. 345) la nuova ventata ereticale che infuriò tra XII e XIV secolo si distinse nettamente da quella dei primi secoli del Cristianesimo per  almeno tre motivi: a) la localizzazione geografica (Francia centro meridionale e Italia centro settentrionale mentre le controversie trinitarie e cristologiche agitarono soprattutto il mondo bizantino dell’Asia Minore, dell’Africa settentrionale e della Siria); b) la differenza del contesto culturale perché  mentre i dibattiti dei primi secoli trovavano un terreno fecondo in società fortemente acculturate, le eresie europee del basso Medioevo sono tipiche di non-dotti che si affidano ai predicatori occasionali; c) la presa sulla società perché le dispute teologiche dei primi tempi interessavano quasi esclusivamente i vescovi, mentre le eresie medievali si trovano diffuse tra i laici di media condizione. Il numero rilevante dei nuovi eretici obbligò i potentati laici ed ecclesiastici a interessarsi attivamente del fenomeno, non tanto per sincera fede religiosa, quanto piuttosto per ciò che di destabilizzante gli eretici potevano significare.

[2] Ibid.

[3] M. D’Alatri, Eretici e inquisitori in Italia, vol. I, Il Duecento, Roma 1986, p. 20.

[4] G. Zanella, 2000, cit.

[5] R. Manselli, Studi sulle eresie del secolo XII, in Studi storici, V, Roma 1975, pp. 309-310.

[6] E’ il rito mediante il quale avviene l’ereticazione, l’unico in grado di produrre salvezza mediante il battesimo senz’acqua. Non esisteva un rito uguale per tutte le chiese catare, ma era prassi comune recitare le formule del rito, imporre le mani e porre il sul capo del consolato il vangelo di Giovanni o tutto il Nuovo Testamento

[7] Termine col quale nel medioevo si designava la compravendita di cariche ecclesiastiche e indulgenze.

[8] Nel medioevo indicava i ministri del culto che vivevano in concubinato.

[9] M. D’Alatri, 1986, cit., pp. 11-13.

[10] Ibid., p. 141.

[11] Il medioevo non conosce la pena detentiva sistematica e prolungata come nella nostra epoca.

[12] Ezzelino III da Romano ha rappresentato per molto tempo nell’immaginario della storiografia l’incarnazione del male e la personificazione dell’eresia. Alessandro IV lo scomunicò nel 1254 accusandolo di efferatezze e di eresia.

[13] G. Biscaro, Eretici ed inquisitori nella Marca Trevisana (1280-1308), in Archivio Veneto, s. V, II (1932), p. 151.

[14] G. Ibidem, p. 148.

[15] Ibidem.

[16] G. Zanella, Malessere ereticale in Valle Padana (1260-1308), in Rivista di storia e letteratura religiosa, 14 (1978), pp. 341-390.

[17] G. Biscaro, cit., pp. 150-151. Ritornato in libertà, fra Boninsegna da Trento era riuscito a tenere occultati denari estorti in precedenza. Il giudice costringeva il nuovo inquisitore Benigno a citare in giudizio a Roma Mascara di Leonardo dei Mascari, il quale tratteneva denaro del frate trentino e non intendeva cederlo all’inquisitore.

[18] M. D’Alatri, cit., pp. 228-229.

[19] I vescovi con l’istituzione dell’ufficio dell’inquisizione di fatto erano stati relegati in secondo piano nei giudizi inerenti la materia dell’eresia, i comuni, invece, avevano da lamentarsi perché gli inquisitori non sempre versavano la terza parte degli introiti dei beni confiscati agli eretici come aveva previsto Bonifacio VIII. Pure il comune di Treviso nel 1304 si era ribellato contro l’attività dell’inquisitore Aiulfo, indirizzando una supplica al ministro provinciale dei Minori Ovrado che accusava mancati versamenti dell’ufficio al podestà e agli ufficiali comunali.

[20] P. Marangon, Il pensiero ereticale nella Marca trevigiana e a Verona dal 1200 al 1350, Abano Terme 1984, pp. 8, 64.

[21] M. D’Alatri, cit., pp. 228-229.

[22] G. Biscaro, 1932, cit., p. 179.

[23] M. D’Alatri, cit., p. 231.

[24] ASPD, Corporazioni Soppresse, Sant’Antonio, 150. E’ il “Libro dei depositi, delle vendite, degli acquisti e degli altri vari contratti stipulati dai frati Minori nelle città di Padova e Vicenza” trascritto dal notaio Giovanni del fu Petrocino da Villaturta, ma anche di altri due notai ignoti. Il testo integrale del Liber contractuum e di un secondo manoscritto connesso, il Liber sediminum, domorum, terrarum et aliarum possessionum que tenentur, habentur et possidentur per fratres minores in Padua et Paduano districtu, conservato nello stesso fondo del precedente (n. 151), è stato trascritto e pubblicato nelle Fonti per la Storia della Terraferma Veneta, 18 (Il <<Liber contractuum>> dei Frati Minori di Padova e Vicenza (1262-1302), a cura di E. Bonato, Roma 2002).

[25] Forma contratta del manoscritto 151 accennato. Il Liber possessionum elenca tutti i beni posseduto dai frati Minori del Santo situati nei territori di Este, Monselice, Spassano, Conselve, Selvazzano, Campo San Martino, Scandalò, Piove di Sacco, Bovolenta, Bassano del Grappa. Fu redatto probabilmente una decina d’anni dopo il Liber contractuum.

[26] Il <<Liber contractuum>>, cit., p. XV.

[27] A essere messi sotto accusa sono soprattutto i frati Boninsegna da Trento, Pietrobono Brosemini, Paolino da Milano, Giuliano da Padova, Francesco da Trissino e Antonio da Padova.

[28] Sarebbe interessante verificare se il sospetto di eresia che grava sull’arciprete di Tremignon è dovuto a esplicite accuse ereticali o piuttosto dalla necessità dell’inquisitore Boninsegna da Trento di tenere sotto pressione il sacerdote. A quest’ultimo, infatti, il frate aveva imposto la scelta dei nomi dei poveri di Cristo ai quali assegnare l’eredità di Severina da Curtarolo. Si vedano i documenti 6 agosto 1287 e 21 luglio 1299 alla voce Curtarolo.

[29] F. Lomastro Tognato, L’eresia a Vicenza nel Duecento. Dati, problemi e fonti, Vicenza 1988, pp.48-56.

[30] Il <<Liber contractuum>>, cit., doc. 234.

[31] Ibid., doc. 235.

[32] Il secondo sedime è situato nella località detta Malpartia.

[33] Ibid., doc. 134. Dettando il proprio testamento a Padova il 29 giugno 1280, Aica da Camino ordina di essere sepolta a S. Antonio nella tomba della madre e dichiara eredi i poveri di Cristo (pauperes Christi) che saranno scelti dall’esecutore testamentario nella persona del guardiano dei Minori del Santo. Contravvenendo alle disposizioni di Aica, i Minori usano dei beni della testatrice per profitto personale.

[34] I beni immobili posseduti da Aica che passano al convento di S. Antonio di Padova sono minuziosamente descritti nel Liber possessionum (pp. 949-957).

[35] Ibid., doc. 137. Per dare una patina di legittimità all’utilizzo indiscriminato dei beni di Aica da Camino ed evitare contestazioni, l’inquisitore e guardiano dei Minori di S. Antonio designa i Minori del Santo poveri di Cristo, nonostante il divieto della regola francescana a possedere qualcosa.

[36] Ibid., doc. 118.

[37] Ibid., doc. 119.

[38] Ibid., doc. 121.

[39] Ibid., doc. 123.

[40] Gli immobili si trovano nelle contrade Albaris, Frata, Limenella, resfesto, Refosco, Scolaturo e Valli.

[41] Ibid., doc. 126.

[42] Pradazzo, Riondello e Scolaturo.

[43] Terreni di natura prativa, arativa e boschiva.

[44] Ibid., doc. 213.

[45] Ibid., doc. 246.

[46] Ibid., doc. 247.

[47] Ibid., doc. 248.

[48] Ibid., doc. 249.

[49] Ibid., doc. 2.

[50] Ibid., doc. 57.

[51] Ibid., doc. 59.

[52] Ibid., doc. 58.

[53] Ibid., doc. 213.

[54] Ibid., doc. 214.

[55] Ibid., doc. 215.

[56] Ibid., doc. 216.

[57] Ibid., doc. 217.

[58] Gli immobili dislocati a Fontaniva e lasciati al fratello Federico si trovavano alla Reonda (2 campi), Y Fosai (2 campi); quelli lasciati ai nipoti Antonio e Zilio, figli del fratello defunto Benagurato, erano nella piazza (1 sedime), nelle contrade del Pozzo (1 campo), del Graeleto (1 campo), della Nogarola (1 campo), Novelle (2 campi); alla nipote India del fu Benagurato dona nella contrada Le Vigne (3 campi); a Cunizza del fu Aldrigheto lascia nella contrada della Bergolesca mezzo campo; alla chiesa di S. Bertrame nella contrada Campo Naale 2 campi da vendere per acquistare paramenti o libri e un livello tenuto da Guidone della Nave da spendere in un cero per elevationem Corpus Christi.

[59] Ibid., doc. 123.

[60] Ibid., doc. 61.

[61] Terreni posti nelle località Viazola, Rivo, Ciliegio, Prato Grande e Busignago.

[62] Ibid., doc. 205.

[63] Ibid., doc. 206.

[64] Ibid., doc. 138.

[65] Terreni posti nelle località del Pozzo, Ronco, Valle, Bote, S. Andrea, Valbona, Biancolino, Signole.

[66] Ibid., doc. 201.

[67] Località Cantone Rio Marsango, Ronco, Valle, S. Andrea, Bara, Valbona, Biancolino, Signole.

[68] Ibid., doc. 384.

[69] Il sedime si trovava presso il molino, i terreni nelle località Sporonzello, Valle, Muffa, Ronchi, Vanzo.

[70] Ibid., doc. 259. Il prezzo della prima vendita fu così ripartito: 600 lire ai poveri e 400 all’ufficio e al comune.

[71] Ibid., doc. 63.

[72] Ibid., doc. 64.

[73] Ibid., doc. 65.

[74] Nel testamento di Severina, moglie di Enselmino da Tremignon, si fa riferimento anche a un campo di terra che la testatrice lascia al padre Biscacerio nella località degli alberi versus Vacharinum.

[75] Ibid., doc. 119.

[76] Ibid., doc. 118.

[77] Ibid., doc. 120.

[78] Ibid., doc. 121.

[79] Ibid., doc. 123.

[80] Altri terreni a Vaccarino si trovavano nella contrada Riace (12 pertiche e 70 tavole di terra), in confinio Vacharini (9 campi, 4 pertiche e 40 tavole), nella contrada Xanne (13 pertiche e 10 tavole), presso la fortificazione dei Conti (4 campi e una pertica)

[81] Ibid., doc. 124.

[82] Ibid., doc. 125.

[83] Ibid., doc. 126.

[84] Ibid., doc. 127.

[85] Gli stessi terreni del doc. 123.

[86] Ibid., doc. 83.

[87] Pro male ablatis. In genere questa formula nasconde l’usura.

[88] Ibid., doc. 84.

[89] Ibid., doc. 299.

[90] Ibid., doc. 200.

[91] Ibid., doc. 388.

[92] Ibid., doc. 389.

[93] Ibid., doc. 383.

[94] Ibid., doc. 201.

[95] Ibid., doc. 50.

[96] Frate Rodolfo da Villa del Conte è presente ai seguenti atti rogati al Santo: 4 aprile 1272; 8 marzo 1279; 17 marzo 1283; 21 marzo 1283; 26 agosto 1283; 10 giugno 1292; 6 settembre 1292; 30 settembre 1293; 12 dicembre 1293; 10 settembre 1295; 3 settembre 1296; 31 agosto 1297;

[97] 8 marzo 1279.

[98] Ibid., doc. 211.

[99] Ibid., doc. 117.

[100] Ibid., doc. 118.

[101] Ibid., doc. 123.

[102] Ibid., doc. 124.

[103] Ibid., doc. 126.

[104] Immobili situati nelle contrade Frata e Frexeneda. E’ spesso presente fra i confinanti il beneficio della chiesa parrocchiale di S. Cecilia di Villafranca.

[105] Ibid., doc. 127. Circa 13 campi di terreno con una casa e tre fienili.

[106] Ibid., doc. 123. A Villa Ranta, presso Limenella, Agnese da Carrara acquista da fra Paolino da Milano 20 campi posti nelle contrade Scolaturo e Roverello.

[107] Ibid., doc. 126. Stessi terreni della nota precedente.
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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

3 thoughts on “Eretici e inquisitori nell’Alta Padovana nella seconda metà del Duecento

  1. Di questo periodo rimane nulla sulle eventuali presenze eretiche a Onara e Tombolo?

  2. Straordinaria ricostruzione di un periodo e un argomento interessanti e poco conosciuti del Padovano.

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