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Ragionamento Sulla necessità, e sui mezzi d’istruire il Contadino nell’Arte Agraria (1^ parte)

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(Letta nella pubblica Sessione dell’Accademia di Vicenza il dì 29 Settembre 1785

P. Giambattista da S. Martino, Opere, Tomo II, Venezia 1791, pag. 1- 60

 Hoc Opus, hoc Studium parvi properemus, et ampli,

si Patriae volumus, si nobis vivere chari*.

Horat. Lib. I Epist. 3, vers. 28,29

INTRODUZIONE

            L’Agricoltura sempre oggetto di grandi speranze, e sempre bersaglio dell’incostanza, e del genio vacillante degli uomini; l’Agricoltura, che richiamò a se le attenzioni de’ primi abitatori del nostro emisfero; che fin dalla più rimota antichità fece de’ rapidi progressi nell’Asia; che fondò numerose colonie nella Grecia, e nell’Egitto; che da’ climi dell’Oriente approdò in seguito alle fertili contrade d’Italia, ove nella prima età di Roma nascente i Consoli, i Dittatori, i Tribuni si riputavano a gloria di coltivare colle proprie loro mani il terreno; che rimase indi avvilita ne’ secoli posteriori di Roma belligerante, e guerriera; che respirò alcun poco a’ tempi di Columella, e di Plinio; che ravvolta di bel nuovo fra le tenebre dell’anarchia, e dell’ignoranza, rimase, direi quasi, sepolta sotto le rovine dell’universale barbarie; l’Agricoltura, che ha sofferti tanti, e sì strani sconvolgimenti sulla superficie del globo, egli è in oggi finalmente, nel secolo della filosofia, e della ragione, che divenuta agli occhi del Pubblico, oggetto delle più serie ponderazioni, sembra oramai dovere entrare al possesso de’ suoi antichi diritti, e che comincia ad esser guardata, come il fondamento primario, cui s’appoggia la sorte, ed il destino degli uomini. Dissipate quindi le tenebre, che offuscavano l’umana ragione, passati i giorni d’inerzia, d’infermità, e di languore, comincia a poco a poco l’Agricoltura a non esser più l’occupazione feroce dell’uomo selvaggio, si desta lo spirito delle Nazioni dal profondo loro assopimento, rivolgendosi con ardore a quelle utili ricerche, che hanno una maggiore influenza sui nostri vantaggi. Di qua le osservazioni, e l’esperienze degl’ingegni più riflessivi, l’eccitamento de’ premj, le premure, e le gare delle più celebri Accademie, i problemi delle Società Economiche, il fervore, e l’entusiasmo, che passa, e si diffonde dall’uno all’altro individuo, la voce potente della Natura, che intima, e ricorda agli uomini la necessità di far risorgere l’Agricoltura. Pur l’Agricoltura, nostra colpa, e vergogna, non è ancora risorta: forse perché niuno finora, o non penetrò alla sorgente del disordine, o non vi ha prestati con efficacia gli opportuni ripari. Per poco, che si rifletta sopra questo punto, sarà facile il comprendere, che l’imperizia, nella quale si trovano i nostri villici Agricoltori intorno alle essenzialissime incombenze del loro ministero, è la causa primaria dell’avvilimento, in cui tuttavia se ne rimane presso noi la grand’arte agronomica. Ella è dessa condannata a doversene languire fra le mani della gente la più idiota la quale non ha verun altro talento fuorché quello di rompere il terreno, di seminare, e di mietere, e ne anche questo con discernimento, e giudizio. Sieguono i rozzi contadini una certa loro pratica irragionevole, che riguardano come il fondamento delle loro azioni; eseguiscono, ciò, che hanno veduto praticarsi da’ loro predecessori, né cercano saperne d’avvantaggio; avvezzano le loro braccia ad un immutabile travaglio, e trovandosi all’oscuro di tutto, abborriscono qualunque ammaestramento per non essere costretti a cambiare il loro sistema. Ora per togliere questo universale sconcerto, non basta che il Filosofo sia persuaso d’una riforma; è necessario che il Contadino bifolco venga egli stesso ammaestrato ne’ suoi doveri, è necessario, ch’egli stesso convenga della necessità in cui si trova, d’essere istruito. Un affare egli è questo, dotti Leggitori, che assecondato dalla premura, e dallo zelo delle Accademie dello Stato, potrebbe indurre una pacifica rivoluzione nel sistema della nostra Agricoltura, e fissare fors’anche una di quelle grandi Epoche, che l’industria induce dopo un corso di secoli, e che forma con l’introduzione d’un piano più profittevole, la felicità del genere umano. Lusingato quindi dal Prospetto di una ricerca, che fa onore all’umanità, e che è degna della luce di questo secolo, ardisco presentare al finissimo discernimento del pubblico il presente mio Ragionamento. Dimostrerò in primo luogo la necessità d’istruire il Contadino nell’arte agraria: additerò in secondo luogo i mezzo da me creduto il più facile, e più sicuro per eseguire una tale istruzione. Parlerò d’un’Agricoltura in grande, che penetra del suo spirito la Nazione; sarà guidata la mia penna dall’umanità, dalla filosofia, dalla ragione; riunirò in un solo punto di contatto la molteplicità, e la divergenza di quelle idee, che dovranno formare un principio di azione; reciderò le minuzie, che ingombrano lo spirito, senza illuminarlo; ed il mio linguaggio, per quanto inusitato e strano potesse egli sembrare alle anime triviali, indirizzato a voi, saggi Leggitori, formerà, mi lusingo, il centro delle vostre riflessioni, e vi servirà di termine, d’onde partire, per ispandere la felicità sul rimanente degli uomini.

 ARTICOLO I.

Della necessità d’istruire il Contadino nell’arte agraria.

L’Agricoltura è un’arte. Questa sola idea è sufficiente a farci bastevolmente comprendere, quanto sia irragionevole il costume, che tuttavia prevale; di esercitarla alla cieca, senza ordine, senza metodo, senza direzione, e senza il dovuto discernimento. Quest’arte ha i suoi principj, i suoi fondamenti, le sue regole; essa al pari di qualunque altra, possede le sue teorie, che consistono nella somma de’ precetti dedotti dall’osservazione, e suggeriti dalla pratica. Quando dunque i nostri Contadini non sieno ben fondati su questi principj, quando non abbiano qualche tintura almeno di queste teorie, una gran parte de’ loro travagli è perduta, e le conseguenze della loro imperizia si spandono a danno di tutta la Nazione. In  fatti se un lungo studio accompagnato da profonde riflessioni è necessario all’Archittetore per non commettere mille sbagli nella costruzione degli edifizj, se senza la teoria delle ombre, e della luce un Apelle, un Zeusi, un Timante sarebbero stati esposti a’ medesimi rischj; se ignorando la direzione de’ venti, o la variazione dell’Ago, diverrebbe il Pilota ludibrio, e scherno deg’infuriati marosi; se solo a nostri giorni, allorché furono ridotte a ordine, ed a sistema, cominciarono a far de’ rapidi progressi, e a trascorrere una carriera immensa l’Astronomia, e la Chimica; se tutte in somma le arti, le facoltà, le scienze deono avere i loro principj, i loro sostegni, i loro punti di appoggio; crederem poi, che l’Agricoltura, quell’arte che abbraccia tanti, e sì differenti oggetti, sia essa per fare un’eccezione a questa legge sì universale, e costante? Non v’ha ragione, che abbia a persuadercelo. L’Agricoltura è anzi una macchina al sommo complicata, ella ha le sue molle, le sue forze prementi, le sue ruote: se viene ignorata la maniera di montar queste molle, di dirigere queste forze, di dare impulso a queste ruote, tutta la macchina se ne resta inutile. Ma v’ha ancora di più. Tutte le arti mantengono per l’ordinario fra se stesse un certo legame di scambievole comunicazione; elleno si abbracciano a vicenda; l’una ha bisogno dell’altra, e con azione reciproca ne riceve l’incremento, e la forza. Questo vincolo di unione varia per differenti gradi. In alcune scienze non è che un puro rapporto di maggiore utilità, e convenienza; un medico per esempio acquista semplicemente lustro, e decoro dall’essere versato nelle cognizioni della sfera, e degli astri; e ad un causidico non servono che di estrinseco ornamento le fredde speculazioni d’un matematico. Ma se si parla dell’Agricoltura in rapporto a varie altre cognizioni, che le sono, per così dire, contigue, questo nodo è de’ più forti. Per la qual cosa un perito Agricoltore, per rendersi degno di questo nome omai sì decoroso, oltre al possedere le cognizioni, che sono proprie dell’arte sua, dee altresì essere versato su molti rami dell’economia rurale, ad oggetto di rendere vie più lucrose le sue industrie. È necessario che non ignori i primi elementi della meccanica, per sapere quindi aumentare il movimento delle forze vive per mezzo d’idonei strumenti. Conviene che sia fondato nelle preliminari nozioni dell’Idrologia, onde irrigare nella maniera più opportuna i terreni asciutti, e dare scolo ai soverchiamente umidi. La Mascalzia per simil guisa, la Zoologia, la Botanica non gli devono riuscire del tutto nuove, per saperne all’occasione approfittare conforme ai differenti bisogni. Ma sopra ogni altra cosa è di mestieri, che sia in possesso d’una parte almeno della Chimica. Fa duopo; ch’e’ conosca la qualità delle terre, quali sieno più opportune pei ripari, e quali le più acconce pel nutrimento delle piante; che sappia la maniera di serbare a lungo alcuni prodotti, di ridurre altri alla richiesta maturità, di sottoporre molti alla fermentazione, e molti di preservarne dalla troppo celere putrescenza, cui naturalmente propendono; il che non potrà egli eseguire giammai, quando non sia al fatto delle più comuni operazioni della Chimica. Senza il corredo di queste cognizioni, l’Agricoltura sarà sempre difettosa, e mancante, e le sue operazioni non saranno appoggiate, che alla sorte e all’azzardo. Risalendo non per tanto fino alla sorgente primaria, troveremo, che la causa del disordine non consiste dall’esser noi persuasi, che manchi l’Agricoltura delle sue fondamentali teorie, o che sia in nostra libertà il trascurarle a capriccio. No; noi concepiamo anzi di quando in quando dei sinceri desiderj di acquistar nuovi lumi relativamente a quest’arte; noi abbiamo certi momenti di fervore, cui nulla par che manchi, fuorché la stabilità, e la fermezza. Ma il tedio, il dissipamento, l’inerzia, il micidiale esempio degli altri entrano tosto ad illanguidire le nostre deliberazioni. Noi ci persuadiamo di saperne abbastanza, ed in vece di affaticarci per l’acquisto di nuove cognizioni, lasciamo anzi spegnere quelle poche, e superficiali idee, che forse avevamo apprese. Si perde quindi poco a poco ogni affetto allo studio della coltivazione, non si cura di consultare i periti, non si leggono gli Autori, i libri si considerano come un mobile di rifiuto; in una parola, l’infingardagine, e l’accidia, che sono la cagione de’ più terribili flagelli, che sovrastano all’umanità, sono altresì il motivo del decadimento, in cui giace a’ giorni nostri l’Agricoltura. Io non sosterrò neppure, che la parte scientifica della coltivazione debba formare l’impegno più serio de’ nostri Contadini. Uno studio concentrato, e severo, che si aggira tra ricerche puramente speculative non può mai essere tanto vantaggioso, quanto abbiam diritto di pretendere da un’arte proficua. La più brillante teoria diviene una stravaganza ridicola, che ogni minima circostanza locale gitta a terra, e distrugge, quando non sia accompagnata dall’osservazione, e dalla pratica. Questa pratica sfugge la pedanteria, né soffre per lo più l’inciampo de’ troppo sterili precetti, che mai non suppliscono alla Natura, e di cui qualche volta abbiam veduto farne anche senza. Per la qual cosa alla più parte degli Agricoltori non è punto necessario lo sprofondare col pensiere nelle operazioni più recondite della Natura, diciferarne i misteri più astrusi, ed erigersi a punti più elevati della vegetabile economia. Siffatte ricerche sono riservate per un numero assai scarso di talenti rari, e distinti, che la Natura stessa va suscitando di secolo in secolo per opporli a’ nemici della verità, e perché abbiano a dileguare co’ loro talenti superiori quelle nuvole d’orgoglio, che cercano spargere fra noi la superstizione, e l’errore. Le sole regole fondamentali di quest’arte, alcuni semplici precetti, pochi teoretici principj, uniti a’ primi elementi di quelle scienze affini, che abbiam sopra nominate; ecco quanto basta per la teoria de’ nostri Contadini, i quali con maggiore impegno devono essere ammaestrati nella pratica. Lungi però dal presupporre, che l’esercizio, e la pratica dell’arte agraria sia cosa facile in guisa, che ognuno da se stesso senza veruna scorta possa esercitarla a dovere, e con profitto. Non illudiamo noi stessi, spogliamoci d’ogni prevenzione, rivestiamoci di quel sacro carattere d’imparzialità, ch’esige lo spirito d’un filosofo, e restiam fermamente persuasi, che trascurando quella saggia istruzione, che forma il soggetto delle presenti nostre ricerche, la gente de’ nostri villaggi non farà mai il minimo avvanzamento nella pratica di un’arte, ch’è delle più vaste, ed estese. Imperciocché cosa ricercasi per costituire un pratico Agricoltore, e quali sono le qualità, di cui dee essere fornito? Un pratico Agricoltore essendo già pienamente informato, che i vegetabili, i quali sono esseri viventi, germogliano, crescono, e fruttificano in ragione della quantità, e buona qualità del nutrimento, che ricevono principalmente dal terreno; esamina quindi l’indole del medesimo terreno, e la profondità de’ suoi strati. Divide in due classi tutti i generi delle piante rapporto alle loro radici, cioè, in piante da radici pernali che profondono verticalmente entro al terreno, ed in piante di radici rampanti, che si estendono paralelle [sic] alla superficie, e sa appropriare ciascuna di esse alla diversa qualità, e stratificazione de’ suoi terreni. Conosce quale sia la terra più propria a ciascuna specie di piante; come debba raffazzonare il terreno a Maiz, a Formento, a Legumi; quale sia il concime più idoneo rapporto alla qualità de’ terreni, e alla diversità de’ vegetabili. Gli è noto, che una terra spossata per una data specie di piante, non lo è per quelle di altra specie, e ne trae quindi le più utili conseguenze; imperciocché fa egli succedere il Formento ai Piselli, alla Lente piuttosto che all’Orzo, o all’Avena; perché i sughi nutritori dell’Orzo, e dell’Avena essendo più degli altri analoghi a quei del Formento, il terreno riguardo appunto al Formento ne resterebbe più indebolito. Estende in oltre le sue attenzioni alla coltura delle vigne, de’ prati, degli Erbaggi, de’ Gelsi, de’ Boschi. Si racconcia egli stesso i suoi rurali strumenti. Sa la maniera più propria di fare gl’inesti, di allevare, nodrire; e medicare il bestiame. Possede l’arte proficua di educare i filugelli, e le pecchie. Non v’ha oggetto in somma per minimo che sembri, il quale venga da lui trascurato, e negletto. Sa mettere a profitto tutto ciò, che la Natura gli presenta; la più lieve fiducia lo anima, e diviene argomento delle sue speculazioni. Niente trascura di ciò, che può aumentare le sue raccolte o che contribuisce a diminuire le sue spese. Egli prende ad imitare gli Agricoltori filosofi; fa, che la loro condotta gli serva di norma; ad esempio di essi non si diparte giammai dall’esperienza, questa è la sola direttrice delle sue operazioni, non si stanca dall’esaminar la Natura con quell’ostinato coraggio, ch’è la fonte delle più utili scoperte. Persuaso ciò nulla ostante, che, l’osservazione stessa sia una sorgente di traviamenti, e di errori, quando non venga diretta dalla più sagace avvedutezza, ei veglia attentamente contro ogni sorpresa; ed il carattere, che accompagna dal principio alla fine le sue perquisizioni non è che la diffidenza. E siccome è difficile che i tentativi, e le prove in fatto di Agricoltura possano ripetersi più di una sola volta all’anno, non si lascia quindi scappare la minima occasione onde speri trarne lume, e profitto. Dotti leggitori, cui ho l’onore di favellare, qual utile pel Pubblico, e pel privato, qual vantaggio per tutta la Nazione, se i nostri contadini fossero conformati su questo taglio? Ecco dunque la indispensabile necessità d’introdurre una novella agraria istruzione, affinché tali abbiano essi a divenire. L’indole, il genio, l’inclinazione, l’abilità, il talento, che si rimarcano in alcuni de’ nostri bifolchi, saranno bensì disposizioni per meglio approfittare degl’insegnamenti; ma non potranno supplire acconciamente le veci, dacché non tolgono l’uomo da quel fondo d’ignoranza, ch’è il motivo dello sconcerto, in cui trovasi presso noi l’Agricoltura. L’uom di villa non conosce presentemente altre regole, che il solo costume de’ suoi predecessori. Egli ha sempre osservato, che delle tre parti del suo terreno una fu sempre coltivata a Gran-turco e le altre due alternativamente a formento. Ha veduto, che il suo prato gli diede sempre allo incirca la stessa quantità di fieno. Ei porge voti per essere garantito dal flagello delle fulminanti meteore; del resto non si prende la minima cura di migliorare partito. In vano se gli allegano delle ragioni, per indurlo a cavarsi dal suo consueto; non comprende i motivi, che gli sono proposti, né le conseguenze, che ne deggiono risultare. Con una sola risposta ei gitta a terra tutte le nostre insinuazioni. I nostri vecchi, dich’egli, ne sapeano qualche cosa più di noi, essi non hanno pensato a fare tante novità; a noi basta camminare sul loro piede. Da uno spirito sì prevenuto, a favore degli antichi usi, presso il quale, dice il Sig. Fontanelle, “Les plus grandes absurdités sont révérées à la faveur d’une obscurité mystérieuse, dont elles s’enveloppent, et ou elles se retranchent contre la raison” (Elog. de M. Lemery)*; da un uomo sì pieno del proprio sentimento, che rigetta con disprezzo ogni utile innovazione, da un’anima sì inclinata alla superstizione, che speranza potrem noi concepire a prò della coltivazione? S’istruisca dunque quest’uomo rozzo, s’incominci ad istruirlo fin dalla sua fanciulezza, prima che gli errori prendano possesso della sua ragione, si sgombrino poco a poco le nebbie della sua ignoranza, se gli additi la via di una migliore coltivazione se gli faccia conoscere col fatto che havvi delle pratiche più utili, e più ragionevoli, ed in seguito a questi preliminari insegnamenti, conoscerà egli stesso il bisogno, in cui si trova, e bramerà d’essere illuminato. L’esperienza stessa lungi dall’indebolire il mio assunto, non fa che vie maggiormente confermarlo con l’induzione di tutti i tempi, ed in ogni ramo di disciplina. L’esperienza ci ricorda, che mediante un’opportuna istruzione giunse la Grecia a trionfar sovranamente dell’errore, e del vizio, contra ogni sforzo dell’imponente Mitologia, da cui era fiancheggiato, e protetto. L’esperienza ci fa vedere, che col soccorso della sola istruzione il fiero Licurgo poté formare un popolo di eroi insuperabili per la loro destrezza, e pel loro coraggio. L’Esperienza ci addita, che attese le industrie, e le istancabili sollecitudini d’un Pietro il Grande, nel Regno stesso de’ prestigi, giunsero a piantar la loro fede le arti più vantaggiose, e proficue. L’esperienza ci dimostra, che l’Olanda divenuta in oggi l’anima, ed il sostegno di tutta l’Europa, senza i più avveduti regolamenti, non sarebbe stata che una Repubblica di Pirati condannati a raccorre la loro sussistenza dall’ingiustizia, e dalla frode. Ma per non dilungarmi dallo scopo delle nostre perquisizioni, l’esperienza è dessa, che ci fa rimarcare il divario sorprendente tra l’Agricoltura de’ paesi istruiti, e quella di que’ luoghi, ove l’agraria istruzione è tuttavia negletta. Basta dare un’occhiata ai prodigiosi cangiamenti succeduti in Inghilterra. Che profitto immenso non ricavano gli abitanti di quell’Isola, e qual miglioramento non si osserva in tutti i rami della loro Agricoltura? A ragione fanno essi risalire il principio della loro opulenza all’epoca di questa fortunata metamorfosi. Fissiamo lo sguardo sulle campagne di quegl’instancabili coltivatori, d’un Duca d’Argyle, d’un Richemond, d’un Milord Peters, d’un Collinson. Non sono questi i luoghi, ove si delizia la Natura, ed ove l’arte, e l’utilità pare che gareggino a vicenda? Non è forse il genio, l’inclinazione, il trasporto per l’Agricoltura, che ha prodotti quegli eccellenti Scritti, atti ad immortalare i loro Autori? Basta leggere le Opere d’un Miller, d’un Lavvrance d’un Mortimer, di un Bradley. Dall’Inghilterra passiamo alla Francia. Ella fu indotta in errore dal celebre Colbert; questo istancabile Ministro mostrò più propenzione per le manifatture, che per la coltivazione delle terre; pure in oggi non è meno occupata la Francia nel far risorgere quest’arte. La Reale Società Economica stabilita nella sua Capitale, la Società di Bretagna, le Opere, e le Esperienze degl’insigni Scrittori de Buffon, du Hamel, de Mirabeau, de Turbilli, le ampie vedute del Trianon, del Duca d’Agen, del Bombarde, dell’Aubenton provano, che in quella parte d’Europa l’Agricoltura s’incammina al colmo delle sue avventure, ch’è divenuta l’occupazione, e lo studio d’ogni classe di persone, e che forma una gran parte delle loro dovizie, e de’ loro piaceri. Dopo una rapida scorsa su questi tratti d’industria, su questi sforzi riuniti dell’umano consiglio, che offrono un quadro lusinghiero agli occhi dell’imparziale Cosmopolita, non isdegni il filosofo patriota di ponderare per poco lo stato, e l’attuale sistema della nostra coltivazione, onde rimanere sempre più persuaso, e convinto della necessità di ammaestrare il contadino nell’arte agraria. Per entro alle nostre Campagne ci si offre al primo aspetto una moltitudine di esseri oscuri, una truppa di Automi ambulanti, che freddamente si scuotono dal loro torpore, solo quando sono spinti dalla propria miseria. Nelle mani di questa gente stupida è affidata tra noi l’arte la più essenziale al genere umano. A questi attoniti, ed insensati viventi, che crescono nell’avvilimento, e nel disprezzo, è permesso il disporre dei fondi della nostra sussistenza. Ma quale è il loro sistema? Non altro che un confuso laberinto d’idee, che un ammasso d’opinioni mal fondate, e sconnesse, che un numero senza fine di pregiudizj stabiliti dall’ignoranza, e passati in perscrizione [sic] col tempo; non altro che un contrasto, ed una opposizione continua anche tra quelli, che si credono i meglio sperimentati. Questi sono fatti evidenti, che abbiamo tutto giorno sotto gli occhi. Ed in effetto dove sono tra noi que’ Proprietarj, i quali cerchino a tutto potere di accrescere i campestri loro vantaggi? dove que’ coloni, che dieno a’ propri lavori quel grado di attività, di cui sarebbero suscettibili? qual parte del nostro Territorio che possa entrare a gara colle fioritissime campagne d’Inghilterra, e di Francia? qual possessione, che non offra molti siti capaci di miglior coltura? Verità sono queste per essonoi delle più umilianti; ma pure sono verità troppo essenziali perché io non abbia a tacerle. Qui ogni cosa è ridotta ad un estremo languore: impoverite si osservano d’ogn’intorno le nostre campagne, distrutte le proprietà, moltiplicate le carestie, rovinate le famiglie, e la classe più numerosa de’ nostri simili caduta in seno alla miseria, alla disperazione, al disagio. Restiamone persuasi; finché la coltivazione de’ terreni, rimarrà tra le mani di gente indisciplinata, e caparbia, finché verrà eseguita a caso, senza la scorta di ben fondate osservazioni; finché si continuerà a rispettare con superstiziosa venerazione gli antichi errori, e a riguardare con irritante dispreggio tutto quello, ch’è nuovo, finché non ci affretteremo ad accrescere con ardore il numero degli sperimenti, e delle prove; finché non si ridurrà quest’arte a metodo ed a principio, in una parola, finché non ci appiglieremo al saluberrimo partito di fare, che i nostri contadini sieno bene ammaestrati ne’ loro ministeri, non potremo giammai sperare di vedere la nostra Agricoltura risorta da quello stato di depressione, in cui tuttavia si ritrova. Ma perveniamo un’apparente obbiezione, che sembra opporsi al nostro pigno; togliamo di mano alla vil codardia que’ pretesti, che essa vorrebbe introdurre, fortifichiamo le speranze del saggio, e dimostriamo sempre più il bisogno di questo utile provvedimento. Quando la maggior parte de’ villici dovesse essere iniziata ne ministri dell’arte Geoponica tutte le altre incombenze, le manifatture, le arti, la marina, la soldatesca, il commercio verrebbero insensibilmente a mancare, e noi per sostituire un popolo di Agricoltori, verremmo a gittare in rovina tutto il restante; e a moltiplicar quelle gravi sciagure che pur ci studiamo di evitare, e che la facondia degli scritori più celebri non ha mancato di rappresentarci con la vivezza de’ colori più attroci. Mai noi, non pretendiamo di erigere l’Agricoltura a danno e sulla rovina degli altri impieghi ed officj, che son necessarj alla conservazione, al ben essere, ed alla stabile permanenza del corpo politico della Nazione. Una pretensione sì ardita non potrà mai aver luogo nell’anima d’un Filosofo, che medita, e riflette, e che estende le sue vedute alquanti passi al di là dal sito, ove dimora. Dico soltanto, che l’arte della Coltivazione essendo fra noi delle più trascurate, ha bisogno di una correzione, e di una riforma. Dico che la classe de villici tanto essenziale sì pel numero, che per l’importanza de’ suoi impieghi, non dee per verun conto lasciarsi in abbandono. Dico che l’Agricoltura lungi dal frapporre un ostacolo, ella è anzi la molla del commercio, il gran sostegno della popolazione, la base degl’Imperj, la pietra fondamentale della Società, la forza motrice di tutte le arti, la sola, che ci renda partecipi delle ricche produzioni della Natura, e che tiene uno de’ più ultimi rapporti cogli interessi dell’uomo. Una verità ella è questa, che il Sig. Bertrand, quell’uomo colmo di tanto zelo per l’incremento dell’arte agraria ci ha dimostrata fino all’evidenza. Si stabilisce egli di provare nel suo saggio sulla cultura delle biade che “L’Agriculture est de tous les arts la plus nécessaire à l’homme, et chacune de ses branches a des avantages particuliers, qui contribuent à subvenir aux besoins les plus essentiels de la vie.”* In fatti per mezzo di quest’arte noi venghiamo a conseguir que’ prodotti, che servono ai bisogni di prima necessità. La terra da noi coltivata ci porge il cibo colle erbe, con le biade, co’ frutti, alimenta il nostro bestiame, il quale ci è poscia proficuo con la fatica, con le carni, con le uova, col latte, col cascio; ci fornisce di bevanda co’ vini squisiti; ed altronde colla cerevisia, colla birra, col sidro; ci dà per vestito la canape, il lino, la lana, le pelli, la bambagia, la seta; ci provvede il tetto co’ legnami, di fuoco con la legna, ed ogni altro bene, che per altra via ci derivi, non è che precario, ed incerto. A che servono dunque tante idee vaste , e sublimi, tanti piani magnifici, tanti speciosi progetti, la pompa, il fasto, la gloria delle scienze le più eminenti, ed astruse, se noi ignoriamo l’Agricoltura, quell’arte fondamentale, e primaria, che somministra i fonti della nostra sussistenza? Qual vantaggio da quelle enormi raccolte di volumi; onde rimane affogata, ed oppressa la nostra memoria? Che importano a noi quelle immense compilazioni gonfie di cose da nulla, quelle storie di scipiti aneddoti, quello studio pertinace delle sillabe, e delle lettere, quel perpetuo, e fastidioso cicalio di tante sterili questioni indotte dalla povera, ed insana filosofia? Non ha forse l’uomo altri oggetti, altri fini, altri bisogni più degni de’ primi suoi sguardi? Oppure è egli meno commendabile allorché grondante di plebeo sudore sta coltivando il suo terreno, di quando sollevandosi al di sopra di se, tenta dirigere a suo talento le folgori, o spiccare audace i suoi voli alle sublimi regioni dell’Etere? Converrebbe ignorare la Storia delle cognizioni, e delle follie; dei progressi, e dei traviamenti dello Spirito umano, per non conoscere l’intimo, ed innegabile rapporto tra l’istruzione agronomica, che si va meditando, ed i vantaggi considerabilissimi, che se ne attendono a prò dell’intiera Nazione. In seguito all’ammaestramento del Contadino, noi vedremo migliorarsi tosto il fisico, ed il morale della Provincia, tolta dall’uomo l’inerzia, prevenuta fin dalla sua prima età una gran parte de’ mali, che gli sovrastano, ispirato l’amore alla fatica, aumentata la forza, accresciuto il coraggio, eliminati gli errori, sparso da per tutto un calore vivifico, diffuse le massime salutevoli, introdotte le utili cognizioni, relative al bene della Patria, ampliata l’industria nazionale, ed aperto l’adito a chiunque, onde moltiplicare i mezzi della propria sussistenza. Quello, che sommamente si è, che ad oggetto di conseguire il bramato fine, l’istruzione agraria non dee restringersi a’ soli contadini lavoratori delle terre, a quali per verità più direttamente appartiene; ma dobbiam procurare, che si diffonda anche tra i Possessori stessi degli stabili. Il genio, e la tendenza delle persone autorevoli si comunicano insensibilmente a quelli del basso rango. Un immortale Buffon in Francia, un celeberrimo Spallanzani in Italia furono bastanti a risvegliare in tutta l’Europa una specie di entusiasmo verso la Storia Naturale. Un Bergman in Isvezia suscitò la propensione alla Chimica. Un Nollet, un Beccaria, un Bertholon, un Franklin moltiplicarono senza fine i dilettanti dell’esperienze elettriche. L’inclinazione d’un individuo si comunica bene spesso alla moltitudine; l’energia di un solo avvalora il coraggio di molti: il popolo corre, ove l’uomo di stima il richiama; il volgo è inerte, esso ha bisogno di una scossa, d’un esempio, d’un impulso per determinarsi ad operare. Che voglio dire con questo? Voglio dire, che quantunque l’Agricoltura, secondo il presente sistema sia per lo più affidata alle mani di gente vile e mercenaria, ciò non ostante la coltivazione de’ terreni sarà sempre a seconda del genio di chi tiene il possesso de’ fondi. Di maniera che quand’anche il bifolco fosse l’uomo meglio istruito nell’esecuzione delle rurali faccende, quand’anche si trovasse in pienissimo possesso di tutte le cognizioni necessarie all’arte sua; pure se il Proprietario, il quale ha tutta l’influenza, e tutto il dominio sull’animo de’ suoi dipendenti, ed al quale essi per dovere, per aderenza, per affezione, per bisogno di sostentamento professano una pienissima subordinazione; se il Proprietario, dico, è trascurato ne’ suoi veri, e reali vantaggi; se per difetto di necessaria istruzione continua ad adottare gli antichi pregiudizj, se manca del necessario lume per sopraintendere egli stesso alle operazioni del suo Colono, se questo Proprietario, divenuto vittima, e trastullo della mollezza, dell’oziosità, del lusso del presente secolo, anziché impiegare tutta la sua industria per aumentare le sue annuali raccolte, diviene anzi l’ostacolo il più forte per impedirne i progressi, se scherne, e disprezza gli utili suggerimenti dell’idiota, in mezzo a’ sì terribili situazioni, e sotto a passi distruggitori di un tal Proprietario quale lusinga di veder prosperare l’Agricoltura? qual profitto, quale avvanzamento …? Di grazia caliamo il velo a questa orribile dipintura, e passiamo ad invertire il supposto. Immaginiamoci al contrario sotto un saggio Possessore, il quale forma dell’Agricoltura le sue delizie, e di essa si serve per riempire i momenti, che gli sopravvanzano agl’impieghi della Magistratura, e alle cariche del pubblico Governo, immaginiamoci, dico, sotto un uomo sì benemerito pe’ suoi talenti, e per le sue industrie una turma di lavoratori attaccati alle reliquie tuttavia esistenti dell’errore, fiitti al suolo ove nascono, dispreggiatori di tutto ciò, che porta qualche aria di novità, che coltivano un terreno, che non è loro proprio, cui il timore è l’unico sprone alla fatica, ed il lavoro de’ quali rimane tosto alterato, o dismesso, se l’occhio vigilante del loro padrone si rivolge per un momento altrove. Quale sarà lo stato dell’Agricoltura anche in questo caso? Il Leggitore esperto, che previene le mie idee avanti di enunziarle, può da se stesso con tutta facilità argomentarlo. Egli può altresì inferire, che quando una sola di queste due classi viene illuminata, lasciandone l’altra fra gli errori sparsi, e diffusi, nasce per necessità un contrasto di luce, e di tenebre, che suscita diversi partiti, il disordine acquista forza dallo spirito della diffensione, e la verità oppresa dalla folla de’ pregiudizi, viene finalmente a soccombere, acquistandosi in aggiunta la taccia di sediziosa, ed inquieta. Riuniamo ora in un solo punto di vista l’ammasso delle nostre idee. Il piano d’una saggia istruzione per fare apprendere a’ nostri contadini i principi, e la pratica d’una buona Agricoltura si rende indispensabile, perché essendo essa un’arte, dee essere eseguita con direzione, con fondamento, con metodo; perché quest’arte è presso noi delle più trascurate, e perché in fine e delle più necessarie, e delle più utili all’uomo. Rivolgiamoci dunque con tutto l’ardore a questa sorgente di beni incomparabili: studiamo l’Agricoltura noi tutti che destinati a convivere co’ nostri simili, dai santi vincoli della Natura siamo astretti a promuovere i loro vantaggi: la studino quelli del rango a noi superiore, e ci servano di esemplare, e di guida nel sentiere delle utili perquisizioni: l’apprendano quelli dell’infima classe, ed imparino ad essere cittadini operosi, senza servire di peso, e di aggravio agli altri. Uomini, quali noi siamo applichiamoci all’Agricoltura: ella è questa l’occupazione più degna di un’anima, che antepone ad una stupida indolenza, il piacere di concorrere alla comune felicità. Lo studio dell’Agricoltura divenga d’ora in poi lo studio dominante della Nazione: unisca esso la divergenza di tanti effimeri nostri desiderj, concentri nel suo vero oggetto la penosa ansietà delle nostre brame, ottenga la preminenza sopra la moltitudine delle inutili intraprese. Divenghiamo Agricoltori per massima di Stato, per tendenza di genio, per forza d’istituzione, per necessità di sussistenza, per eccitamento delle popolazioni contigue; e con tali ottime disposizioni entriamo ad indagare quale sia il mezzo più facile, ed insieme il più conducente al gran fine, che ci siamo proposto.


*    “Perché questa è l’occupazione, questa la meta cui dobbiamo tendere, grandi e piccini, se vogliamo viver cari alla patria e cari a noi stessi” Orazio, Epistole, Libro I, III 28-29, versione Tito Calamarino.

*    Bernard Le Bouyer de Fontenelle, Éloge de Nicola Lémery, Histoire de l’Académie royale des sciences, 1715. Bernard Le Bouyer de Fontenelle (1657-1757), segretario dell’Accademia francese delle scienze dal 1699 al 1740. Nicolas Lémery (1645-1715), chimico.

*    Jean Bertrand, Essai sur les questions proposées l’année 1759 par la Société oeconomique de Berne: Les raisons, qui doivent engager la Suisse, par préférence, à la culture des bleds, Recueil de mémoires, Zurigo 1760 pag 101.

 

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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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