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VENETO Storia e arte a SAN MARTINO DI LUPARI (PD)

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Il comune di San Martino di Lupari si trova nel cuore della provincia di Padova. Dati generali: Cap: 35018, Prefisso: 049, Codice catastale: I008, Codice istat: 028077, Sigla provincia: PD, Numero abitanti: 13.061, Densità demografica: 538 abitanti/kmq, Denominazione abitanti: luparensi o sanmartinari, Superficie: 24kmq, Altitudine: 41m s.l.m., Latitudine: 45° 39’ 0” N, Longitudine: 11° 51’ 0” E, Festa patronale: San Martino di Tour, 11 novembre.
 
Cenni storici 
 
Origini 
Il territorio di San Martino di Lupari fu abitato nel periodo di transizione fra l’epoca del Bronzo Medio (1600-1300 a. C.) e quella del Bronzo Recente (1300-1150 a. C.). Lo testimoniano i resti archeologici del villaggio arginato delle Motte di Campagnalta che fu innalzato fra il XIII e il XII secolo a. C. Nello stesso periodo anche nelle altre località luparensi di Lovari (Via Mottarella) e Campretto (Via Motta Fiorina) si stanziarono villaggi arginati di minore importanza sui quali si sono sovrapposti nel medioevo strutture difensive arginate.
 
Periodo romano 
La presenza romana è documentata almeno dal I sec. a. C. per la presenza d’importanti strade consolari che diedero origine alla centuriazione della zona (Postumia, Valsugana e Aurelia), ma anche di alcuni insediamenti rinvenuti negli anni ’70 e ’90 del Novecento a Borghetto, Campretto, Campagnalta e Abbazia Pisani.
Il territorio comunale di S. Martino di Lupari rientrava nel settore sud-occidentale della centuriazione di Cittadella, nota agli studiosi come graticolato Trans Medoacus.
 
Epoca barbarica 
I Longobardi giunsero in questa zona nel VI secolo d.C provenendo da Treviso tentando di strappare ai Bizantini il territorio padovano. Della presenza dei Bizantini e dei Longobardi rimangono soprattutto tre tipi di tracce: i reperti archeologici che si trovano nelle chiese di Abbazia Pisani e Borghetto e della vicina chiesa di S. Pietro di Castello di Godego. I titoli agiografici S. Eufemia ad Abbazia Pisani, S. Massimo di Cittanova d’Istria a Borghetto, S. Giorgio e S. Nicolò a Campretto e lo stesso S. Martino di Tours nel capoluogo. I relitti toponomastici longobardi sopravissuti come braida e braido. 
Il medioevo 
Il primo documento che menziona esplicitamente S. Martino di Lupari è un atto di donazione all’abbazia di S. Pietro e S. Eufemia di Villanova (Abbazia Pisani) redatto il 29 aprile 1085. Con questa munifica donazione i capostipiti delle famiglie da Onara e da Romano (Ezzelini) e i da Camposampiero fanno luce per la prima volta sull’esistenza di numerosi villaggi e località nei quali vantavano possedimenti. Nel 1085 il paese è ricordato col toponimo Luvaro e i beni ivi posseduti dalle due famiglie feudatarie confinano con quelli situati a Villa del Conte, Onara, Fontane (Rio Bianco), Tombolo, Galliera e Scandolara (Borghetto).
In Luvaro i nobili donatori possedevano numerose fattorie e latifondi; sedici di queste (massaricias) sono donate alla vicina abbazia assieme ai conduttori e ai coloni che le avevano ricevute in affitto. Fra le chiese campestri donate all’abbazia ve ne sono alcune che in origine erano appartenute alla pieve luparense, ma che nell’XI secolo erano passate sotto il controllo degli Ezzelini e dei Camposampiero.
Il titolo agiografico S. Martino è documentato per la prima volta nella bolla pontificia del 3 maggio 1152, rilasciata dal pontefice Eugenio III al vescovo trevigiano Bonifacio. All’interno del vasto territorio dell’arcipretato luparense dall’XI secolo vi è la presenza monastica cluniacense di Abbazia Pisani, supportata come si è visto dagli Ezzelini e dai da Camposampiero.  
Gli antichi villaggi 
Gli antichi villaggi presenti nel territorio di S. Martino di Lupari e il suo arcipretato si possono suddividere in due categorie: quelli che si trovano ancora oggi entro i confini del comune e della parrocchia di San Martino di Lupari e quelli che in varie epoche si distaccarono, divenendo comuni e parrocchie autonome.
Nel primo gruppo rientra il capoluogo distinto fin dalla fine del ‘200 in due diverse località separate dal corso d’acqua del Rio Macello (attuale Viale Europa). Quella a ovest era soggetta a Cittadella e quindi a Padova era detta Padovana, l’altra sottoposta a Castelfranco e quindi a Treviso in direzione est era detta Trevisana; questa divisione rimase vigente fino al 1810. 
Nella porzione della Padovana si trovava la chiesa arcipretale, detta Chiesa Storica, progettata dall’architetto veneziano Giorgio Massari. Custodiva pregevoli dipinti in gran parte restaurati e trasferiti nel vicino Duomo dedicato a Cristo Re. Nella Trevisana vi era la medioevale chiesetta di S. Maria delle Grazie documentata per la prima volta nella metà del Trecento e demolita nell’’Ottocento. A sud-ovest del capoluogo si trova Lovari che nel 1085 possedeva una piccola chiesa dedicata al Beato Leonardo di Lovari. Era sorta presso l’attuale Via Mottarella, in mezzo all’antico terrapieno fortificato (castrum) eretto durante l’epoca del Bronzo e ripristinato nel medioevo quale primo nucleo abitato della località. Nella seconda metà del Settecento però la chiesa era ridotta a un cumulo di macerie. Campretto nel medioevo era il villaggio più esteso, con fortificazione recintata, due chiese e molti abitanti. Dopo la distruzione del villaggio e della fortificazione per opera di Ezzelino III avvenuta nel 1246, perse d’importanza a favore del nascente villaggio di Monastiero. I due antichi oratori erano dedicati a S. Giorgio di Campretto e S. Nicolò. Il primo fu ceduto nel 1155 all’abazia di S. Benedetto Po, e poi all’abbazia di S. Eufemia, il secondo fu distrutto dal Tiranno.  
Campagnalta era detta Campagna di S. Martin. Non ebbe mai nell’antichità un centro di culto proprio e un nucleo residenziale consistente a causa dell’assenza di corsi d’acqua e del precoce acquisto latifondista dei patrizi Gradenigo. In epoca altomedievale vi era la scomparsa chiesetta di S. Colomba sorta sulla Postumia e per la quale anche nel Cinquecento sorsero lotte di supremazia fra il parroco di Galliera e l’arciprete luparense.
Fino al 1425 rientrava nella pieve un gruppo di villaggi che orano formano comuni o parrocchie autonome.
Al primo posto si ricorda l’antico villaggio di Crefanesco che si raccoglieva nella chiesa di S. Giacomo, ancora esistente lungo l’omonima via in località Villetta (piccolo villaggio) di Galliera Veneta. Assorbito dalla vicina contrada di Galliera, questa comunità cessò di esistere nella seconda metà del Trecento.
Galliera (Veneta) menzionata nel 1085 ha avuto per santa titolare S. Maria Maddalena. Nel 1425 i gallierani, uniti agli abitanti di Crefanesco, ottennero l’indipendenza spirituale, preludio di quella temporale, dopo una lunga lotta con gli arcipreti luparensi che fu arbitrata dal vescovo Benedetto Giovanni.
Tombolo nel 1085 passa nella prebenda di Abbazia Pisani con la chiesa dedicata in origine al raro e inconsueto titolo del patriarca Abramo, mentre nel 1152 lo era a S. Andrea apostolo. Si staccò da S. Martimo nel 1425, ma rimase sotto il protettorato di Abbazia Pisani fino al primo decennio del 1607, quando divenne parrocchia autonoma.
Borghetto nel 1085 era suddiviso in cinque piccole località (Scandolara, Burgetto, Isola, Isoletta e Borgo Allocco) e la sua storia era incentrata sull’oratorio di S. Massimo. Inserito nella prebenda monastica di Abbazia Pisani, Borghetto ha acquisito la prerogativa di parrocchia nel 1946 e la sua nuova chiesa è dedicata a S. Giovanni Bosco.
Abbazia Pisani, sede della celebre abbazia di S. Pietro e S. Eufemia di Villanova, ebbe due chiese dedicate ai santi titolari dell’abbazia. Nel 1932 divenne parrocchia staccandosi dall’arcipretato luparense.
Infine è da ricordare il villaggio medioevale di Villa Balda, già pertinenza degli arcipreti luparensi prima che i patrizi Morosini si ritagliassero a Sant’Anna Morosina la loro contea all’inizio del XVI secolo.
 
I monumenti architettonici e le opere d’arte 
Il centro monumentale più antico del paese è rappresentato dalla chiesa storica, che sorge sulle rovine di almeno altri edifici precedenti, tutti dedicati a S. Martino di Tours.
Edificata col concorso della popolazione e l’acribia di tre arcipreti, la chiesa fu progettata verso il 1729 dall’architetto veneziano Giorgio Massari, assieme alla vicina casa canonica – dai più attribuita erroneamente all’architetto castellano Francesco Maria Preti – Il 1 maggio 1774 la chiesa non era ancora ultimata, ma il nuovo arciprete veneziano Antonio Tonati decideva ugualmente di farla consacrare dal vescovo trevigiano Paolo Francesco Giustiniani, rinviando di alcuni anni la conclusione dei lavori. Alla fine il risultato fu grandioso: sei imponenti altari di marmo bianco campeggiavano sulle cappelle laterali della chiesa ad aula unica, mentre nel presbiterio troneggiava il grande altare policromo alla romana, circondato dal coro ligneo. Nel nuovo edificio furono preservate e custodite le principali opere d’arte scultoree e pittoriche del Seicento, come la statua marmorea di S. Antonio col bambino Gesù del 1669, realizzata da Domenico Sartorio. Nel Settecento furono commissionate importanti opere pittoriche a valenti artisti come Giuseppe Nogari, Jacopo Guarana, Domenico Fedeli detto il Maggiotto, Francesco Zugno, Pietro Antonio Novelli e il figlio Francesco, che dipinse i 12 ritratti degli arcipreti luparensi che ressero la pieve dal 1564 al 1784.
Grandioso e pregevole è anche l’imponente affresco policromo presente nel soffitto della chiesa, eseguito dal bellunese Gaspare Diziani verso il 1750, opera che è stata restaurata e recuperata da alcuni anni. Durante l’Ottocento furono eseguite altre pale, di minore pregio delle precedenti, e in seguito alla demolizione dell’oratorio della Madonna delle Grazie fu trasferita nella chiesa anche la quattrocentesca statua lignea della Vergine con bambino. All’esterno della chiesa si trova il campanile seicentesco, più volte restaurato, che custodisce l’orologio costruito dal bassanese Bartolomeo Ferracina nel 1734.
A poche centinaia di metri dalla chiesa storica si trova il duomo romanico, intitolato a Cristo Re e a S. Martino vescovo di Tour, progettato negli anni Venti dall’architetto Candiani e consacrato ne1958. Fra i capolavori di maggior pregio spiccano gli affreschi di Bruno Saetti realizzati nella cappella del Sacro Cuore nel biennio 1942-44 con l’ausilio del pittore locale Ulisse Salvador e quelli del veronese Pino Casarini, eseguiti nella cappella del Crocifisso nel 1949. Pregevoli sono i mosaici eseguiti dall’artista Angelo Gatto: grandioso e imponente quello del catino dell’abside; delicati sono, invece, i 14 quadri della Via Crucis collocati sulle pareti, graffiti e i chiaroscuri presenti nella cappellina della Madonna delle Grazie e il mosaico che ritrae il vescovo Carlo Agostini.

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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

3 thoughts on “VENETO Storia e arte a SAN MARTINO DI LUPARI (PD)

  1. Ho letto un accenno fugace sul campanile di S. Martino. Corre voce che l’ultimo terremo dell’Emilia abbia provocato importanti lesioni alla struttura e che si renda necessario porvi mano. Ha qualche notizia in merito? E’ del 1425, come trovo scritto in varie parti, o dell’inizio del 1600 come ha scritto lei nel volume blu di S. Martino di Lupari che si occupa degli edifici sacri della parrocchia?

    • E’ vero che l’ultimo terremoto ha provocato seri danni al campanile. La parrocchia, con la supervisione della Soprintendeza, sta provvedendo a mettere in sicurezza la cella campanaria. Il campanile è dell’inizio del ‘600 come attestano i documenti che ho raccolto e descritto nel volume della Storia di S. Martino edito nel 1998. Coloro che hanno scritto che è del ‘400 hanno preso un abbaglio copiando dallo storico trevigiano Carlo Agnoletti (Trevido e le sue Pievi) del 1898.

  2. E’ da qualche mese che la cella campanaria del campanile di S. Martino di Lupari è sigillata per evitare crolli. Speriamo che ci siano denari sufficienti per rimettere in sicurezza la torre che, tra l’altro, è muta perché le campane sono suonano più.

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