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SICILIA CALAMONACI (AG)

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Testo di Giovanni Moroni
Storia

Calamònaci piccolo centro siciliano, vicino a Sciacca, in provincia di Agrigento da cui dista 50 chilometri. Gli abitanti ammontano a 1500 circa. L’abitato sorge a 307 metri d’altitudine, poco distante dal mar Mediterraneo. Confina il suo territorio con: Ribera, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Villafranca Sicula e Burgio. Centro prevalentemente agricolo coltivato a: oliveti, mandorleti, vigneti e in piccola parte seminativo, con una porzione di bosco nel versante del pizzo Canalicchio.
Il nome di Calamonaci è stato ricondotto a diverse etimologie: Nicotra, accogliendo una tradizione popolare, lo fa derivare da “calata dei monaci”, secondo questa ipotesi il terreno su cui sorge Calamonaci sarebbe appartenuto ad alcuni monaci della vicina Caltabellotta, che ogni tanto discendevano (calavano) per attendere alle colture e ai raccolti; Calvaruso lo fa derivare da Kal-at Munach; fortezza di fermata o di sosta; stazione di fermata dove si rilevano i cavalli; Giunta ne identifica il sito con Qal’at ‘Abd al-Mumin; una delle città bizantine ribellatesi alla conquista musulmana dell’860 assieme a Platani e Caltabellotta. Infine Alessio ha sostenuto la derivazione dal greco moderno kalamo, che significa ‘canneto’.
Il paese di Calamònaci nasce nel XVI secolo nel territorio del feudo omonimo. Il suo sviluppo nelle campagne dell’agrigentino situate tra i fiumi Magazzolo e Verdura avviene nel corso di quel ritorno alla terra che caratterizza una parte considerevole della storia economica e sociale siciliana fino agli inizi del XVIII secolo, all’insegna di rinnovati impulsi allo sfruttamento delle risorse agricole e alle strategie demografiche. «Oltre al bisogno di disporre di forza lavoro i feudatari avevano un interesse politico a tenere feudi “nobili”, (popolati da vassalli), poiché questi davano diritto d’accesso e di voto in Parlamento. Perciò, oltre ad acquistare casali abitati, essi chiedevano alla corona la licentia populandi, che conferiva la facoltà di accogliere nei feudi nuovi abitatori».
Il 6 febbraio 1574 il Presidente del regno Carlo D’Aragona concedeva così al barone Antonino de Termini la facoltà di popolare il feudo di Calamònaci. Nell’atto di concessione, oltre al consueto formulario – con l’impegno di incrementare la popolazione, gli edifici abitabili, la produzione frumentaria (da destinare al vicino caricatore di Sciacca), di costruire un castello e le carceri – si accenna pure alle preesistenze in quo alias habitatione fuerat.
Il feudo di Calamònaci confinava a nord con il feudo della Culla (Lucca Sicula), località pizzo Canalicchio, e con il feudo della Salina, a sud con il feudo di Scilinda (Ribera), località trazzera Margio, a est con il feudo della Gulfa ed ad ovest col feudo di Troccoli (Sant’Anna di Caltabellotta) e il fiume Verdura. Alla rettifica del catasto, avvenuta nel 1846, all’antico territorio si sono aggiunti gli ex feudi Gulfa e Donna Superiore che facevano parte del territorio di Caltabellotta.
Giovanni Luca Barbieri, nei suoi Capibrevi compilati nel 1513, fa risalire l’origine del feudo sive casale de Calamonachj al 1296. In realtà troviamo alcune tracce sin dal 1152, in un  documento redatto in lingua araba, riguardante un mandato regio rivolto al Governatore (âmil) di Sciacca, perché portasse a composizione una lite, sorta tra il Signore (sahib) di Calamònaci e i Monaci di S. Giorgio di Troccoli.
La scelta dell’ubicazione della nuova Terra del 1574 è stata forse determinata dalla preesistenza di un altro casale, in quel momento abbandonato; casale che aveva costituito probabilmente il luogo di abitazione di una delle due parti del feudo che nel 1419 Francisca Spallitta ereditò dal marito Giovanni Inveges. Di sicuro avranno però influito sia la comodità di quel sito (lungo la strada che da Caltabellotta conduceva ad Agrigento e s’incrociava con le due trazzere che portavano a Burgio, Villafranca e Bivona) sia la presenza di una sorgente d’acqua (ancora oggi denominata lu Canali e meta, tra l’altro, fino a pochi anni fa, di erogazione idrica giornaliera, luogo di abbeveraggio degli animali e lavatoio).
Dal Barbieri apprendiamo ancora che il feudo sive casale de Calamonachj fu concesso, assieme alla Terra di Caltabellotta, dal Re Giacomo a Berengario Villaragut. Entrambi i possedimenti tornarono alla Regia Corte dopo la successione al trono di Federico, fratello di Giacomo. Lo stesso Re Giacomo, con privilegio del 31 marzo 1296, concesse a Berengario De Spuches il feudo con l’annesso casale, che passarono successivamente agli Inveges, sino al 1419, quando appunto Francesca Spallitta, per la morte del marito, si aggiudicò metà della proprietà, e quindi alla famiglia de Ferrerio e Marinis per matrimonio contratto da Margherita Inveges con Giovannetto de Ferrerio e Marino. Il 30 Giugno 1509 Antonino de Termini s’investì del feudo per donazione fattagli da Bernardino e Giovanna Termini, già moglie di Pietro Sabia.
Successivamente al privilegio viceregio non riscontriamo traccia documentaria o altri segni di vita, forse a causa della peste imperante dal 1574 al 1576, che determinerà anche la dedica della prima chiesa a san Rocco, patrono degli appestati. Dalla documentazione disponibile riscontriamo in effetti che il paese è edificato solamente nel 1577 e non nel 1574, anno della licentia populandi.
Nel 1582 abbiamo le prime notizie degli abitanti della nuova Terra e della presenza d’inquilini provenienti da diverse località: da Corleone i Guarnera, da Burgio i Rabuino e De Pinello, da Palazzo Adriano i De Giorgio, da Sciacca i La Mantia; mentre da Villafranca proviene la parte più cospicua dei nuovi abitanti: i De Xacca, De Grado, De Leo, Fanara.
Dieci anni dopo la concessione della licentia populandi, il figlio del fondatore, Bernardino de Termini e Ferreri, esattamente il 9 luglio 1584, aveva chiesto e ottennuto dal Vescovo Don Antonio Lombardo la bolla di fondazione dell’arcipretura, obbligandosi a erigere una chiesa dedicata a san Vincenzo Ferrer, dotata di una salma di terra, stanziando dieci onze pro fabricanda et Edificanda domo pro preditto Archipresbitero e assicurandone altre dodici per ciascun anno successivo. La chiesa non fu eretta subito; missa e divina officia continuarono a essere celebrati nella chiesa di san Rocco.
Lo stesso Bernardino, il 16 novembre 1585, su concessione del vescovo, fonda il convento dei Padri Carmelitani sub titulo Sante marie annuntiate in ecclesia santi rocci, dotandolo di venti onze per la costruzione dell’edificio e di altre dodici per la sussistenza dei frati. La prima chiesa di san Rocco sarà inglobata dai carmelitani nel blocco dell’edificio conventuale: luogo e culto del “santo della peste”» si avvieranno così a uscire gradualmente dalla scena devozionale del paese che, non senza talune significative ambivalenze, sarà disciplinata attorno alla santità patronale auspicata dai signori del feudo.
Questo stato di cose si manterrà nella sostanza immutato anche quando l’11 settembre 1598, in seguito al fallimento della casa Termini e Ferreri, il feudo di Calamònaci verrà venduto a don Vespasiano de Spuches, il quale otterrà la riconferma viceregia per ripopolarlo nel 1600.
Dal primo rivelo (censimento) del 1593 ricaviamo che la popolazione di Calamònaci ammontava a 140 persone. Il barone de Spuches, successivamente alla conferma viceregia, si preoccuperà di incrementarla, portandola ai 446 del 1607. Nel 1623, sempre dai dati dei riveli, constatiamo la presenza di nuove famiglie provenienti da Caltabellotta (Marino, Montalbano, lo Rizzuto, Augello, lo Vitrano, Matinella, Maniscalco, Sciortino, Mauceri, di Piazza e i d’Angelo), da Burgio (di Michele, la Genca) e da Mezzoiuso (lo Cottitto). Molte di queste dimoreranno temporaneamente a Calamònaci, per trasferirsi nei nuovi centri di fondazione primo-seicentesca: Ribera, Cattolica, Lucca e Sant’Anna. In base a ciò, anche se nel 1681, malgrado le precedenti ondate di peste che avevano colpito tutto il circondario, si era giunti a quota 1013, si assisterà a un’inevitabile flessione demografica, per poi vedere ristabilirsi la curva di crescita. Ciò sin alla fine del XIX secolo (1892) quando inizierà la prima fase d’emigrazione per le Americhe che avrà il suo punto massimo dal 1905 alle soglie della Ia guerra mondiale 1913.
            Conseguentemente all’abolizione della feudalità, luglio 1812, la vita economica di Calamònaci, da secoli monopolio di baroni e di affittuari, si trovò sottoposta alla funzione sociale economica di una struttura politica, quella municipale.  In realtà i municipi iniziarono la loro funzione nel 1820.
Attualmente gli abitanti sono 1395, i primi dati demografici sono 59 (1566), 145 (1593), 446 (1607), 409 (1623), 395 (1649), 782 (1636), 669 (1652), 614 (1713), 980 (1748), 989 (1757), 780 (1798), 751 (1831), 828 (1863), 881 (1875), 1363 (1901), 1513 (1931), 2005 (1951), 1522 (2001).

Arte

La nuova Chiesa Madre, si trova nella parte centrale est del centro storico. I lavori di costruzione proseguirono lentamente in 3 rate successive: I fase dal 1748 al 1757; II fase dal 1795 al 1810; III fase dal 1810 al 1824 anno in cui fu inaugurata.
All’interno è decorata con stucchi da maestranze burgitane Vaccaro e Pisano, inoltre due altari (S. Giuseppe e l’altare maggiore) sono rivestiti con vetri misti decorati.  Degni di nota ritroviamo: il putto- Angioletto che regge l’acquasantiera, in alabastro del XVI sec., autore ignoto, entrando a sin., certamente proveniente dalla vecchia chiesa Madre; la statua di San Giuseppe e Bambino, in legno dipinto del XVIII sec. d’autore ignoto, primo altare a sin., (bastone d’argento proprietà privata, manifattura palermitana); la statua di San Antonio di Padova con Bambino, in legno dipinto e telo del 1817 di Calogero Madracchia saccense, prima nicchia sin.; la tela anime del Purgatorio, XVII sec, d’autore ignoto, di dimensioni 2.50 X 3.00 m., secondo altare sin., cornice della tela delle anime del Purgatorio, in legno – stucco dorato – dipinto di dimensioni 2.80 X 3.50 m., XVIII sec. ignoto, secondo altare sin., (in corso di restauro); la statua del Crocifisso, in legno dipinto, eseguita nel 1878 dallo scultore Vincenzo Genovese (Palermo), terzo altare sin., (corona d’argento manifattura palermitana); la statua dell’Immacolata, in legno dipinto, dorato e laccato, XVII sec., autore ignoto, nicchia a sinistra dell’abside, (corona d’argento ‘800); la statua di San Vincenzo Ferreri, legno dipinto e dorato, XVI sec. ignoto, nicchia sull’altare maggiore, (fiamma d’argento – fiamma d’oro); la statua di San Michele Arcangelo, legno dipinto e dorato, XVII sec. ignoto, nicchia a destra dell’abside, (spada d’argento – campanelle d’argento); la statua di San Giovanni Battista, legno dorato e dipinto, XVII sec., prima nicchia destra, (stendardo – aureola dorata – campanelle d’argento); la statua della B.M.V. Carmine e San Simeone Stok, legno dipinto, eseguita nel 1866 dallo scultore Vincenzo Genovese (Palermo), secondo altare destra, (corone d’argento – 2 abitini); tabernacolo mobile, (in uso nella settimana santa) legno dorato e dipinto, inizio XIX sec.; fonte battesimale, in pietra calcarea burgitana –XVI sec., (in disuso, sistemato in deposito).
 
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Giovanni Moroni, Impiegato regione siciliana, ricercatore d’archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia della Sicilia e oltre.

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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

3 thoughts on “SICILIA CALAMONACI (AG)

  1. E. Un. Paese straordinario visitatelo e ne. Rimanete. Soddisfatti parola di. Russo. Salvatore Classe. 1970

  2. Di questi tempi a chi non piacerebbe fare un bel viaggetto in Sicilia o in Sardegna.

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