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PASINATO G. B., Memorie sopra la nebbia dei vegetabili (2^ parte)

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ARTICOLO II.
 
Quali sieno le cause, da cui deriva la Nebbia de’ vegetabili.
 
            Quel torrente invisibile di vapori, di esalazioni, di parte assottigliate, volatilizzate, e disciolte, che per l’azione insieme, e per la combinazione del fuoco si staccano continuamente dalla superficie del nostro globo terracqueo, che s’innalzano al di sopra di noi, sostentandovisi ad una lor proporzionata altezza, e che formano quella chimica dissoluzione, cui l’aria serve di mestruo, e quel tutto omogeneo composto dalle emanazioni, e dagli estratti di tutti i corpi; quel torrente, io dico, da cui procedono le più terribili, e spaventose Meteore, le caligini più ostinate, i turbini, gli uragani, i venti, le procelle, i gonfiamenti del mare, le escrescenze, i tuoni, i lampi, le folgori con tutte le enfatiche impressioni, egli è desso altresì la cagione della Nebbia, vale a dire della più crudel malattia de’ nostri vegetabili. Io non posseggo né quella profondità di talento, né quella vastità di cognizioni, che sarebbon necessarie per seguire appuntino i dettagli della Natura in una operazione sì meravigliosa insieme e tremenda. Non saprò io spiegare, come dal misto confuso di tante eterogenee sostanze, dalle acque, dai bitumi, dai minerali, dagli zolfi, e da quanti si noverano corpi, elementi, materie in tutti e tre i vastissimi Regni abbiano continuamente a sublimarsi umidi vapori, emanazioni sottili, spiriti acrimoniosi, gas infiammabili, esalazioni sulfuree, piritose, metalliche: un mistero egli è questo, che rimane tuttavia celato fra le cose inaccessibili all’umano intendimento. Quello, che dalle fisiche nostre ricerche abbiam potuto con sicurezza raccontare, si è. 1. Che il fuoco è l’agente immediato non solo, ma uno altresì de’ principali ingredienti, che formano questa imponente Metamorfosi: di modo che noi possiamo riguardare i vapori generalmente presi per la dissoluzione di tutti i composti tanto solidi, che fluidi, come un misto particolare prodotto per la combinazione del fuoco, principio, con le stesse emanazioni de’ corpi. 2. Che questi medesimi vapori, dopo d’esser divenuti tali, si uniscono per una combinazione la più intima, ossia per una vera chimica dissoluzione agli elementi dell’aria: della qual chimica dissoluzione indizj non equivoci ne sono e la perfetta loro trasparenza, e la totale loro disparizione, e l’intima adesione con l’aria stessa, malgrado la differenza della loro specifica gravità. 3. Finalmente, che il fuoco libero, o dirò meglio il calore, il quale aumenta la forza dissolvente di quasi[1] tutti i mestrui, accresce altresì la forza dissolvente dell’aria per rapporto ai vapori.
            Da queste verità fondamentali comprovate con le più severe, e circostanziate sperienze ne risultano due interessanti corollarj, necessarj al rischiaramento di questo Articolo. Egli ne deriva in primo luogo, che quanto più i corpi dissolubili sono essi penetrati dal fuoco, o per l’azione de’ raggi solari, o per l’interno sotterraneo calore del globo, o per l’intestina fermentazione delle loro parti tanto maggior copia di vapori sono essi disposti a tramandare, ed effettivamente tramandano. Ne siegue in secondo luogo, che quanto più l’aria è accesa, ed infiammata, accrescendosi per tal via la sua forza dissolvente, tanto maggior quantità di vapori si rende ella atta ad assorbire. Conseguenze poco riflettute dal volgo, e dalla plebe; ma altrettanto note alle persone versate in questo ramo di sapere. Perciò se io mi sforzassi di dare ad intendere ad un uomo rozzo e senza cognizioni, che nel meriggio d’un giorno il più cocente della State, tra i raggi soffocanti del sollione, quando tutte le campagne divampano per la veemente arsura, in allora appunto l’aria contiene in se una quantità di acqua eccedentemente maggiore di quello che sia nella rinfrescante aurora d’un giorno di Primavera, quando ogni cosa è aspersa di sovrabbondante rugiada. Questo uomo crederebbe, ch’io volessi giuocarmi della sua semplicità, ed avrei un bel che fare a mettergli in capo una cosa tanto reale, e che a’ giorni nostri è incontrastabilmente dimostrata. Ma se parlerò a Fisici illuminati, a Filosofi pensatori, ad uomini istrutti quanto basta delle chimiche operazioni della Natura, mi presteranno tosto il loro assenso, quando io ricordi loro: che il calore aggiunge forza a’ mestrui, che l’aria è il vero mestruo de’ vapori, e che in tanta maggior copia ella se ne carica, quanto più intenso, ed avvalorato è il grado del suo calore.
            E posciaché la cognizione di questo chimico lavoro della Natura può spargere molta luce sulla pratica del presente Argomento, non sarà che giovevole il rapportar nella qui appresso tabella, ch’è il risultato di varie mie sperienze fatte in altro tempo, e per tutt’altro oggetto, il peso de’ vapori in grani, e frazioni decimali di grano, di cui è capace di caricarsi un piede cubico di aria, secondo i varj gradi di calore, da cui viene animata e rinvigorita, cominciando dal grado 6 sotto lo zero secondo il Termometro di Réaumur, e ascendendo di tre in tre gradi fino al grado 33 sopra lo zero.
 
T A V O L A
Del peso de’ Vapori, che può sostenere un piede cubico
di aria secondo il vario grado del suo calore.
Gr. del Term.
Peso de’ vapori in Grani ec.
-6
4
-3
5
0
5
3
6
6
7
9
9
12
10
15
11
18
13
21
14
24
16
27
18
30
20
33
23
           
Dalla presente tabella si rileva, che per saturare un piede cubico di aria, la quale sia al freddo di 6 gradi sotto il punto della congelazione, bastano grani 4di acqua ridotta in vapori: doveché se si riscalda questo medesimo piede cubico di aria fino al grado 33 sopra lo zero, è capace di sostenere grani 23, cioè una quantità di vapori quasi sei volte maggiore di prima.
            Premesse queste indispensabili notizie, per meglio conoscere come siffatti vapori sieno dessi la causa producente la Nebbia delle piante, conviene d’avantaggio seguirne le successive modificazioni. Quando dunque, essendo l’aria fortemente riscaldata, sopravvenga un subito freddo per qual siasi cagione, allora la forza dissolvente dell’aria rimane tosto indebolita; allora non può ella più sostenere quella copia di vapori così abbondante che sostenea per avanti; allora costretti sono i vapori medesimi a precipitare immantinente dagli elementi dell’aria; si uniscono quindi tra se stessi, si attaccano a’ corpi contigui in proporzione dell’affinità, che hanno questi cogli stessi vapori; e lasciando nel medesimo istante la loro elasticità, e la loro trasparenza che aveano comune con l’aria, si appalesano sotto la forma o di caligine, o di nuvole, o di rugiada[2], o di pioggia.
            Non entrerò ad indagar con minute ricerche la cagione per cui i vapori elastici, che tali si chiamano finché sono uniti agli elementi dell’aria, e formano con essa un tutto omogeneo, alle volte si riducano immediatamente in vapori concreti, vale a dire in minutissime gocciole, come ne vediamo una prova nella rugiada, la quale risulta dalla immediata condensazione del vapore elastico; ed alle volte si trasformino prima in vapori vescicolari, che così appunto vengono chiamati da parecchi Fisici moderni i vapori, che costituiscono le caligini, e le nuvole. Siffate ricerche, oltr’a che non hanno una molto grande influenza sul discioglimento del Problema, che ora trattiamo, noi non saremmo neppure in grado di spiegarle in una maniera appieno soddisfacente. Siamo troppo lontani dall’avere delle nozioni distinte sopra ciò, che tanto si appressa alla struttura intima, ed elementare de’ corpi; e i nostri ragionamenti sarebbero più appoggiati alla conghiettura, che all’esperienza. Pure se in mancanza di prove dirette può valere in qualche conto anche la conghiettura, direi, che se i vapori elastici nell’atto stesso, che si disgiungono dalle molecule dell’aria, si separano altresì dal fuoco elettrico, vengono immediatamente a cambiarsi in vapori concreti: se poi, dividendosi dalle particelle dell’aria, rimangono tuttavia uniti al fluido elettrico, si trasformano in vapori vescicolari; e tosto poi, che arrivano a segregarsi anche dal fuoco elettrico[3] si risolvono in vapori concreti.
            Quello, che più sicuramente ci consta, e che al proposito nostro importa molto sapere, si è, che né i vapori elastici, né i vapori vescicolari, finché si conservano tali, né passano più oltre, non sono gran fatto nocivi alle piante, od almeno non sono atti a produrre la malattia della Nebbia. Poiché se la Nebbia consiste, come abbiamo più sopra osservato, nella ostruzione di que’ vasi, che destinati sono alla traspirazion delle piante, egli è ben chiaro, ed evidente, che né gli uni, né gli altri di questi vapori non possono avere tal forza d’impedire il libero corso alla traspirazione. Similmente quando passano allo stato di vapori concreti, cioè quando si convertono in minutissime gocciole di rugiada, o di pioggia, neppure in allora, generalmente parlando, sarebbero di nocumento a’ vegetabili, se fossero puramente vapori acquei. Ma siccome agli acquei vapori vanno per lo più mescolate esalazioni terree, crasse, vitrioliche, bituminose, sulfuree, così, attaccandosi queste agli steli, ai rami, alle foglie, ai frutti, e a tutte le altre parti esposte delle piante, vi si condensano sopra, e a guisa d’un impasto tenace, e viscoso ne sopprimono la tanto necessaria traspirazione.
            Non già che questo misto di vapori, e di esalazioni sia l’unica cagione d’un tale sconcerto: la sola intemperie dell’aria può giungere, anzi giunge bene spesso a produrre degli effetti analoghi. Una pioggia, per esempio, continuata per più giorni di seguito, senza essere se non se per poco interrotta, ritarda sempre la insensibile traspirazione, e cagiona quindi una specie di Nebbia alle piante. Quindi noi veggiamo, che negli anni molto piovosi le Campagne appajono sempre tinte d’un color pallido, bianchiccio, e smorto; e prima di noi avealo osservato il diligentissimo Hales[4], il quale così si esprime: “dans des longs temps pluvieux, et humides, sans mêlange de jour secs, l’humiditè trop abondante répandue autour des Houblons, les couvre de façon, qu’elle empêche en bonne partie la traspiration nécesaire des feuilles, la séve arrêtée croupit, se corrompt; et gâte beaucoup les plus belles Houblonieres. Ce cas arriva en 1723 pendant des pluies continuelles, qui durerent dix, ou quatorze jours, et commencerent environ le 15 de Juillet, après quatre mois de sécheresse”. Contuttociò forza è il confessare che la diminuzione, o l’interrompimento della traspirazione proveniente dalla sola intemperie dell’aria, quando una tale intemperie non sia troppo insistente, non pregiudica notabilmente alla vegetazione; mercecché il suo effetto non è per l’ordinario che un effetto puramente passeggiero, vale a dire, che la traspirazione resta solo diminuita, o interrotta per qualche tempo; ma cessata l’intemperie, le piante tornano di nuovo a traspirare, ed acquistano il ben essere di prima. Doveché i vapori, e le esalazioni, che si condensano sopra le piante, imprimono dei caratteri indelebili; i danni, che cagionano, sono permanenti; la traspirazione rimane costantemente soppressa; e la Natura non avendo con che sbarazzar le piante da quel tenace inviluppo, il malore diventa micidiale ai prodotti della vegetazione.
            Molte sono le circostanze particolari, in cui vengono determinati questi vapori, e queste esalazioni a produr la malattia della Nebbia, le quali tutte si riducono a questo generale principio, cioè, allo sbilancio, che apporta nell’aria un freddo improvviso dopo un caldo assai grande. E quindi tanto più infesta, e maligna sarà la causa del male, quanto più esorbitante sarà il divario del freddo, che sopravviene, in proporzione del calore, che ha preceduto. Per la qual cosa se tra i bollori d’un giorno estivo venga improvvisamente a cadere una fredda pioggia non molto abbondante, cui segua poscia a divampare il Sole, nulla più si ricerca perché le campagne restino percosse dalla nebbia. L’aria fortemente riscaldata era pregna d’una coppia abbondantissima di vapori; il subito freddo della pioggia diminuisce la forza dissolvente dell’aria; l’aria così snervata dal freddo abbandona tosto, e lascia precipitare una quantità grande di vapori; questi abbandonati dall’aria, si rappigliano immantinente, e si attaccano a tutte le parti esposte de’ vegetabili: il Sole, che sopraggiunge, comincia a restringer dal di sopra le piante, e a condensare questi vapori misti già d’eterogenee esalazioni, col ridurli in breve tempo ad una materia tenace e viscosa. Ed eccovi i vasi escretorj delle piante otturati, eccovi la traspirazione soppressa, eccovi in campo la Nebbia. A produr questo effetto concorre, non v’ha dubbio, in simili incontri eziandio la fermentazione del terreno. Un suolo arsiccio infiammato, divampante dall’eccessivo calor del Sole, se venga da una scarsa pioggia leggermente inumidito, bolle tantosto, esala, fermenta, mette un odore ingrato, e tramanda una impercettibile quantità di nocevoli effluvj, i quali non potendo esser riassorbiti dall’aria troppo in allora refrigerata, si spandono bassamente allo ‘ntorno a grave danno della vegetazione. Il simile un di presso succede, se avvien che l’incauto Coltivatore venga ad inaffiar le tenere pianticelle con acqua troppo frigida tra i cocenti ardori del Sole, e molto più se ha l’inavvertenza di aspergerne il gambo, e le foglie. Questo basta: ei distrugge in un momento una delle opere più maravigliose della Natura, ch’era forse il lavoro di più mesi; né le sue piante tarderanno di molto a fieramente risentirsene.
            La caligine stessa, quel vapor vescicolare, che fluttua tal fiata nella bassa nostra atmosfera, e che non differisce punto dalle nubi, se non per la individuale sua maggior gravità, essa pure reca il più delle volte molto detrimento alle nostre seminagioni. Dico il più delle volte; perché se questa caligine non fosse, che un risultato di soli acquei vapori, poco, o niun danno ne risentirebbero le piante: allo sparir della caligine si rasciugherebbe dal di sopra di esse la contratta umidità, e qui finirebbe il tutto. Dirò anche di più, che qualor questa caligine fosse composta di sole esalazioni terrestri senza il mescolamento di vapori acquei, ella non verrebbe gran fatto a danneggiar le campagne. Serva d’esempio la famosa caligine dell’anno 1783, la quale tuttoché densissima, universale, continua; pure, regolarmente parlando, quell’annata fu fertilissima d’ogni genere di prodotti. Questa caligine era secchissima; tale la indicavano tutti gl’Igrometri, i quali attorniati da essa si teneano costantemente al secco; e tale appunto dovea essere, come quella, che a giudizio de’ migliori Fisici[5] procedeva dalle continue effumazioni, o dirò meglio, dalle sublimazioni di minerali sostanze attenuate per un’intima effervescenza del Globo: ed essendo di sua natura asciutta, non potea formare sopra le piante quel viscoso glutine, che ottura i vasi della traspirazione. Ma posciaché le ordinarie caligini sono per lo più un composto di acquei vapori, e di secche esalazioni, così divengono esse il più delle volte rea cagione del morboso annebbiamento. Ma la caligine non può impedire … La caligine, torno a ripeterlo, finché si conserva nello stato di vapor vescicolare, non può notabilmente impedire il corso alla libera traspirazione: pure i vegetabili, che hanno tutti una grande affinità col fluido elettrico, qualor sieno attorniati da questo vapor caliginoso, a guisa di altrettanti Conduttori, gli spogliano della loro elettricità; spogliati della quale si convertono tosto in vapori concreti. E chi ha per iscopo di studiar la Natura, avrà ben mille volte osservato, che in mezzo a queste dense caligini le piante sono tutte intrise e grondanti di abbondantissimo umore; il quale, se venga condensato dal Sole, forma la desolazione, e lo sterminio de’ seminati.
            La rugiada in fine, tuttoché per se stessa molto benefica, quando non consti che di soli acquei vapori, in certe circostanze riesce ella pure di fatal detrimento alla vegetazione. La mescolanza delle esalazioni unite in certa dose ai rugiadosi vapori; il freddo intenso della notte, che sopravviene all’accensione del giorno antecedente; il novello divampar del Sole, che succede al notturno freddo; sono questi, secondo la già esposta Teoria, gl’immediati preparativi della crudel malattia. Le parti quindi de’ vegetabili le più esposte, o le più tenere sono le prime a risentirsene, si sconcerta l’ammirabile organizzazione, si formano degli acrimoniosi ristagni, si aprono delle insanabili fenditure, si riempiono di malefico empiastro le ferite, e la pianta così offesa e mal concia cade in uno stato il più deplorabile d’infermità, e di malore. Il che venne indicando il celebre Hartsoeker[6], allorché affermò, che “ces corps (i vegetabili) en se desséchante alors par la perte de leur suc, qui en sortent del blessures, qui y ont été faites, se met à l’entour en forme d’une espèce de miel noirâtre, paroissent noirs, et comme s’ils etoient brulés principalement si dans le jour, qui suit une sécheuse nuit, ils sont exposés à l’ardeur du soleil”.
            Ma affine di stabilire in una maniera la più incontrastabile che la causa della Nebbia sia veramente questo misto di esalazioni, e di vapori, che a guisa di glutinoso cemento si condensa alla superficie de’ vegetabili, procurai d’imitare artificiosamente la Natura, facendo uso della seguente sperienza. Sopra un bragiere di carboni accesi posi una sufficiente quantità di materie crasse, bituminose, sulfuree, dalle quali spiccossi tosto un denso fummigio, ch’io raccolsi, col porvi sopra un imbuto di collo ripiegato, e assai lungo, dirigendo l’estremità di questo collo, per dove usciva il fummo, al gambo di una pianta, affinché se ne rimanesse per ogni parte investita e circondata da questa fummosa caligine. Perché poi le esalazioni di queste materie fossero mescolate con degli acquei vapori, in conformità di quanto si opera dalla Natura, usai questo artificio. Allato del bragiere feci bollire un pentolino di acqua pura, sopra cui aveva posto un altro imbuto di collo assai più breve, il quale s’inseriva, e comunicava internamente col lungo collo dell’altro imbuto: sicché due correnti mescolate insieme s’inviavano unitamente verso la pianta, una di vapori, che usciva dal pentolino, e l’altra di esalazioni, che partiva dalle materie combuste sopra il bragiere; e quindi tutta la pianta era circondata da questo misto di acquei vapori e di eterogenee esalazioni. Per accertarmi, che non fosse il soverchio calore di queti vapori quello che venisse a recare detrimento alla pianta, lo sperimentai prima più volte col porre la palla d’un Termometro all’estremità del collo, per dove usciva il vapore, ed il trovai, ch’era alla temperatura dell’atmosfera. Sanissima, e vegeta oltre ogni modo era la pianta prima dell’esperienza: per 20 minuti primi seguitai a profumarla in questa guisa; indi la esposi per qualche ora al calor del sole; né tardò molto a dar segni manifesti d’esser caduta in uno stato d’annebbiamento. La sua verzura cambiossi in un color giallognolo, pallido e smorto; ed in capo a qualche giorno, andando sempre di male in peggio, alla perfine inaridì, tuttoché non mancassi d’innaffiarla convenientemente. Diciotto furono le spiante di specie diverse, che in questo primo incontro sacrificai in ossequio alla Fisica; ed in ricompensa di ciò ebbi il compiacimento d’aver comprovato in una maniera affatto convincente, che la Nebbia de’ vegetabili vien prodotta da quel mescuglio di esalazioni, e di vapori, di cui finora abbiam favellato.
            Ma quantunque una sia la causa principale di questa malattia, molti però sono i gradi di essa, i quali variano senza fine, a misura delle varie circostanze, e de’ varj accidenti, che si combinano insieme. Quindi le piante, per cagione d’esempio, che più traspirano ossia per ragione della natura loro più adusta, ossia per motivo della maggior loro superficie, soppressa la traspirazione, e poste tutte l’altre cose uguali, patiscono più di quelle che meno traspirano. Per simil modo i terreni marziali, bituminosi, sulfurei, paludosi, stagnanti, con tutti quelli, che sono impregnati d’un sale acido corrosivo, possono somministrare una corrente più copiosa di particelle nocive. Il fuoco poi, ch’è l’agente principale di questo grandioso magistero, egli è desso che determina la quantità de’ vapori atti a sollevarsi, che rinvigorisce la forza dell’aria in sostenerli, che dilata a proporzione i pori delle piante; e rendendo più, o meno intensa la causa insieme, e la disposizione del malore, distribuisce, e comparte i gradi di quel terribil flagello, che strugge le più belle speranze del nostro alimento, e porta la desolazione, e lo sterminio ai prodotti più necessarj per la nostra sussistenza. In tutti i casi se la provvida mano d’un Agricoltor diligente non s’affretti a recare a’ vegetabili qualche sollievo con alcuno de’ rimedj, che soggiugneremo in appresso, la malattia diviene per se stessa incurabile.

[1]    Avrei detto assolutamente di tutti i Mestrui, se il Sig. Butini non avesse trovataun’eccezione a questa regola generale, dimostrando con esattissime sperienze, che la Magnesia del Sale di Epsom si discioglie in maggior quantità nell’acqua fredda, che nell’acqua calda.
[2]    Una prova quanto semplice e comune, tanto più viva e risaltante della precipitazione de’ vapori cagionata dal freddo ella è quella, che riempiuto d’acqua fredda un bicchiere di vetro, e trasportato in un ambiente di aria calda, le sue pareti esterne si ricuoprono immantinente d’un minutissimo vapor condensato. Il freddo dell’acqua diminuisce la forza dissolvente dell’aria circonvicina, la quale lascia tosto precipitare porzione di que’ vapori, che teneva in dissoluzione, e questi sotto una forma concreta si rappigliano tosto alle pareti del vetro.
[3]    Per dare un’aria di maggior verisimiglianza alla presente conghiettura ho istituita la seguente sperienza. In un giorno, in cui la bassa nostra atmosfera era tutta ingombra di questo vapor vescicolare, spinsi al di fuori della stanza, ov’era una Macchina Elettrica isolata, quel conduttore, che serve a raccoglierne il fluido, e che comunica cogli strofinatori della Macchina stessa, di maniera che questo conduttore per molti piedi di lunghezza fosse immerso entro alla folta caligine. Io stava al di fuori della stanza con l’occhio al conduttore attorniato dalla caligine, e nell’atto stesso, ch’entro nella medesima cominciossi a mettere in azione la Macchina, vidi coprirsi tutto a lungo il conduttore di minutissime gocciole d’acqua, le quali andavano sempre più crescendo di mole; ed altr’a ciò intorno al conduttore stesso per la distanza di due pollici s’ingenerava come una specie di minutissima pioggia. Indizio manifesto, che a misura che il vapor vescicolare veniva spogliato dal conduttore del suo fuoco elettrico, si cambiava in vapore concreto. Questa prova mi fu suggerita dall’aver più volte osservato, che dopo un tuono assai gagliardo, per cui le nubi vengono a spogliarsi in parte della loro elettricità, la pioggia si fa sempre più dirotta. Per mancanza di opportuna occasione non potei ripetere questa prova come meritava di esserlo; una volta che lo sia, ella verrà a mettere in chiaro un’importante verità, ch’è stata finora tra Fisici controversa.
[4]   Stat. des Veget. Cap. I esp. 9. [Cap. I esperienza 9, pag. 28 di La statique des vegetaux et l’analyse de l’air, Paris 1785 chez Debure, testo tradotto da De Buffon.].
[5]    Tra questi merita d’essere in primo luogo annoverato il dottissimo Sig. Ab. Gio: Batista Garducci Vicentino, letterato d’un merito assai distinto, che fa onore alla Patria, al Secol nostro, alle Scienze: in un’erudita sua Memoria sopra le Meteore della State 1783.
[6]    Extrait critique des Lettres de Mons. Leeuwenhoek..
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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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