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PASINATO G. B., Pasinato contro De Saussure sull’igrometro

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Lettera
al Celeberrimo Signor Orazio Benedetto de Saussure
Professore emerito di Filosofia in Ginevra; e Socio delle più Illustri Accademie.
In difesa dell’Igrometro a tunica villosa.
P. Giambattista da S. Martino
(Opere, Tomo I, Venezia 1791, pag. 135-148)
 
            Eruditiss. Signore.
 
            Con indicibile mio piacere ho letto pochi giorni sono la egregia Difesa, che voi fate del vostro Igrometro a Capello, stampata in Ginevra questo anno medesimo 1788*. In essa voi garantite il vostro strumento dalle opposizioni fattevi dal Signor de Luc, Filosofo Ginevrino, dal Sig. Abate Dottor Chiminello, Astronomo di Padova, e da alcune poche difficoltà, che io stesso vi avea promosse. Ho io ammirata nella vostra Opera quella ritenutezza, e quella moderazione di animo, che forma l’ingenuo carattere d’un Personaggio sì cospicuo vostro pari, che supera per ogni conto tutti i nostri elogi. Lungi dal caricare d’ingiurie, e di oltraggiosi sarcasmi i vostri avversarj, come da taluno viene indecentemente praticato anche a’ giorni nostri, voi ne parlate anzi con tutta la stima, e con tutto il rispetto; voi sbandite affatto quelle acute, e frizzanti maniere, che non servono ad altro, che a nauseare l’animo pacifico de’ Leggitori imparziali; voi vi restringete unicamente a sostenere il pregevole strumento, che avete già appoggiato alle più sane, e veridiche teorie, senza ingerirvi e screditare gl’Igrometri ideati e proposti da’ vostri competitori medesimi. Contuttociò siccome nel difendere i parti del proprio ingegno non può a meno di non ingerirsi nello spirito una tal qual prevenzione contro tutto ciò che sembra esser loro di ostacolo, così pregovi, mio celebre Corrispondente ed Amico, a permettermi alcune riflessioni sopra ciò, che nella vostra Difesa voi dite intorno al mio Igrometro a tunica villosa, le quali intendo già di assoggettare al purgatissimo vostro giudizio, da cui mi farò un pregio d’interamente dipendere.
            Fin da quando, per aderire ad un de’ vostri onorevolissimi cenni, io travagliava a mettere in esecuzione l’Igrometro vostro a Capello, mi venne in idea di provare se una fettuccia della tunica vellutata degl’intestini del bue potesse farne le veci. L’effetto corrispose alla mia espettazione, sembrandomi, che una siffatta sostanza fosse anche dotata d’una maggiore sensibilità. Sicché una listella della medesima tunica, della lunghezza di otto in dieci pollici per un di presso, e larga due linee, accomandata inferiormente con un lacciuolo scorsojo di filo ad un perno stabile, e fissata nella parte superiore per mezzo d’un altro filo ad un circoletto di ottone del diametro di quattro linee, nella cui circonferenza vi sia praticata una scanalatura nella quale entri, e si adatti il filo medesimo, ed al quale circoletto siavi annesso un indice di quattro pollici di lunghezza; il tutto poi montato sopra una tabella di legno ben secco, e stagionato, e di una sufficiente grossezza: questo è quello, che viene a costituire tutto l’apparato del mio Igrometro.
            Per avere il termine fisso di umidità io mi servo di un metodo non molto dissimile dal vostro. Io introduco degli acquei vapori in un vase di sufficiente capacità, finché l’aria interna ne sia pienamente saturata; vi chiudo il mio Igrometro, ed il punto ove si ferma l’indice, il noto come termine fisso di massima umidità, nulla badando alla varia temperatura de’ vapori, dacché con varie sperienze mi sono certificato, che i vapori acquei, qualunque sia il grado del loro calore, purché l’aria ne sia pienamente saturata; conducono sempre la tunica al medesimo punto. Rapporto al termine di siccità io mi sono allontanato alquanto dal vostro metodo; né crederei per questo essermi renduto degno d’un grave rimprovero. Io riscaldo una piccola stufa precisamente fino al grado 50 de Réaumur; le mantengo un tal grado di calore per alquanti minuti prima di chiuderla; la chiudo in seguito con dentro il mio Igrometro; ed il grado di siccità, che ottengo per questa via, il giudico invariabile. Voi gentilmente mi avvertite, che un tal metodo non sembra molto a proposito, per la ragione che il calore non distrugge l’umidità de’ vapori; ma rende soltanto meno sensibile la loro azione. “Le Père Jean Baptiste, voi dite, ne prend pas garde, que la chaleur qu’il comunique à cet air ne détruit pas l’humidité; elle ne fait que rendre son action moins sensible”. Io accordo di buon genio; che il calore non abbia questa insigne virtù di distruggere l’umidità: io non entro nemmeno ad esaminare se i soli caustici alcalini, di cui voi saggiamente vi servite per ottenere il punto fisso di siccità, distruggano essi realmente oppure assorbano soltanto i vapori umidi: io convengo con esso voi, e con tutti i Fisici, che il calore non faccia al[non si legge tre quarti di riga] de’ medesimi vapori, e questo solo mi basta per l’effetto ch’io ne pretendo. Il calore invigorisce la forza dissolvente dell’aria, esso la rende atta ad assorbire una più grande quantità di acquei vapori; questi vapori così disciolti, ed assorbiti si uniscono chimicamente agli elementi dell’aria, formano con essa un tutto omogeneo, divengono trasparenti, perdono la facoltà d’umettare i corpi, non assettano più gl’Igrometri. Sicché quando io son certo, che mercé un dato grado di calore questi acquei vapori hanno perduta la forza di più agire sulla mia tunica villosa, a me poco importa che ciò derivi o perché sieno essi assorbiti dall’aria, o perché sieno distrutti, se pur lo sono, dai sali; mentre già ne ottengo il medesimo effetto, ottengo cioè un dato ambiente di aria, che non è più atta ad inumidire le sostanze, che le vengono immerse.
            Rapporto alla costruzione de’ nostri Igrometri, voi mi accordate, che il mio a tunica sia renduto più semplice del vostro a capello, non già per una costruzione essenzialmente diversa, ma per avervi io soppressi alcuni pezzi, che contribuiscono, secondo voi, alla perfezione dello strumento, e alla comodità de’ suoi usi. “Il est vrai, que le Père Capucin l’a encore semplifié, non par une contruction essentiellement différente, mais en supprimant des pièces qui contribuent à la perfection de l’instrument et à la commoditè de son emploi”. Sì, mio Signore, il confesso, io vi ho soppressi varj pezzi, che mi sembravano alquanto complicati, e di cui ho potuto supplire in altra guisa alle veci. Vi ho levata primieramente la vite di richiamo, destinata a ridur l’indice a quel punto, ove ci piace meglio fissarlo; ma a questa vi ho sostituito il lacciuolo scorsoio di filo, col quale assai più comodamente, e con minore spesa si ottiene lo stesso, stessissimo effetto; mentre accorciando, od allungando il medesimo laccio, l’indice si riduce a quel termine, che più ci aggrada. Ho levate similmente le due tanagliuzze a vite, che afferrano il capello nelle sue estremità, e mi sono contentato di attaccare a’ due capi della mia tunica due fili, i quali la annodano con eguale fermezza; ed avendoli prima fatti bollire nell’olio, non producono il minimo sconcerto col loro allungamento retrogrado. Ho fatto a meno altresì del fermaglio, che serve a fissar l’indice, ed il contrappeso, allorché si vuol trasportare l’istrumento; dacché nel mio Igrometro questo pezzo si rendeva affatto inutile, per la ragione, che quando io voglio trasferire da un luogo all’altro la macchinetta, non mi rimane a fare altro, che levar via dalla tabella l’indice insieme con la tunica; sicché riponendo questi in uno scatolino tra il bombace, di esposto non mi rimane che la semplice tabella. Il mio scopo fu di costruire un Igrometro il quale, senza che gli avesse a mancare alcuna delle qualità essenziali, servisse egualmente per le Osservazioni di Fisica, e pegli usi domestici; un Igrometro, che fosse a portata di tutti, che potesse montarsi, ed essere adoperato anche da chi è meno esercitato nel maneggio de’ fisici strumenti; un Igrometro, che fosse di poca spesa, affinché ognun fosse in grado di procacciarselo, comodo, e vantaggioso ad ogni classe di persone; quindi era necessario, che gli levassi tutto ciò, che potea agli occhi del volgo sembrare imbarazzante col sostituirvi altri modi, onde conseguire il medesimo intento.
Pasinato VS De Saussure
            Voi avete la benignità di convenire, che la soppressione de’ pezzi fin qui nominati non sia un massimo rilievo. “Les trois premières suppressions rendent l’instrument moins commode, mais ne le rendent pas défectueux”, doveché coll’averlo io privato del contrappeso, il quale dovrebbe far l’officio di tener distesa la tunica in una maniera sempre eguale, l’Igrometro per questa ragione dee essere soggetto ad uno de’ maggiori inconvenienti. Imperciocché levandosi il detto contrappeso, e facendo che la tunica sia tenuta distesa dal solo peso dell’indice, che io valuto, voi dite, di 60 grani, ne siegue ch’ella non sia caricata d’un peso eguale in tutte le posizioni differenti dell’indice. Di forte che se sostenta essa il peso di 60 grani allorché l’indice è orizzontale, non ne sostenta che soli 30 ed anche meno quando l’indice si trova inclinato di 30 o 40 gradi dalla linea orizzontale: e quindi la differenza di 30, e più grani per una listella di tunica dee essere qualche cosa di significante. Io accordo pienissimamente la teoria, la quale non può essere né più dimostrata, né più evidente; pregovi non per tanto, mio dotto Amico, a farvi risovvenire, che nel mio Saggio sopra l’Igrometro io non dico, che l’indice di questi strumenti arrivi al peso di 60 grani; dico soltanto, che senza notabile pregiudizio in un Igrometro a tunica villosa l’indice potrebbe giungere al peso di grani 60. Del resto ho l’onore di certificarvi, che in realtà il detto indice non è tutto al più, che di otto in dieci grani, perciò la differenza di 4, e 5 grani di peso, che perde l’indice, allorché passa dalla orizzontale ad una posizione inclinata, ed obbliqua, non reca, né dee recare un divario rimarcabile alla tensione della tunica. Per certificarmi vie meglio della verità del fatto, fin dal tempo, in cui stava occupandomi nella costruzione di questo Igrometro, ho istituita la seguente esperienza, quanto semplice in se stessa, e facile ad eseguirsi, altrettanto, per quello che a me sembra, decisiva. Io tenea appesi nella mia stanza due Igrometri a tunica, i quali da varj mesi aveano dato saggio della più perfetta, e meravigliosa consonanza, avendo sempre amendue camminato d’un passo eguale, ed uniforme. In un giorno di grande umidità, in cui marcavano tutti due gradi 80, accorciando io ad uno di essi il lacciuolo scorsojo, ridussi il suo indice a’ gradi 50, ch’è quanto dire, alla posizione orizzontale, lasciando frattanto l’altro nelle sua primiera, ed obbliqua situazione di gradi 80. Recai in seguito un piccolo braciere di fuoco entro alla camera stessa, ma in distanza dagl’Igrometri, affinché l’ambiente andasse lentamente rasciugandosi. A capo di quattro ore osservai, che i due Igrometri aveano uniformemente precorsi gradi 30, di maniera che quello, che notava prima gradi 80 discese a’ gradi 50; e quello, che io avea prima fissato a’ gradi 50, si ridusse a gradi 20. Quantunque la posizione degli indici, spezialmente al principio, e alla fine dell’Osservazione, fosse affatto diversa. Anzi ho di più rimarcato con altrettante Osservazioni intermedie, che nello stesso tempo, che uno de’ due Igrometri percorreva uno, due, tre, cinque gradi; similmente e uno, e due, e tre, e cinque gradi erano precorsi a tempi uguali anche dall’altro. Una Osservazione di tal genere, che in seguito ho avuta la compiacenza di più volte replicare, ha finito di persuadermi, che per una tunica villosa la diversità di pochi grani di peso, onde nelle sue varie posizioni acquista l’indice, non influisce per nulla a sconcertare l’esattezza, e la regolarità delle sue indicazioni. Questo è uno di que’ casi, i quali ci dimostrano, che ci è lecito talvolta scostarsi dalle teorie, quando il fatto, e l’esperienza ci persuade altrimenti.
            La somma espansibilità della tunica villosa, che rende l’Igrometro più sensibile di quello costruito a capello in ragione di 300 a 204, cioè, prossimamente come 3 a 2, vi fa nascere, mio Signore: un qualche sospetto circa la sua stabilità, e la sua durata. “Cette expansibilité, voi dite, est certainement avantageuse; mais le Père Jean-Baptiste ne peut pas nous assurer qu’elle ne soit pas compensée par le peu de durée, ou par le peu de ténacité de la baudruche”. Voi potete ben esser certo, che io non avrò avuto l’imprudenza di esporre al pubblico la descrizione del mio Igrometro, senza aver prima istituita una serie di molte, e replicate sperienze dirette ad assicurarmi della permanenza, che potea avere questa sostanza intestinale. Che se io fin d’allora mi sono espresso su questo punto con qualche riserva, fu più per testificare la mia ingenuità, non avendone una prova di ultima evidenza, che per mancanza di un intimo, e reale convincimento di spirito. Imperciocché avanti di render palesi le mie idee, ho costruiti degl’Igrometri con una tunica dieci anni prima recisa dagl’intestini del bue, che per mia sorte era stata sempre esposta alle continue alterazioni dell’aria. Cinquanta due volte feci bruscamente passare quest’Igrometri da un eccesso di umido ad un eccesso di secco, senza essermi accorto, che restasse punto diminuita la loro sensibilità. E quel grado di piena fiducia, onde non ho voluto in allora assicurare il pubblico, credo di possederlo, e di poterlo dare al presente. Io serbo tuttavia uno di quegl’Igrometri costruiti con una tunica di dieci anni; questa tunica, a quest’ora in cui parlo, conta essa 14 anni di vita, duranti i quali se ne rimase sempre esposta alle continue alternative dell’umido, e del secco; ed io posso con tutta verità assicurare, che si mantiene ugualmente sensibile, come la recente tunica di un Igrometro, che ho costruito la scorsa settimana, con cui ho voluto confrontarla. Ma io ho veduto, mi ripigliate voi, delle tuniche perdere all’aria libera la loro flessibilità, frangersi facilmente, e divenire tarlate. Sì, mio Signore, ed io pure ho veduto de’ capegli affatto guasti, floscj, consunti, e rosecchiati dal tarlo, e dagl’insetti; ma non  per questo io formo un argomento contro l’Igrometro vostro a capello. Le tuniche, i capelli, i cuoj, le membrane, le pelli, ed ogni altra sostanza animale, saranno sempre soggetti alla corruzione, e al guastamento fino a tanto che si lascieranno inzavardati tra il loro grasso, e il loro untume naturale, il quale mediante l’umido dell’atmosfera, diviene rancido, e scompone le tenue fibre di queste sostanze. Ma subito che le tuniche, ed i capelli saranno digrassati o col sale di soda, come fate voi, o col ranno, nella maniera da me praticata, se ne rimarranno tosto esenti dalla corruzione, e dalle ingiurie degl’insetti.
            Io convengo altresì, che la differenza del costo tra l’Igrometro vostro, il quale importa lire 84 venete, ed il mio, che non ne vale più di cinque, non dipenda punto né dal capello, né dalla tunica. Questa è una questione, che appartiene ai Fabbricatori de’ nostri strumenti, piuttosto che a noi. Né il capello accresce il prezzo de’ vostro Igrometro, né la tunica è quella, che diminuisce il valore del mio: il tutto dipende dalla varia montatura. Quindi il capello potrebbe essere tanto semplicemente montato, quanto lo è la tunica; e similmente la tunica sarebbe suscettibile di tutto l’apparato grandioso, e magnifico, che forma il corredo del vostro capello. Dirò anche, che quantunque io non sia Artefice, il solo senso comune mi persuade, che il Fabbricatore del vostro Igrometro, volendolo travagliare, come fece finora, a norma della finezza delle vostre idee, non potrebbe farlo a minor prezzo. Ma non sarebbe egli ridicolo, voi dite, per motivo di un’eccessiva economia mettersi a pericolo di rendere questa macchinetta necessariamente infedele? Una tabella di legno non sembra per questa ragione molto a proposito per la montatura di un Igrometro. “Je ne consentirai jamais à lui donner pour base une planche de bois; les vicissitudes de la sécheresse et de l’humidité extrême que cet instrument est destiné à subir excluent nécessairement de sa construction une subtance que la sécheresse, et l’humidité affectent autant que le bois”. Non v’ha dubbio, che l’ottone è una materia più consistente, più soda, che non è il legno; ma vi supplico, mio celebre Corrispondente, a riflettere, che il legno soffre tutta l’alterazione per la parte della sua larghezza, e pochissima, o niuna a seconda delle sue fibre longitudinali; di maniera che esposto all’umido, e al secco, esso si dilata, e si restringe, ma non si allunga, né si accorcia, se non forse in una maniera del tutto impercettibile: ne è che la variazione della sua lunghezza, quella che sarebbe atta a recare del pregiudizio all’esattezza dell’istrumento. Questo minimo allungamento, ed accorciamento, se pur si dà, diminuisce di mano in mano, e sfugge a’ nostri sensi a misura che si trasceglie una tabella di legno ben secco, e stagionato, come dee scegliersi quella, che ha da servire di base all’Igrometro; con l’avvertenza altresì, che sia di una specie di legno de’ più consistenti. In fine per mettersi al sicuro d’ogni benché minima ombra di pericolo, non ci rimane che a dare uno strato di vernice alla tabella stessa; il che non altera il prezzo dell’Igrometro, che di due sole lire. Questo è tutto ciò, che in riscontro alle molte sensate vostre dubbietà sulla costruzione del mio Igrometro io dovea sottoporre a riguardevolissimi vostri riflessi; mentre con piena stima ed ossequio ho l’onore di essere, ec.

*    Observations sur la Physique, sur l’Histoire Naturelle et sur les Arts, Paris 1788, Tome XXXII Janvier 1788 (pag. 24-45), Fevrier 1788 (Pag. 98-107).
 
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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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