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PASINATO G. B., Un curioso fulmine caduto a Camposampiero nel 1783

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FENOMENO SINGOLARE D’UN FULMINE
Descritto e proposto all’esame de’ Fisici
Sig. Abate Giuseppe Toaldo
P. Prof. d’Astronomia nell’Università di Padova
(Opuscoli Scelti sulle scienze e sulle Arti, Milano 1784, Tomo VII pag. 35-38)
 
            Nell’esorbitante irruzione de’ fulmini, che regnò in questa state (1783) per tutta l’Italia, anzi per tutta l’Europa ed oltre, si raccontano molti effetti straordinarj, che sarebbe lungo enumerare. Ma un caso particolare merita d’esser annunciato; poiché, forse men atto a colpire il senso popolare, tanto più meritar può l’attenzione de’ Fisici.
            Successe questo in Campo-Sampiero Castello con Podestaria del Territorio Padovano nel mese di Luglio. Scoppiò in una fabbrica che serve di fenile nell’osteria pubblica di ragione dell’Eccell. Casa Civran. La stanza del fieno, in cui il fulmine scoppiò, destinata forse già ad altri usi, aveva le sue finestre di vetro.
            Or parve prima strano, che questo fulmine, (che si vedrà quanto fosse violento) non accese il fieno (in un anno che i fulmini tanti incendi produssero) avendo anche fatto un foro nel pavimento su cui il fieno giaceva.
            Ma più strano per un Fisico è questo. Investì una partita della finestra di vetri, che conteneva tre file verticali di 8 tondi l’una, con quattro file di altrettante crocette pur di vetro, che riempiono, com’è noto, i vani dei tondi. Lasciò intatti i piombi che legano i vetri, senza pur tingerli, intatti i ferri trasversali ai quali s’appoggiano i vetri medesimi ad ogni fila orizzontale, intatte pure le crocette di vetro; e non ruppe, ma squagliò e fuse 22 dei 24 tondi, che componevano questa partita di finestra. Si trovarono al basso i globi di vetro fuso, come le lagrime bataviche: e il Senatore Sig. Angelo Quirini, al quale non isfugge verun oggetto delle Scienze, ebbe cura di raccogliere di questi globi, che ancora conserva, ottenne e mandò a Padova la partita della finestra fulminata, la quale ho qui presente mentre scrivo queste cose, oggi 2 Ottobre.
            Quanto al primo fenomeno di non aver acceso il fieno, che trapassò, certo è curioso vedersi che il fulmine, il quale talora accende quasi istantaneamente i forti legnami delle fabbriche, passa vicino alla stoppia, alla paglia, al fieno lasciandoli intatti. Convien credere, che il fuoco del fulmine sia in casi diversi di varia tempra, cioè ora legato e misto ad altre materie, che lo rintuzzano e lo impediscono da spander fiamma, altre volte sciolto; o che ciò dipenda dalla maggiore o minore rarità o densità, dalla maggiore o minor violenza della vibrazione: questa differenza si osserva spesso, e l’ho ricercata nella mia Apologia de’ Conduttori.
            Assai più difficile da spiegarsi è l’altro fenomeno della fusione dei vetri; e due oggetti in questa si presentano da considerare: uno è il comparto così regolare di quel fuoco, che si divise in tante lingue, o rami, quanti erano li tondi fusi: l’altro è la fusione istessa.
            Quanto al comparto, non si può dir altro, se non che par questa una proprietà del fuoco elettrico e fulmineo: si è trovato (Trans. Fil.) che in una fila d’uomini il fulmine uccise il primo, il terzo, il quinto, saltando quelli di mezzo. Un fulmine riferito dal P. Beccaria di molti fiaschi pieni di vino in una stanza ne asciugò venti, lasciando pieni com’erano tutti gli altri: nella banderuola traforata nel fulmine di Cremona spiegata dal celebre P. Barletti si trovò un curioso comparto di fori col labbro alternativamente piegato in dentro, ed in fuori: ed altre di queste alternative si leggono nell’istorie de’ fulmini. Confesso, che nil agit exemplum litem quod lite resolvit. Ma intanto questi esempi tolgono l’idea della stranezza. E poi sembra la natura amare anche in altri generi queste alternative, come si vede nelle lamine diafane dei colori newtoniani, nei quali si veggono le vicende successive dei circoli o intervalli di refrazione e di riflessione. Nel fuoco elettrico poi passando per il corpo coibente dell’aria, facile è intendere, che si debba dividere, e conglobarsi nelle diramazioni, per la ripulsione scambievole che acquista ciascun ramo essendo della medesima natura, com’è noto. E perciò debbono tenersi anche questi rami ad intervalli pressoché eguali tra loro.
Palazzo comunale a Camposampiero.

Ma la fusione effettiva del vetro, restando intatti i prossimi piombi e ferri, come spiegarsi? Di fatto in questa finestra non si vide fuso se non un tantino di piombo in un angolo per cui forse il fulmine sarà entrato (o pur uscito). Diremo forse, che il fuoco passando liberamente per li pori aperti ed ampi dei detti conduttori (e del fieno) poté lasciarli intatti, e che, trovando resistenza naturale nei vetri, si sfogò in questi con tanto impeto, ed eccitando tal calore da squagliarli? qualche parte di vetro si fonde colla scintilla elettrica delle nostre deboli macchine; quanto più potrà farlo il fuoco del fulmine tanto più efficace, vibrato e potente! Pure la mente sembra desiderare qualche cosa di più: vorrebbe cercare qualche attraente nel vetro stesso, che determinasse il fuoco ed entrarvi.
Il Sig, Ab. D. Luigi Dudan, Dalmatino, buon allievo delle nostre Scuole, e assai intelligente della Fisica e della Matematica, riflette, che l’arena, la quale dalla Dalmazia si trasporta alle fornaci di Murano per fabbricare il vetro, contiene molte particelle minerali e ferrugginee. Or queste particelle, nell’imperfetta cottura di questi grossolani vetri, non vengono consumate; restano dunque nella pasta del vetro in qualche parte, e questa parte minerale sottilmente divisa, per la sua natura deve attirare il fuoco del fulmine, il quale non potrà penetrarle senza sciogliere l’interna tessitura di tutta la sostanza, e con ciò fondere il vetro.
 Il Sig. Don Alessandro Volta celebre Professore di Fisica sperimentale nell’Università di Pavia, chiaro per tante sue originali scoperte dell’Elettroforo, dell’aria infiammabile delle paludi ec., passato in questi giorni da noi, fa una difficoltà a questa spiegazione; e dice, nella formazione del vetro, nella fusione generale di quelle materie, le particelle minerali di quell’arena, se ne contenga, debbono essere state calcinate, e con ciò devono avere perduto la loro qualità conduttrice, come fanno in tal caso tutti i metalli. Inclina egli ad incolpare piuttosto il molto sale che s’impiega in questi rozzi vetri; poiché i sali e sono da per loro conduttori, e sono attraenti dell’umido, onde la sostanza non solo nella superficie, ma forse per li pori può imbevere un vapor sottile che basti per attirar il fuoco nella massa, e con ciò squagliarla. Nella imperfetta cottura però del vetro può per la stessa ragione non farsi una perfetta calcinazione, e perciò può rimanervi qualche residuo minerale; al quale se si aggiunga il fomento umido dei sali, pare che se n’abbia abbastanza per un barlume di spiegazione. Questa però si assoggetta al giudicio de’ Fisici più illuminati, o più felici per trovarne una più soddisfacente, che per l’amore della verità si riceverà con piacere.

 1783 Giuseppe Toaldo, Fulmine a Camposampiero


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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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