Storia Dentro la Memoria

I tesori d’arte dell’oratorio di S. Massimo di Borghetto (PD)

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Paolo Miotto
San Massimo di Borghetto: un antico oratorio e i suoi tesori
Nel cuore della campagna dell’Alta Padovana, sul crocevia dei comuni di Villa del Conte, San Martino di Lupari e Santa Giustina in Colle, si trova Borghetto, una località ricca di storia e di testimonianze giunte da un lontano passato.
Fra queste, la più importante giunto a noi è l’oratorio di S. Massimo, meglio noto nell’Ottocento col titolo di S. Rocco per la presenza di un vicino capitello dedicato all’omonimo santo.
Qui dimorarono culture preromane, attirate dalle acque risorgive, dalla foresta e dalla selvaggina. Lo testimoniano le numerose presenze di siti antropici sparse nel territorio limitrofo, risalenti generalmente all’epoca del Bronzo medio e recente, e i relitti toponomastici che riferiscono di castellieri e terrapieni. Indubbio è l’inserimento di Borghetto nel processo di romanizzazione dell’agro centuriato nord-orientale di Padova, come testimoniano il campionario di reperti dell’epoca conservati all’interno dell’oratorio e i ritrovamenti di materiali fittili, metallici e vitrei di epoca romana recuperati nel circondario di Borghetto.
Solo nell’altro medioevo però emergono i più importanti e originali reperti archeologici rintracciati ad Abbazia Pisani e Borghetto. Gli scavi condotti all’interno dell’oratorio negli anni Settanta hanno permesso di recuperare alcune testimonianze del nucleo culturale più antico del luogo, con particolare riferimento a due singolari rilievi incisi sulla pietra, noti con gli appellativi di agnello crucigero e orante.

Agnello crucifero (VII secolo) in pietra d’Istria rinvenuto nel 1971
all’interno dell’oratorio di S. Massimo, probabile reliquiario.
I reperti più importanti e originali conservati nel piccolo museo ricavato all’interno dell’oratorio, testimoniano la presenza di uno o più artisti che operano fra VII e l’VIII secolo, forse per un’area sepolcrale o un centro culturale di probabile ispirazione ariana che sembrano insistere su un nucleo culturale precristiano.
Di quel periodo travagliato rimangono i reperti custoditi all’interno dell’oratorio, ma anche altri rilievi coevi rintracciati all’inizio del Novecento nella vicina chiesa di Abbazia Pisani e in attesa di esposizione.
Nel periodo quello compreso fra il X e l’Xl secolo la piccola comunità rurale innalza l’oratorio, sebbene di dimensioni più ridotte dell’attuale.
E’ l’epoca nella quale la chiesa campestre entra nella storia ufficiale dei documenti, passando alle dirette dipendenze dell’abbazia di San Pietro e Sant’Eufemia di Villanova per donazione dei capostipiti degli Ezzelini e dei Camposampiero (29 aprile 1085). L’oratorio dipendeva per i sacramenti dall’Arciprete di S. Martino di Lupari, pur appartenendo all’abbazia di S. Eufemia e si divideva in cinque micro località ben distinte: Scandolara, Isola, lsoletta, Borgo Allocco e Borghetto.
I curati di San Massimo erano eletti dagli abati pro tempore e convocati spesso come testimoni in occasione delle investiture dei numerosi vassalli dell’abbazia, fra i quali compaiono anche numerosi residenti nel territorio borghettano, con particolare riferimento i Maggiore, da Isola e Todesco.
Fra il Trecento e il Quattrocento Borghetto è spartito fra alcune famiglie nobili padovane: i Lemizzi, gli Scrovegni, gli Ovettari e i Caponegro. Ormai è prossimo il repentino cambiamento della storia dell’oratorio e del territorio borghettano. Nel 1444 muore Giovanni di Gerardo degli Umiliati di Bologna, ultimo abate di San Pietro e Sant’Eufemia, con lui ha fine l’esperienza benedettina cluniacense nella zona.
Dal 1444 al 1772 si succedettero ben diciannove abati commendatari, eletti direttamente dai pontefici, e l’oratorio dipese da questi alti dignitari ecclesiastici, per lo più cardinali, che si preoccuparono solamente di assicurare la cura d’anime per la popolazione.
Nel 1772 il cardinale Priuli muore, offrendo la possibilità al senato veneziano di portare a termine il disegno accarezzato da molto tempo di sopprimere l’abbazia e di incamerarne tutte le rendite e le tenute agrarie.
Nello stesso anno della cessazione della commenda, l’oratorio di San Massimo seguì il destino dell’abbazia di San Pietro e Sant’Eufemia, con la soppressione e la vendita all’asta di tutto il latifondo abatino. Ha così inizio l’epoca dei giuspatroni laici, inaugurata dal nobile veneziano Giuseppe Meratti, e seguita con le famiglie Sangaletti, Mogno e Cosma, fino al prolungato periodo di patronato assegnato alla direzione dell’ospedale civico di Camposampiero.
Negli anni Venti del XX secolo la tenuta agricola e gli immobili dell’abbazia passano all’ultimo giuspatrono laico, il cav. Romano Trevisan, ma l’oratorio segue le vicende ereditarie dei Sangaletti-Moro. Rimasto senza padroni, a fine Settecento l’oratorio di San Massimo è abbandonato in stato di degrado perché i giuspatroni di turno non intendono sobbarcarsi le spese di restauro.
L’abbandono di San Massimo divenne quasi definitivo in seguito all’erezione della curazia di Borghetto (1932) e più ancora dopo la costruzione della chiesa parrocchiale di Borghetto (1945), a seguito di un fallito tentativo di ampliarlo sul versante meridionale negli anni Trenta.
Solamente negli anni Settanta è iniziato un primo tentativo di recupero da parte del parroco don Emilio Spagnolo, e dal 1985 l’autentico recupero del manufatto, della sua storia (1999) e nel 2003 la realizzazione del museo.

     Se vi trovate a passare per la strada Cittadella – Camposampiero, in località Borghetto potrete visitare la chiesa di S. Massimo e il suo singolare museo.

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Autore: storiadentrolamemoria

Insegnante, ricercatore d'archivio, da oltre 25 anni impegnato nella pubblicazione di volumi e saggi inerenti storie di paesi, fenomeni, persone e cognomi. Collaboratore di quanti intendono scambiare dati e informazioni sulla storia del Veneto e oltre.

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